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Archivio per giugno 1, 2024

Hyde SomeTimes | PostHuman


Le linee di ricerca artistica di Mario Gazzola s’intrecciano con varie realtà alternative, che s’incontrano com’è giusto che sia nel template delle realtà quantiche che tutti sperimentiamo tramite l’esercizio della Volontà; su PostHuman potete leggere l’analisi delle interazioni di Walter L’Assainato tra il lavoro che Mario porta avanti da un po’ di tempo col suo Hyde in time e le occorrenze espresse su Dylan Dog e altro ancora. Un estratto:

Quando ho scoperto che stava per uscire un Dylan Dog Color Fest (N. 49, NdR) intitolato Lettere dall’Incubo, col celebre Indagatore di Sclavi in cilindro e marsina nella Londra ottocentesca, mi ha quasi preso un colpo, pensando che Gazzola, a un anno dall’uscita del suo Hyde in Time, fosse stato incaricato dalla Bonelli di tradurre il romanzo in una trama del detective di Craven Road!
La vicenda, in cui Dylan è inspiegabilmente in azione nella Londra del 1889, durante una misteriosa ripresa degli omicidi di Jack lo Squartatore, e viene ingaggiato per indagare nientemeno che dal non meno torvo Edward Hyde, presenta evidenti (e dichiarate) assonanze col graphic novel From Hell di Alan Moore e della relativa versione cinematografica dei fratelli Hughes: infatti Dylan riveste un po’ il ruolo dell’ispettore Abberline interpretato da Johnny Depp, oppiomane e “dylaniato” da un amore impossibile.
Però, effettivamente qualche punto in comune anche col trittico romanzesco postmoderno architettato da Mario c’è: oltre alla compresenza del finzionale Edward e dello storico Jack nella stessa vicenda (come già accennato da Moore), colpisce il ruolo di motore della vicenda che riveste il personaggio di Hyde che – da doppio malefico di Jekyll, ma privo di una propria psicologia (come ce lo racconta Stevenson) – diventa il vero protagonista, essenza di un Male indistruttibile nel romanzo di Mario, addirittura IL vero e proprio scienziato scopritore della pozione in DyD, mad doctor che genera il mite e incolore Jekyll per celare i propri istinti brutali e riconquistare l’amata moglie che ne era terrorizzata (un po’ come Alice Jones in Hyde in Time, peraltro).

Un ruolo che, ho scoperto, Hyde ricopre anche nella versione teatrale diretta da Sergio Rubini e di cui ho saputo da Roberta Guardascione – che di Hyde in Time è stata la versatile illustratrice – qualche giorno fa: lei l’ha visto al Teatro Bellini di Napoli e mi ha detto che “Anche lo spettacolo immagina di proporci (attraverso la voce narrante dello stesso Rubini) la prima versione perduta della novella di Stevenson, da cui parte il nostro romanzo. Manoscritto che però il regista pugliese ha trovato in una forma assai diversa da quella rinvenuta da Mario. Qui Jekyll ha ucciso la moglie e si traveste da Hyde (ma senza mutazione body horror) con un mantello da Fantasma dell’Opera per nascondere meschinamente la propria natura corrotta, che alla fine è quella dell’intera umanità, che coltiva e nasconde al contempo il proprio lato oscuro, da cui è attratta pur vergognandosene, senza l’intervento d’alcuna pozione fantastica. Quindi l’indagine da cronaca nera aperta dall’omicidio Carew diventa alla fine un caso da psicanalisi junghiana, del tutto svuotata dall’elemento fantastico.”

