Giorni migliori

Possiamo, per favore, far finta che l’ultimo decennio di film e spettacoli televisivi non esista? Immaginarci un salto temporale, un’amnesia collettiva che faccia dimenticare quanto è stato proiettato o trasmesso? Perché mi sembra che buona parte di queste opere sia stato un tentativo più o meno velato di distruggere tutto ciò che di buono e bello era stato fatto prima.

Mi limito ad alcuni esempi. Star wars ha plasmato, in qualche maniera, la mia giovinezza e non solo la mia, un riferimento culturale per almeno una generazione. Se i prequel, episodi 1, 2 e 3, già avevano incrinato quella fede, la trilogia finale l’ha affossata. Si salvava ancora qualcosa, Rogue One, Mandalorian prima stagione. Ma l’ultimo show, The Acolyte, beh…

La nuova serie di Star Trek, Starfleet academy, sembra avviata sulla stessa china. O meglio abisso, a guardare le recensioni.
Potrei andare avanti. Indiana Jones. Doctor Who. Witcher. L’universo Marvel. I cartoni Disney. Perfino Tolkien, hanno cercato di far fuori, andate avanti voi. Sembra quasi ci sia un gusto perverso nel rovinare i bei ricordi, le interpretazioni eccezionali, i capolavori. Non penso sia solo incapacità e mancanza di fantasia. Non è omicidio colposo, è premeditato.

Certo, lo so bene, fare un seguito è complicato, specie di qualcosa che è una pietra miliare fissata nel cuore di tante persone. Però non è impossibile addirittura migliorarsi, potrei citare il Padrino o i primi due Guerre Stellari. Ma qui si tratta di qualcosa di più profondo di una seconda puntata mal pensata o arrabattata in cerca di soldi facili.

Si potrebbe affermare che la mia sia nostalgia da boomer, ubbie di un fragile bianco arrabbiato e odiatore. Ma lo stravolgimento del cosiddetto “canone”, del testo originale, è palese, giunge in alcuni casi fino al rovesciamento completo. La trama è spesso penosa, i dialoghi improbabili, i personaggi sgradevoli fino a diventare macchiette dell’originale. Paragonate Crudelia Demon, l’inequivocabile cattivissima della Carica dei 101, con il suo omonimo film. Lei è solo traumatizzata, i cattivi sono i dalmata. Biancaneve, signori, Biancaneve. Galadriel. Il povero imbolsito Indiana. Più che amore verso gli originali, pare si sia mossi dall’odio ai medesimi.

Colpiscono alcune similarità tra i titoli sotto accusa. Ad esempio, che i critici “ufficiali” lodino o limitino la stroncatura. In alcuni casi le stellette da loro attribuite sono il doppio o più di quelle del pubblico che alla fine fugge. Non credo sia casuale lo scollamento, perché di fatto critici, registi, produttori e attori condividono quasi sempre una cultura comune, quel “woke” che ha firmato tutti questi irricevibili sequel. Nel giro, tiri dentro quelli che la pensano come te. Forse il problema principale è proprio questo: una ideologia che si autoalimenta e si è distaccata dalla realtà delle persone. Non è un ragionamento solo mio, è un’analisi che spesso ho ritrovato nei commentatori più consapevoli. Persino in South Park, tanto per dire.

La soluzione, temo sia quella che suggerivo all’inizio, in attesa di giorni migliori. La cricca di cui sopra sta ormai affondando sotto il peso dei suoi fallimenti. A guardarli e a trovarli piacevoli ormai sono i soli Guidobaldo Maria Riccardelli di fantozziana memoria. Il resto del pubblico cita il famoso commento del protagonista sulla corazzata e passa ad altro.


Memorie

Il cielo cerca di farmi dimenticare che è ancora inverno. Torno verso casa portando il poco pane per il finesettimana.
Passo accanto alle mie vecchie scuole. L’aula di prima elementare, ricavate dalle stalle dell’antico castello, con le mura di mattoni spesse un metro; quelle di classi successive, in pesante ristrutturazione. Lì andavo in palestra, su per quelle scale c’era l’ufficio del preside. In quello spiazzo ora ingombro di travi lasciavo la bicicletta, una pesantissima graziella, quante volte la trovai smontata. Chissà che fine ha fatto la mia maestra, da mezzo secolo non so più niente di lei. Quel suo bambino di poco più giovane di me, dove sarà ora.
Sulle pietre del vialetto camminano fantasmi, spettri infestano quelle mura. L’aria assume il colore di bambini che corrono, più inconsistenti del fumo, verso il loro futuro che è anche il mio, verso il mio passato che è anche il loro.
Quelli che ancora vedo, grigi pure loro. Quelli che non ho più rivisto, quelli che non rivedrò più.
Proseguo andando incontro al presente con gli altri passanti forse, come me, schiacciati sotto il peso di impalpabili memorie.

Soddisfazione divina

Dio era soddisfatto di se stesso. Finalmente, la società umana era molto più sicura e pacifica. Non vi era di fatto più nessuno che praticasse il male. Ci aveva messo un po’ forse troppo, ma alla fine era giunto a un risultato soddisfacente. Le strade erano sicure. Gli omicidi erano spariti. La pace regnava sulla Terra, guerra e menzogna bandite per sempre. Poteva lasciare un orologio d’oro su un tavolo in una via trafficata ed era sicuro che l’avrebbe ritrovato il giorno dopo nello stesso posto. Non era un vuota vanteria: ci aveva provato davvero. La mattina seguente era ancora là. “Tu sei stato l’ultimo”, aveva detto alla testa coperta di mosche appesa proprio sopra.

Com’è bello essere soddisfatti del proprio lavoro.

