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Minneapolis come laboratorio della post-verità – L’INDISCRETO


In un’epoca in cui diverse narrazioni sono in guerra, la realtà è sopravvalutata: a convincerci è, come sempre, la storia che vogliamo ascoltare.

Questa la chiosa su un articolo dell’Indiscreto che analizza le violenze degne di ben altro regime – ma il discorso qui si farebbe lungo, ne parleremo in a parte – che le forze speciali statunitensi ICE commettono, con orrore e determinazione disumana, nei confronti di chi ritengono immigrati (una colpa colossale, il culmine della diversità che va sempre e comunque condannata, perché il Mercato fiaccato dalla pandemia ha bisogno di ripartire forte, di concentrarsi sugli elementi forti del businness). Un altro estratto, che analizza l’orrore dell’uccisione di Renee Nicole Good:

Il Vicepresidente J.D Vance ha adottato una strategia diversa, affermando, senza alcun fondamento che Good apparteneva a una rete più ampia di attivisti che progettavano “di attaccare, di doxare e di aggredire” le forze dell’ordine federali, criticando i media per aver parlato dell’agente senza empatia e dicendo che Good è morta per la propria ideologia. È a dir poco allarmante se a riscrivere la realtà è un apparato statale, con la consapevolezza che la narrazione “ufficiale” ha un peso ben diverso di qualsiasi prova e testimone. Il sindaco dem di Minneapolis Jacob Frey non ha fatto molti giri di parole, definendo la versione dell’amministrazione “narrazione spazzatura”. “L’Ice dovrebbe “andarsene da Minneapolis”, ha aggiunto.
Chi supporta queste violenze non cambierà idea nemmeno di fronte all’evidenza più lampante, perché, pur se non lo ammetterà esplicitamente, ritiene che queste violenze siano in qualche modo giustificate se la si pensa diversamente da Trump e si fida ciecamente della narrazione dominante che chiama terrorista una madre di 37 anni disarmata che voleva tornare a casa sua.
Ad aumentare la confusione sui social media sono stati alcuni deepfake, indirizzati sia contro la vittima che contro l’agente. Il giornalista del Washington Post Drew Harwell ha pubblicato un video sulle immagini generate dall’intelligenza artificiale (in particolare Grok su X) che rimuovevano la maschera dell’agente dell’ICE Jonathan Ross divenute virali sui social media, prima che fosse identificata la sua vera identità. I generatori di immagini non sono in grado di smascherare le persone, possono infatti solo basarsi su dati del passato già acquisiti, dunque questo genere di utilizzo è privo di senso.
I commentatori politici di Fox News (ma anche di ambienti più moderati, sia in Europa che oltreoceano) che parlavano di nuovo fascismo in riferimento a iniziative definite dittatura del politicamente corretto, adesso spiegano che chi non obbedisce agli agenti mette consapevolmente a rischio la sua vita. Nel mentre i commentatori esaltano l’attacco di Trump al Venezuela e celebrano i manifestanti iraniani contro il sanguinario regime dittatoriale in Iran ergendosi a paladini della libertà, come se le violenze delle autorità iraniane fossero diverse da quelle statunitensi. I diritti umani e la libertà, del resto, valgono solamente in funzione della propria visione geopolitica.
A creare un “clima infame” a Minneapolis, come riassunto da Francesco Marino nella newsletter Culture Wars, ha contribuito anche l’ecosistema mediatico dei creator al servizio dell’estrema destra, che adesso sta amplificando le diffamazioni contro Renee Nicole Good. Lo scorso dicembre, lo youtuber MAGA Nick Shirley pubblica, un video in cui “smaschera” presunte frodi in una serie di asili nido somali a Minneapolis, di cui in realtà FBI erano a conoscenza da anni, ma che in ogni caso diventano la scusa perfetta perfetta per attaccare il governatore del Minnesota Tim Walz, bloccare i fondi federali e inviare migliaia di agenti dell’ICE a Minneapolis.

