Tokyo Sympathy Tower. Tra linguaggio e AI

Nel 2024 Tokyo Sympathy Tower di Rie Oudan ha vinto il Premio Akutagawa, il più prestigioso riconoscimento letterario giapponese, ed è stato tradotto in italiano per Ippocampo edizioni da Gala Maria Follaco direttamente dal giapponese (e non da una lingua ponte, come è successo per Han Kang con le relative polemiche).

Si tratta di un gioiellino di poco più di cento pagine in cui si condensano temi affascinanti come il rapporto tra realtà e parola, il confronto con l’intelligenza artificiale (che ha collaborato in alcuni passaggi in veste di se stessa), le differenze tra cultura giapponese e occidentale, la compassione e l’egualitarismo come soluzione ai crimini, la contrapposizione tra l’homo miserabilis e l’homo felix.

In una Tokyo post Olimpiadi del 2020, l’architetta Makina Sara vince la gara di progettazione della Sympathy Tower. Si tratta di un edificio di correzione basato su un nuova filosofia che crede nell’esercizio dell’empatia nei confronti dei criminali e chiede di eliminare tutte le parole che possano creare disagio o disuguaglianza.

La narrazione si sviluppa attraverso il racconto in prima persona di tre personaggi: Makina Sara, Takuto e un giornalista americano.

Takuto è un bellissimo ragazzo che Makina sceglie per sé come talismano. Lei è una donna complessa, ossessionata dalle parole e dalla bellezza. Il suo scopo è costruire una torre che dialoghi con lo stadio creato da Zaha Hadid per le Olimpiadi e diventi un nuovo simbolo di Tokyo.

Lo stile di Rie Oudan è ipnotico, fatto di frasi asciutte, parole che si rimandano tra loro, immagini poetiche alternate a dettagli di una concretezza aliena. Ci sono tutti i contrasti del Giappone, quelli che rendono la sua cultura tanto affascinante.

Se la parola che crea la realtà e allo stesso tempo non è in grado di fissarla è una riflessione antica, declinata qui anche nella differenza tra kanji e katakana*, l’avvento dell’AI e il suo diffondersi pervasivo sono temi strettamente attuali e indagati in maniera originale, sia all’interno del romanzo sia nella sua realizzazione**. Makina Sara e l’autrice Rie Oudan si pongono una sfida: “far sì che un’intelligenza artificiale si riconosca come tale e si metta in dubbio.” Perché il dubbio e la curiosità sono qualità che una macchina non può ancora avere e che ancora ci possono definire come esseri umani.

* i kanji sono gli ideogrammi, ognuno di essi rappresenta un concetto o una parola; i katakana sono un sistema di scrittura sillabico, usato spesso nella trascrizione delle parole straniere. Nell’edizione italiana, viene rispettato l’impianto dell’edizione originale giapponese e, anche visivamente, si apprezzano i passaggi in cui Makina Sara confronta i vari tipi di linguaggio.

** Dopo aver vinto il premio, Rie Oudan (classe 1990) ha dichiarato di aver scritto i dialoghi tra Sara e l’IA confrontandosi con chat GPT. Emblematico che l’autrice faccia esprimere alla sua protagonista un giudizio lapidario su questo strumento: “Odio quel suo modo di fare mansplaining, quando inizia a spiegare cose che non ho nemmeno chiesto… Non importa quanto sia capace di imparare, non ha la forza di affrontare le proprie debolezze. È così abituato a farla franca rubando le parole altrui che né dubita né si vergogna della sua ignoranza”

Lo sterminio e la letteratura. Perché non dobbiamo distogliere lo sguardo

Oggi questo blog compie tredici anni. Non ho alcuna intenzione di celebrare in qualche modo questo momento perché il mio cuore è altrove. In particolare con le vittime di Gaza.

Ieri ho finito di leggere La variante di Lüneburg di Paolo Maurensing. Quando l’ho chiuso mi ha preso lo sconforto. Come spesso mi accade l’ho letto per caso, trovato in un mercatino, il nome mi diceva qualcosa, ma non sapevo nulla della trama, tranne che c’entrassero gli scacchi. Quando verso i due terzi è stato chiaro che si parlava anche dei campi di sterminio, ho capito perché stava risuonando così forte in me. C’è una letteratura molto ampia sull’argomento, scritta da sopravvissuti, da testimoni, da persone ossessionate dalla colpa e dall’orrore. Spesso l’ho incontrata e ne ho già parlato tra queste pagine. Sebald, Amis, Levi, Wiesel e chissà quanti altri che ora non ricordo. Scritture frontali, quelle dei sopravvissuti, laterali, ma non meno orribili, quelle degli altri.

