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NeXT Hyper ObscureArchivio per ottobre 4, 2025
Symbiosis, synesthetic future memory | Neural
[Letto su Neural]
Symbiosis è un varco che permette di entrare nel corpo e nelle sensazioni di future creature simbionti nate da ipotetiche operazioni genetiche incrociate tra mondo animale, vegetale e tecnologia. L’esperienza in realtà immersiva, creata dal collettivo olandese di experience design Polymorf, in coproduzione con Studio Biarritz, si svolge in uno spazio fisico appositamente allestito. L’ambientazione è ispirata ai mondi di Hanna Haraway, in particolare al libro “Staying in the trouble” e alle sue speculazioni sulle future possibili combinazioni genetiche di esseri viventi, come atto di responsabilità comune per la sopravvivenza delle specie e del pianeta. I partecipanti/performer possono scegliere di immedesimarsi tra sei diversi personaggi: donne farfalla, muffe melmose o camelie in fiore. Sono abilitati all’esperienza tramite tute aptiche collegate a cilindri pneumatici che ne controllano le interazioni tattili, una parte visuale, generazioni di suoni spazializzati, un sistema di microdosaggio di profumi integrato che rilascia odori specifici rispetto al personaggio scelto, degustazioni collettiva di cibi realizzati ad hoc. Nello spazio della performance ogni partecipante è perciò invitato a modificare la propria architettura corporea contingente, esplorare paesaggi e creature, sensazioni e relazioni in un continuo, sottile e intermittente passaggio. La dimensione speculativa delle storie di Hanna Haraway si fa così sensazione esperibile, scenario visivo, suono, odore e sapore, forse con un tentativo di creare un’esperienza sinestetica memorabile, come fosse una intenzionale accelerazione cognitiva di un futuro non lontano nel tempo nello spazio, già ricordo sinestetico incarnato nella memoria.
GEMISTO PLETONE E IL NEOPAGANESIMO RINASCIMENTALE – IL FILO A PIOMBO DELLE SCIENZE
Marco Moretti si produce in una delle sue caratteristiche immersioni nella Storia e Filosofia, indagando una figura misconosciuta della fine medioevale, Giorgio Gemisto “Pletone”, che fu la causa prima del Rinascimento Italiano ed ebbe un’influenza immensa sulla cultura della sua epoca. Vi lascio alle sue parole:
Fu proprio Gemisto Pletone a riportare in Occidente la conoscenza e lo studio approfondito della lingua greca, che era stata da lungo tempo quasi dimenticata e ridotta a rudimenti. Del resto, gli studiosi del Trecento che si erano occupati della materia, come per esempio Petrarca e Boccaccio, non avevano ottenuto risultati strabilianti. Cosa d’importanza capitale, il filosofo bizantino permise la conoscenza diretta dei testi in lingua originale di Platone, Plotino e altri neoplatonici. Negli anni 1438-1439 partecipò al Concilio di Ferrara e Firenze, occasione di importanza capitale che gli permise di plasmare l’Umanesimo, diffondendo la sua visione del mondo. Fu determinante la sua influenza su Cosimo de’ Medici (Firenze, 1389 – Careggi, 1464), che nel 1462 portò alla fondazione dell’Accademia neoplatonica fiorentina. La rinascita del pensiero neoplatonico in Italia fu un movimento che si oppose al monopolio del pensiero aristotelico e della filosofia scolastica, che avevano da secoli il sostegno dalle autorità ecclesiastiche.
Senza sapere dell’esistenza e dell’opera di Gemisto Pletone, ci sarebbe impossibile comprendere personalità come Leon Battista Alberti (Genova, 1404 – Roma, 1472), Marsilio Ficino (Figline Valdarno, 1433 – Careggi, 1499), Giovanni Pico della Mirandola (Mirandola, 1463 – Firenze, 1494) e numerosissimi altri. Si arriva infatti a Leonardo da Vinci (Anchiano, 1452 – Amboise, 1519), sommo ingegno che fu descritto dal Vasari come “pitagorico e neoplatonico al punto di non essere cristiano”.