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La voce di Hind Rajab | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione a La voce di Hind Rajab, film di Kawthar ibn Haniyya che racconta l’inferno che Israele ha scatenato sui palestinesi e sulla loro terra – non solo su quei territori. Un estratto:

Il 29 gennaio 2024 Hind Rajab, una bambina palestinese di 6 anni, rimase intrappolata in una macchina crivellata da 355 proiettili insieme a parte della sua famiglia durante l’attacco da parte dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza. Nell’auto morirono tutti tranne lei, che riuscì a mettersi in contatto con il centro operativo dei soccorritori volontari della Mezzaluna Rossa palestinese per chiedere aiuto. Quella telefonata, in cui gli operatori cercarono di confortare la bambina nella speranza di ottenere un corridoio sicuro per far transitare un’ambulanza tra i bombardamenti, venne registrata e resa pubblica in rete. L’orrore di quel momento e il suo tragico epilogo sono stati raccolti dalla regista tunisina Kaouther Ben Hania, che ha inserito all’interno del suo film la vera voce di Hind Rajab.

È difficile riuscire a recensire un’opera come La voce di Hind Rajab poiché è evidente che il suo messaggio politico sull’attuale massacro palestinese è, sopra ogni cosa, una testimonianza storica dei tempi in cui viviamo: un pugno allo stomaco violentissimo, che fa male a chiunque lo guardi. Gli ultimi tragici momenti di Hind Rajab sono l’emblema di un orrore che travalica un giudizio estetico per diventare qualcosa di diverso, forse un’opera unica nel suo genere. La Mostra del Cinema di Venezia, in cui era in concorso, ha voluto premiare Kaouther Ben Hania con il Leone d’argento e non con quello d’oro, anche se al di là del premio (il film, prodotto da Brad Pitt, Joaquin Phoenix, Alfonso Cuarón, Jonathan Glazer e Rooney Mara, avrebbe avuto comunque una sua distribuzione) è più l’idea di che cosa abbia valore in un festival a essere rilevante.

Elementi di un’IA disumana


Via Mariano Equizzi, le sue IA.

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È davvero così assurdo, o è solo spostato un po’ più altrove?

LOCAL 58 – NARCISSUS IN THE FLESH PIT | Komplex


L’angoscia di essere altrove. Via Equizzi.

Riot from the deep


L’infezione si propaga.

PINK FLOYD: SPECIALE “MONTREAL 1977” – VIDEO | PinkFloydItalia


Su PinkFloydItalia il video – 17 minuti, spesso fuori sincro – del famigerato concerto dei Floyd a Montreal del ’77, quando Waters litigò furiosamente con alcuni del pubblico che, di certo, non si stavano comportando troppo bene; da quell’episodio, che chiuse il tour di Animals, scaturì poi TheWall.

Ogni artista ha quel momento che li ha ispirati a creare qualcosa di grandioso. Spesso, questi momenti nascono da traumi. Per Roger Waters, la scintilla che ha ispirato “The Wall” è avvenuta il 6 luglio 1977, durante l’ultimo concerto dei Pink Floyd del loro tour negli stadi “In The Flesh” al Big O di Montreal. Una folla estremamente turbolenta e un fan particolarmente fastidioso hanno spinto Roger oltre il limite quella sera. Dopo la fine del concerto, mentre tornava a casa in aereo, Roger sentì che si era sviluppato un muro tra lui e il pubblico per cui stava suonando. Chiaramente, Montreal lo aveva cambiato. La serie di eventi di quella notte lo ha condotto in una profonda introspezione spirituale, che ha riversato in uno degli album rock più influenti di tutti i tempi, “The Wall”.

Durante una conferenza stampa 39 anni dopo, nel marzo 2016, al Big O di Montreal, Roger fece una confessione completa: “Ero arrabbiato a causa di un gran numero di persone che, con tutto il rispetto per la popolazione di Montreal, erano ubriache e non attente a ciò che stava accadendo sul palco e un ragazzo stava arrampicandosi davanti e credo che gli abbia sputato addosso… Ho capito che ero nel posto sbagliato al momento sbagliato a fare la cosa sbagliata. E avevo bisogno di esprimere che non mi sentivo umano e tutti vogliamo sentirci umani. La mia risposta a tutto ciò è stata scrivere uno spettacolo che coinvolgeva la costruzione di un enorme muro tra me e le persone con cui cercavo di comunicare“.

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