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Archivio per André Breton

Carmilla on line | Immaginario e costruzione sociale della realtà


Su CarmillaOnLine la recensione di Gioacchino Toni a Sociologia dell’immaginario, saggio di Patrick Legros, Frédéric Monnyeron, Jean-Bruno Renard, Patrick Tacussel uscito per Mimesis con la traduzione e cura di Fabio La Rocca e Francesco Barbalace; ecco la parte iniziale, assai speculativa:

Valerio Evangelisti aveva da tempo compreso come l’immaginario sarebbe divenuto uno dei campi di battaglia per le forze antagoniste al sistema vigente. Nell’introdurre il volume Immaginari alterati (Mimesis 2017), steso da alcuni redattori di “Carmilla online”, lo scrittore bolognese aveva evidenziato come, in Occidente, un settore non irrilevante dell’economia guardi ormai esclusivamente alla produzione di informazione finalizzate a offrire esperienze di vita parallela colonizzando sogni e desideri degli individui e di come il fascino di cui ha saputo ammantarsi l’Occidente abbia concorso tanto alla caduta del blocco socialista, quanto al dare il via a immensi fenomeni migratori.
“L’immaginario è dunque tra i terreni salienti di battaglia, per chi voglia sottrarsi alla dittatura più insinuante, senza scrupoli e invasiva che la storia ricordi”, ha scritto Evangelisti, e in linea con il suo convincimento, gli autori di Immaginari alterati hanno esplicitamente parlato nel loro volume della necessità di “liberare l’immaginario dal ruolo falsamente sovrastrutturale che gli viene affidato nella società dello spettacolo per affermarne la dialettica appartenenza alla struttura stessa delle società umane e per far sì che tutta la sua potenza creativa e innovativa diventi strumento di radicale cambiamento dello stato di cose presenti”. Del resto, l’importanza assegnata dalla redazione di “Carmilla online” all’immaginario è testimoniata dal sottotitolo che continua a campeggiare a fianco della testata: “letteratura, immaginario e cultura d’opposizione”.

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Eric La Casa – Barri​è​res Mobiles | Neural


[Letto su Neural]

Dopo gli attentati jihadisti del novembre 2015 gran parte degli spazi degli edifici pubblici a Parigi sono stati riprogettati aggiungendo resistenti barriere metalliche agli ingressi. Questa iniziativa oltre ad assolvere a problemi pratici di ordine pubblico ha in qualche modo dato inizio ad un rituale civile di grande impatto simbolico, imponendosi nelle forme di un media event la cui copertura è andata a saturare l’offerta televisiva e giornalistica, con intrecci fra i vari mezzi di informazione, digitali e tradizionali. Di questo trauma culturale Eric La Casa ha immediatamente sottolineato la retorica dello scontro di civiltà e come il tema della sicurezza servisse in realtà solo da paravento al fine di un sistema di controllo sociale sempre più pervasivo e autoritario. “Da cosa e da chi ci stiamo proteggendo?”. Questa la prima domanda, semplice ed essenziale, che l’autore si pone, insistendo anche sul fatto che questi ostacoli in acciaio siano stati installati, senza alcuna consultazione preventiva e senza che venisse fornita ai cittadini alcuna indicazione su quanto tempo sarebbero rimasti in vigore. Eric La Casa dichiara d’essere stato particolarmente interessato nel capire come questi “oggetti” interpretassero la città, quasi fossero anch’essi dotati di percezioni e sensibilità, idea apparentemente bizzarra ma che ha predecessori illustri proprio nei surrealisti francesi, in autori come Louis Aragon, André Breton e Marcel Noll, che già a metà anni venti equiparavano poeticamente architetture, luoghi e strade ad agglomerati aventi una loro specifica natura. Ancora una volta, allora, lo spazio cittadino è esplorato, vagliato, osservato e setacciato attraverso il filtro della visione artistica, che in questo caso non è affatto neutrale, non è solo estetica, non propugna alcun attivismo di mera facciata. Per vincere il labirinto metropolitano è necessario attraversarlo, riconoscendo anche agli oggetti un loro statuto, mettendo in discussione la percezione della realtà stessa, espandendo la nozione di vita quotidiana, registrando anche il rumore di fondo, le risonanze e l’inaudibile. Insomma, siamo ancora in pieno avanguardismo novecentesco, che se non ha mantenuto le sue promesse nemmeno è totalmente fuori sintonia con i tempi, riuscendo a rimanere ancora in relazione con la conoscenza collettiva nei gruppi sociali, funzionando come un metodo di ricettività ed apertura agli altri e al mondo. In Barri​è​res Mobiles le quattro tracce presentate da Eric La Casa, più tre “silenzi” di 10, 20 e 30 secondi, che inframmezzano ogni composizione, scandiscono scenari allo stesso tempo inquietanti, eterei e un po’ claustrofobici, se pure le catture auditive sono state raccolte soprattutto in spazi aperti, come per esempio Parc de La Villette. Il bisogno di una sicurezza silenziosa nella vita di tutti i giorni viene ancora messo in discussione: questo non cambia i destini delle persone ma è ancora qualcosa alla quale aggrapparsi.