Sperava proprio questa volta di averli eliminati tutti, i malvagi. Ci aveva provato già parecchie volte, ma c’era sempre una categoria che in precedenza aveva sottovalutato e risparmiato. Alcuni che sembravano buoni e non lo erano. Aveva dovuto eliminare razze intere perché irrecuperabili, pazienza per quelli apparentemente innocenti tra loro. Anche i bambini sarebbero diventati cattivi adulti, meglio prevenire. Certi mestieri, certe classi sociali semplicemente non rientravano nel suo piano. Aveva provato a rieducarli, ma alla fine si era dovuto arrendere all’evidenza, non erano riformabili. Adesso sì che erano rientrati nel piano: il suo tempio maggiore l’aveva fatto costruire proprio lì, dove li aveva stipati strato su strato. E’ incredibile quanti cadaveri ci vogliano per riempire una vallata. Un memento per i buoni che venivano a inchinarsi alla sua effige, a cantare le sue lodi, a sacrificare quanto permetteva loro, grati che lui gliel’avesse concesso.

Qualcuno l’aveva chiamato dittatore. A lui non disturbava troppo. Era un termine antico, del tutto rispettabile. Il fatto però che per quei qualcuno fosse dispregiativo l’aveva costretto ad agire. Non ti puoi permettere cattivi pensieri contro chi ti dà la pace, la prosperità. Sarebbe malvagio. Come quelli che affermavano che lui togliesse la libertà. Ridicoli. Ogni legge che lui proponeva veniva approvata all’unanimità. Non voleva forse dire che le sue idee erano condivise, davano la felicità perfetta? Sotto il suo dominio ognuno poteva pensarla come voleva, non pretendeva certo che la sua fosse l’unica verità. Erano solo i brutti pensieri, quelli che differivano dai suoi, quelli che proclamavano punti di vista inaccettabili che occorreva censurare cancellando le menti malate, purgando le ridicole antiche credenze.

Aveva dichiarato guerra a chi offendeva la pace, cancellato chi pronunciava menzogne, imprigionato chi metteva in dubbio di essere libero. Non c’era posto per altre divinità oltre a lui stesso, sulla Terra. Il vecchio Dio aveva fallito nel suo compito, lui c’era riuscito. La spiritualità, quella vecchia credenza senza prove, aveva cessato d’esistere. Lui era il Dio della materialità che concedeva i diritti agli uomini, il giudice supremo che non poteva sbagliare. Il genio finale dell’umanità, l’unica divinità di cui essa avesse bisogno. I numeri non mentivano, le antiche pratiche erano ormai abbandonate. L’epoca dell’oro era ormai giunta. Tutto era ormai perfetto, tutti liberi e soddisfatti.

Se solo non avesse avuto quella strana fitta alla testa.

Dio non lavora all’ingrosso

(…) Quando non riconosce il valore e la grandezza della persona in se stesso e nell’altro, l’uomo di fatto si priva della possibilità di fruire della propria umanità e di entrare in quella relazione di solidarietà e di comunione con gli altri uomini per cui Dio lo ha creato. È, infatti, mediante il libero dono di sé che l’uomo diventa autenticamente se stesso, e questo dono è reso possibile dall’essenziale «capacità di trascendenza» della persona umana. L’uomo non può donare se stesso ad un progetto solo umano della realtà, ad un ideale astratto o a false utopie. Egli, in quanto persona, può donare se stesso ad un’altra persona o ad altre persone e, infine, a Dio, che è l’autore del suo essere ed è l’unico che può pienamente accogliere il suo dono.
Giovanni Paolo II, Centesimus annus, n.41

Mentre rileggevo la “Centesimus annus”, a mio parere una delle più belle encicliche della storia della Chiesa, mi ha colpito un pensiero. Cioè che Dio non lavora all’ingrosso.

Qualcuno potrebbe dire “Dov’è questa redenzione? Gli uomini continuano ad ammazzarsi tra di loro, proprio come duemila anni fa”. Pensiero estremamente sciocco, perché gli uomini non si ammazzano come duemila anni fa. Duemila anni fa i prigionieri di guerra venivano uccisi o schiavizzati, in tutto il mondo. A proposito, sapete che gli schiavisti arabi hanno trafficato molti, molti più schiavi dall’Africa verso le loro terre e l’Asia di quanti andati in America? Allora, dove sono finiti i loro discendenti? Semplice, non hanno avuto discendenti. Li castravano.

Da secoli in Europa non è più così. Da poco, nel resto del mondo non è più così. Perché no? Cos’è che nel resto del mondo non c’era?
Leggo nell’Enciclica di cui sopra:

Non è male desiderare di viver meglio, ma è sbagliato lo stile di vita che si presume esser migliore, quando è orientato all’avere e non all’essere e vuole avere di più non per essere di più, ma per consumare l’esistenza in un godimento fine a se stesso.
È necessario, perciò, adoperarsi per costruire stili di vita, nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti. (36)


e poi

Si avverte in ciò, prima di tutto, una povertà o meschinità dello sguardo dell’uomo, animato dal desiderio di possedere le cose anziché di riferirle alla verità, e privo di quell’atteggiamento disinteressato, gratuito, estetico che nasce dallo stupore per l’essere e per la bellezza, il quale fa leggere nelle cose visibili il messaggio del Dio invisibile che le ha create. (37)

Ditemi, quale altra filosofia o religione dice questo?
Notate: questo discorso è diretto all’uomo concreto, a te e a me. E’ nella decisione del singolo uomo che c’è tutto il peso della sua sorte eterna.
Non stupisce, quindi non può stupire che nonostante tutto le guerre continuino, il male permanga. Perché una persona può decidere di conservarsi quella visione meschina di possesso. Può decidere di non stupirsi di quello che vede, di sbeffeggiare la verità e la bellezza.

Cosa avrebbe dovuto fare dunque Dio, per fare cessare le guerre? Schiacciare questi malvagi? Fulminarli al minimo errore? Scendere con tutta la sua potenza divina in maniera da negare loro la libertà di negarlo, annullando ogni possibile redenzione?

