La popolazione di Saracena, in Calabria Citra, alla metà del XVII secolo. Da una numerazione dell’anno 1656 – di Innocenzo Alfano

Il libro pubblicato da Innocenzo Alfano, La popolazione di Saracena, in Calabria Citra, alla metà del XVII secolo (PM edizioni 2023), rappresenta un vero e proprio caso esemplare, che nessun studioso che si occupa di questi argomenti non mancherà di prendere in considerazione. Nell’archivio parrocchiale della Chiesa di Santa Maria del Gamio di Saracena in provincia di Cosenza, da secoli giaceva un “raro” manoscritto cartaceo conservatosi in un buono stato, «70 fogli numerati fronte-retro, di dimensioni 21×30 cm», e riporta come titolo Numeratione della Terra della Saracena nella Provincia di Calabria Citra fatta per il Regimento di detta terra et Deputati eletti da essa in publico consiglio servata la forma della Regia Pramatica del mese di maggio 1656: «la lingua in cui è stilato il documento è l’italiano, con l’aggiunta di termini dialettali e latini».

L’autore lo trascrive in modo fedelissimo, «decifrando ogni singola parola e soprattutto ogni singolo grafema. L’unica cosa che si è permesso di aggiungere, «per renderlo più scorrevole in sede di lettura», è «un po’ di punteggiatura ((soprattutto virgole)». Effettuato questo faticoso lavoro di trascrizione, Alfano, per meglio contestualizzare la rarità e l’importanza del documento, scrive un’interessante Introduzione, nella quale ripercorre la storia delle “numerazioni”, come un tempo si chiamavano i “censimenti della popolazione”, nonché le ragioni del perché «all’inizio del 1656 il viceré ordinò una nuova numerazione, delegando il compito direttamente agli amministratori locali».

Dal momento che il lavoro di censimento viene compiuto, secondo la prassi, ostiatim, cioè “casa per casa”, il documento riporta il numero effettivo dei “fuochi accesi”, ossia dei reali “nuclei famigliari” che fino a quella data, cioè al maggio 1656, risiedevano “fisicamente” nella Terra della Saracena. Da qui la straordinaria importanza di questa rilevazione. Solitamente, infatti, gli studiosi di demografia storica s’imbattono nei “fuochi fiscali”, ossia di tutti quei soggetti sui quali gravava il carico fiscale dello Stato, ma non sulla popolazione effettivamente censita, dalla quale bisognava fare la tara, ossia sottrarre tutti quei nuclei famigliari che erano esentati dal prelievo fiscale. Invece, grazie a questo documento, oggi possiamo sapere esattamente: qual era il numero complessivo degli abitanti, e come era diviso per sesso, com’era distribuita la popolazione nelle dodici contrade, come si chiamavano precisamente queste contrade, conoscere esattamente «lo spettro dei mestieri e delle professioni», com’era formata la «comunità religiosa», quante persone vivevano in uno stato di indigenza, quali beni immobili erano posseduti, quante famiglie possidenti vi erano, e, soprattutto, quali cognomi e quali nomi di battesimo, maschili e femminili, venivano più usati.

Ma al di là di questi dati statistici, possiamo dedurre anche in che età le ragazze potevano sposarsi, e, quindi, conoscere alcuni usi e costumi dell’epoca. Le donne nubili o le ragazze in età di matrimonio vengono designate con l’espressione: “in capillis”, vale a dire tutte quelle persone di sesso femminile che potevano circolare in pubblico con il capo scoperto venivano distinte dalle donne “maritate” che invece in pubblico dovevano coprirsi il capo con un velo. All’età di dodici anni, una ragazza acquisiva l’età della “pubertà legale”, ossia era in condizione di potersi maritare. Tuttavia, scorrendo analiticamente il numero dei “fuochi accesi”, possiamo verificare che l’età media delle donne sposate s’aggirava intorno ai vent’anni, mentre quella degli uomini era intorno ai venticinque anni. Questo dato conferma la tendenza europea nell’età seicentesca preindustriale: dal momento che gli andamenti demografici erano determinati dalla disponibilità delle risorse, la scarsa disponibilità fu certamente una delle cause del cosiddetto “matrimonio tardivo”. In pratica, dato che la disponibilità di terra e di case era limitata, bisognava attendere la scomparsa della generazione precedente affinché si facesse spazio alla formazione di un nuovo nucleo famigliare. Dalla numerazione del 1656, riportata da Alfano, possiamo verificare che a Saracena la nuova famiglia andava ad abitare in una propria casa e coltivava un proprio appezzamento di terreno. Prevaleva, dunque, la famiglia cosiddetta nucleare, costituita da una coppia e dai suoi figli. Rare erano le famiglie estese e quelle poche presenti, solitamente, appartenevano a un ceto sociale elevato.

