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Archivio per gennaio 11, 2025

IL FILO A PIOMBO DELLE SCIENZE: ETIMOLOGIA DI MAMBO


Devo ringraziare Marco Moretti per questo post sul Mambo, per diradare un po’ le nebbie di parte e anche idiote, aggiungerei, sulla solarità della musica cosiddetta “latina”, in realtà portatrici di oscurità infere davvero potenti:

La parola mambo, che indica un tipo di danza, si è diffusa con questo significato dallo spagnolo di Cuba. In ultima istanza deriva dal creolo haitiano manbo “sacerdotessa voodoo”, ossia “colei che parla con i morti”. Ora si deve indagare l’origine di questo termine religioso, chiaramente importato dall’Africa con il traffico degli schiavi.
Qui in Italia tutta la conoscenza della parola mambo è limitata a un motivetto che nel 1999 è stato una specie di tormentone. Il brano è Mambo no. 5 (A Little Bit Of…), di Lou Bega. Questo è il ritornello:

A little bit of Monica in my life
A little bit of Erica by my side
A little bit of Rita’s all I need
A little bit of Tina’s what I see
A little bit of Sandra in the sun
A little bit of Mary all night long
A little bit of Jessica, here I am
A little bit of you makes me your man (ah)

Mambo Number Five (ah)

Sentendo queste note così sensuali, nessuno ha pensato per un solo attimo a rituali tenebrosi di evocazione degli spiriti dei morti, a parte me!

Lankenauta | La vegetariana


Su Lankenauta la recensione a un romanzo che m’intriga: La vegetariana, di Han Kang; ecco perché:

“I libri non devono affatto spiegare tutto”. Le parole di Han Kang, intervistata poco dopo aver vinto il “Man Booker International Prize”, ci dicono molto del suo capolavoro “La vegetariana”. Romanzo,  attraversato da una forte percezione di oscurità, che narra il distacco distruttivo di una giovane donna dal mondo e da tutti coloro che le stanno accanto.
Narrazione in cui la figura di Yeong-hye, la “vegetariana”, subisce tre cambi di prospettiva in tre sezioni differenti: “La vegetariana”, “La macchia mongolica”, “Fiamme verdi”. Inizialmente è raccontata dal marito, personaggio anaffettivo e insignificante che, di fronte al rifiuto della moglie di mangiare la carne, motivato da un incubo di sangue, crede di comprenderne la mente instabile. Incubo che viene descritto dalla stessa Yeong-hye: «Ho mangiato troppa carne. Le vite degli animali che ho divorato si sono tutte piantate lì. Il sangue e la carne, tutti quei corpi macellati sono sparpagliati in ogni angolo del mio organismo, e anche se i resti fisici sono stati espulsi, quelle vite sono ancora cocciutamente abbarbicate alle mie viscere. Vorrei tanto gridare, una volta sola, almeno una».
Poi è la volta dello sguardo del cognato, artista sostanzialmente fallito che, da quando è venuto a conoscenza della macchia mongolica che Yeong-hye ha sulla natica, inizia a ossessionarsi a lei, al punto da volerle dipingere dei fiori sul corpo; per poi andare oltre fino a indurla ad un rapporto sessuale. L’ultimo sguardo, l’ultimo punto di vista è quello della sorella In-hye, adesso separata dal marito, l’unica della famiglia che ha deciso di assistere Yeong-hye  ormai più vegetale che vegetariana e a raccontarne il progressivo declino fisico e mentale. E’ proprio in quest’ultima circostanza, al momento ricoverata in ospedale psichiatrico e visitata regolarmente da una sorella anch’essa in preda ad una crescente depressione, che si comprende davvero la terribile e contagiosa schizofrenia di Kim Yeong-hye nel rifiutare ogni forma di alimentazione. Soprattutto si coglie, con maggiore intensità, quanto il suo sogno delirante non fosse stato un autentico sogno; semmai, come ci ha suggerito la stessa Han Kang, “un’esperienza ben precisa, e molto concreta”, che ha definito meglio la sua individualità e il suo rapporto con la violenza.