Dio non lavora all’ingrosso. Ha scelto di venire in un modo in cui la libertà di tutti sia rispettata; la verità evidente, per chi vuole vederla. Persona per persona. Scelta per scelta.
Gli altri rimarranno sugli scaffali.

L’antidoto

“Una democrazia senza valori diventa facilmente un totalitarismo visibile o nascosto, come dimostra la storia”
San Giovanni Paolo II (1991) in “Centesimus Annus” nr. 46

La frase che ho appena citato, se era già evidente ai tempi in cui fu scritta, oggi lo è decisamente di più.
Ma, mi domandavo, qual è il meccanismo per cui ciò avviene? E qual è l’antidoto?

Una parziale risposta mi è arrivata meditando quest’altra citazione, ancora da Aleksandr Solzhenitsyn:

“Lenin… analizzando perché la Comune di Parigi fu sconfitta… giunse alla conclusione che la Comune non aveva fucilato… abbastanza dei suoi nemici. Aveva distrutto troppo poca gente, in un momento nel quale era necessario uccidere intere classi e gruppi. E quando giunse al potere, Lenin fece giusto questo”.

La democrazia, di per sé, non è che la somma dei desideri delle persone. Chi sa orientare questi desideri può impossessarsene. “Gli uomini, che più di ogni altra cosa bramano il potere“, scriveva Tolkien. I valori sono un limite, un argine, quando sono riconosciuti come qualcosa di più grande dei nostri appetiti. Quando i valori non ci sono, o sono usati e messi a disposizione del potere stesso, magari creati consapevolmente da esso per dominare di più, cessa qualsiasi limitazione. Per cui si può credere che basti un voto per decidere del bene, o del giusto, o del vero, senza capire che quello non è il vero o il bene o il giusto ma solo un’immagine artificiale pensata per permettere a chi comanda di comandare meglio. Lenin, forse, era davvero convinto di fare il bene sterminando i suoi nemici, perso nel suo stesso sogno.

Ma se anche i valori possono fallire, cosa ci rimane? Il cristianesimo risponde, aderendo a qualcosa di più grande dei valori, alla fonte stessa dei valori. Distaccarsi dalla volontà di possesso, perché siamo già posseduti da Cristo. Possedere nel distacco, perché perdendo tutto riguadagniamo tutto cento volte. Per cui si diventa grandi nella carità, dando tutto senza pretendere niente; grandi nell’amore, grandi nella verità, nella giustizia, nella bellezza. Capire che le cose non sono nostre, ci sono date. E’ quel concetto che si chiama verginità, di cui quella sessuale non è che una minuscola parte. Concetto semplicissimo, eppure così complicato da comprendere in una società che fa del possedere la sua ragione d’essere, del divorare il suo modo d’agire.

Senza di essa, continueremo a pensare di non aver fucilato abbastanza nemici.

I piccoli atti e la causa di tutto

Vista la discussione dei giorni scorsi, vorrei semplicemente riportare le parole di due grandissimi uomini che hanno vissuto sulla loro pelle cosa significa un mondo dove il diritto e le leggi sono arbitrio dei potenti.

Coloro che pensano che l’uomo si possa fare le proprie regole, che non esista una bussola morale, che il giusto possa essere deciso dai numeri di una elezione, dovrebbero ricordarsi la dura lezione che ci ha insegnato il comunismo nel secolo scorso, dell’immane fallimento che ha causato più morti di qualsiasi altra ideologia nella storia dell’umanità. Anche senza quel nome nefasto ci sono filosofie altrettanto perniciose che ne condividono l’impostazione, giustificano il male, disprezzano la verità.
A questi ricordo che il vero, il bene, la giustizia, il cambiamento, cominciano dalle piccole cose, da noi stessi:

“Anche un atto puramente morale che non ha speranza di alcun effetto politico immediato o visibile può, gradualmente e indirettamente, con il tempo, guadagnare significanza politica.”
Vaclav Havel

Ma che, senza qualcosa di più alto a cui fare riferimento, il disastro è dietro l’angolo:

Se mi venisse chiesto oggi di formulare il più concisamente possibile la causa della rovinosa Rivoluzione che ha divorato circa sessanta milioni di nostri compatrioti, non potrei farlo in modo più accurato che ripetere: gli Uomini hanno dimenticato Dio; ciò è la causa di tutto ciò che è avvenuto.”
Aleksandr Solzhenitsyn

Sono tutte uguali

Per qualcuno le civiltà sono tutte uguali; le religioni, una vale l’altra.

Invito quel qualcuno a trasferirsi a North Sentinel Island, dove gli indigeni ammazzano chiunque cerchi di contattarli, altro che immigranti. O in una di quelle società che rifiutano il cristianesimo, che so, il Nord Corea, l’Afghanistan. Qualche anno fa ce n’erano di più, come l’Albania, la Russia comunista, la Germania nazista, ma non è andata loro molto bene.

Quanto alle religioni, perché non qualche bel rito della vecchia America, con i suoi sacrifici umani? O i musulmani oggigiorno, quando decidono che il Corano va preso alla lettera. Non è che altri scherzino.

Quel qualcuno dell’inizio è un coglione, cullato da duemila anni di cristianesimo ma incapace di riconoscerne i meriti. Ne vorrebbe l’abolizione, o edulcorarlo in ciò che gli piace di più.
Se riuscirà, scoprirà che no, le civiltà e le religioni non sono tutte uguali. Ma non potrà pentirsene, perché quelle altre non ammettono il perdono.

Non si può arrestare Amelia

Internet è in fermento per quello che sembra uno dei più spettacolari fallimenti della propaganda mai visti. Eterogenesi dei fini, ottenere l’effetto opposto di quello desiderato.

