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martedì 6 dicembre 2011

Cloreen, la principessa senza regno

Da oggi potrete acquistare il primo romanzo di un nuovo autore del fantasy.

Un romanzo godibile dalla prima all'ultima pagina, dove i canoni del fantasy ci sono tutti e accompagnano il lettore tra vari colpi di scena.

Adatto per giovani e meno giovani.

Se siete interessati all'acquisto potete inviare una email a lqfantasia@gmail.com
oppure andare a vedere la pagina
Pubblicazioni - Libri - Romanzi - Racconti


A presto

giovedì 15 aprile 2010

Prima pubblicazione

Udite... udite... un mio raccontino è stato pubblicato on-line sul sito "SogniHorror"

Non sono entrata nella classifica del podio, però da una certa soddisfazione essere pubblicati.


Sono graditi commenti.

Ciao :D

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Oppure potete leggerlo qui sotto:

TERRORE IN CANTINA
di Quinson Loredana

“Ancora! È la terza volta che si fulminano le lampadine! Meglio che vada a prendere una torcia... ma cosa... c'è qualcuno?” la voce le tremava e sentiva freddo
Una folata, quasi un sospiro, d'aria calda l'aveva investita proprio sul collo. Ma lì, in quell'oscurità, c'era solo lei, lei con la sua paura. Una paura che aveva già provato altre due volte, le due volte precedenti in cui era mancata la luce: sei lampadine si erano fulminate tutte insieme, proprio come in quel momento, le lampadine si erano accese e spente più volte fino a spegnersi completamente.
Dal cancello sul cortile il vento freddo che sferzava l'aria entrò con prepotenza, ma quella che Niky sentì sul collo, per la seconda volta, era aria tiepida, tiepida come il respiro di qualcuno. Ma per la seconda volta non vide nessuno. La torcia non illuminò altro che pareti sporche e le porte chiuse delle altre cantine. Nessun rumore. Solo quell'aria calda e la sua sensazione di essere osservata.
Salì di corsa le scale della cantina e si chiuse il cancello alle spalle per non essere seguita.
Quando entrò nell'appartamento era agitata e aveva il fiatone. Il cuore le batteva in petto come un martello pneumatico. Si sedette per calmarsi, ma la paura non l'abbandonò. Era sicura che qualcuno l'avesse osservata da molto vicino in quel buio.
Solo dopo lungo tempo si rese conto che doveva ritornare in cantina: aveva bisogno di alcuni oggetti che conservava lì. Anche se non voleva, doveva ritornare. Il cuore tornò a batterle velocemente.
Prese la torcia e prese le scale, scendendo piano i quattro piani che l'avrebbero portata al cancello della cantina nell'atrio dell'edificio.
Aprì il cancello e illuminò la scala. Osservò per un po' quel chiarore, avendo la sensazione che non riuscisse a spezzare il buio, come se delle ombre non volessero essere illuminate. Per un istante vide un lieve bagliore. Guardò di nuovo ma non vide nulla. Tirò un sospiro, poi un altro e ancora uno, poi scese piano la prima rampa e al bivio guardò a destra e accese la luce. Il chiarore improvviso la spaventò e tranquillizzò nello stesso tempo. Esplorò il corridoio delle cantine superiori e non vide nulla e nessuno.
Ritornò al bivio e svoltò a sinistra. Premette l'interruttore della luce e queste si accesero. Felice corse lungo la rampa per prendere in fretta ciò che le serviva e andarsene via. Ma a metà della scala la luce iniziò a tremolare e poi si spense. Il buio profondo l'avvolse come una coperta fredda. Si arrestò ad ascoltare il silenzio. Poi un sospiro la fece trasalire. Si voltò di scatto con la torcia accesa ma non c'era nessuno. Di nuovo il sospiro, stavolta davanti. Il fascio di luce illuminò il nulla.
Iniziò a scendere gli ultimi gradini che conducevano al corridoio della sua cantina. Si fermò e decise di risalire per andare via. Sentiva la necessità di fuggire da quel posto.
Corse su per la rampa mentre l'ululato del vento della strada riecheggiava nei corridoi delle cantine come un sinistro presagio. Corse più veloce, senza pensare che avrebbe potuto inciampare e cadere. Si rese conto con angoscia che le scale non finivano. Ormai avrebbe dovuto essere arrivata.
Con la torcia bassa e il fiatone si rese conto che era davanti a una porta. Il cancello della salvezza. Alzò la torcia e allungò la mano per aprirlo, ma la bloccò a mezz'aria: era la porta della sua cantina. Come aveva potuto correre in tondo? I corridoi delle cantine erano dritti e con un solo lato che faceva da ingresso e uscita.
La luce riflessa sulla porta iniziò a tremare come la sua mano. Si girò di nuovo su se stessa e fece per andarsene nuovamente, anche se temeva che non avrebbe ottenuto un risultato migliore. Poi si ricordò di avere il cellulare. Lo prese e chiamò. Ma la chiamata non partiva mai. Mentre aspettava che la chiamata giungesse a destinazione si incamminò. Il cellulare si spense per mancanza di segnale. Girò a destra e poi a sinistra e vide il cancello d'ingresso. Mai una porta di metallo le era sembrata tanto bella. Riuscì a uscire e chiuse il cancello a chiave. Non sarebbe mai più tornata in cantina. Si voltò... non riusciva a credere a quello che vedeva: la porta della sua cantina era lì e quello non era più l'atrio del condominio, era il corridoio delle cantine. L'incubo non era finito.