E mi sono chiesta: chi racconterà la storia della Palestina? Ci saranno voci che ci sveglieranno dal nostro torpore o la distruzione sarà tale da cancellare anche la memoria? È in questi momenti che sento più forte il legame tra letteratura e mondo, perché lo scrittore, l’artista in generale, non può fare a meno di condividere il suo sguardo, la sua sensibilità unica, e quando incontra l’universale può aiutarci a non distogliere lo sguardo, a comprendere con maggiore consapevolezza l’abisso che abita l’uomo.

Io non credo nella divisione tra buoni e cattivi, sarebbe troppo semplicistico. Ma credo nei vari livelli di responsabilità. Chi ha più potere (bellico, politico, economico, diplomatico) può perdere di vista più facilmente la sua umanità. Chi è più debole non può che ricorrere ad atti estremi per far sentire la sua voce.

È da quando sono bambina che questo conflitto perenne mi angoscia, perché nessuno è innocente se si considerano le forze in gioco (comprese quelle che stanno solo a guardare), ma i morti, da una parte e dall’altra, sono persone come me, e ogni vittima aumenta l’odio.

In tutti i libri che ho letto, nelle testimonianze che ho ascoltato, quello che mi ha atterrito è “la banalità del male”, come è facile diventare carnefici, assecondare l’orrore, non tanto per uno scarto improvviso ma perché ci si adegua, ci si anestetizza, e l’altro non è più un essere umano, non ha un volto, non ha una storia, non ha un legame con noi.

Ho sempre avuto paura di diventare vittima, ho sempre pensato che io non sarei sopravvissuta, che io non saprei sopravvivere e nemmeno saprei salvare chi amo. Ora ho anche paura della mia incapacità di evitare il male e forse è per questo che mi costringo a non distogliere lo sguardo, per quanto mi atterrisca.

  • La zona d’interesse di Martin Amis
  • Austerlitz di W.G. Sebald
  • La notte di Elie Wiesel
  • La variante di Lüneburg di Paolo Maurensing
  • Se questo è un uomo di Primo Levi

La stanchezza è un rumore di fondo che consuma

La stanchezza è un rumore di fondo che consuma

A volte mi chiedo perché non organizzo un piano editoriale per questo blog, o per quale motivo non mi impegno a trasformare la sua pagina Instagram in qualcosa di accattivante, ricca di stories e citazioni ben composte da condividere con un solo movimento del dito. La verità è che non ho tempo e che non posso rinunciare alla mia libertà di lettrice.

Prima che esplodesse la popolarità dei bookblog, un amico mi aveva suggerito caldamente di creare dei video, di parlare in prima persona dei libri che ho letto. Avrebbe avuto ragione se il mio primo obiettivo fosse la fama (effimera) della rete. Credo invece di essere snob sull’argomento e soprattutto lentissima per questi movimenti veloci, da una piattaforma all’altra, da un trend topic all’altro.

Diari alaskani è sempre stato un diario personale di letture, uno spazio di approfondimento, nato all’epoca dei blog letterari, quando eravamo giovani e ricchi di tempo libero, e nel mio caso senza figlia, gatte e una stanchezza che mi consuma.

A volte penso di essere la sola a trascinarsi questo male di vivere sulle spalle, come non avessi letto centinaia di autori che esprimono lo stesso sconforto, come se, di nascosto, dopo un bicchiere di vino in più, non ci confessassimo che sì, siamo stanchi, siamo esasperati, da una vita che ci consuma con doveri e preoccupazioni, che ci richiede di essere prestanti, in una cosa qualsiasi, basta che sia facile catalogarci.

Le battaglie di tutti i giorni mi stancano: educare una figlia femmina preadolescente, prendermi cura delle piante invase dai parassiti, della gatta che vomita e di quella che piscia nel cesto della biancheria. Ricordarmi le decine di incombenze della giornata, le scadenze, gli appuntamenti. Lavorare quando il lavoro si fa sempre più ostico, rallentato da intoppi e burocrazie e un’organizzazione impossibile da pianificare. Ricordarsi di trovare tempo per gli amici, perché ti vogliono bene anche se non c’è tempo per vedersi o sentirsi, ma a te mancano, ne hai bisogno.