Tutto comincia con un videogioco di propaganda politica sponsorizzato dal governo britannico. In esso, un ragazzo/a (nel gioco il pronome usato è “loro”), Charlie, entra in contatto con opinioni politiche aberranti, come quella che l’immigrazione indiscriminata nuoccia ai valori inglesi, o che detti immigranti siano in qualche modo favoriti dalle istituzioni. Gli si insegna che non deve mettere in dubbio ciò che il governo dice e che non deve cercare di informarsi online, fosse anche visionare statistiche, perché rischia l’arresto. Se qualcuno lo contatta suggerendogli idee estremiste di quel tipo deve essere immediatamente denunciato; se per caso poi lui commettesse l’errore di guardare o peggio condividere i contenuti proposti oppure dovesse iniziare a frequentare questi pericolosi terroristi dovrà essere sottoposto a rieducazione. Ah, la cattivona di estrema destra che tenta il protagonista con la ribellione è una bella ragazza goth dai capelli viola di nome Amelia.

Cosa può andare storto?

Beh, per esempio che detta Amelia diventi la protagonista di innumerevoli meme positivi, in cui lei è l’eroina ribelle che combatte il pensiero unico governativo. Ce ne sono di spettacolari. C’è anche una sorta di anime (“L’ultima rosa di Albione”) e uno, stupendo, in cui incontra i più famosi personaggi dei media inglesi, da Harry Potter a Wallace e Gromit.
Naturalmente il governo è entrato in modalità panico. L’orrido videogioco è stato rimosso, almeno per un po’, su molti social Amelia è bandita o vistosamente ignorata. Ma sembra che il ritmo di pubblicazione di filmati e immagini, specie su X, non stia affatto rallentando. Le immagini prodotte dall’AI in questo sono regine.

Sul serio, davvero si aspettavano che i ragazzi dicessero sì, è bello diventare delatori del regime? Che acconsentissero a non essere curiosi, a non indagare su quanto viene loro proposto, a non farsi domande ma accettare supinamente quanto il potere impone, in una riedizione di 1984 o V per Vendetta? Chiunque abbia messo soldi dei contribuenti britannici in questa idea ha la testa evidentemente tanto infarcita di ideologia da non vedere l’ovvia realtà.

Il bello è che Amelia è l’immagine di qualcuno che non esiste. Può dire quello che vuole.
Non può essere arrestata, letteralmente.

oicifircaS

Per capire cosa sia il sacrificio e perché sia necessario, pensiamo al suo contrario.

Che è l’affermazione di sé su tutto; che è la mancanza di carità egoista; che è l’individualismo che rifugge l’unità.

Perdita di connessione

Nell’attuale contesto si sta verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani: il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità.
Papa Leone

Il Papa qui ridice un po’ meglio quello che tentavo di comunicare nel post dell’altro giorno. O le leggi, i diritti, i rapporti umani fanno riferimento a qualcosa di superiore, di più fondante della forza, del vantaggio personale, oppure fatalmente diventano sopraffazione del debole.
La giustizia diventa ingiustizia, la verità è messa a tacere. Basta guardarsi intorno per capire che è così. Di esempi, per chi vuole vedere, ce ne sono a bizzeffe.

Chi nega questa semplice verità, chi nega l’esistenza di questo livello di riferimento più alto, di un bene e di un male che è la sua assenza, non può spiegare perché occorra seguire la sua regola, la sua legge, il suo diritto. Salvo puntarti una pistola alla testa, se può, irriderti, sognare la tua cancellazione.

Una partenza inattesa

E’ notte fonda. Pubblico il post, quindi mi collego a X per l’usuale tweet di rimando. Mi cade l’occhio sul messaggio precedente, ci metto qualche istante a comprendere. E’ morto Scott Adams. L’annuncia lui stesso con un tweet postumo.

Forse a molti questo nome dice poco. Era l’autore della striscia di fumetti “Dilbert“, che ho spesso citato in passato in questo blog. Era corrosivo, cinico, spesso troppo sul pezzo per essere confortevole. Raccontava difetti del mondo aziendale e non solo. Leggevi e non potevi fare a meno di pensare, anche qui da noi è così. Ridevi a denti stretti, fin troppo facile per me identificarsi con il protagonista.

Proprio essere fuori dagli schemi del politicamente corretto gli è costato caro: con la scusa di un commento bollato pretestuosamente come razzista è stato buttato fuori a calci dal mondo editoriale. Le centinaia di testate che pubblicavano Dilbert gli hanno dato disdetta, dimostrando ancora una volta, se ce ne fosse stato bisogno, che non ci sono peggiori censori di quelli che sbandierano la libertà. Puoi pensarla come vuoi, basta che pensi come loro. Era scomodo, l’hanno fatto fuori.
Non si è dato per vinto, ha continuato su internet, scrivendo. Qualche tempo fa aveva annunciato di essere malato, ma pochi si aspettavano una fine così rapida.

Adams era uno che amava valutare tutte le possibilità, rovesciando gli schemi abituali con un’attitudine che mi ricordava molto i paradossi di Chesterton. Nel suo messaggio finale lui, che in altri anni professava un ateismo scettico, rivela di avere preso sul serio la scommessa di Pascal. Conviene credere a Cristo, perché se è vero vinci tutto, se è falso non perdi niente.

Molti dei miei amici cristiani mi hanno chiesto di trovare Cristo prima di andare. Non sono un credente, ma devo ammettere che il calcolo del rapporto costi-benefici sembra attraente. Così, vado:
Accetto Gesù Cristo come mio signore e salvatore, e attendo di passare l’eternità con lui.
La parte di me che non crede dovrebbe essere velocemente risolta se mi sveglio in paradiso. Non ho bisogno di altro convincimento di questo. Spero di essere ancora qualificato per entrare.


Pragmatico sino all’osso. Non so Nostro Signore, lassù, cosa ne farà di lui, se la fede tardiva che professa siano solo parole o qualcosa di reale, fosse solo speranza.
Ma sono sicuro che è misericordioso e che, qualche volta, le strisce di Dilbert abbiano fatto ridere anche Lui.

