È stato quando avevo 15 anni che ho letto questo libro e ho capito che avevo bisogno di andare a fondo.

Non ho mai smesso di scendere,  affondando il naso nell’abisso maledetto ma, ogni volta, tornando su e riprendendo il fiato, è stato sempre più difficile trovare l’agio nelle relazioni umane.

Isolamento e auto inviluppo sono le due chiavi che ho più attuato, pur restando funzionale ed efficiente. Forse più del dovuto, più del richiesto e più del necessario. Il delirio di onnipotenza istigato dal senso di perfezione.

Per spirito di preservazione memoriale, dovrei e vorrei scrivere dell’altro: il perché sto scrivendo questo adesso, ad esempio.

Non è il momento, ma le keywords (che dimenticherò probabilmente) sono: negozio, 365 giorni in continua rincorsa del bilanciamento emotivo, poliamore e poliodio, testimone di nozze, terapia.

Ciao.

È passato un solo mese dall’ultima volta in cui ci siamo salutati con il solito arrivederci, prenditi cura di te, cerca di volerti bene, trova la serenità di cui hai bisogno.

È un mese che equivale allo spurgo di una ferita infetta, che espelle tossine e quando sta per guarire pensa che sia già ora di tornare a fare salti fra i rovi, invece è lì che bisogna stare più attenti.

Oggi ho avuto un insight incredibile: la mia è un’esistenza palafitta.

Sono stata cresciuta in una famiglia palafitta, da una madre palafitta,… Un mondo in cui è ovvio saper fare di necessità virtù, di resilienza normalità, di invenzione consuetudine.

Nell’esistenza palafitta è normale dover stare quotidianamente a controllare che tutto sia a posto, rinforzare paletti, asciugare qua e là, isolare, riparare, sostenere, costruire. E nel frattempo fare, vivere, costruire.

In questo mondo è normale saper fare cose complesse fin da bambini.

Nelle emergenze scopro di avere risorse inconsuete, che salvano me e gli altri.

Mi piacerebbe essere salvata: non per chissà quale sogno romantico, ma giusto per sapere come ci si sente.

È passato solo un mese. Ci siamo incontrati per caso. Poi l’alluvione.

ci sono pensieri che penserei per ore, tipo te. /che guarderei per ore.

(o gli irrigatori che bagnano i prati e fanno l’arcobaleno)

(o i bambini che raccolgono pezzetti di cose qua e là, perché hanno in mente un gioco per cui gli serviranno di sicuro)

(o quella volta che ci siamo incontrati casualmente in centro e mi hai guardato come fossi la più bella del mondo, l’unica nel mondo)

(o quel giorno in cui mi hai detto che non potevi darmi quello che chiedevo e io, non avevo ancora chiesto niente che dello spazio e del tempo).
   

Se ci penso mi manca il fiato.

Non sono brava a non pensarci e non sono brava a sopravvivere senza respirare.

Non funzionano i meridian flowers e neanche i fiori australiani.

Riuscire a svuotare questo gorgo mostruoso è un’impresa che non so condurre.

Pare il tempo un cui tutto è patologia, tutto è categorizzato. Ogni forma espressiva, perché esista, sembra necessario abbia un nome: se non ha un’etichetta, non esiste (ciao Kant, ciao Aristotele).

Cosa sei?

Cos’hai?

Di dove sei?

Cosa fai?

Domande basiche la cui risposta determina una cascata di elaborazioni da parte di chi ascolta – stile Matrix, parete nera con letterine verdi che scendono e formulano cose.

Io vorrei due cuori e almeno due vite, parallele e contemporanee.

Pensandoci meglio, probabilmente sarebbe più intelligente ottenerne almeno tre, di vite, così una la terrei di scorta.

Determinare una certa identità personale mi mette ansia, vera ansia. Ansia da tachicardia, quella che istintivamente tendi a domare ed anticipare, spostando il pensiero altrove.

Non sono abile nell’atto della condivisione di spazi. È qualcosa che mi piace poco e anche raramente.

Non sono stata educata a questo principio,… forse è che non sono cattolica (ecco una categoria).

Sono cresciuta in un contesto in cui mia madre non prestava nulla, ma piuttosto comprava ex novo e donava, in un atto di apparente generosità (è una cosa che faccio anch’io, pari pari, uguale uguale). Lei stessa, per oltre 30 anni ha avuto una relazione fissa con un uomo con cui non ha mai voluto condividere il tetto.

Ragionavo su cos’è l’amore, dopo aver letto melense frasi si Instagram ed ecco, sì, per me l’amore è condivisione. Una delle cose più difficili per me, che riservo a poche anime che probabilmente non immaginano quanto sia complesso per me aprire quel varco e lasciare che entrino.

È per questo che non amo tutti, per questo non sono adatta a stare in contesti massivi, in situazioni amorfe in cui non ho riferimenti affidabili. È difficile dire cosa sono, qual è la mia patologia, cosa faccio.

Posso dire cosa sono e appena conclusa la frase vorrei già dire l’esatto opposto, perché dipende dai momenti, dai giorni, da chi c’è davanti a me.