Aprire il telefono e sentirsi dire a ogni pubblicità che hai un nuovo problema perché stai invecchiando. Altro che rughe, fossero solo quelle, ci sono le vene che creano una mappa che devi cancellare, la menopausa che incombe anche se sei ancora lontana dai cinquanta, il cortisolo che ti impedisce di avere la pancia piatta e tu ti guardi la pancia dall’alto e sembra sempre troppo gonfia. Potresti fare questi esercizi, 30 ripetizioni cinque volte al giorno, iniziare questa sfida solo per donne sopra i 45 e ritroverai la forma perfetta (per chi?), e poi i capelli, diosanto, dove vuoi andare con i capelli crespi o le gambe non depilate, l’hai comprata la luce pulsata? E se riesci a schivare tutti gli attacchi al tuo corpo, vuoi non sentirti dire che sbagli? Soprattutto come genitore, ah i genitori di oggi, pessimi, te li sconsiglio. Ma segui i consigli di questo carosello, leggi il mio libro, iscriviti al mio corso. La preadolescenza e l’adolescenza sono un incubo ma dipende solo da te. E io che pensavo che i sensi di colpa fossero legati solo ai primi anni di vita. Illusa: non si smette mai di sbagliare. Per fortuna che puoi trovare unobravo che ti risolve i problemi: ansia, stanchezza, depressione. Basta uno bravo che ti ascolti, basta imparare ad amarsi. E come faccio ad amarmi se sono sempre tutta sbagliata.

E poi c’è il mondo attorno a noi: come facciamo a dormire senza incubi quando persone come noi continuano a morire e non smette mai questo spirito guerriero che è fatto di brama di potere e di denaro e non servono a nulla le nostre parole, i nostri appelli, le manifestazioni, le raccolte firme, la disapprovazione, la voce alta, il dolore per quei fratelli (sì, perché anche se il cristianesimo va di moda solo in fase di giubileo, noi siamo fratelli e sorelle, anche e soprattutto se non ci piacciamo). Come faccio io a non sentirmi in colpa per non sapere fare niente, per non sapermi prendermi cura di questo mondo, per una crisi climatica a cui contribuisco per il solo fatto di esistere e che consuma e ci consuma.

E allora, forse, tutta questa stanchezza è per non sentire queste voci o perché sono diventate un rumore di fondo come il canto delle cicale che non ce ne accorgiamo ma ci sfinisce i nervi.

Forse è per tutto questo che ho bisogno di aggrapparmi a un filo d’erba, al petalo di un fiore, a un dipinto che mi muove dentro, a un romanzo in cui non sentirsi soli, a un aperitivo con gli amici, a una canzone che porta un po’ di allegria, allo scrivere, anche se ti squarcia dentro e non ti porta la pace e l’amore che vorresti, la serenità che trovi solo nell’abbraccio alla tua gatta, nella curva della guancia di una bambina che dorme e si sveglia ragazza, in un soffio di vento che cambia la luce e ti dice che c’è sempre bellezza, c’è ancora speranza, anche se tu sei sempre troppo stanca.

La lezione del Maestro. Henry James tra arte e ambiguità

Paul Overt è un giovane scrittore di talento. È rientrato da poco in Inghilterra dopo aver pubblicato Ginestrella, un romanzo che ha riscosso molti consensi soprattutto a livello di critica. In occasione di un ricevimento in una villa nobiliare di campagna, fa due incontri che segneranno la sua vita di uomo e di artista. Si tratta di Mr St. George e di Miss Fancourt.

Mr St. George è uno scrittore di successo e Paul Overt da sempre lo considera il suo modello letterario, anche se non può negare a se stesso che le ultime opere non abbiano mantenuto il livello delle precedenti.

«Ah, è lui?». Il nostro amico avvertì una certa sorpresa, poiché il personaggio che aveva davanti sembrava turbare una visione la cui vaghezza era venuta meno al confronto col reale. All’albeggiare del vero, tale visione, ritraendosi con un sospiro, prese sostanza, come per lamentare il torto subìto.

Stando alla prima impressione, quell’uomo avrebbe potuto essere un prospero agente di borsa – un signore che ogni mattina lascia il suo incontaminato quartiere per dirigersi a est a bordo di un elegante calessino.

Il noto autore fin dalla sua prima apparizione delude le aspettative di Paul Overt: non ha nulla dell’artista, né l’aspetto né il portamento. In più, nonostante la presenza della carismatica moglie, sembra gradire molto la compagnia di Miss Fancourt, una giovane donna di grande bellezza e acume artistico, della quale Paul Overt non tarda a innamorarsi.

Lungo lo svilupparsi della novella, seguiamo le esitazioni e le incertezze di Overt, il modo in cui cerca di opporsi alle interpretazioni che potrebbero gettare discredito sul suo mentore. Come un innamorato si rifiuta di vedere le crepe nel ritratto che ha dipinto nel tempo, così lui soffre il tormento di non essere in grado né di stimarlo senza riserve né di ripudiarlo una volta per tutte.