1-“Il CEO di Apple dice che un leader dovrebbe ammettere quando sbaglia”
2-“Questo non funziona per me perché io non sbaglio mai. Il meglio che posso fare è ammettere quando l’altra gente sbaglia”
3-“Questo mi sembra manchi il punto”
“Bene, ammetto umilmente che sbagli”.

1-“Non ho numeri precisi, così questo l’inventato”.
2-“Studi hanno dimostrato che numeri accurati non sono più utili di quelli che inventiamo”.
3-“Quanti studi dimostrano questo?”
“Ottantasette”.

Gli statuti del 1442

Il mio paese, Leinì, si dotò di uno statuto nel 1442.
Ancora medioevo. Ma un cittadino che fosse stato ragazzino in quell’anno avrebbe ricevuto, giunto alla mia età, la notizia che un certo Messer Colombo era giunto nelle Indie navigando verso ovest. Appena mezzo secolo separa i due avvenimenti. Hey, nel 1975 usciva Bohemian Rhapsody dei Queen.

Una meritevole associazione ha ristampato, tradotta, l’originale della raccolta di leggi locali. A sfogliarlo si scopre che i problemi di più di cinque secoli fa non erano poi così diversi dai nostri. C’erano furti, c’erano violenze, c’era chi sporcava l’ambiente, chi truffava su carne o vino. Nella maggior parte dei casi la pena era pecuniaria, salvo per casi come l’omicidio.
Tirare un sasso o un pugno contro qualcuno, si pagava; così come estrarre un’arma. Se c’era ferita sanguinante, salvo il caso del sangue dal naso, la pena raddoppiava; ma se a subire il danno era una prostituta o un magnaccia era ridotta di un terzo.
Le pene per adulterio, incesto o sesso pubblico, volontari o no, erano identiche per maschi e femmine, con buona pace di chi il medioevo lo calunnia ancora. Nell’età dei lumi, fino a tempi recenti, aveva cessato di essere così.

La cosa che mi ha colpito di più, però, è la prima pagina, miniata con notevole arte. Quello che si legge, in latino, è l’inizio del Vangelo di Giovanni. Voi direte, perché? Non ci dovrebbe essere un qualche richiamo al diritto, una dedica al sovrano (a quel tempo il Duca di Savoia), un generico appello alla Giustizia, alla Legge?
Vedete, nel medioevo la gente era cretina. Pensava che tutte le leggi derivassero da un ordine naturale e quell’ordine fosse stato stabilito dal Creatore, il quale era sceso sulla Terra per salvare tutti noi. Non sapeva che le leggi sono fondate invece sulla maggioranza, sul capriccio dei potenti, su un qualche diritto deciso da nonsochì. Che chi giudica dovrebbe farlo con rettitudine e non secondo i suoi interessi, politici o di altro tipo.
Così, mettere Nostro Signore nella prima pagina era un modo per ricordare che la giustizia terrena è sempre imperfetta e il giudice finale sarà qualcun altro.
Ma non siamo più nel 1442. In certi versi, purtroppo.

Ancora qui, in parte

Buon compleanno al blog, ancora una volta. Ventuno anni compiuti.

E’ stato un anno di cambiamento. Per un ventennio ho mantenuto il ritmo di un post ogni giorno feriale. Perdonatemi, lettori abituali, diventava sempre più difficile.
Quando ne hai scritti quasi cinquemila, trovare qualcosa di nuovo da dire è complicato. Più di una volta mi sono reso conto di avere ridetto cose già pubblicate in passato, di cui mi ero dimenticato. Mentre un tempo riuscivo a preparare in anticipo i pezzi, ultimamente era sempre la notte fonda a vedermi alla tastiera. Ogni articolo che leggete mi costa minimo mezz’ora, normalmente una-due ore di lavoro e anche più. So di essermi preso troppi impegni, troppe scadenze da rispettare. Adesso che ho preso a scrivere libri, la scelta è spesso tra il capitolo di un romanzo e il pensiero della giornata. Poi, non so, forse non ho più la freschezza o la voglia di un tempo. I blog ormai sono obsoleti, ma nei nuovi social non mi trovo. Scrivo cose che vorrei rimanessero, mentre lì l’effimero è la parola d’ordine.

Così sono sceso a due, tre post alla settimana invece degli abituali cinque. Sapevo che, crollato il muro, sarebbe stato duro mantenere pure questo ritmo ridotto, ed è così. La testa va altrove. L’ora del sonno si avvicina sempre più a quella della sveglia.

Mi piacerebbe tornare ai livelli di una volta, ma è davvero difficile. L’agenda degli spunti è avara di notazioni e non né ho voglia né tempo di combattere battaglie di retroguardia, il tempo si fa veloce e breve. L’invettiva non mi attira, l’attualità è usurata. Racconti? Li accumulo per una eventuale pubblicazione. Meno male che, almeno un giorno all’anno, posso contare su un post sicuro, questo.
Il blog rimane. Non ho smesso di pensare, di annotare, di scrivere. Abbiate pazienza con questa vecchia penna. Leggetemi, anche se un po’ meno.

Evoluzioni

Non so quanti di voi lettori abbiano visto “2001 Odissea nello spazio”, il film di Kubrik del 1969. Venticinque anni dopo la sua ambientazione non siamo ancora per niente vicini a quel futuro immaginato con troppo anticipo. Non abbiamo stazioni commerciali in orbita o sulla luna, né la tecnologia per andare verso Giove. Ma non è di quel futuro immaginario che vi voglio parlare, piuttosto del passato altrettanto immaginario lì descritto.

Per coloro che non sanno o non si rammentano, ricordo come inizia: “L’alba dell’uomo“, ominidi tremanti nelle loro caverne preda di leopardi e fame, finché un misterioso parallelepipedo nero insegna loro come…
Uccidere.

