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Archivio per gennaio 29, 2025

Carmilla on line | We are not robots – “L’unica tecnologia che amiamo è quella dirottata e riappropriata”


Se Bruce Schneier (La mente dell’hacker, 2024) invita a guardare all’hacker come, nella maggioranza dei casi, a un operatore al servizio dei potenti, Davide Fant e Carlo Milani ne prospettano una tipologia votata piuttosto a sottrarsi al potere, legata non tanto agli smanettoni in solitaria, quanto, piuttosto agli «hacklab, comunità di pratiche, laboratori in cui ci si ritrova a smanettare, a smontare e rimontare computer, schede elettroniche, macchine per videogiochi da bar (gli arcade), quasi sempre ospitati in spazi occupati, con un forte approccio comunitario ed emancipante nei confronti della tecnologia».

Così comincia la recensione a Pedagogia hacker, di Davide Fant e Carlo Milani, uscita su CarmillaOnLine a opera di Gioacchino Toni. Che così continua:

È a partire dalla sperimentazione e condivisione mutualistica di competenze e attitudini maturate in tali ambienti che Fant e Milani, e con loro il Centro Internazionale di Ricerca per le Convivialità Elettriche (CIRCE), hanno iniziato a discutere di “pedagogia hacker”.
L’illusione con cui in tanti avevano accolto gli strumenti digitali come liberatori dell’umanità (categoria assai vasta) senza dirsi esplicitamente da quali vincoli (da chi/cosa) ha in molti lasciato il posto al disincanto: «la solitudine dilaga, ci si sente in continua competizione, impotenti, agiti» tanto sul lavoro quanto nei contesti che si vorrebbero extra-lavorativi (distinzione che è sempre più difficile fare nell’epoca del capitalismo digitale che ha saputo estendere a dismisura la produttività quotidiana pagandone una minima parte), mentre nel frattempo si muovono rimproveri trasudanti ipocrisia nei confronti dei più giovani, incapaci di staccarsi dall’universo digitale dello smartphone.
Davide Fant e Carlo Milani, come raccontano in Pedagogia hacker, a partire dalle esperienze laboratoriali attivate negli ultimi anni hanno inteso «rispondere all’urgenza di un’educazione sui temi del digitale che ponga al centro le relazioni fra persone e tecnologie» al fine di «sviluppare un metodo che produca spazi liberati, dalla produttività forzata, dall’efficienza necessaria, in cui si incontrano la tecnologia e l’organico, i corpi umani e gli apparecchi elettronici, la politica e il codice sorgente, la poesia e la fantascienza speculativa; in cui si possano assumere le nostre vulnerabilità e alimentare la capacità di immaginare». Si tratta pertanto di una pedagogia volta a individuare e proporre «tecnologie appropriate non solo perché adeguate, ma perché proprie, riappropriate da noi».
L’attitudine hacker – rivolta, oltre ai computer, a «qualsiasi sistema tecnico di interazione, a qualunque apparecchio artificiale reso operativo per via elettrica, meccanica o in altro modo» – viene riassunta dagli autori come: approccio curioso e problematizzante rispetto al mondo e nello specifico alla tecnologia; desacralizzazione della tecnica; apprendimento come piacere; apprendimento come frutto della ricerca e della esperienza personale, non inquadrabile in percorsi di studio ufficiali; dimensione sociale del sapere e conoscenza come bene collettivo.

Forge of Dragons


Lasciate perdere i draghi, ma quello che al momento m’intriga di questa immagine è l’immensa montagna che esplode: Vulcano Laziale.

Strani giorni: Terzo comunicato mitorealista


Sul blog di EttoreFobo il terzo comunicato afferente al Mitorealismo; in fondo, il link per accedere alle letture che Ettore performa della silloge di Aa.Vv. (in cui figuro anche io) Fiori del Caos, edita da KippleOfficinaLibraria, la prima manifestazione del Movimento Mitorealismo del Sottosuolo. Buona immersione, e grazie infinitamente a Ettore per avermi coinvolto fin dall’inizio.

“L’arte è una cosa privata e l’artista la fa per sé stesso; un’opera comprensibile è un prodotto da giornalisti.”
Tristan Tzara