Analizzando i “fuochi accesi”, un dato che emerge in maniera evidente è che ci troviamo in una società senza nonni. Infatti, nella maggior parte dei capifamiglia, appena dopo il cognome e il nome, appare sovente la dicitura “del quondam”, ossia si riporta il nome del genitore defunto. Come osserva il curatore del documento, gli ultrasessantenni sono pochi, «e molto rari (e quasi tutte donne) sono gli ottantenni e i novantenni». La comunità, dunque, era estremamente giovane. Ciò potrebbe spiegare anche perché complessivamente a Saracena più del 20% dei capifamiglia erano “forestieri”: «I forestieri ormai stabilitisi a Saracena, insieme alle loro famiglie, sono infatti molti, provenienti in gran parte da paesi situati a nord, soprattutto Morano e Mormanno».

Per tutte queste e altre ragioni, io penso che quest’opera di Alfano, al di là delle comprensibili curiosità che può destare in ogni singolo saracenaro che voglia conoscere le sue origini, ha un valore e un significato che trascende il nostro abitato, in quanto offre a ogni studioso ulteriori motivi di riflessione e di approfondimento. Pertanto, sottolineare l’eccezionalità di questo documento storico non sarà mai abbastanza esauriente.

La Restanza di Vito Teti

Foto di Luigi Zullo, Ritorno a casa (1969)

Non si può non leggere La restanza (Einaudi, 2022) di Vito Teti che con timore e tremore: timore di assistere, inermi, all’abbandono lento, ma inesorabile, dei luoghi che hanno segnato la nostra infanzia, la nostra gioventù; e tremore nel vedere, giorno dopo giorno, trasformare in non luoghi case, strade, chiese, santuari, piazze, edifici storici, ecc., che hanno costellato la nostra esistenza: «Sebbene siano in molti a tornare o a restare con l’intenzione di arrestare il declino e di creare qualcosa di nuovo, questi luoghi continuano a svuotarsi e a conoscere gli effetti devastanti dello spopolamento» (pp. 27-28).

E come nel dipinto del 1897 di Paul Gauguin “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”, il saggio di Teti ci costringe a porci questi ineludibili interrogativi. Alla domanda “chi siamo?”, Teti risponde: noi «siamo costitutivamente il luogo in cui siamo nati e cresciuti, siamo i luoghi che abbiamo abitato; siamo i luoghi sognati e desiderati e siamo anche i luoghi da cui siamo fuggiti e che a volte abbiamo odiato, per urgenza d’esistere al di fuori e al di là del perimetro noto» (pp. 21-22). Ma da dove veniamo? Non da minuscoli e insignificanti travagli di paesi posti in cima a dei cocuzzoli di case, ma da un «complesso di architetture, di strade, vicoli, case»; da «una trama di relazioni, vissuti e pratiche sociali interrelate» (p. 46). E il “dove andiamo?” è inestricabilmente legato al “da dove veniamo?”: la memoria è fondamentale, imprescindibile.

Chi ha scelto di restare o chi decide di tornare non può vivere in un mondo perduto, in un “Eden evaporato”, ha bisogno «d’inventare il villaggio, le origini, la piccola patria come luogo di una diversità da recuperare, di una superiorità da ostentare», perché «i paesi non si rigenerano con gli slogan, con proposte estemporanee», e non servono le soluzioni facili: «Riabitare significa costruire comunità, creare le condizioni essenziali per consentire di rimanere a chi vuol restare, per accogliere chi ha maturato la scelta della vita da paese» (p. 49). Soprattutto, ci mette in guardia Teti, bisogna evitare “le logiche neomoderniste”, applicate in modo selvaggio e insensato. Ciò che occorre è uno sguardo lungimirante, accompagnato da un amore profondo, da un atteggiamento amorevole, e da uno sguardo “superficiale”, o “interessato”. «A questo scopo», scrive Teti, «risultano evidenti la ridondanza mediatica e il disvalore ideologico di enti inutili, convegni sterili, slogan banali, iniziative effimeri e clientelari, cementificazioni; quando, invece, occorrono «una visione unitaria del territorio, un’opera di restauro e di risanamento, una progettualità innovativa, aperta, mirata». Io penso che in queste parole ci sia la grande lezione di vita di Teti sia per chi si ostina a restare sia per chi ha desiderio di tornare.

