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Carmilla on line | Quando le fonti divergono. La profondità delle zone grigie. Intervista all’archeologo Andrea Augenti (parte due)
Su CarmillaOnLine la seconda parte di una grande chiacchierata di Valentina Cabiale con Andrea Augenti, archeologo che indaga le zone grigie della Storia, e dei reperti, dei ritrovamenti. Un estratto:
Andrea Augenti è docente di Archeologia Medievale all’Università di Bologna dal 2000. Ha condotto indagini in molti siti d’Italia. È autore di numerose pubblicazioni e membro della redazione della rivista Archeologia Medievale, della Società degli Archeologi Medievisti Italiani e della Society for Medieval Archaeology e Fellow della Society of Antiquaries of London.
Più volte hai parlato della zona grigia di non sovrapposizione tra fonti materiali e scritte o di altro genere. Ad esempio riguardo al Garbage Project, un progetto rivoluzionario di archeologia del contemporaneo, nato negli anni Settanta per volontà di W. L. Rathje, archeologo dell’università di Tucson. Gli archeologi per quasi trent’anni hanno studiato l’immondizia di determinati quartieri e famiglie, comparando poi i dati con quanto desumibile invece dalle fonti orali, ovvero dalle interviste ai membri di quelle comunità. E i dati non sempre corrispondevano. In particolare, le dichiarazioni sulle birre bevute a settimana risultavano in evidente difetto rispetto al numero delle lattine di birra ritrovate dagli archeologi nei bidoni della spazzatura. Per il medioevo ti viene in mente qualche caso eclatante di dati archeologici che hanno smentito quanto sapevamo dalle fonti scritte?
Un caso riguarda la città di Verona, per la quale abbiamo tre diverse fonti. Il Versus de Verona, un poema altomedievale, ci dice che Verona è una città splendida tutta costruita in pietra, con mura ricoperte di gemme, strade lastricate e al centro un labirinto da cui si esce solo seguendo un filo. Da quanto scritto si capisce che il poema è stato composto da qualche personaggio dotto imbevuto di cultura classica, forse in un monastero. Poi c’è l’Iconografia Rateriana, un disegno rinascimentale copia di un disegno medievale: è una veduta di Verona molto alla “romana”, con anfiteatro, chiese, templi, sembra quasi il plastico di Roma di Italo Gismondi. E poi, terza fonte, ci sono gli scavi archeologici, che ci mostrano una città che nel periodo altomedievale era ben altro: strade invase dal fango, case in legno che avevano sostituito le domus romane, ecc. Considero le zone grigie, ovvero quei casi in cui le diverse fonti divergono, l’aspetto più entusiasmante dell’indagine sul passato, e credo che analizzandole non sia necessario giudicare. Quelli dell’Iconografia Rateriana e del Versus de Verona non sono bugiardi o impostori. Piuttosto dobbiamo domandarci perché hanno rappresentato Verona in quel modo. Per loro l’idea di città prevaleva sul dato materiale. Non avevano il coraggio, la voglia, ma soprattutto la cultura per dire che la città in pietra era in rovina, che gli edifici crollavano, che si seppelliva tra le case e che c’erano enormi fosse di spoliazione e bisognava stare attenti a non cascarci dentro. Allo stesso modo i bevitori di birra di Tucson in Arizona non avrebbero mai detto che bevevano decine di birre a settimana, perché i valori della società nella quale vivevano sono altri. Lì, nella comparazione tra le due fonti, si può capire meglio la società americana degli anni Ottanta del XX secolo così come, guardando alla Verona altomedievale, si vede la mentalità degli abitanti della città in quel periodo, presa nella morsa della contrapposizione tra la città ideale e la città com’era realmente.
A Classe (Ravenna) c’è una situazione simile: Andrea Agnello, autore del Liber Pontificalis dei vescovi di Ravenna del IX secolo, dice che la città di Classe è distrutta; scrive ai ravennati di stare attenti, perché altrimenti, a causa dei loro comportamenti lascivi, condurranno la città in rovina come è capitato a Classe. Poi però a un certo punto si smentisce, perché dice che Classe fornisce un battaglione di armati all’esercito di Ravenna. E quindi non doveva essere così in rovina e deserta. Lo scavo archeologico ha in effetti dimostrato che Classe continua a vivere ben al di là della supposta morte.
