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NeXT Hyper ObscureArchivio per novembre, 2025
The Wall – Flaming Cow
Quarantasei anni fa – proprio oggi – usciva TheWall, l’ultimo concept_capolavoro dei Floyd, saldamente capitanati da Roger Waters – e si sente. FlamingCow ne fa una disamina particolareggiata, qui un estratto:
Pubblicato il 30 novembre 1979, The Wall non è un semplice album. È un’opera rock monumentale, un’epica immersione psicologica che rappresenta il culmine della visione concettuale di Roger Waters e, al tempo stesso, il canto del cigno della formazione classica della band. Nato da un’angoscia profondamente personale, l’album si è trasformato in un fenomeno culturale universale, un’esplorazione spietata dei traumi che costruiscono i muri tra gli individui e il mondo.
La nascita di The Wall affonda le radici nel clima di alienazione e gigantismo che caratterizzava il rock da stadio alla fine degli anni ’70. Il successo stratosferico raggiunto con The Dark Side Of The Moon, Wish You Were Here e Animals aveva trasformato i Pink Floyd in un’autentica macchina da stadi, proiettandoli in un vortice di eccessi e tour estenuanti che sfociarono in una vera crisi esistenziale. Paradossalmente, fu proprio questo trionfo a gettare i semi per il loro concept album più isolazionista e claustrofobico.
Il tour promozionale di Animals del 1977, battezzato “In the Flesh”, fu un’esperienza che esasperò il senso di alienazione di Roger Waters. Gli immensi stadi all’aperto crearono una distanza fisica e culturale tra la band e un pubblico percepito come sempre più irrispettoso e disattento, dedito a urla e fuochi d’artificio che soffocavano i momenti più pacati della musica. Il punto di rottura arrivò il 6 luglio 1977, durante l’ultima, disastrosa data allo Stadio Olimpico di Montreal. Esasperato da un fan chiassoso in prima fila, Waters perse il controllo e gli sputò addosso. Questo gesto, per quanto inglorioso, agì da catalizzatore. Scioccato dalla sua stessa reazione, Waters iniziò a concepire l’idea di erigere un muro fisico tra la band e il pubblico durante i concerti, un’idea che divenne la metafora centrale della sua opera successiva. Ma l’alienazione di Waters non era l’unica crepa. Quella stessa sera, David Gilmour, disgustato dalla pessima qualità del suono e della performance, si rifiutò di tornare sul palco per i bis, lasciando la band a improvvisare una jam blues. Il crollo era collettivo, l’intera impalcatura stava cedendo.
Nel 1978, mentre Gilmour, Wright e Mason si dedicavano a progetti solisti, Waters si immerse in una fase di scrittura febbrile. Quando la band si riunì nel luglio dello stesso anno, presentò loro due distinti progetti demo: uno intitolato Bricks in the Wall, incentrato sull’alienazione sperimentata in tour, e un altro concept più intimo che sarebbe poi diventato il suo album solista The Pros and Cons of Hitch-hiking. La scelta cadde sul primo, ma non fu unanime né entusiastica. Gilmour trovò la musica inizialmente debole e deprimente, mentre Wright era diffidente all’idea di lavorare ancora su un’ossessione di Waters. A spingere la band verso The Wall furono due fattori cruciali: la crisi creativa degli altri membri, che non avevano materiale nuovo da proporre, e una disastrosa situazione finanziaria che rendeva la pubblicazione di un nuovo album di successo una necessità vitale per la sopravvivenza.
Subsidenze psichiche
Suscitano i ricordi e mostrano le corde del reale: si presentano le istanze delle suggestioni, ma poi le subsidenze psichiche ti frenano, affondi nella mota, mostri un sorriso alle ombre.
Up and down
Sublime movimento verso l’anabasi e catabasi dei tuoi sensi, in perfetto isolamento, espletando il quadro immaginifico dei tuoi atti psichici.
Smantellando
Smantello le strutture dell’istanza mistica, mostrandomi le crepe di realtà incongruenti e fisiche, piccole istantanee degli abissi che attendono i tuoi passi falsi.
Vittorio Guindani – Materia Breve | Neural
[Letto su Neural]
Residui, frammenti sonori, field recording. Sottili trame, schegge di paesaggi dispersi ricomposte dal tempo e dall’ascolto. Ogni suono, ogni silenzio amplificato diventa materia viva, un’eco minuta che resiste allo scorrere delle stagioni, un gesto che raccoglie e tiene accese le braci dell’esperienza. Vittorio Guindani, che nel suo curriculum vanta collaborazioni con svariate compagnie di danza contemporanea e artisti tra cui video maker, illustratori, coreografi, registi teatrali e altri musicisti, nel 2020 ha pubblicato per la 901 Editions il suo album di debutto Jisei e adesso, sempre per l’etichetta di Fabio Perletta, torna con questo Materia Breve, comprensivo di quindici caduche composizioni (solo una supera di poco i cinque minuti), una trattazione molto densa e forbita di come le pratiche di ascolto profondo possano generare nuove cartografie del sensibile. In questi micromondi sonori, Guindani esplora le pieghe nascoste del quotidiano, trasformando l’ordinario in territorio di scoperta. La brevità delle composizioni non è limitazione ma scelta precisa: distillare l’essenza, presentare il suono nella sua forma più pura e concentrata. Come haiku sonori, queste tracce non richiedono sviluppo ma immersione, non narrano ma evocano. A differenza di Jisei, che meditava sul concetto giapponese di poesia dell’addio, Materia Breve sembra rivolgersi alla presenza, alla materialità del suono che, per quanto effimera, lascia impronte tangibili nella memoria. Guindani raccoglie i suoi suoni con la pazienza del cercatore, attento a quell’invisibile polvere sonora che si deposita sugli oggetti e negli spazi, e che solo un orecchio educato alla lentezza può percepire. Il risultato è un’opera che si colloca in quella fertile zona di confine tra musica ambientale, arte sonora e documentazione acustica, dove l’autore non impone la propria presenza ma si fa mediatore, testimone attento di un dialogo continuo tra silenzio e suono, tra assenza e permanenza. “Ogni universo ha la sua lingua. Ogni universo ha le voci che cerchi” scrive Luca Lanfredi nel testo che accompagna questo album, delineando nei suoi versi alcune delle coordinate poetiche del progetto. Per esempio un’idea del silenzio che si apre, che diventa spazio sonoro, con suoni minimi e pause ripetute, ribadendo quanto il suono possa rivelarsi come elemento organico e vitale. In definitiva, Materia Breve è un invito alla contemplazione sonora, un’opera che ci ricorda come la vera musica risieda spesso negli interstizi, nelle pause, nei momenti di apparente assenza. È un richiamo alla consapevolezza acustica, a quella forma di attenzione che permette di cogliere la poesia nascosta nel paesaggio sonoro quotidiano, trasformando ogni istante in una possibile rivelazione.