La porta di legno era davanti a lei scura e minacciosa come non le era mai sembrata. Da sotto di essa filtrava una luce giallognola. C'era qualcuno dentro. Aveva la sensazione di essere osservata attraverso quelle assi di legno.
Sentì un sussurro, poi un altro e un altro. Era circondata. Illuminò con la torcia attorno a sé ma non vide nulla. Poi l'oscurità si mosse. Rimase a illuminare quel punto. Fece dei passi in direzione opposta senza distogliere lo sguardo. Ma qualcosa la bloccò. Si girò di scatto con la torcia, ma un tocco gliela fece cadere di mano. La vide rotolare a terra e fermarsi a illuminare l'angolo di una delle porte di legno.
“Entra! Vieni mia cara, è da molto che ti aspetto.” sussurrò una voce dolce ma autoritaria alle sue spalle.
Lì c'era la sua cantina. C'era veramente qualcuno dentro.
Si voltò, impossibilitata a fare il contrario di quell'ordine. Non aprì con le chiavi, ma spinse la porta ed entrò. Davanti a lei vide un uomo che la osservava. In quell'istante seppe che era il suo lo sguardo che aveva percepito prima e le volte precedenti. Era elegante nel suo completo scuro. La luce gli disegnava ombre ipnotiche sul viso evidenziandone i tratti mascolini. Il suo sguardo fu catturato dai suoi occhi scuri e profondi che sembravano inghiottire la luce e la sua volontà, perché si avvicinò a lui, malgrado la paura le dicesse di andarsene. Non era padrona di sé. Continuava ad avvicinarsi finché le sue mani la cinsero forte. La guardava sorridendole dolcemente mentre poco a poco le forze le venivano meno e sentiva il cuore battere sempre più lentamente. L'oscurità prevalse quando si sentì svenire. Percepì le labbra dell'uomo su di lei, poi i suoi denti sembravano mordicchiarla. Pensò che la volesse violentare. Aprì gli occhi e vide l'uomo trasmutare: i suoi occhi erano due pozzi neri, la pelle sembrava emanare energia pura, che sentiva scorrere sul proprio corpo, e in bocca aveva del sangue. Si guardò il braccio e vide che proveniva da lì... non percepiva dolore ne aveva voglia di urlare. Eppure avrebbe dovuto sentire dolore e urlare per esso.
“Non preoccuparti. Finirà tutto in fretta, mia dolcezza!” le sussurrò lui avvicinando il viso al suo e sfiorandole la guancia con un bacio. Una goccia di sangue le finì in bocca.
“Ora sarai per sempre mia!”
Sentì le forze abbandonarla e la vista le si oscurò di nuovo. Svenne.
Si senti sollevare poi non percepì più nulla. Pensò di essere morta, avvolta nel più assoluto silenzio.
Si svegliò avvolta da una luce soffusa. Sentì il suo sguardo su di sé. Lo cercò e lo vide accanto alla finestra che la guardava.
Si alzò e si diresse verso la porta. Uscì dalla casa. Era in una zona che non conosceva, ma riuscì a ritornare a casa propria. I nervi le cedettero e fece appena in tempo ad arrivare a letto.
Lo vide nei suoi sogni: il suo bel viso le sorrideva e la sua voce la cullava, poi vide i proprio sangue nella sua bocca e percepì il suo richiamo, il suo desiderio per il suo sangue e il proprio desiderio di compiacerlo. Non era possibile che veramente volesse andare da lui, eppure era così. Cercò di resistere.
Non riuscì a stargli lontano che una decina di giorni, poi dovette andare da lui. Aveva bisogno di lui come aveva bisogno dell'aria. Era notte quando il tassista la lasciò all'indirizzo indicatogli.
Il cancello si aprì appena lo toccò. Si incamminò per il giardino ben curato fino alla porta d'ingresso. Posò la mano sulla maniglia e per un momento rimase lì ferma, indecisa. Una parte di sé voleva andare via. Forse doveva darle retta.
“La porta è aperta se vuoi entrare. Se vuoi puoi andartene... se veramente riesci a stare lontano da me. Ma la tua vita sarà molto breve se non stai con me. Ti ho reso mia e se vuoi vivere mi devi stare vicino. Cosa vuoi fare?”
Sapeva che stava dicendo la verità, sentiva la sua mancanza e si sentiva languire per la sua lontananza, ma sapeva anche che se fosse rimasta sarebbe diventata come lui, l'avrebbe trasformata. Aveva fantasticato spesso sui libri di genere, ma che potesse accadere nella realtà... era pronta a tutto quello?
Lui le posò la mano sulla sua e girò il pomello. Spinse la porta e questa si aprì. Le teneva ancora la mano. Si portò il braccio alla bocca e lo baciò.
Lei incrociò i suoi occhi e lui la condusse dentro casa, capendo in quel momento il suo desiderio.
La fece accomodare su un divano e le si sedette accanto. Indugiò con le labbra sul suo collo e lei gli sussurrò:”Fallò!”.
Percepì i suoi denti sulla propria carne, ma non sentì dolore, solo il suo succhiare profondo e la sua estasi. Poi più nulla. Quando si svegliò sapeva che per lei era iniziata una nuova vita.