Per il regista (e l’autore del romanzo da cui è ricavato, Arthur C. Clarke), ciò che permette l’evoluzione da perdenti esseri scimmieschi a uomini, o quasi, è la violenza. La forza. La capacità di usare attrezzi non tanto per costruire quanto per prevaricare gli altri. La sopravvivenza del più adatto a un mondo spietato, insomma, a spese dei deboli.

Ma davvero è questo che rende l’uomo tale? Oggi e non solo, nel mondo, ci dicono di sì. Si esalta il diritto del più forte a prendersi quanto vuole. Notate bene, nessuno sfugge a questa logica, nemmeno quelli che la negano a parole. Che la vittima sia una nazione, un cittadino, un bambino non nato.

Nessuno? Quasi nessuno. Molti di quei pochi fanno parte di quella Chiesa che racconta di un Salvatore non giunto alla testa di armate, non omicida, non stupratore, non ladro. Nato come un povero bambino. Morto come un povero condannato innocente.
Che tuttavia ha cambiato il mondo e la vita a chi lo incontra. Non per tutti, non dappertutto, come vediamo, perché la forza e la violenza ancora dominano. Salvo dove non lo fanno più, un luogo per volta, una persona per volta. Senza illudersi, perché si è liberi di rifiutarlo, di rimanere preda della propria violenza e delle proprie illusioni, scimmie omicide. Ma in cosa crede chi lo rifiuta?

Forse è questa l’evoluzione che ci vuole adesso, quella della pace. Chi rimane che ne parla ancora senza usarla come pretesto per la guerra?

Dentro la storia

Il cristianesimo è un fatto storico e concreto. E’ il metodo che Dio ha scelto per essere con noi, probabilmente l’unico che potesse conservare integralmente la nostra libertà.

E’ la storia di un uomo venuto al mondo in una città insignificante di una regione insignificante della periferia di un impero. Non un ricco, non un potente. Chi ha deciso di seguirlo non l’ha fatto per brama di ricchezze, per smania di potere. Che magari ci può essere anche stata, inizialmente, ma che con certezza da un certo punto in poi non poteva più essere una ragione. Non quando rischi la vita, non quando la vita la lasci per non rinnegarlo.

E’ la storia di un uomo che ha cambiato il mondo. Che ha diviso il tempo in due, prima e dopo di Lui. La sua pretesa era di non essere solo un uomo. Chi non l’accetta, non può spiegare tutto ciò che è accaduto e continua ad accadere. Deve negarlo.

E’ la storia di un uomo che è vivo oggi. Perché è risorto. Perché è presente. La Sua presenza tangibile è il luogo che tanti cercano, la pace che tanti desiderano, il senso che a tanti sfugge. E’ l’eterno dentro la nostra storia. E’ il Natale.

Buon Natale.

Ricerche

Non so se avete provato a cercare su Google immagini del Natale. Paginate e paginate di alberi e babbi biancorossi, su cento risultati ce ne sono solo due con la capanna del presepe – sponsorizzati, vendono clipart.
Cercare “bambino Natale” non migliora la situazione. Frugoletti addobbati da elfi battono il Bambinello cento a uno. Gli auguri sono ormai generici, l’unica cosa che ci si può aspettare, per i più fortunati, è un regalo. Il giro commerciale, quanto si è speso di più o di meno, è la notizia dei telegiornali.

Non è un caso. E’ il tentativo di fare dimenticare la ragione per cui Natale si chiama così. Perché i bambini disturbano; i bambini portano una novità, quindi il solo ruolo a cui vengono ritenuti adatti è quello della foto pucciosa, come cuccioli, come gattini. Per vendere di più. Ormai, anche sentirsi più buoni è fuori moda.

Ma la vita non la si può rischiarare con le luminarie, i babbi natale gonfiabili, con i fuochi artificiali. Il moltiplicarsi delle luci esposte dalle case ha un nonsoché di triste, come il tentativo estremo di dare un senso al buio. Il petardo scoppia, e quello che rimane è solo un’eco che si spegne.

Ma il Natale è un fatto reale. E’ una memoria e nello stesso un avvenimento di oggi, perché quel bambino che è nato è vivo ancora oggi. Non nelle ricerche di Google, non nelle lampadine che pulsano nell’oscurità, ma nella vita di persone che l’hanno incontrato. Ancora oggi, duemila e passa anni dopo quella nascita che sì, proprio quella ricordiamo. Non abbiamo bisogno d’altro.

Con noi

Nei giorni scorsi mi sono riletto alcuni miei vecchi post. Uno, in particolare, che ho scritto più di quindici anni fa, esplora in forma di racconto le ragioni del Natale. Se avete voglia di rileggerlo, qui c’è la prima parte e qui la seconda.

Lo stesso tema lo affronta un articolo che un lettore, Antonio Gandolfo, mi ha mandato, in modo un po’ più filosofico. Non fatevi spaventare dai nomi, il succo è sempre quello: di un Dio che se ne sta sulle nuvole, nei pensieri degli intellettuali o nelle sacrestie ce ne facciamo poco. Il nostro Dio ha scelto di immischiarsi con noi.
Buona lettura.

***

Nel corso dei secoli la figura della Divinità è stata analizzata e dibattuta innumerevoli volte, schematizzando, possiamo dire che alla visione delle religioni rivelate (Dio coinvolto nel mondo), si sono contrapposti il Deismo (Dio come Grande Orologiaio), il Panteismo Spinoziano (Deus sive Natura – Dio ossia la Natura) e il Pessimismo Cosmico, ovvero l’idea che i Numi, qualora esistenti, siano assolutamente indifferenti alle sorti del genere umano, come affermava già l’Epicureismo in Antica Grecia.
Quando si discute del concetto stesso di Divinità, se la prima domanda verte sull’esistenza o meno, la seconda riguarda proprio il rapporto che noi, Homo Sapiens, avremmo con tale Entità.
Il Dio dei Filosofi, per dirla alla Pascal, soddisfa intellettualmente, ma la seconda domanda rimane.
Un elemento comune a Deismo, Panteismo Spinoziano e Pessimismo Cosmico è l’escludere qualunque rapporto che tale Essere potrebbe avere con la nostra specie.