CM von Hausswolff & Chandra Shukla – Travelogue [Bali] | Neural


[Letto su Neural]

Uno dei sottogeneri di field recording che è di più immediato gradimento anche da parte d’un pubblico non particolarmente avvezzo a simili sperimentazioni è quello degli audio diari, opere sonore nelle quali si documentano le esperienze degli autori in luoghi precisi, in questo caso l’esotica isola di Bali, cercando d’illustrare con le opportune scelte e in pochi tocchi sia la cultura che l’ambiente, il genius loci e gli eventi che concorrono a queste immaginarie narrazioni. Gli audio diari riportano in qualche modo alla seminale funzione delle phonographies e cioè di un lavoro di documentazione principalmente etnografico, che solo successivamente, grazie a tecnologie sempre più performanti, è diventata un’arte a se stante. CM von Hausswolff e Chandra Shukla pescano in quella che è la profonda tradizione spirituale dell’isola, documentando una varietà di suoni assai differenti e il cui effetto complessivo è quello d’un rituale astratto e magico, assemblato al fine d’offrire un ascolto immersivo e coinvolgente. Questo diario di viaggio è il secondo per i due field recordist e segue quello altrettanto mistico ed estatico che la coppia ha registrato in Nepal nella valle dei templi di Kathmandu. Le registrazioni sono state effettuate nell’arco di nove giorni, fra spiagge, templi indù, mercati, laghi, vulcani, palazzi, santuari, aree monumentali, riserve naturali e sorgenti sacre. Ogni luogo risuona di una precisa identità, che può essere ricondotta ad alcuni caratteri distintivi, privilegiando l’analisi dei micro-contesti, valutati in un ecosistema alquanto complesso di ambienti. Carl Michael von Hausswolff già dalla fine degli anni ’70 utilizza il registratore come strumento principale delle sue composizioni, mentre Chandra Shukla, che è un sound artist intermedia, vanta un passato di musica classica indiana, oltre ad aver collaborato alla fine degli anni novanta con Genesis P-Orridge, gli Psychic TV e i The Master Musicians of Jajouka (un’orchestra araba quest’ultima resa celeberrima dai racconti di Brion Gysin, Paul Bowles e William Burroughs). L’ascolto è nel complesso estetizzante e gradevole, esotico e introspettivo, puntuale nel sollecitare fantasie che sono un inno all’animismo e alle leggi dell’esistenza nomadica. È un rapporto profondo con la natura e i suoi ritmi a inspirare i due ricercatori, che mantengono il climax delle catture auditive sempre controllato e introspettivo, seppure non manchino anche i momenti più elegiaci e sacrali.

Il dilemma dell’amore romantico – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un lungo articolo di Carlo Benedetti che si sofferma sulle filosofie interiori per rendere migliori se stessi e i rapporti interpersonali, riconoscendo le linee oppressivi latenti in ogni interrelazione per liberare se stessi e gli altri.

L’amore romantico, quello che per Shakespeare è the star to every wandering bark, «la stella-guida d’ogni sperduta barca» nella traduzione di Ungaretti, oggi non gode di ottima reputazione. È visto spesso come oppressivo, totalizzante e falso, legato ad un’idea di relazione da superare. Se a vent’anni venivo considerato poco romantico, oggi, a quaranta, lo sono troppo. Fortunatamente, il femminismo e la lotta al patriarcato hanno messo in discussione secoli di “saggezza” acquisita sull’amore, allentando la presa assoluta – e soffocante – di concetti quale “coppia”o “relazione”.
Che forma può avere, quindi, una relazione romantica di coppia, eterosessuale, monogama e femminista? C’è da chiedersi se esista o sia una fantasia, una strada lastricata di buone intenzioni che conduce – senza eccezioni – al controllo, al patriarcato e all’oppressione.
È impossibile parlare di amore con distacco. Come dice Italo Calvino, il nostro punto di vista, l’ombra che proiettiamo, ci segue ovunque e colora i nostri pensieri. Parliamo sempre a partire dalla nostra esperienza e la cosa migliore da fare è renderla esplicita, accoglierla, in modo che chi legge riesca a prendere in considerazione almeno una parte dei motivi – consci o inconsci – di chi scrive.

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Mario Monicelli, “La speranza…”


Da tenere sempre a mente. Sempre.

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Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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