sabato 26 dicembre 2009

Amore sotto l'abete

La prima neve cade leggera e delicata, solo una spolverata, appena un accenno per annunciare l'approssimarsi dell'inverno, mentre in lontananza le montagne blu mostrano i loro picchi innevati: su di esse la neve cade ormai da tempo e l'aria è fresca e pungente.
Per le strade sagome incappottate vagano nelle direzioni più disparate, solo raramente alcune di esse si fermano a parlare.
Solo i bambini sono allegri e giocano insieme senza problemi, per loro il mondo è ancora tutto da scoprire e magico in ogni suo aspetto. Ed in questo periodo mostra un altro suo lato magico: le strade si rinnovano e si vestono di ardite opere artistiche fatte di luci, che portano le stelle sulla terra a tenere compagnia agli addobbi dei negozi e ai vari Babbo Natale che circolano per le strade, il tutto preannuncia l'approssimarsi del Natale.
La festa porta al ricordo di tempi antichi, quando il Natale è nato, quando in una umile mangiatoia fu deposto Colui che avrebbe redento l'uomo dai peccati e cui si collega il miracolo della nascita e quindi della continuità della vita, simboleggiata anche dall'abete che non muore e conserva le sue foglie per tutto d'inverno, simbolo per eccellenza in molte popolazioni della continuità della vita.
A tenere compagnia al verde abete, e ad aggiungere una nota di colore alla stagione, vi è la Stella di Natale, donata a Gesù da un povero bambino.
La città mutata diventa viva e questa nuova energia pervade l'aria e penetra dai pori della pelle dando nuova gioia alle persone, gioia di vivere e di fare e di essere più buoni. Si ha voglia di stare insieme.