Eppure il quesito rimane: assicurata l’esistenza di Dio, cosa cambia per l’Uomo?
L’Epicureismo infatti non rinnegò gli dei, si limitò a dire che non interferivano nelle faccende umane, rendendoli nei fatti, superflui.
Il Creatore dei tre monoteismi è sempre il Motore Immobile di aristotelica memoria, ma è anche un Essere profondamente coinvolto nei drammi umani, tanto da scandalizzare i seguaci delle filosofie già presentate, che lo vedono, per dirla alla Nietzsche, come “umano, troppo umano”.
Eppure, il punto nevralgico è proprio quello, nel Deismo e Panteismo Spinoziano la Divinità garantisce l’ordine dell’universo, ma non instaurando rapporti con l’Umanità, non suscita l’impatto psichico e il fascino estetico delle religioni rivelate, dove invece il Creatore interferisce, legifera, opera miracoli.
Dicembre è mese di festa perché si commemora la nascita di un Uomo che ha affermato, venendo per questo condannato a morte, di essere Dio, così deciso ad entrare nella storia umana da prendere una decisione irrevocabile: diventare uno di noi, un Homo Sapiens. Stavolta non soltanto la Divinità si è interessata agli uomini, ma è addirittura discesa a vivere in mezzo a loro, da qui l’attribuzione dell’epiteto Emmanuele, “Dio con noi”.
Se il Pessimismo Cosmico non lascia alcuna speranza e il Deismo insieme al Panteismo assicurano l’ordine dell’universo, ma senza interesse alcuno per i suoi abitanti, il Dio Cristiano mostra all’Uomo la Sua vicinanza diventando Presenza discreta ma certa, condividendone le sofferenze e chiamandolo figlio.
Rispondendo al quesito, concludo: l’Uomo non è né solo né orfano, “perché un bambino è nato per noi“.

Il refuso

Riemergo alla realtà. Gli ultimi giorni sono stati alquanto frenetici, come avete potuto vedere anche il blog ne ha sofferto. Nel trambusto di mille impegni sovrapposti ho appena spedito la mia ultima fatica, ovviamente accorgendomi troppo tardi di un refuso minore, ma poco importa. Ormai è andata.

Come sempre, quando si finisce un lavoro, quando ciò che avevi iniziato va avanti indipendentemente da te, c’è un senso di vuoto. In un certo senso, come il parto per una donna. Non farò mai quell’esperienza, mi rendo perfettamente conto di quanto rozzo e irrispettoso sia il mio paragone. Però, non posso fare a meno di domandarmi se sia in una certa maniera questo ciò che si prova.
Adesso c’è qualcosa che è altro da te. Indipendente. Puoi conservarne la responsabilità, ma ciò che accadrà d’ora in poi è al di fuori del tuo controllo. Siamo esseri limitati.

E ripenso invece all’Essere illimitato. Quando ci ha creati, che ha provato? Quando ci ha lasciati andare su questa Terra, quando ci ha visto incespicare e cadere?
Siamo qualcosa d’altro da Lui. Ci ha donato la libertà di scegliere. Avrebbe potuto abbandonarci. Non l’ha fatto.
Ha fatto in modo che persino uno come me Lo potesse incontrare. Per vivere meglio. Per trovare un senso all’esistere. Per correggere il refuso, prima che sia tardi.

Non da mani d’uomo

La cosiddetta intelligenza artificiale diventa ogni giorno più perfezionata. Almeno nel campo dell’illusione.
Ho visto qualche giorno fa una clip dove i protagonisti di Ritorno al futuro si fanno selfie in alcuni famosi momenti storici – con un espansivo Gesù, alla presa della Bastiglia, il primo volo dei fratelli Wright e così via. Abbastanza realistico da essere quasi indistinguibile dal vero a un rapido scrutinio. E di filmati dello stesso genere ce ne sono parecchi.
Ce ne sono di genere fantasy, o fantascientifico, che da soli valgono un libro. La mia mente si mette istantaneamente al lavoro per costruire il mondo dietro a quelle immagini.

E questo ci deve fare ben riflettere. Non è stata l’intelligenza artificiale a creare quelle immagini, così come non sono stati i pennelli di Leonardo a ideare la Gioconda. Quella che chiamiamo intelligenza artificiale in questo caso non è nient’altro che una macro di Paint estremamente sofisticata. Essa non ha coscienza di cosa sta facendo, non è in grado di dare un senso al suo stesso prodotto. Questo perché non ha un senso ultimo, non si domanda chi l’ha fatta, cosa sarà di lei. Non è nel suo programma.

Nel nostro programma invece c’è. Siamo noi che ci stupiamo e godiamo per quelle immagini. Noi che le riconosciamo e ne pensiamo altre. Pensate a questo: si sta cercando di rendere l’illusione indistinguibile dalla realtà.
La realtà è in ogni caso il termine ultimo di paragone. Al di sopra ci può essere solo qualcosa che la trascende e questo, per nostra stessa definizione, non siamo in grado di fabbricarcelo, anche se a volte ci tentiamo, anche se a volte pretendiamo.

La realtà è più grande della nostra intelligenza, anche di quella artificiale. Non siamo creatori dal nulla, ma subcreatori con ciò che ci è stato dato. Ed è bello esserlo: siamo stati creati così.

Poca fede

Mi ha colpito il Vangelo letto a messa qualche giorno fa. Due ciechi si avvicinano a Gesù e gli chiedono di essere guariti. Cristo gli chiede se credono che lui possa fare qualcosa del genere. Alla risposta positiva, lui non li guarisce direttamente. Replica: “Sia fatto a voi secondo la vostra fede“.

