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Romanzo di Alice Banfi

Alice cresce nell’amore e nel caos di una famiglia ‘diversa’. Il suo sogno di bambina è diventare pittrice. Col tempo il sogno di Alice si trasforma  in rabbia, che riversa per lo più su se stessa, sul suo corpo con l’alcool, l’anoressia, picchiandosi e infliggendosi tagli sempre più profondi.

Arriva il primo di una lunga serie di ricoveri in reparti psichiatrici.

“Quello che loro mi dicevano era che la mia malattia era una malattia genetica, scritta nel mio dna, dalla quale non si poteva guarire.

Quando ero in SPDC, combattevo con tutte le mie forze per trovare un’altra via di fuga, che non si limitasse alla finestra lasciata aperta per sbaglio dall’inserviente o a sgattaiolare dal passavivande della cucina.

La mia arte era sicuramente il modo migliore per scappare, per protestare, per farmi sentire ed anche per coinvolgere gli alti sofferenti come me.Passavo giornate intere a dipingere quel corridoio e le persone a me care che lo abitavano.

Addobbavo la mia stanza con fiori, pigne, disegni e figure.

Una volta feci un meraviglioso collage, ci misi tre giorni e tre notti e lo appesi… percorreva tutto il perimetro della mia stanza come una tappezzeria, vennero tutti a vederlo, e sprigionava gioia. Venne anche il primario a vederlo… e a ordinare di toglierlo; queste cose, disse, in ospedale non si fanno. La mia opera fu distrutta…….”

Un libro che consiglio di leggere non solo perché è a lieto fine ma perché è un racconto sincero e (auto)ironico. Insieme ad Alice rideremo e piangeremo e forse capiremo un qualcosa in più su quello che noi chiamiamo “diversità”, perché davvero c’è da domandarsi “chi è il vero matto in questa storia?”

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