Vorrei dire che ho una patologia comportamentale, neurologica, Sì sono un Asperger anch’io, ma poi chi glielo spiega che scherzavo, ma non si scherza con queste cose, come ti viene in mente, pensavo fossi seria.

Eh. Come concludo?

Così.

È un tracciato che conosco e riconosco anche al buio, dopo mesi-anni-giorni di distacco.

Enzimi su enzimi sprigionati continuamente Nuvole di enzimi diffuse tutto intorno.

Gli enzimi sono proteine prodotte nelle cellule vegetali e animali, che agiscono come catalizzatori accelerando le reazioni biologiche senza venire modificati.

Non riesco a smettere di pensare a te, sto continuando ad immaginarci abbracciati e fusi insieme.
Le tue parole mi hanno preso a sberle il cuore, ho il fiato più corto da due giorni e se non sono impegnata a fare cose, mi compari tu sul maxischermo dei pensieri e resto fissa lì davanti finché non mi addormento.

Ci sono migliaia e migliaia di storie come questa, hai detto, e che siamo banali, hai detto.

Niente di speciale per noi, solo un déja vu in loop eterno.

Che mi ami, che ti amo, che non c’è altro da dire se non che hai sbagliato tutto. Hai detto.

La mia scissione interna è sempre più manifesta. È come se stessi toccando la cucitura che tiene insieme le due parti, mai con la chiarezza di ora. C’è uno spazio di consapevolezza nel mio essere tagliata in due che è drammatico e disperato. Non so come usarla, cosa farne, se sarò mai in grado di essere Una o se è tutta una semplice questione di gestire la moltitudine di sé stessi.

Freud lo ha chiamato Spaltung, io lo chiamerei più precisamente Grande rottura di coglioni con stati di alienazione e disagio. Grande, sì, come la Grande Muraglia che non la vedi veramente dalla Luna, ma certo piccola non è.

Tempi sbagliati.

Spazi giusti.

In passato li avrei cannati entrambi, ma perché crucciarsi? Un buon 50% è meglio di niente.

    Chi non ha mai provato la nostalgia e la malinconia non conosce il gusto prelibato della dolcezza che si fonde con l’amaro e si mastica mastica mastica.

Non conosce la sensazione avvolgente dell’abbraccio della piovra e del bacio di un tentacolo.

Chi non si è mai crogiolato nei fumi del passato, nella melanconia di quello che non esiste più e che non potrà tornare mai, oh… Quello è un uomo che deve esperire ancora tanto e, il Signore lo abbia in gloria, che gli abissi non lo spaventino. Si governa quel che si conosce.

A te piace il limone?
Ti piace il profumo dell’arancia amara e della mandorla acerba?
Ti piace premere leggermente sul livido per sentirne la presenza?

Dopo il nostro incontro sembra che la linfa torni con difficoltà a fluire nelle gambe. Alzo il volume nelle cuffie, cerco di soffocare la sensazione di vuoto rimasta aggrappata addosso uscendo di casa. Ci siamo lasciati di nuovo, ancora una volta, pregandoci di non rovinare tutto tornando indietro su quel che è stato. Chiedendoci di aver cura dei ricordi, senza che questi disturbino il presente.

Quei due si erano conosciuti da pochi mesi e pensavano che null’altro potesse andare meglio di così.
O forse no, forse potevano spingere più forte, puntare oltre…
Comprano una casa, lasciano quella splendida in cui avevano costruito le fondamenta della loro relazione.
Lei vacilla, lui sicuro e saldo difronte al cambiamento.

Mariam improvvisamente realizza di essere incinta, come già pensava nelle molte settimane precedenti, quando non era ancora vero, quando sentiva forte la sua fertilità, pur senza aver sfiorato nessun uomo.
Sente di poter vivere al di fuori di sé, in un nuovo neonato essere umano, ma trema e vomita tutto prima ancora di averlo ingerito.

“Dici che mi vuoi, perciò… mi avrai.
Dici che mi sai… E poi, si sa…”

Nelle cuffie canta Mina, mi copre di miele amaro i pensieri.
Avanzo e intanto penso.
Mi hai detto che hai sbagliato.
Non hai sbagliato, non c’è niente di sbagliato, è stato così come diversamente non poteva essere.

Sul muro, mentre ho le gambe pesanti e le piante dei piedi gelate, leggo una frase che sembra più una beffa, che un monito saggio.
La carta è stata stracciata via dal vento e da chissà chi. Resta leggibile soltanto parte di un messaggio rivoluzionario, forse a marchio ultras, forse di qualche nostalgico portuale rivoluzionario…
Leggo soltanto “Abbiate sempre paura de… scegliere”.

E’ proprio così: scegliere è rinunciare a qualcosa, in favore di qualcos’altro. Prevede ed implica coraggio.
Non si può avere coraggio se non c’è prima la viscerale paura, se non c’è la sfida al sentimento più vero e travolgente: la Paura.
Riconoscerla a sé stessi, ammetterla quando si è in due, sapersi immergere e poi risalire dopo l’apnea, per prendere il respiro più essenziale che esista.

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