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NeXT Hyper ObscureArchivio per gennaio 20, 2026
Depeche Mode “Stripped” Festival di Sanremo – Italy – Single Release 10/2/1986
Uno dei brani che amo di più dei DepecheMode, in una versione semilive che mi sa nemmeno conoscevo, nell’86: wow!
Mai raffinati
Una sciatta difesa dei tuoi immaginari rende il contabile continuum un palcoscenico di frattali mai raffinati.
Vivo fino a
L’affondo è un luogo di rimaneggiamento estatico delle note di servizio, vino fino a quando tu non riesca a smentire il tuo evento interiore con fatti immaginifici e sinestetici.
M. John Harrison: worldbuilding tra Viriconium e Kefahuchi | FantasyMagazine
Su FantasyMagazine una scheda approfondita sull’autore M. John Harrison, che detto tra noi amo alla follia; un estratto che coinvolge alcuni dei suoi romanzi e saghe più celebri:
Nato nel 1945, M. John Harrison è un autore britannico che si è sempre mosso tra fantascienza, fantasy, letteratura semi biografica, critica e recensioni. Appassionato fin da piccolo del bizzarro e dell’insolito, nel 1968 divenne editor della rivista New Worlds. Nel 1971 ha iniziato la saga di Viriconium (che è andata avanti per quasi un decennio) e nel 2002 quella del Kefahuchi Tract; nel 2020 è uscito il suo ultimo romanzo Riaffiorano le terre inabissate (The Sunken Land Begins to Rise Again).
Oltre ad aver contribuito alla corrente letteraria New Wave con il suo lavoro presso New Worlds, ha coniato il termine New Weird nella sua introduzione a The Tain di China Miéville nel 2002.La Trilogia dello Spazio Vuoto
La Trilogia dello Spazio Vuoto o del Kefahuchi Tract è l’evoluzione del worldbuilding e della narrativa di Harrison. Si tratta di tre romanzi, Luce dell’Universo (Light, 2002), Nova Swing (Nova Swing, 2006) e Lo Spazio Deserto (Empty Space, 2012), che seguono le vicende di alcuni personaggi in diverse epoche storiche (1999 e 2400), e che hanno in comune la presenza del Tratto di Kefahuchi, un’anomalia spaziale grande alcuni anni-luce che è alla base di una serie di misteri epistemologici e ontologici studiati da specie aliene per milioni di anni e negli ultimi due secoli dagli esseri umani.
La trilogia è una Space Opera influenzata sia dalla New Wave che dal New Weird. L’elemento di fantascienza hard lascia il posto per gli aspetti più psicologici e metaforici: lo spazio cosmico diventa una manifestazione dello spazio interiore. Riprende le lezioni imparate nelle sue opere precedenti, specialmente il ruolo del lettore nel (ri)creare il mondo narrativo assieme all’autore. C’è un punto di vista quantistico in questa opera. Come nella scatola dell’esperimento di Schroedinger, anche qui ogni volta che un lettore apre il libro rischia di trovarsi di fronte a un’opera diversa. La trilogia è una black box di infinite possibilità, tutte sovrapposte a livello teorico, che aspettano un osservatore per “fissarsi” sulla pagina. Libro e lettore si riflettono: la lettura del primo cambia la mente del secondo, che ora rilegge il testo con occhi nuovi, in un continuo riflettersi, uno specchio di fronte a uno specchio.
La loro scienza era in uno stato disastroso. Ogni razza che incontrarono procedendo verso il Nucleo aveva un volo interstellare basato su una teoria diversa dalle altre. Tutte quelle teorie funzionavano, anche quando escludevano gli assunti basilari delle altre. Si cominciò a pensare che si potesse viaggiare tra le stelle partendo da qualunque presupposto. Se la tua teoria ti dava uno spazio schiumoso sul quale lavorare, se dovevi cavalcare un’onda, la cosa non impediva che un altro propulsore, agendo su una superficie einsteiniana perfettamente liscia, percorresse la stessa fetta di spazio vuoto. Era persino possibile costruire propulsori sulla base di teorie in stile superstringhe, che, nonostante le loro promesse, quattrocento anni prima non avevano mai realmente funzionato.Il Tratto viene definito come una singolarità senza orizzonte degli eventi. In questo caso l’informazione non va perduta (come temeva Stephen Hawking) ma ritorna; soprattutto, ogni evento e ogni luogo e tempo possono essere influenzati dal Tratto. Nulla viene dimenticato, e questo spiega la “fontana” spaziale di antichi oggetti:
“Poi si vedevano oggetti lanciati in aria, all’apparenza a centinaia di chilometri di distanza. Era impossibile avere scala e prospettiva, perché quegli oggetti (rovesciandosi in continuazione come al rallentatore, o così gli occhi presumevano) erano cose domestiche cento volte troppo grandi e di un’altra epoca, assi da stiro, bottiglie di latte, bicchieri e piattini di plastica. Erano troppo grandi e troppo grafici, disegnati in piatti colori pastello con una minima indicazione di forma, capaci di trasformarsi in liquidi mentre li si osservava […] Tutto in uno stile diverso di meditazione. Tutto che generava una breve norma e ridefiniva tutto il resto. In quel momento, in quell’istante di osservazione e ascolto, in un attimo selvaggiamente e perfettamente impassibile di interpretazione, erano tutte le cose che volano via da una vita, forse la tua, forse quella di qualcun altro che stavi osservando. Di giorno in giorno si poteva avere una sensazione più intensa o debole che gli oggetti che vedevi fossero descrivibili come “reali”. Di fatto non era una distinzione che fosse necessario fare, finché non si entrava all’interno”.