Nello specchio di Zos: Austin Osman Spare e il Surrealismo – Axis ✵ Mundi


Su AxisMundi un lungo articolo che indaga l’opera di Austin Osman Spare e le sue interazioni col Surrealismo, inteso anche come arte magica. Un estratto:

Tra l’aprile e il settembre 2022, la suggestiva cornice di Venezia, coi suoi decadenti e ombrosi languori, ha ospitato una mostra dal titolo assai significativo: ‘Surrealismo e magia – la modernità incantata’. Scorrendo la vasta esposizione, appare evidente come la fenomenologia delle radici magiche del surrealismo venga scorta nel fantasma di una reazione contro-culturale diretta contro gli allora imperanti positivismo e scientismo: ed è un dato di fatto che Parigi, culla del razionalismo ottocentesco, come Londra e Berlino negli stessi anni, abbia conosciuto tra ottocento e primi del novecento un poderoso revival magico ed esoterico che avrebbe influenzato (anche) la produzione artistica.

Nel 1924, nel (primo) Manifesto surrealista, in un capitoletto emblematicamente titolato ‘Segreti dell’arte magica surrealista’, André Breton sintetizzava efficacemente la metodologia magico-operativa del neonato movimento artistico, scrivendo:

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Ritratto di Dora M. divorata dal Genio | PostHuman


Su PostHuman la recensione di uno spettacolo teatrale che vede come protagonista la figura di Dora Maar, musa ispiratrice di Picasso (o forse ben altro, come si evince dalla rappresentazione teatrale e soprattutto dalla storia di Dora).

Dora Maar (1907-97) pubblica le prime foto di moda e pubblicità nel 1930, poi abbraccia il gruppo dei surrealisti, aderisce al gruppo Contre-Attaque di Breton, Eluard, Bataille – di cui è amante per un periodo – collabora con Brassaï e Man Ray, s’infiamma d’ideali socialisti e deambula per le fangose periferie parigine ritraendo i poveri e i ciechi in quello che verrà definito ‘street surrealism‘. Questo è il periodo più spumeggiante della sua vita, è giovane e bella, è una musa di quelli che stanno inventando il futuro, viene ritratta da Cocteau
E poi… poi, nel 1935, al caffè Les Deux-Magots di Saint-Germain-des-Prés incontra Picasso, il vertice dell’arte moderna. Lo colpisce con la propria bellezza e lo spagnolo fluente, inizia una nuova, turbinosa relazione che – come diremmo noi del fantastico – la fa volare in un’altra dimensione, ma – come Icaro – le brucia anche le ali per sempre. Il Genio è geloso, totalmente egocentrico e pure un po’ mostro: mette all’angolo le sue foto, la spinge a dipingere per avere un ruolo di pigmalione nei suoi confronti, la usa come modella per la donna con la lanterna di Guernica – la documentazione delle fasi creative dell’opus magnum di Pablo sarà il suo ultimo lavoro fotografico – ma al contempo la umilia trattandola come un cane (di lui dirà “Io non sono stata l’amante di Picasso. Lui era soltanto il mio padrone”); finché dopo nove anni la sputa via, sostituendola con la più giovane Françoise Gilot.
Lei, innamorata della vita nonostante tutto, gli sopravvive, pur passando attraverso un calvario di cliniche psichiatriche e di elettroshock – in scena genialmente evocati da un video con i chiodi animati al negativo di Man Ray proiettati su sipario di tulle con un effetto sonoro shock – nonché dalle cure di un altro nume come Lacan (psicanalista dello stesso Picasso). Però si ritira dal mondo, non fotografa più, né dipinge, non parla e non compare in pubblico. Una monaca di clausura, “l’incarnazione stessa del dolore”, come diceva di lei Picasso medesimo.