Ecco, non è per niente banale. Se questi non fossero stati davvero convinti, non avrebbero ottenuto la guarigione. Magari se ne sarebbero andati imprecando: “Ecco un altro truffatore”.

Se ripenso a tutte le preghiere che innalzo, mi domando se io veramente abbia la fede che possano essere esaudite. Se spesso non siano altro che parole: “prego per te”, come la bandierina di bravo cristiano da alzare ma sotto la quale ci sia lo scetticismo, “Figurati se”.
Eppure proprio io dovrei saperlo bene, che potenza ha la preghiera. L’ho visto, l’ho sperimentato. Ma talvolta è come se rimanesse una incredulità di fondo, una durezza di cuore che riesce a far dimenticare persino il bene provato. Cosa ne sarebbe stato di me, fossi stato uno di quei due ciechi?

Come quando Pietro provò a camminare sull’acqua, e dubitando affondò. Se fallì pure lui, non ci dovremmo disperare dei nostri fallimenti. Allora come ora c’è qualcuno che ci tende la mano e ci solleva, se siamo disposti ad afferrarla.
Bisogna veramente conservarsi un cuore di fanciullo per avere dubbi ma non lasciarsi dominare da essi. Per tenersi una mente aperta, disposta a credere all’impossibile, l’unica chiave per uscire dalla prigione in cui ci rinchiudiamo, ciechi che non sperano in miracoli, sassi che affondano nell’abisso.

Quelle cose all’aroma di qualcosa

Quando ero piccolo c’erano le gomme da cancellare all’aroma di fragola. Fragola per così dire: era un odore dolciastro, vagamente nauseante, che le vere fragole non hanno mai avuto. Nella mia mente ormai è indissolubilmente associato con il loro violento color rosa in un’orgia sinestetica di artificialità.

Il Natale è ormai diventato così. Sulla carta, è la Nascita di Cristo. In pratica, è il festival del panzone rosso, dell’elfo spendaccione, dell’albero fotovoltaico. Vi sfido a trovare nei negozi un biglietto natalizio che mostri il festeggiato e non un’orpello immaginario. E’ in ribasso persino il moralismo degli scorsi decenni, a Natale non si è più buoni, non si cerca più la pace, anche lei è passata di moda perché più non conviene ai manovratori. Credo che si ricominceranno a regalare ai bambini le pistole giocattolo, i carrarmati di quand’ero piccolo io. O forse i droni.

Il Natale all’aroma di Cristo ma senza Cristo; come se quell’avvenimento non avesse più niente da dire alla vita vera. Ma un bambino è diverso dall’idea di un bambino, la pace è diversa dall’odore di pace, e non basta festeggiare il Natale per dirsi cristiani. Come se la pace, la gioia, il bene potessero realizzarsi anche senza di noi, come uno spettacolo al quale assistere, magari anche sbuffando perché ancora non ci sono.
Ma è nella vita quotidiana che si verifica se le fragole sono vere, se è presente quel bambino, se siamo disposti a crederGli.

Parla parla

Ci sono poche cose che fanno perdere fede nell’essere umano come guardare quei talk show serali dove politici, giornalisti e opinionisti danno il peggio di loro stessi. Io la televisione non la guardo, questo un dei motivi. Purtroppo per me, a mia moglie piacciono e, mangiando, spesso mi tocca sorbirli, quelli o i telegiornali i quali, talvolta, danno però anche notizie.
Meno male che ho la pressione bassa. Meno male che non soffro d’ulcera. Meno male che non ho il porto d’armi. Mi è difficile distinguere l’idiozia dalla menzogna, specie di fronte a certi soggetti tanto ideologici che si vantano di esserlo. Dicono di volere la pace ed esaltano la guerra, sembrano del tutto distaccati dalla realtà dei fatti, paiono incapaci di comprendere le conseguenze delle loro idee.
Umanità e intelligenza sembrano morti dentro di loro. Si raccontano l’uno all’altro menzogne fingendo di informarci. Sono attori scadenti che interpretano a nostre spese parti di pessime trame scritte da altri.
La cena è finita, spengo la tivù con sollievo. E mi chiedo quanto male nel mondo, quanti errori di comprensione sarebbero evitati se tutti facessero lo stesso.

Rami nudi

Cosa sarà, che fa morire a vent’anni anche se vivi fino a cento
Dalla-DeGregori, Cosa sarà

Questo periodo dell’anno mi ispira sempre pensieri sul tempo che passa. Sono i giorni in cui l’autunno mostra il suo volto più duro: cadono le ultime foglie, restano i rami nudi.
Mi sento anch’io così: anche se, dentro di me, sono ancora un giovane albero carico di gemme, promesse del futuro, mi rendo conto che la realtà è ben diversa. Non è più il momento dei fiori e dei frutti. Il gelo si avvicina, è qui.
Ma la linfa scorre ancora forte e violenta dentro il mio tronco. Forse più lenta di una volta, o è il mondo intorno che scorre più veloce, non so. Come riuscivo a fare tutto? La lettura si fa rada, la scrittura pure, il sole è appena sorto che già declina. E’ questa stagione, con i giorni sempre più corti, la luce più breve, il gelo che striscia sulle finestre e dentro le ossa. I fiori sono avvizziti e hanno perso i petali; i frutti sono al suolo.
Se non altro il cielo non è più nascosto dal fogliame, è sparita la piacevole ombra dei pomeriggi estivi, quando il freddo sembra impossibile. L’orizzonte si staglia nitido nell’aria limpida e fredda, quasi riesci a toccarlo.
Che impressione. Sembra ieri che pareva così lontano. Dove sono finite le ore? Posso numerarle tutte ma i conti non tornano, come i momenti trascorsi. Non c’è rimpianto, solo stupore.
Si avvicina il momento in cui il sole sembrerà fermarsi, il giorno più breve, il termine dell’anno. Il momento più triste e il momento più gioioso.
Perché poi le giornate si allungheranno, giungerà una primavera sconosciuta.

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