Mr St. George non lo aiuta: non è mai limpido quando si rivolge al giovane. Si pone come esempio da non seguire, lo invita a dedicarsi solo alla sua arte, a rifiutare i beni e gli affetti del mondo, a renderlo orgoglioso del suo talento. Sembra disprezzare la sua ricchezza, la moglie e i figli perché l’hanno allontanato da un onesto percorso artistico, e allo stesso tempo afferma che senza la moglie nulla sarebbe stato possibile.

Henry James inserisce fin da subito il tema dell’ambiguità che caratterizzerà tutto il racconto, in particolare il rapporto tra i due scrittori. Si crea tra i due personaggi una dinamica per cui il giovane è attraversato da preoccupazioni, dubbi e desideri e quando arriva a una parvenza di certezza, il suo mentore, con azioni e dialoghi, lo rigetta nella confusione.

In termini attuali potremmo parlare di love bombing: forte dell’ammirazione e dell’influenza che già esercita, Mr St. George prima adula Paul Overt lodandolo per il suo talento unico, lo vezzeggia, ne fa il suo confidente, lo fa sentire speciale. Da subito però inizia a confonderlo, ad agire in contrasto con le proprie parole e, posto timidamente di fronte alle contraddizioni, suggerisce che sia l’altro ad avere frainteso.

Non c’è solo uno scopo narcisistico nell’atteggiamento del Maestro, ma proprio un tentativo di manipolazione a proprio vantaggio. Quando alla fine del racconto ci sarà un confronto tra i due, Overt ne uscirà ancora più frustrato: vorrebbe che l’altro ammettesse il suo disegno, la sua perfidia, e invece gli rimane ancora il dubbio di aver frainteso: Paul cercò di sondare i suoi occhi lucenti; la cosa strana era che sembrava sincero, non un beffardo demonio.

La ferita inferta a Paul Overt è ancora più crudele perché priva di un’autentica legittimità.

Un altro tema affrontato da Henry James è il rapporto tra scrittore e scrittura. Non ci dimostra una tesi ma mette in gioco i punti di vista diversi dei tre personaggi principali. Miss Fancourt è una entusiasta, avida di immergersi nella vita artistica londinese dopo aver passato tutta la giovinezza in Asia insieme al padre militare. Soprattutto è autentica, come ha modo di osservare Paul Overt, prima ammaliato dalla sua bellezza e poi dalla sua vitalità radiosa, dalla sua intelligenza nel porsi sui temi a lui cari.

Be’, dopotutto, perché cercare di essere un’artista?». continuò il giovane. «È ben poca cosa… ben poca cosa!».

    «Non so cosa intenda» rispose Miss Fancourt tutta seria.

    «Intendo rispetto a essere una persona d’azione, a vivere ciò di cui scrivi».

    «Ma cos’è l’arte – e intendo la vera arte – se non un’intensa forma di vita?» chiese lei. «Per me è la sola; tutto il resto è così goffo!».

Per Mr St. George invece il problema è mantenere il livello, evitare il declino che lui invece ha abbracciato in cambio di falsi idoli: successo, soldi e una stima immeritata. Sembra affermare quindi che non può esserci vera arte senza una vita di sacrifici e rinunce. L’unica aspirazione deve essere la perfezione e invita Paul Overt a renderlo orgoglioso di lui, perché è un predestinato.

St. George sorrise dinanzi al candore della domanda. «È tutto magnifico, mio caro amico – per amor del cielo, non lo nego. Ho messo insieme un bel po’ di denaro; mia moglie ha saputo prendersene cura, usarlo senza sprecarlo, accantonarne una buona parte, farlo fruttare. Ho la dispensa piena; ho tutto ciò che voglio, a dire il vero, all’infuori di quello che conta».

    «Quello che conta?» echeggiò di nuovo Paul.

    «La sensazione di aver fatto del proprio meglio – la sola sensazione che renda vivo l’artista e in assenza della quale egli avvizzisce, la sensazione di aver saputo trarre dal suo strumento intellettuale la musica più bella che la natura vi abbia celato, di averlo suonato come andava suonato. O ce la fa o non ce la fa, e se non ce la fa non vale la pena parlare di lui. Se è così, chi è davvero in grado di capire non parla di lui affatto. Magari l’artista continua a sentire un mucchio di chiacchiere, ma quello che sente di più è l’incorruttibile silenzio della Fama.

Paul Overt vive un dilemma: seguire l’invito del Maestro e consacrarsi tutto alla scrittura oppure abbracciare la vitalità di Miss Fancourt e trovare nell’amore una sorgente per la sua arte?

Ogni scelta comporta una rinuncia, a ogni scrittore scegliere la sua.