Un'associazione di giovani appassionati di teatro organizza una rappresentazione per il Natale. Il vecchio teatro comunale si rianima e ritorna agli antichi splendori. Il velluto verde smeraldo delle poltrone riappare da sotto la polvere di anni di inutilizzo, il pavimento in mattonelle a mosaico risplende in tutta la sua bellezza, dopo una buona lucidata, e il tavolato di legno del palco mostra tutta la sua splendida venatura.
Si sceglie la rappresentazione e, dopo aver esaminato molte opere di nomi famosi, si opta per l'opera di uno di loro. Vengono modificate opportunamente le vecchie scenografie del teatro e si assegnano le parti.
Iniziano le prove, ognuno ha il suo ruolo e le sue battute e ognuno da vita al suo personaggio con passione.
Ogni pomeriggio sul tardi i membri danno vita alla rappresentazione, rendendo viva la finzione dove i sentimenti si intrecciano e si fondono e si separano per poi riunirsi nuovamente.
Il testo narra la storia di un giovane che si ritrova a dirigere la ditta di famiglia col padre.
Egli si immerge nel lavoro anima e corpo arrivando a pensare anche alla vita come a un lavoro, da cui trarre utili, e se una cosa non è conveniente non ha importanza per lui.
La cosa preoccupa i genitori e gli amici che lo vedono distaccarsi sempre più da loro. Decidono così di tentare un trucco per far ritornare il giovane quello che era.
Uno di loro ha letto di recente “Canto di Natale” e la parte dei tre spiriti gli dà l'idea e, d'accordo con i genitori del giovane, allestiscono la commedia.
La rappresentazione inizia.
Prima il fantasma dei Natali passati: avvolto in una leggera nebbia rivede i Natali della sua infanzia, e i filmini di famiglia danno il tocco finale al primo atto.
Una fumata colorata e il primo fantasma sparisce e un penetrante profumo fa addormentare il giovane. Uno scossone lo ridesta e davanti a lui si trova il fantasma del Natale presente, dove gli fanno vedere che il suo atteggiamento lo ha isolato da amici e parenti: lui il Natale non lo festeggia perché non è economicamente conveniente; la casa dove vive con i suoi genitori non ha l'abito della festa, non c'è l'albero né il presepe né i doni per i suoi genitori.
La sera della festa non c'è festa i suoi genitori sono soli e tristi sul divano e lui immerso nel lavoro nello studio, con un pacco non aperto accanto.
Un'altra fumata e sparisce anche il secondo fantasma, di nuovo il profumo e poi lo scossone e davanti a lui ora si trova un essere incappucciato di nero, che con la mano indica una direzione. Li il giovane vede i suoi amici, ormai anziani, festeggiare senza di lui il Natale.
Un'altra direzione viene indicata dall'essere e qui si trova lui, anziano, solo e non festeggia.
Un'altra fumata e sparisce anche il terzo fantasma, di nuovo il profumo, ma stavolta non funziona: il giovane si muove bruscamente e l'amico che lo doveva addormentare cade in avanti, e il leggero anestetico non sortisce il suo fine.
Il giovane capisce che è stato ingannato e si arrabbia con gli amici ed i genitori.
Tutto il lavoro fatto va perso!