Minidizionario se/miser(i)o della politica (aggiornato al 2011)

Autoritarismo: Termine bandito dal linguaggio politico, sostituito con il più innocuo “leaderismo carismatico”.

Ammortizzatori sociali: – Eufemismo della politica che sta per meccanismi attraverso i quali si cerca di lenire gli affetti della ristrutturazione del sistema capital-finanziario, che provocano una eccessiva disoccupazione nel mondo postindustriale.

Campagna elettorale: Momento in cui i consumatori/elettori che hanno compiuto il 18° anni di età sono inondati da un profluvio di spot mascherato da campagne di informazione.

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Il giuramento di fedeltà al Regime fascista

Ma erano 11 o 12 i docenti universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo? Umberto Eco parlò di 11 docenti che hanno salvato l’onore dell’università italiana. Invece, lo storico tedesco Helmut Goetz, che ha ricostruito l’intera vicenda in modo analitico, in un libro pubblicato da’ La Nuova Italia nel 2000, Il giuramento rifiutato. I docenti universitari e il regime fascista, ne elenca dodici, e sono:

1. Giorgio Levi Della Vida, Università di Roma
2. Gaetano De Sanctis, Università di Roma
3. Ernesto Buonaiuti, Università di Roma
4. Vito Volterra, Università di Roma
5. Edoardo Ruffini Avondo, Università di Perugia
6. Bartolo Nigrisoli, Università di Bologna
7. Mario Carrara, Università di Torino
8. Francesco Ruffini, Università di Torino
9. Lionello Ventura, Università di Torino
10. Giorgio Errera, Università di Pavia
11. Fabio Luzzatto, Regia Scuola superiore di agricoltura di Milano
12. Piero Martinetti, Università di Milano.


Vediamo come Goetz ricostruisce la genesi e lo sviluppo di questo giuramento. Negli anni 1927-1929, durante la campagna di stampa per la fascistizzazione delle università italiane, molti articolisti reclamavano a gran voce una rigorosa epurazione nelle università di elementi antifascisti; ma a nessuno venne in mente di proporre un giuramento di fedeltà al regime. Questa trovata venne in mente al filosofo Giovanni Gentile, che nelle intenzioni doveva servire a punire coloro che avevano firmato il manifesto degli intellettuali antifascisti di Croce. In realtà, l’idea del giuramento Gentile l’aveva già applicata nel 1923, ma nella sua formulazione questo primo giuramento ricalcava quello che era richiesto cinquant’anni prima nel corso della graduale unificazione dell’Italia. Secondo il filosofo fascista spettava allo Stato, con una sola fede e un’unica dottrina, stabilire i limiti della ricerca, della libertà di parola e della libertà di stampa. Come scrive Goetz: «Stato significava in primo luogo Mussolini e i suoi tirapiedi, i quali – studiosi o altro che fossero – agivano nei confronti dei docenti non secondo criteri scientifici, ma solo secondo criteri politici ed ideologici».

Nel 1929 Mussolini nominò ministro dell’Educazione Nazionale il filosofo Balbino Giuliano, e l’anno successivo, nella primavera del 1930, riunì il Gran Consiglio del Fascismo. Durante la seduta venne proposta una nuova aggiunta alla formula: dopo il giuramento di fedeltà al re e ai suoi successori e di leale osservanza allo statuto e delle altre leggi, il testo recitava: «giuro come cittadino e come insegnante di aderire spiritualmente e attivamente alle idealità del Regime fascista». Perfezionato ancora, il decreto legge fu pronto per essere pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» dell’8 ottobre 1931. Gentile, l’ispiratore del giuramento, ora si attendeva che i docenti giurassero in buona fede, intimamente convinti di aderire al credo fascista, altrimenti sarebbero «indegni moralmente come uomini, del sacro ufficio che a loro è commesso, di educare la gioventù». Croce, in un primo tempo, sconsigliò di prestare giuramento, ma quando si rese conto che le università si sarebbero private dei migliori docenti, cambiò idea. Molti temettero per le sorti delle loro famiglie. Lo storico Adolfo Omodeo pianse al pensiero che non sarebbe stato più in grado di pagare gli studi dei figli. Qualcun altro giurò anche per motivi politici, come il latinista Concetto Marchesi, per continuare a svolgere «un’opera estremamente utile per il Partito e per la causa dell’antifascismo».