Il soprannome del filosofo, Pletone (Πλήθων, Plḗthōn) deriva dal greco πληθύς (plēthýs) “folla”, “maggioranza”, che è semanticamente affine a γεμιστός (gemistós) “pieno”. Si tratta quindi di un dotto gioco di parole, la cui origine è da ricercarsi anche dall’assonanza col nome di Platone (Πλάτων, Plátōn).L’intera vita di Gemisto Pletone fu plasmata sull’esempio dell’Imperatore Giuliano il Filosofo, che i Cristiani hanno soprannominato Giuliano l’Apostata. Si riconosce subito nelle idee professate dal dotto di Bisanzio l’impronta del fondatore dell’Ellenismo, che cercò di riformare le tradizioni religiose del mondo antico per contrastare l’irruzione del Cristianesimo. Mi chiedo questo: com’è potuto nascere e svilupparsi un personaggio tanto innovativo e al contempo tanto legato a qualcosa che si pensava morto da molti secoli? Gemisto Pletone nacque a Costantinopoli, con ogni probabilità da una famiglia nobile. Non si conosce il motivo che lo costrinse a trasferirsi, ancora molto giovane, dapprima ad Adrianopoli e in seguito a Mistra. Non si hanno notizie certe, anche se sembra che proprio ad Adrianopoli abbia iniziato i suoi studi esoterici, dedicandosi tra le altre cose alla Cabala. Come si formò e divenne compiuta la sua peculiare visione dell’Universo, considerato il contesto cristiano in cui era immerso? Ha ricevuto le sue idee leggendo qualche testo, elaborando quanto aveva appreso, oppure ha ricevuto un’iniziazione da qualcuno che continuava in linea diretta le idee ellenistiche di Giuliano? La seconda alternativa sembrerebbe piuttosto improbabile, tuttavia non credo di poterla escludere. In fondo sappiamo così poco!
Nika Son – Drift | Neural
[Letto su Neural]
L’occasione che ha dato a Nika Son la giusta motivazione per questa uscita è stata quella di supportare la regista Helena Wittmann, che per il suo film Drift – poi uscito nel 2017 – aveva bisogno di un concept musicale che fosse coerente all’ampio ventaglio di stili narrativi già dispiegati nella complessa sceneggiatura. Sono field recording, che partono dal Mare del Nord, poi effettuate attraversando l’Oceano Atlantico, dai Caraibi alle Azzorre: tredici tracce estratte direttamente della colonna sonora originale del film e due – D5 e N5 – che sono state costruite per un’ìnstallazione video-sonora, Wildness Of Waves, frutto anche questa della collaborazione fra i due autori. Nika Son lascia che sia l’acqua stessa a raccontare una storia e gli ascoltatori non possono che essere ricettivi di questo corpo risonante e dei movimenti visceralmente mutevoli, fisici ma anche frutto delle emozioni suscitate dall’esperienza e quindi immaginari, trasformazioni che emergono in uno spazio distinto e tangibile. Il mare, quindi, non è solo un elemento sonoro, ma diventa il mezzo attraverso il quale Nika Son costruisce un ambiente immersivo e multisensoriale. I riverberi delle onde, i sibili del vento, le oscillazioni delle correnti trovano una dimensione tanto sonora quanto intima e passionale, capace di coinvolgere l’ascoltatore in un’esperienza profondamente meditativa. Le composizioni non seguono strutture canoniche ma si sviluppano come flussi continui, cercando di catturare l’imprevedibilità del mare. Il linguaggio sonoro è minimalista ma anche ricco di dettagli, con un’attenzione particolare agli spazi vuoti e ai momenti di sospensione. Ogni suono sembra emergere lentamente, quasi come un’apparizione, per poi svanire in maniera delicata, in una danza costante fra presenza e assenza, dove le tracce s’imprimono come lenti movimenti di marea, feconde di pause e silenzi, con i rumori ambientali che diventano altrettanto importanti dei suoni più evidenti. La ripetizione e la variazione costante di motivi sonori suggeriscono un moto perpetuo e nonostante la forte natura ambientale delle registrazioni l’insieme non risulta mai statico: c’è sempre, infatti, una continua tensione tra il movimento e la quiete, tra la forza implacabile dell’acqua e i suoi momenti più placidi. Nika Son riesce a evocare immagini e sensazioni che trascendono l’ascolto, portando chiunque s’immerga in Drift in una sorta di viaggio ipnotico, dove il confine tra suono reale e immaginazione definitivamente sfuma. La componente visuale e cinematografica della sua musica è palpabile, ed è proprio questa fusione tra suono e visione a rendere l’opera capace di coinvolgere profondamente all’ascolto.
Nefti, la dea della morte dell’antica Egitto: l’enigmatica regina degli inferi | Iridediluce
Gli inferi nell’antico Egitto, di nuovo una visione matriarcale che differisce da quella nostra, classica, estremamente patriarcale; ce ne parla IrideDiLuce, con la dea Nefti:
L’antica dea egizia della morte Nefti rivestiva un ruolo significativo nella mitologia egizia. Era associata ai rituali funerari, alla protezione dei defunti e alla salvaguardia del dio Osiride. In quanto sorella di Iside e moglie-sorella di Set, la sua influenza si estendeva a vari aspetti della vita e della morte, tra cui il lutto, il servizio al tempio, il parto, la magia, l’imbalsamazione e persino la birra.
Nefti ricopriva una posizione di grande venerazione tra le divinità di Eliopoli ed era particolarmente venerata durante il Nuovo Regno. Rappresentata come un uccello protettivo o una donna alata, Nefti simboleggiava il passaggio e la guida delle anime nell’aldilà.
I dettagli sulla dea egizia della morte Nefti, compresi i suoi legami familiari, i ruoli nei rituali, le funzioni e le rappresentazioni, contribuiscono a una comprensione completa del suo significato nella mitologia egizia.