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Carmilla on line | Il sogno di una archeologia beauty-free. Conversazione con Franco Nicolis (parte uno)
Su CarmillaOnLine un’intervista (prima parte) a Franco Nicolis, archeologo che opera in Trentino soprattutto nell’ambito preistorico e che racconta brandelli di vita passata altrui in un modo che affascina, e che certo è patrimonio di tutti gli archeologi; un estratto:
Stavo seguendo lo scavo di un sito protostorico di produzione del rame sull’altopiano di Luserna. È un altopiano, come altri da queste parti, molto ricco di minerali di rame, un metallo che durante le fasi finali dell’età del Bronzo veniva esportato un po’ dappertutto, dalla Grecia alla Scandinavia. E in questo sito le stratigrafie protostoriche sono state tagliate dalle trincee della Prima Guerra mondiale. Era un palinsesto appassionante, dove vedevi le scorie metalliche dell’età del Bronzo insieme ai paletti e al filo spinato delle trincee. Mi ha fatto percepire qualcosa di particolare. Illuminante, per me, è stata inoltre la conoscenza dell’archeologo Armando de Guio che mi ha fatto comprendere, in maniera direi geniale, che cos’è l’archeologia. A livello accademico rimane quella disciplina che si interessa dell’antichità ma gradualmente ho capito che qualsiasi genere di passato è indagabile con metodo archeologico.
A partire da quello scavo è iniziato un mio interesse particolare per la Prima guerra mondiale, che in Trentino ha lasciato delle tracce ancora oggi impattanti e ben visibili, sia sul terreno (i forti austro-ungarici, resti di opere murarie, campali e trincee) sia nelle stratigrafie sepolte. Qui passava il confine tra impero d’Italia e quello austro-ungarico, il Trentino è stato austro-ungarico sino alla fine della Prima guerra mondiale. E qui è stata combattuta la cosiddetta Guerra Bianca: i generali pensavano che conquistando le cime si sarebbero controllate anche le vallate; pertanto, hanno quasi urbanizzato le cime più alte (sino a quasi 4000 m, come l’Ortles). Vi hanno portato materiali e soldati, in buona parte uomini capaci di andare a quelle altitudini, in parte gente che veniva da tutta Italia e non aveva alcuna esperienza delle condizioni di vita sulle alte quote. Mi sono così trovato a lavorare in un contesto ambientale completamente diverso, in quanto si scava nel ghiaccio e non nella terra. In quel contesto, una esperienza molto forte a livello personale è stata quella di sentire l’odore degli oggetti. È una esperienza che ti fa capire che quello che generalmente trovi, negli altri siti archeologici, è solo una minima parte di quello che è rimasto. Questo tipo particolare di “archeologia glaciale” mi ha poi portato ad occuparmi anche di un altro aspetto, che non è di competenza dell’Ufficio Beni Archeologici ma del Ministero della Difesa, ovvero il recupero dei corpi dei soldati. Anche questo è un capitolo della mia vita professionale che mi ha stimolato molte domande, con quasi nessuna risposta. Il trattamento dei resti umani per l’archeologo è una cosa normale, ma quando hai a che fare con resti umani di età così recenti, che in alcuni casi tornano ad avere un nome, un cognome e dei parenti, è molto diverso. Non si tratta di archeologia forense, perché non ci può essere evidenza di reato; il reato è quello della guerra e ormai è andato in prescrizione… Tutto questo mi ha portato a riflettere sull’etica dei resti umani, di qualsiasi epoca, e mi ha fatto crescere molto umanamente. Mi sono posto e mi pongo domande che vanno al di là della sfera professionale e che riguardano “cosa resta in quel che resta”. Di quello che siamo stati, qualcosa resta a livello materiale, ma cosa c’è in quel che resta? Su questo che è il problema di tutti gli uomini, ovvero la riflessione sulla morte, continuo a pormi interrogativi, del tutto laici, ai quali non trovo e non voglio trovare risposta.Ecco, questa è un po’ la mia storia. Negli ultimi anni sono ritornato anche agli studi preistorici. Nel 1998 avevo organizzato un convegno sul fenomeno del “bicchiere campaniforme” (in inglese Bell Beaker) nell’età