La preparazione della festa procede nella casa del giovane con le ghirlande appese alle porte, nel salone il maestoso abete risplende di mille colori, accanto a esso il presepe e sotto l'albero pacchi colorati fanno bella mostra di sé.
La festa è pronta e i parenti sono stati tutti invitati, ma proprio pochi giorni prima di Natale il giovane parte per motivi di lavoro: deve fare un sopralluogo in una cittadina dove dovrà costruire un albergo.
Qui il Natale è ormai giunto in ogni angolo: abeti innevati e alberi ricoperti da una candida coperta di neve ornano le strade, luci colorate sembrano stelle cadute dal cielo per illuminare il Natale della cittadina, dalla chiesetta si odono canti natalizi intonati da bambini e nella piazza centrale del paese sotto un grande abete decorato, e sotto il vigile sguardo dell'angelo, posto sulla sua cima, si trova l'antico presepe tradizionale del paese: un quadro natalizio toccante.
La cosa però non tocca più di tanto il giovane, che intende solo fare il suo lavoro e si inoltra, per la strada ghiacciata, verso il sito dove sorgerà l'albergo. Giunto sul posto lo esamina e lo approva, si incammina per la stessa strada ma un piede slitta e lui, perdendo l'equilibrio, cade a terra, scivolando per la strada in discesa e va a sbattere.
Viene subito soccorso e condotto all'ambulatorio medico dove viene appurato che non ha nulla. Per sicurezza il dottore lo trattiene alcuni giorni ma c'è un problema: ha perso la memoria e con sé non ha documenti, inoltre nessuno in paese lo conosce.
Poiché sta bene non può occupare un letto in ospedale, così il dottore lo sistema presso una cara amica e sua figlia.
Le due donne accolgono volentieri il giovane e subito lo fanno sentire a casa sua. Lo coinvolgono nei preparativi per la festa con gli amici e negli acquisti dell'ultimo minuto.
La voglia di festa è palpabile e lo coinvolge completamente, e questo lo fa sentire strano: è come se qualcosa che non aveva mai provato prima gli riempisse il corpo e la mente; le luci colorate e i decori lo ipnotizzano e nella sua mente alcune immagini si fanno strada: vede un bimbo con dei balocchi vicino a un albero di Natale e vede delle sagome di un uomo e di una donna, ma non ne distingue il volto, sente delle risate di gioia e ode quelle sagome chiamarlo, ma quel nome sparisce subito dalla sua mente.
Di una cosa è sicuro: quel bimbo è lui e quelli sono i suoi genitori.
La vicinanza della ragazza lo riporta alla realtà: devono tornare a casa e prepararsi per la festa di quella sera. Tornare a casa, la cosa strana è che sente veramente quella casa come se fosse la sua, anche se in realtà non lo è.
La cena è un successo, e ora tutti insieme vanno alla piazza centrale ad ascoltare il coro di bimbi nell'attesa della mezzanotte.
I canti, l'abete, il presepe, la neve e un manto punteggiato di splendide stelle pregnano di magia l'aria, magia dalla quale tutti i presenti si lasciano avvolgere, le voci è come se diventassero una sola, mentre tutti si prendono per mano, a suggellare lo spirito di bontà e amore proprio del Natale.
Scandita dai dodici rintocchi dell'antica torre dell'orologio del municipio e dall'apparire del suo angelo, come succede a ogni Natale, giunge la mezzanotte, e dal gruppo si stacca una bimba che, avvicinatasi alla mangiatoia, vi depone il Bambin Gesù, poi si riunisce al gruppo e il prete inizia la messa. Un segno di pace, di auguri e di saluto è il commiato della notte.
Tutti si ritirano nelle proprie case con un grande calore nel cuore.
Anche il giovane prova lo stesso calore: quella festa, i canti, lo stare insieme lo hanno coinvolto e avvolto completamente.
Quella notte si addormenta sereno nel letto e, nel sogno, ha nuovamente dei “flash back” della sua infanzia, ma anche del suo presente, e in questo presente rivede i suoi genitori preoccupati per il suo modo di essere, ed è triste. Ma vede anche un'altra cosa: il volto della figlia della padrona di casa che gli sorride mentre si tengono per mano alla festa, e alla mano sente il calore di quel contatto, che gli dà una piacevole sensazione di benessere.
L'ultima cosa, e la prima, che vede è proprio quel volto, che ora lo sta ridestando dal suo sogno.
Il giovane è soprappensiero, ha riacquistato la memoria ma sente che questo non lo rende completamente felice. Esce da solo, dirigendosi all'albergo alla periferia dove alloggia, si siede nella sua camera e telefona ai suoi genitori. La discussione è lunga e commovente. I genitori hanno ritrovato il figlio di una volta, amante della festa e della famiglia. Da ambo i lati del telefono si sentono singhiozzi interrotti da poche parole accompagnate da lunghi silenzi, interrotti dai saluti. Decide di tornare a casa, ma la felicità di rivedere i genitori è presto soppiantata da una strana e incomprensibile sensazione di tristezza, la stessa che lo accompagna fin dal risveglio. Esce dall'albergo e, senza rendersene conto, si ritrova davanti alla casa che lo aveva accolto in quei giorni, e nel giardino la figura della ragazza intenta a costruire un pupazzo di neve.
Quando questa si volta e, vedendolo, gli va incontro sorridendo per condurlo dentro casa, capisce cosa lo rende triste per il distacco da quella cittadina.