Mesmer – Terrain Vague | Neural


[Letto su Neural]

Emil Jensen alla tromba, al synth modulare, al sequencer e alle field recording, Anders Filipsen che dà voce a una pletora di altri sintetizzatori e Victor Dybbroe che infonde ritmicamente l’intera uscita. Insieme, il nome del progetto è Mesmer, trio sperimentale affascinato dalla caducità dei suoni e dai differenti contesti – siano essi ambienti naturali o culturali – che le loro pratiche musicali attraversano. In Terrain Vague, che è l’album di debutto del combo, confluiscono una serie di registrazioni dal vivo, abilmente destrutturate, tratte da tre concerti dal vivo i cui singoli elementi a loro volta hanno origine in catture auditive effettuate nei dintorni di Copenaghen, instillate da paesaggi sonori di luoghi dove la natura e la cultura s’incontrano e si sfidano. È con delicatezza estrema che si ricerca una sintonia illuminante e sono molteplici le ispirazioni che confluiscono nelle undici composizioni presentate. Fanno capolino pulsioni space–futuristiche molto cinematografiche e narrative ma non mancano esili romanticismi, così come a volte sono intricate ibridazioni elettroacustiche a essere centrali nello svolgimento dell’ensemble. Ci si perde fra le linee melodiche e le struggenti melanconie che fanno precipitare l’ascoltatore nei pensieri più introversi ma non sono estranei fra i solchi echi minimalistici, di musica ripetitiva, di folk e free jazz, unitamente a sperimentalismi vari di matrice eurocolta. Difficile insomma analizzando queste linee di fuga non farsi prendere dal leit motiv della contaminazione e del meticciato, frutto dell’esaurirsi di una progettualità lineare ma soprattutto del successo di un’idea virale, estremamente efficace, che dagli anni ottanta nella popular music insiste sul superamento degli steccati, delle differenze e degli atteggiamenti oppositivi, in favore d’un rimescolamento di prassi, stili, estetiche e forme produttive. Attorno alla musica avviene sempre tanto, così da condizionarla, modificarla, forse snaturarla o risemantizzarla. In Terrain Vague i processi sottostanti alle composizioni non sembrano mai del tutto espliciti, forzosamente conseguenti a un elaborazione ferrea e prestabilita, probabilmente anche l’improvvisazione rientra fra le molte tecniche utilizzate e se invece esiste un canovaccio questo ci sembra lieve e poi ancora ulteriormente sfumato nel mix di Emil Nielsen, abituato a un’operatività ricca di mescolanze e di fonti sonore spesso combinate in maniere alfine irriconoscibili.

oggi, 11 gennaio, a roma, al museo di roma in trastevere: colonne sonore per gli anni ’80 | slowforward


…mi troverete lì… Da SlowForward:

OGGI, sabato 11 gennaio 2025, alle ore 17, presso la Sala Multimediale del Museo di Roma in Trastevere la presentazione del volume Tondelli e la musica. Colonne sonore per gli anni ’80 e Frequenze fiorentine. Firenze anni ’80 di Bruno Casini.
Intervengono:
📌 𝐈𝐥𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐌𝐢𝐚𝐫𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐚𝐧𝐢, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali;
📌 𝐒𝐭𝐞𝐟𝐚𝐧𝐨 𝐏𝐢𝐬𝐭𝐨𝐥𝐢𝐧𝐢, giornalista;
📌 𝐀𝐥𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐏𝐢𝐜𝐜𝐢𝐧𝐢𝐧𝐢, giornalista;
📌 𝐃𝐢𝐧𝐨 𝐈𝐠𝐧𝐚𝐧𝐢, fotografo;
📌 𝐈𝐥𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐆𝐫𝐚𝐬𝐬𝐨, attivista e poeta;
Presente l’autore, 𝐁𝐫𝐮𝐧𝐨 𝐂𝐚𝐬𝐢𝐧𝐢.
L’ingresso è libero fino a esaurimento posti.
è una rassegna a cura della Direzione Musei Civici della Sovrintendenza Capitolina, promossa dalla promossa da Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con i servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

Paradox Waves


Il collasso del fronte d’onda.

quindi, sì, nudo e crudele

Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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