Surrealismo e Magia: perché l’occulto era fondamentale per i surrealisti | FinestreSullArte


Su FinestreSullArte la segnalazione di una bellissima mostra sulle interazioni tra magia e Surrealismo, che parte da Venezia, Collezione Peggy Guggenheim, dal 9 aprile al 26 settembre 2022 e prosegue per altre location europee: Surrealismo e Magia. La modernità incantata. Vi lascio alle note dell’articolo, assai esplicative:

“Perché il Surrealismo nutriva un forte interesse per la magia? Diversi i motivi, primo tra tutti la volontà di sottrarre l’immaginazione al controllo della ragione”.

Nel Manifesto surrealista del 1924, André Breton, il fondatore del surrealismo, sintetizzava la pratica formale del movimento sotto un capitolo dal titolo molto indicativo: Secrets de l’art magique surréaliste, ovvero “Segreti dell’arte magica surrealista”. Breton, poeta e critico d’arte, stabiliva indicazioni per gli scrittori surrealisti, ma il discorso si può estendere anche alle arti visive: “Fatti portare qualcosa da scrivere, dopo esserti sistemato in un luogo che sia il più favorevole possibile alla concentrazione della tua mente su se stessa. Mettiti nello stato più passivo o ricettivo che puoi. Ignora il tuo genio, i tuoi talenti e quelli di tutti gli altri. Di’ a te stesso che la letteratura è uno dei percorsi più tristi che portano a tutto. Scrivi velocemente senza un argomento preconcetto, abbastanza veloce da non trattenerti e non essere tentato di rileggerti. La prima frase verrà da sé, perché è vero che ogni secondo c’è una sentenza straniera che chiede solo di essere esteriorizzata […] Continua quanto vuoi. Affidati al carattere inesauribile del mormorio”. Breton definiva il surrealismo come un “automatismo psichico puro” attraverso il quale “si propone di esprimere, sia verbalmente, sia per iscritto, sia con altri mezzi, il reale funzionamento del pensiero. Dettato dal pensiero, nell’assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di qualsiasi preoccupazione estetica e morale”. Si comprende, dunque, perché per Breton il surrealismo (e in particolare la pratica surrealista) avesse un carattere magico, e la presenza della magia e dell’alchimia, oltre a essere spesso presenti nell’arte dei surrealisti, rivestono un’importanza decisiva per il concetto stesso di “surrealismo”: da un lato, la magia contribuì a formare le idee alla base del movimento, dall’altro costituì un fondamentale repertorio e indirizzò anche alcuni sviluppi del surrealismo.

Il tema del rapporto tra surrealismo e magia è stato affrontato in maniera estesa per la prima volta in Europa nella mostra intitolata Surrealismo e Magia. La modernità incantata, a cura di Gražina Subelytė, e organizzata in collaborazione con il Museum Barberini di Potsdam (sede della seconda tappa della rassegna, dal 22 ottobre 2022 al 29 gennaio 2023). La nascita del surrealismo, come anticipato, viene formalizzata con il primo manifesto del 1924: all’epoca, la città di Parigi, luogo in cui il surrealismo nacque, stava vivendo (e questo almeno a partire dalla fine dell’Ottocento) un forte interesse per l’esoterismo e l’occulto (il momento storico è stato efficacemente documentato nel 2018 dalla mostra Arte e magia tenutasi a Rovigo) in risposta allo sviluppo dell’industrializzazione, del positivismo, del dominio della tecnica. Si trattava, per certi versi, di un’eredità che affondava le radici nel romanticismo e in quello che Francesco Parisi ha definito il “mito della protesta contro l’ordine sociale e il potere razionalistico-industriale”. Esoterismo come controcultura, dunque: e i surrealisti vengono individuati da Subelytė come gli ultimi eredi di questa tendenza “che propone”, scrive la studiosa, “una critica al materialismo sterile della modernità razionalizzante senza fare ricorso alla religione istituzionalizzata”.

 

quindi, sì, nudo e crudele

Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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