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Archivio per giugno 29, 2024

Carmilla on line | L’anti-utopia realizzata


CarmillaOnLine recensisce tramite Sandro Moiso il saggio Manifesto degli scimpanzé del futuro. Contro il transumanesimo, del collettivo Pièces et Main d’Oeuvre.

È un allarme di tutto rispetto quello lanciato dal testo presentato in Italia da Malamente in coedizione con Istrixistrix e pubblicato per la prima volta in Francia dal collettivo Pièces et Main d’Oeuvre di Grenoble nel 2017. Un allarme che, al di là di alcune forzature interpretative, dovrebbe fare aprire gli occhi dei lettori sulle prospettive reali di tante promesse contenute nell’esaltazione del liberalismo e della sua potenza tecnico-scientifica. Promesse che, sebbene dirette formalmente, a tutti i cittadini del pianeta, o almeno della parte bianca e occidentale dello stesso, in realtà non sembrano voler far altro che eternizzare lo stato di cose presenti, peggiorandolo per i più pur di migliorare le condizioni di esistenza delle sua classi dirigenti ovvero dei suoi funzionari e profittatori più spudorati.

“Avrete già sentito parlare del transumanesimo e dei transumanisti; di una misteriosa minaccia, un gruppo di fanatici, una società di scienziati e industriali, discreta e potente, la cui trama occulta e l’obiettivo dichiarato consistono nel liquidare la specie umana per sostituirla con una specie superiore, “aumentata”, di uomini-macchine. Una specie che sarà il risultato dell’eugenismo e della convergenza di nanotecnologie, biotecnologie, neuro-tecnologie e degli immensi progressi della scienza.
Avrete già sentito parlare dell’ultimatum, cinico e provocatorio, di un ricercatore in cibernetica: «Ci saranno persone impiantate, ibridate, e queste domineranno il mondo. Le altre che non saranno come loro, non saranno tanto più utili delle nostre vacche tenute al pascolo»1.
O ancora: «Quelli che decideranno di restare umani e rifiuteranno di migliorarsi avranno dei seri handicap. Costituiranno una sotto-specie e saranno gli Scimpanzé del futuro»2.

Queste le parole con cui si apre l’Appello posto all’inizio del testo3. La denuncia di un progetto di superamento dei limiti della specie (transumanesimo) che porta con sé la differenziazione all’interno della stessa non solo più in termini di classe, potere d’acquisto, diritti politici e sociali e di appartenenza etnica e di genere, ma, soprattutto, a livello cognitivo e di innovazione tecnologica della stessa fisiologia con cui gli umani convivono e vivono da centinaia di migliaia di anni.
Il riferimento agli scimpanzé non è casuale: era questa la forma fisica della nuova “classe operaia” prodotta in laboratorio nel visionario testo di Aldous Huxley, Il mondo nuovo, pubblicato nel 1932. Scimmie obbedienti e limitate dal punto di vista cognitivo proprio per migliorarne il rendimento e impedire possibili rivolte di cui gli individui “normali” sarebbero stati ancora capaci. Anche in un regime dittatoriale.

Ma il mondo prefigurato dal testo curato dal collettivo di Grenoble, non è il mondo dei totalitarismi e delle dittature del ‘900. No, è quello della libera scelta, di individui che volontariamente scelgono di trasformarsi per avvicinare sempre più il corpo umano e quello sociale ad una macchina perfetta. In cui l’assenza di inserti nanotecnologici, modificazioni genetiche e la mancata scelta di una procreazione extra-uterina estremamente selettiva dei caratteri da trasmettere alle nuove generazioni, rivela la persistenza di un’alterità non più accettabile dal complesso produttivo e riproduttivo immaginato dai suoi ideatori e profeti. Che, proprio attraverso la parole di uno dei loro rappresentanti, Nick Bostrom fondatore della World Transhumanist Association, hanno potuto affermare: «I geneticamente privilegiati potranno diventare senza età, sani, super-geni dalla bellezza fisica perfetta […] I non privilegiati rimarranno le persone che sono oggi, ma forse privi di un po’ della loro autostima e soffriranno occasionalmente di un tantino di invidia. La mobilità tra la classe inferiore e quella superiore potrebbe scomparire»4.
Tra i profeti dell’Uomo aumentato, occorre dirlo, andava enumerato anche il fratello dello scrittore inglese, Julian Huxley, biologo e futuro direttore dell’UNESCO, che già nel 1941 difendeva l’idea secondo cui «l’eugenetica diventerà inevitabilmente una parte integrante della religione del futuro»5.