Il treno che lo avrebbe ricondotto a casa sarebbe partito solo dopo due giorni.
In quel luogo non ha solo ritrovato il Natale, ma da esso ha avuto il regalo più bello: si è innamorato e ora non vuole perdere l'amore.
Quei due giorni li passa con la ragazza e per lui sono i momenti più belli della sua vita: mano nella mano girano per il paese soffermandosi davanti all'albero e al presepe della piazza centrale, dove è avvenuto il primo determinante contatto, quello che ha aperto il suo cuore all'amore.
Quel giorno decide di far venire lì i suoi genitori, e concorda con il prete il matrimonio.
Nella chiesa ornata a festa con Stelle di Natale, agrifoglio e vischio, fa il suo ingresso la sposa nel suo abito candido come la neve e, tra la gioia degli astanti, i due giovani vengono uniti in matrimonio.
Davanti al portone decorato di foglie d'oro della chiesa, soffice e candida neve cade lieve sui due giovani sposi incorniciando il bacio che i due si scambiano come promessa del loro amore.

La rappresentazione finisce tra l'ovazione del pubblico, i cui applausi risuonano dentro e fuori il teatro per lunghi minuti, ripagando della fatica i giovani attori dilettanti, che dal palco ringraziano con sorrisi e inchini.

lunedì 6 agosto 2007

Il sogno

Ci siamo da poco trasferiti nella dimora che ha visto nascere generazioni di membri della mia famiglia.
E' un piccolo palazzo con una torre merlata, da dove si gode il panorama della brughiera i cui profumi portati dal vento riempiono l'aria e chi la respira.
Ricordo ancora i vecchi racconti fantastici che mi narrava mio nonno quand'ero bambina, mentre la nonna mi preparava uno dei suoi deliziosi dolci. Allora credevo a quei racconti come se fossero reali, ed ancora oggi, nelle notti di luna piena, quando tutto si colora di una luce argentata, la natura sembra veramente fatata, come se da un momento all'altro un elfo dovesse uscire dalla sua casa, celata in un albero, col suo vestito verde foresta per andare al rituale raduno insieme a fate e gnomi, per festeggiare la natura nel suo rigoglio.