Nefti aveva un rapporto complesso con il marito e fratello Set e le sue molteplici funzioni comprendevano il lutto, il servizio al tempio, il parto, la magia, l’imbalsamazione e molto altro.
Rappresentata nell’arte egizia come un uccello protettivo o una donna alata, Nefti simboleggiava la transizione e svolgeva un ruolo fondamentale nel guidare le anime nell’aldilà.
I legami di Nefti con figure divine come Anubi e Horus evidenziano ulteriormente la sua importanza.
Venerata durante il Nuovo Regno, in particolare dai faraoni ramessidi, ricoprì posizioni di prestigio nei templi, tra cui Karnak e Luxor. Le rappresentazioni e le associazioni di Nefti rivelano una divinità dotata di qualità sia propizie che feroci, offrendo assistenza e protezione divina.
Recenti ricerche hanno gettato nuova luce sul rapporto di Nefti con Set, mettendo in discussione le credenze precedenti. La sua posizione di prestigio nella città sacra di Abido e il suo legame con il santuario di Osiride sottolineano ulteriormente il suo importante ruolo nelle pratiche religiose egizie.Nefti aveva un legame molto stretto con la sorella Iside e insieme ricoprivano ruoli importanti nei rituali funerari e nella protezione dei defunti.
Sebbene Nefti fosse sposata con Set, dio del caos e della violenza, recenti ricerche suggeriscono che la loro relazione non facesse parte del mito di Osiride di omicidio e resurrezione. Al contrario, Nefti era legata a un aspetto benevolo di Set, la figura responsabile della sconfitta di Apophis. In questa veste, aiutò Iside a raccogliere e piangere le parti smembrate del corpo di Osiride e agì da tutrice per il piccolo Horus .
Oltre ai suoi legami familiari, Nefti ricopriva molteplici funzioni e ruoli nella mitologia egizia.
Tra questi, elementi come il lutto, l’oscurità, il servizio al tempio, la protezione, il parto, la magia, l’imbalsamazione e persino la birra. Il suo nome, Nefti, spesso tradotto come “Signora della Casa” o “Signora del Tempio”, sottolinea il suo legame con templi specifici e rituali templari.
Comprendere il ruolo di primo piano di Nefti nella mitologia egizia e le sue dinamiche relazioni familiari fa luce sulla complessità e sul significato di questa antica dea egizia.
Filax Staël – Traces | Neural
[Letto su Neural]
In meno di mezz’ora sono ben 24 i brani che compongono questo Traces, ultima fatica di Filax Staël, progetto olandese che fa capo a Bas Mantel e Okko Perekki, duo avvezzo a sonorità elettroniche radicali, field recording, sperimentazioni sampledeliche e tecniche cut-up altrettanto estreme. Questa è la loro prima uscita ufficiale – seppure le originarie implementazioni del progetto risalgono al lontano 2013 – completata anche da un libro di 52 pagine nel quale spiccano le doti grafiche di Bas Mantel (designer formatosi all’ Hogeschool voor de Kunsten di Utrecht). Come spesso accade quando le tecniche di taglia-e-cuci e copia-incolla assurgono a primaria ispirazione – soprattutto quando infine è possibile esibire effetti piuttosto viscerali e impredicibili – i riferimenti culturali più immediati al nocciolo di queste poetiche vanno al dadaismo e a William S. Burroughs, sebbene l’autentico esegeta di un simile approccio in forme compiutamente moderne sia invece Brion Gysin. È in particolare l’utilizzo di registrazioni sonore di film didattici degli anni ’50 – per esempio – ad accostare alcune composizioni di questo album anche alla musica plunderphonica e alle tecniche tipiche dell’arte sonora di artisti come John Oswald o Negativland. Traces riesce a evocare un paesaggio sonoro denso di frammenti uditivi disomogenei ma allo stesso tempo interconnessi, creando un’esperienza che è tanto cerebrale quanto sensoriale. Ogni traccia sembra un collage sonoro che porta l’ascoltatore a confrontarsi con l’inaspettato, giocando con la familiarità e l’estraneità. Le sonorità abrasive e i loop distorti si fondono con voci disincarnate, generando un senso di disorientamento che tuttavia affascina. L’interazione tra suono e design grafico risulta infine un aspetto centrale dell’uscita: il libro allegato all’LP non funge solo da supporto visivo, ma estende le tematiche del disco, arricchendo l’esperienza complessiva. I collage visivi di Mantel si allineano perfettamente con la filosofia cut-up del suono, come se le pagine del libro fossero un eco visivo del caos sonoro. L’idea di fondo è ancora quella di una poetica del frammento e della ricontestualizzazione, dove il passato viene sezionato e ricomposto in forme nuove, tra nostalgia e sovversione. Il risultato è un’opera multidimensionale che trascende i confini tra arte visiva e sonora, restituendo un’esperienza assai complessa e immersiva. Traces si configura così come un viaggio tra memorie spezzate, in cui il caos trova una sua coerenza nascosta.