Strani giorni: Michel Foucault


“Forse, un giorno, non sapremo più esattamente che cosa ha potuto essere la follia. La sua figura si sarà racchiusa su se stessa non permettendo più di decifrare le tracce che avrà lasciato. Queste stesse tracce non appariranno, a uno sguardo ignorante, se non come semplici macchie nere? Tutt’al più faranno parte di configurazioni che a noi ora sarebbe impossibile disegnare, ma che in futuro saranno le indispensabili griglie attraverso le quali render leggibili, noi e la nostra cultura, a noi stessi. Artaud apparterrà alla base del nostro linguaggio, e non alla sua rottura; le nevrosi, alle forme costitutive (e non alle deviazioni) della nostra società. Tutto quel che noi oggi proviamo relativamente alla modalità del limite, o della estraneità, o del non sopportabile, avrà raggiunto la serenità del positivo. E quel che per noi designa attualmente questo Esterno rischia veramente un giorno di designare noi, proprio noi.”

Michel Foucault, come lo ricorda Ettore Fobo a quarant’anni dalla morte.

▶︎ Absolute Nothingness | Les Anges Morts | onasander


Le meraviglie siderali, inquietanti, di OnaSander.

Alda Teodorani: Tra Horror e Noir, il Cuore Oscuro della Letteratura Italiana | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine una bella intervista di Cesare Buttaboni ad Alda Teodorani, in gran spolvero; uno stralcio:

1. Puoi raccontarci del tuo esordio letterario con il racconto “Non hai capito” e del tuo percorso nel Gruppo 13 insieme a Carlo Lucarelli, Loriano Macchiavelli e Marcello Fois?

La collaborazione con Nero italiano con la pubblicazione di Non hai capito è nata casualmente: avevo inviato i miei racconti alla casa editrice ACME di Francesco Coniglio che tra l’altro pubblicava una rivista di fumetti, Splatter. Fu una delle prime volte che qualcuno dimostrò di apprezzare i miei racconti e da un paio di essi ricavammo sceneggiature per la rivista. Vivevo piuttosto male quei miei primi tentativi, irti di ostacoli, e la ACME divenne per me una fonte di consapevolezza sulle mie qualità. Proprio grazie a questa casa editrice seppi che si stava realizzando un’antologia di racconti noir, inviai il mio che fu subito accettato.
Con la pubblicazione di quel racconto, conobbi altri scrittori. Già conoscevo Carlo Lucarelli, che fu uno dei primi a dimostrare apprezzamento, e peraltro gli procurai il contatto che gli diede modo di pubblicare anche lui nell’antologia Mondadori. Avevo questa idea che si potesse creare una sorta di factory di scrittori (erano gli anni in cui la Transeuropa di Massimo Canalini era molto attiva in quel senso, anche con le antologie curate da Tondelli). Andammo insieme da Loriano Macchiavelli, eravamo entrambi all’inizio, Fois era già amico di Carlo, grazie ai successivi incontri pubblicai racconti su quotidiani, poi conobbi Luigi Bernardi, l’editore del mio primo libro, Giù, nel delirio.

2. Giù, nel delirio, ambientato a Roma, sembra riflettere un’atmosfera urbana degradata. Qual è stata l’ispirazione dietro questo lavoro e come è stata la transizione dalla tua terra d’origine a Roma?

Ho sempre amato l’horror, fin da bambina, e lo amo tuttora. Proprio grazie alla collaborazione con la casa editrice di Francesco Coniglio mi capitò spesso di recarmi a Roma, e di stringere amicizie. Questo mi diede modo di conoscere una parte di essa ben diversa dalla città turistica che avevo visitato in un paio di occasioni: la stazione, i senzatetto, il vortice di tante culture diverse, la gente che si picchia per strada, la decadenza di certi luoghi, fecero poi parte di Giù, nel delirio, ma c’erano anche molti aspetti umani e geografici della mia Romagna. La mia terra ce l’ho nel sangue, e sempre ne farò parte, ma all’inizio degli anni Novanta ero lacerata tra le mie radici e la voglia di andarmene, non tanto per un senso di avventura, quanto perché la nebbia e il freddo che caratterizzano la mia regione uniti all’insofferenza per legami che volevo spezzare e all’insoddisfazione di non poter scrivere, la fatica di un lavoro che mi stava prosciugando fisicamente e moralmente, gettandomi in una grave depressione, mi fecero decidere di svanire, da un giorno all’altro. Nessuno, nemmeno i miei amici più cari, sapeva dov’ero.

Sabled Sun – Derelict Station


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