Il Regime fascista sapeva benissimo che gli intellettuali non erano dalla sua parte, ma voleva lo stesso asservirli, umiliarli, costringerli al silenzio e annientare le loro coscienze. In tal modo, come scrive Goetz, i professori, ad eccezione di una piccola schiera di uomini liberi, avrebbero disprezzato se stessi e si sarebbero considerati indegni di parlare ai loro studenti.

La destra parafascista passa per Via Rasella

Dei tantissimi episodi accaduti durante la Seconda Guerra Mondiale, la destra parafascista pare che abbia un accanimento morboso per l’attentato di via Rasella: tutte le più grandi penne (si fa per dire!) del giornalismo pro-destra (Sallusti, Specchia, Porro, Senaldi… per citare alcuni nomi noti), in questi giorni e in tutte le sedi, amano ripetere lo stesso “refrain”: “Via Rasella non fu una pagina gloriosa della Resistenza”; “I gappisti che hanno compiuto l’attentato, oltre ad essere dei criminali, sono stati anche dei vigliacchi”; “Gli attentatori hanno fatto carriera con i morti delle Fosse Ardeatine”. Potrei arricchire questo florilegio di tantissime altre frasi, ma mi limito solo a queste perché danno perfettamente bene il senso del messaggio che vogliono far passare all’interno del dibattito pubblico: l’attentato, oltre ad essere stato del tutto inutile dal punto di vista militare, fu soprattutto dannoso per la stessa popolazione romana, la quale dovette subire la vendetta nazista al posto degli attentatori.

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Perché non festeggerei il 17 marzo come Festa nazionale

Pur di oscurare le due Feste nazionali della nostra Repubblica, l’ultradestra è disposta a recuperare il 17 marzo 1861. In questa data, Vittorio Emanuele II, già Re di Sardegna, approvando un disegno di legge del Senato, proclamò la nascita dello Stato Italiano. Nella proclamazione del neonato Regno d’Italia è mancato, purtroppo, il passaggio di un’Assemblea costituente: la capitale del nuovo Stato restò Torino, già capitale del Regno di Sardegna, mentre lo Statuto Albertino, la “costituzione” di quest’ultimo, fu estesa a tutto il territorio in modo automatico. Il mancato passaggio costituente ha fatto sì che l’unificazione (parziale) del Regno d’Italia fosse percepita più come il frutto di un processo di annessioni plebiscitarie, anziché come il prodotto di una volontà popolare.

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Marcello Veneziani (l’intellettuale di Bisceglie) e la Schlein

Il maître à penser Marcello Veneziani ha parlato, anzi, ha scritto.

L’heideggeriano di Bisceglie, il pastore della Destra nazionale italiana di ordine e disciplina s’è pronunciato.

Il triplo salto mortale del Pd

Purtroppo, del suo articolo sui social è stato estrapolato soltanto una parte, e la peggiore.

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Sulla riflessione

Una riflessione è valida quando riesce a stimolare un’ulteriore riflessione in maniera ricorsiva. E questa riflessione mi induce a credere che nel mondo accademico la filosofia sia soltanto interpretazione di filosofie altrui, e che il pensiero filosofico originale avvenga fuori dalle aule accademiche. C’è qualcosa di imperturbabile in questa mia riflessione. Quando comincio a scrivere, metto per iscritto i miei pensieri, le mie riflessioni, le mie inquietudini.

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«Tutto ciò che l’uomo ha imparato dalla storia, è che dalla storia l’uomo non ha imparato niente»?

Nel saggio di Paolo Viola, Il Novecento (Einaudi, 2000), a pp. 209-210 è riportata una frase di Hitler che mi ha particolarmente colpito: «Tutto quanto i russi, gli ucraini, i kirghisi potessero imparare a scuola (non foss’altro che a leggere e a scrivere) finirebbe per volgersi contro di noi. Un cervello illuminato da alcune nozioni di storia giungerebbe a concepire idee politiche, e questo non andrebbe mai a nostro vantaggio. Meglio installare un altoparlante in ogni villaggio: dare alcune notizie alla popolazione, e soprattutto distrarla». Insomma, Hitler temeva che dare anche un minimo di nozioni storiche a queste popolazioni potesse nuocere al sistema di dominazione imperiale nazista affidato alle SS. La sorte riservata ai popoli dell’Est europeo mi ha fatto venire in mente una frase attribuita a Hegel che in questi giorni sta facendo il giro della rete.

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