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Archivio per settembre 6, 2023

Claudia Salvatori. A domanda risponde | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine l’intervista a Claudia Salvatori, prolifica e fantastica scrittrice sempre all’opera; un estratto:

Dove sei quando scrivi? Sia fisicamente che mentalmente

Fisicamente, sono sempre a una scrivania. Cambia lo strumento per scrivere: dalla penna stilografica o biro a una Olivetti, da uno dei primi PC con schermo grigio e lettere verdi a un sistema Windows, eccetera. La scrivania era piazzata dove c’era spazio e tranquillità. Negli ultimi anni ho lavorato in una stanza accanto al giardino, per rilassare di tanto in tanto la vista, uscire e prendere una boccata d’aria. Ma, come sai, il luogo di lavoro è il corpo stesso. Quando lascio la scrivania continuo a rimuginare, a elaborare interventi e rifiniture che apporterò al testo. Mi piace lasciami andare al libero flusso di pensieri quando sono in treno, o in auto se guida un’altra persona.
In quanto al luogo mentale, è sempre un altrove. Un sogno. Non faccio del realismo, ammesso che esista una riproduzione della realtà per mezzo della fiction. Molti credono che io scriva storie con un taglio psicologico. È sbagliato. Non m’importa della psicologia dei personaggi. Tutti i miei personaggi sono parti di me che dialogano e interagiscono fra loro, in un sogno che può svilupparsi in una struttura thriller o in un romanzo storico, quando sprofondo in lontani passati, che sicuramente mi sarebbero stati più congeniali dell’epoca attuale.

Come scegli le tue vittime, e i tuoi assassini?

Le mie vittime sono io da vittima, con le mie tendenze autodistruttuve, il mio lasciarmi landare talvolta a farmi ingannare da altri anche se so che mi stanno ingannando. Un farmi del male portato alle estreme conseguenze. I miei assassini sono sempre io, in preda alla rabbia non per essere stata ingannata, ma presa per stupida. Io che mi vendico simbolicamente. O lotto per la mia vita e libertà, perché non mi lasciano altra scelta.
Ma non è sempre così. Ho anche personaggi antagonisti, sia vittime che carnefici. Il tipo di vittima che mi piace che lo sia perché incarna qualche mia idiosincrasia. E il tipo di assassino che io non sarei mai. Un esempio: i quattro stadi della crudeltà di William Hogarth.

Qual è il tuo modus operandi?

Metto a fuoco un aspetto del vivere sociale e ci lavoro su. Non c’entra la psicologia, è osservazione del comportamento umano. Una scoperta, una verità nascosta, qualcosa che mi turba e mi indigna. Trovato questo punto centrale, lo ristrutturo e lo smaschero, cercando di far vedere quello che vedo io. Metto chi mi legge con le spalle al muro, in modo che non possa distogliere la faccia e far finta di nulla. Poi, chi non vuole vedere non vede comunque…

Chi sono i tuoi complici?

Gente morta, in genere. Gli artisti massacrati o suicidati nel mondo moderno. Mio marito e i miei amici spinti a morte prematura dagli orrori epocali. Fra quelli rimasti in vita, i pochi che hanno ancora dei principi e resistono con coraggio.

Magister militum. Nascita, evoluzione e trasformazione di una carica militare (IV-VII sec.) – TRIBUNUS


Su Tribunus una lunga disquisizione sulla carica maggiore dell’esercito romano nel periodo che va dall’alto impero fino al tardo antico. Un estratto:

L’esercito romano, nel corso dei secoli, va incontro a numerose riforme e trasformazioni. A livello di comandi e gerarchie, tra le riforme più importanti e significative vi sono quelle che accompagnano l’esercito dal periodo alto imperiale e dal III secolo, fino all’epoca tardo antica. Tra queste, vi è l’introduzione di una figura estremamente importante per il funzionamento dell’esercito romano tra IV e VII secolo: il magister militum.
Questa carica, al vertice della catena di comando degli eserciti romani tardo antichi, non è tuttavia sempre uguale a se stessa, ed evolve anch’essa insieme all’apparato militare. Per tracciare una breve storia dei magistri militum tardo antichi e per capire appieno perché nascano queste figure, tuttavia, bisogna partire da più lontano, dall’ultima fase dell’ordinamento militare di epoca alto imperiale, quando questi alti ufficiali erano ancora di là da venire.

Indagare col fantastico


Indagare il reale con la lente del fantastico non per estrapolare il sociale presente, ma per osservare il mondo sottile; il microcosmo sociale ne è conseguenza, non causa.

Approfondimenti – Quel punk di Roger Waters – Gli 80 anni di un rocker scomodo :: Gli Speciali di OndaRock


Su OndaRock, Fabio Zuffanti festeggia gli ottant’anni di Roger Waters, che cadono proprio oggi. Eccovi uno stralcio dell’articolo:

Roger Waters, oggi fresco ottantenne, è sempre stato un punk. Uno vero, anche senza bisogno di creste e spille. Faccia tosta, anarchico, ghigno beffardo, sboccato, esagerato: Roger non scende mai a compromessi e manda affanculo tutto e tutti perpetuando con infuocato vigore le sue battaglie. Mi fa morire quando lo sento parlare, col suo accento di Cambridge e i sui continui fuck, il suo atteggiamento, la sua risata, la sua forza, il suo scagliarsi contro potenti e benpensanti sbattendosene di tutto e tutti, sempre fiero e convinto. Lo sento a pelle che tutto il suo essere è punk.
Del resto, ci vuole sicurezza nonché ambizione per diventare in breve testa di ponte di un gruppo chiamato Pink Floyd. Partita con grandi aspettative e un ottimo successo di classifica, in capo a un anno la band rischiava di sfaldarsi a causa del compositore/cantante/chitarrista troppo sensibile per lo spietato mondo del music business, stato d’animo che lo spingeva a esagerare con gli acidi fino a perdere ogni cognizione di realtà.
Questo è l’altro Roger del gruppo, che di cognome faceva Barrett e che da tutti era chiamato Syd. Il ragazzo carismatico e geniale che in capo a pochi mesi aveva preso le distanze dal mondo senza che ci fosse modo di farlo continuare a suonare e cantare in maniera decente. In quel frangente Waters si era preso le palle in mano e aveva capito che doveva fare l’impossibile per tenere le redini di un progetto che sentiva destinato a enormi traguardi, non potendo fare affidamento sui caratteri meno reattivi dei compagni Nick Mason e Richard Wright, rispettivamente batterista e tastierista. Roger invece suona il basso, è autodidatta ed è contento di esserlo, suona esattamente con lo stesso spirito di coloro che nel 1976 irromperanno sulle scene: supplisce con le idee lì dove non arriva con la tecnica e se ne frega di essere un virtuoso, lui quel basso lo fa urlare con la sola forza delle sue grandi mani.

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