C'è una splendida luna piena nel cielo punteggiato di migliaia di stelle, la osservo prima di chiudere le tende, quando una luce appare e scompare in un istante, illuminando la mia stanza.
Chiudo le tende e faccio per andare a letto, senza dare troppa importanza allo strano fenomeno, quando una voce melodiosa mi saluta. E' strano ma non sono spaventata.
Un esserino vestito di verde, che sembra proprio uscito da un libro di favole, mi si avvicina. Mi prende la mano in modo deciso, ma senza farmi male, mi sorride; una luce morbida e vellutata ci avvolge e mi ritrovo in mezzo ad un prato illuminato da lucciole, dove alcune leggiadre ed eteree creature danzano in circolo al suono di arpe e flauti.
Tutt'intorno splendidi fiori profumano l'aria di sogno.
Vi sono altre figure dall'aspetto delicato e il mio accompagnatore mi conduce al cospetto di colei che deve essere la regina.
Mi accoglie con un dolce sorriso e mi fa accomodare accanto a lei.
Dall'altro lato della regina un ometto dalla lunga barba bianca ricama l'aria con le dita ossute e bisbiglia qualcosa ... dal nulla appare un ciondolo a forma di cuore con i riflessi dell'iride.
La regina mi porge quella pietra liscia e leggera dicendomi di tenerla sempre con me, come segno della sua amicizia e di quella del suo popolo.
Viene servita una bevanda dolce e profumata.
L'aria di festa e la dolce melodia mi avvolgono, il mio accompagnatore mi porge nuovamente la mano e mi ritrovo nella mia stanza ... E' mattina ed è ora di colazione.
Si trattava sicuramente di un bellissimo sogno ma ... sul comodino vi è la pietra colorata a forma di cuore.
Attacco il ciondolo alla mia collana e raggiungo gli altri in sala da pranzo.
I miei nonni e i miei genitori mi osservano e mi chiedono a cosa è dovuta tutta la felicità che mostra il mio viso.
“Ho fatto un bellissimo sogno!” rispondo, non crederebbero mai a quanto mi è successo.

Non prendete quel bus

Un trafiletto in una rivista dal dentista parlava di uno strano caso percepito da una sensitiva. Aveva comunicato con l'anima di una persona scomparsa misteriosamente che gli raccontò la sua avventura:
“La primavera si era decisa ad arrivare ed il sole splendeva alto in un cielo azzurro e limpido, decise di uscire a fare una passeggiata nei soliti posti. Per giungere in quei luoghi prendeva il bus sotto casa, poche fermate, solo una decina di minuti, e sarebbe arrivata. Eccolo, fece cenno ed entrò, c'era un posto e sedette, mettendosi comoda a guardare dal finestrino. Ancora due fermate e sarebbe arrivata al capolinea in centro.
Il vociare dentro il mezzo si perse nell'aria e solo frammenti di parole giungevano confusi con gli altri mezzi discorsi tanto da risultare, in alcuni casi, perfino divertenti.
Il bus continuava il suo viaggio. Si fermò e salirono delle persone che iniziarono a conversare proprio accanto a lei, ma continuò a godersi il panorama senza ascoltarli.
Poi qualcosa attrasse la sua attenzione, un odore strano, si voltò e vide che le persone sul bus avevano un aspetto molto strano: o andavano tutti ad una festa in maschera o era finita dentro una delle avventure di Dylan Dog, infatti sembravano cadaveri che camminavano.
Con cautela si avvicinò alla porta d'uscita e suonò, il bus si fermò e alcune 'persone' scesero, scese i gradini ma qualcosa le impedì di uscire, velocemente provò l'altra porta, ma il risultato fu lo stesso. Sentì ridere alle sue spalle ed una voce le disse: 'Quando sarai come noi allora potrai scendere e passeggiare per la città! Questo è il bus dei morti e se ci sale un vivo non scende più finché non muore!'
Quello che non capiva era il motivo per cui era riuscita a prenderlo, poi capì tutto...”