Rispondere a cosa sia il Mitorealismo del Sottosuolo, attraverso la presentazione del libro che ne sancisce una delle tante nascite, “Fiori del Caos”, è domanda impossibile, per varie ragioni. Dodici gli autori dell’antologia, vale a dire dodici mondi a radunarsi nuvola prismatica per piovere fuoco sulle macerie di questo occidente ormai trapassato nello spettacolo della propria agonia.
Tuttavia alcune cose si possono dire sul nome del Movimento.
Mito perché da per sempre è compito dei poeti, molto prima che Omero cominciasse a balbettare l’oceano dei suoi canti, è creare i miti che affreschino la caverna ormai più plutonica che platonica – ma le due cose si compenetrano- in cui siamo tutti imprigionati. Realismo perché riconosciamo questa parola, attraverso Nietzsche e la sua distinzione fra mondo vero, quello mendace della coscienza, di Dio, delle Idee, della metafisica e mondo reale, inconscio, senza dei, non concettuale, che spesso si esprime in onirismi, trascendente ogni sapere e ogni coscienza, mondo reale degradato ad apparenza da un sofisticato capovolgimento prospettico.
Mondo reale dunque, in tutte le sue metamorfosi. No, non è l’”arido vero che inchiodò Leopardi alla sua croce, ciò che il Mitorealismo vede compiersi in questo deserto di simulacri che è la vita contemporanea ma ciò che dalle segrete caverne dello spirito emerge, prima di ogni codice, segno, parola; forza prelogica che forgia ogni logica, che è sempre parassitaria sul suo “corpo senz’organi”, come sua caricatura la forgia e infine ne ride, perché “Chi ride è padrone del mondo”. Trascendenza pura del riso folle di Zarathustra. Memoria biocosmica. Sottosuolo perché tutte le forze reali sono state costrette al confino e alla catacomba. E poi comunque qui il “Vivi nascosto” di Epicuro è vibrazione scolpita fra le stelle.
Il nostro è un Movimento clandestino di erranze senza alcuna pia devozione in Dio, che degrada lo stesso dio a macchietta nel teatrino di questa metafisica da bar sport, che imperversa nei cervelli di questa gente nata imparata. Nessuna, bigotta e ottusa, devozione nemmeno nel Nulla, sosia di questo Dio, Nulla dolorosamente incervellato dalle fumisterie ostili alla vita dell’intellettuale medio, Ecclesiaste “inteso alla moneta” corrente e a ciò che si comunica e viene consumato, devoto al “Si dice” heideggeriano che aureola di imbecillità tante fronti studiose.
Noi pratichiamo la “letteratura assoluta” come nelle precise formulazioni di Gottfried Benn; una letteratura svincolata dal sociale, dall’attuale, dallo storico, dal biografico, che non sia dunque espressione di una data cultura o società ma che sia l’eruzione di qualcosa di universale che ci riguarda tutti come il più intimo dei nostri segreti.

La donna nel pozzo | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la recensione a “La donna nel pozzo”, giallo di Piergiorgio Pulixi ambientato tra Roma e la Sardegna e assai intrigante mentalmente; ecco perché:

“La donna nel pozzo” è un romanzo diverso dalle serie thriller a cui ci ha abituati Pulixi, scrittore sardo fra i più amati della sua generazione. È la soluzione “letteraria” di un reale caso di cronaca nera di cui non sono state mai accertate le responsabilità; un cold case, insomma.
Divertente e spietata la descrizione nella prima parte del romanzo del sottobosco romano di editori senza scrupoli nello sfruttare i ghostwriter, gli schiavi della penna che per quattro soldi scrivono romanzi per gli autori diventati ricchi e famosi ma con il blocco della pagina bianca. Il personaggio “positivo” del romanzo è proprio un pennivendolo dal cognome importante, Ermes Calvino, dotato di ottima cultura e di notevole capacità letteraria nello sfornare romanzi gialli che conquistano il pubblico, soprattutto femminile. Peccato che l’onore, la ricchezza e il guadagno, sia spartito fra l’editore Panzirolli e Lorenzo Roccaforte, autore un tempo famoso e poi diventato incapace di scrivere una sola riga. I lettori scopriranno il motivo, a tempo debito.
Nella seconda parte del romanzo, i due scrittori si trasferiscono nell’interno della Sardegna per cercare di far luce su un misterioso suicidio. Lo scopo della ricerca è acquisire elementi utili al fine di ricavarne una trama verosimile per il prossimo romanzo giallo, secondo la tecnica del romanzo nel romanzo. Una donna è stata trovata morta in un pozzo e la questione è stata derubricata rapidamente a suicidio. Tanti elementi stridono con la tesi “accomodata” e quando una detenuta da un carcere sardo scrive all’editore una lettera chiedendo di contattarla prima possibile perché ha notizie importanti, inizia per i due uomini una pericolosa indagine per ripercorrere le tracce di una lunga catena di omicidi iniziata trent’anni prima.

Quest’ultimo romanzo di Pulixi è altamente convincente, anche per i lettori di giallo/noir più esigenti. I personaggi sono ben delineati e, soprattutto, sfaccettati. Il loro modo di comportarsi è in linea con la loro storia personale. Altrettanto si può dire per il linguaggio.

Way Station, torna La casa dalle finestre nere di Clifford D. Simak | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione della riedizione per Mondadori di “La casa dalle finestre nere”, di Clifford D. Simak; le note di segnalazione di Giampaolo Rai e la quarta:

Enoch Wallace è molto preoccupato: Stati Uniti e Unione Sovietica sono sull’orlo dell’apocalisse nucleare. Enoch ha visto molte guerre, è sopravvissuto alla guerra di secessione, mezzo secolo dopo è arrivata la prima guerra mondiale e poi la seconda, solo che la prossima potrebbe essere davvero l’ultima. Certo, Enoch sopravviverebbe alla guerra, dopotutto lui è immortale e la sua fattoria non può essere distrutta nemmeno da una bomba atomica, dato che in realtà ospita una stazione di transito per alieni, ma resterebbe confinato nella stazione, circondato da un pianeta morto.
Questa la situazione di partenza di Way Station, uno dei migliori romanzi di Clifford D. Simak e vincitore del premio Hugo 1964.

Un uomo che non invecchia mai, una casa con finestre indistruttibili, una pietra tombale con il segno dell’infinito: ce n’è abbastanza perché la CIA cominci ad avere dei sospetti e perché Clifford Simak cominci a tessere una delle sue trame più suggestive. Dai boschi del Wisconsin alle frontiere della galassia, tutto si carica di quel senso del meraviglioso caratteristico di un autore che ci ha insegnato a guardare tanto lontano nel cosmo quanto in profondità nell’animo umano.

 

quindi, sì, nudo e crudele

Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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