del Rame. Sin da fine Ottocento si discute su questo vaso campaniforme che è stato ritrovato in mezza Europa, a macchia di leopardo, ma che non si sa come interpretare: se è parte di una cultura, di una moda, se è stato portato dai cavalieri nomadi, ecc. Non si è ancora capito. Oggi, con le scienze applicate all’archeologia, e soprattutto con lo studio del DNA, con la genetica, la genomica, la proteomica, i dati iniziano a farsi non più chiari ma più complessi, e la complessità è una cosa positiva: si iniziano a comprendere alcune storie delle persone che portavano con sé il vaso campaniforme. Con un collega di Helsinky e una di Budapest, Volker Heyd e Gariella Kulcsar, abbiamo organizzato due convegni, una prima parte a Riva del Garda, 25 anni dopo quel 1998, incentrato sulla seconda parte del III millennio, e un secondo a Budapest, sulla prima parte del III millennio (intorno al 3100-3000 a.C.) quando c’è una grande migrazione di popolazioni che dalle steppe russe-ucraine si spostano abbastanza velocemente – erano cavalieri – verso l’Europa centrale. Una migrazione ricostruibile sulla base dei dati della genetica, molto utili anche per studiare il genoma attuale. Nel gennaio dello scorso anno su Nature è uscito un articolo in cui si dice che la presenza del gene delle steppe, che si trova ancora soprattutto nelle popolazioni dell’Europa centro-settentrionale, sembra essere correlato alla maggiore presenza delle malattie auto-immuni quali la sclerosi multipla.
Ritrovati a Beith Shemesh reperti collegati con il culto dei morti | FantasyMagazine
Su FantasyMagazine una segnalazione particolare, ma in linea con quanto ritengo corretto e attinente col fantastico: un ritrovamento di usi e costumi liturgici relativo a quasi 2.000 anni fa, nel territorio di Israele, per dialogare con i defunti…
Storia e fantasy hanno un rapporto più stretto di quanto si possa immaginare, e gran parte della letteratura fantasy dell’ultimo secolo ha affrontato il rapporto con la morte (dai non-morti del D&D, ai classici zombie e vampiri che popolano romanzi, giochi e film). Ma basta pensare a grande opere del passato, come Odissea ed Eneide, un’epica che è ricolma di elementi fantasy e che affronta il tema della “discesa agli inferi” dell’eroe, che si trova a parlare con i defunti.
Ecco quindi che segnaliamo questa interessante scoperta archeologica sulla nostra rivista.Una grande grotta vicino a Beit Shemesh potrebbe essere stata un tempo utilizzata come un “portale per gli inferi” limitatamente alla magia rituale circa 1.700 anni fa, secondo un articolo pubblicato recentemente sulla Harvard Theological Review.
Gli esploratori britannici hanno mappato per la prima volta la Grotta di Teomim, una grande grotta carsica sulle colline di Gerusalemme, nel 1873: ma è stato solo nell’ultimo decennio, quando archeologi ed esperti di grotte hanno iniziato a esplorare altre camere interne della grotta, che hanno scoperto un certo numero di oggetti curiosi, come pezzi di tre teschi umani, 120 lampade a olio, antiche ceramiche e armi dell’età del bronzo risalenti a circa 2000 anni prima delle lampade disposte accuratamente e nascoste in profondità tra le fessure delle rocce.
Gli archeologi che hanno studiato la grotta di Teomim e gli oggetti nascosti nelle profondità ritengono che questo potrebbe essere stato un luogo in cui veniva praticata la negromanzia durante il periodo tardo romano, intorno al 300 d.C.
Nel 2009 i ricercatori entrarono in alcune delle camere interne della grotta, trovarono cumuli di monete d’argento e d’oro che erano state lasciate dai profughi in fuga dalla rivolta di Bar Kokhba e costituirono alcune delle più grandi scoperte di depositi di monete. Le scoperte sui depositi di monete sono state pubblicate alcuni anni fa.
Era chiaro dal modo in cui gli oggetti sono stati trovati che erano stati collocati con cura, probabilmente circa 1.700 anni fa, sulla base della datazione delle lampade a olio. Circa 120 lucerne ben conservate risalenti al periodo tardo romano e primo bizantino (dalla fine del II al IV secolo d.C.) sono state raccolte da cavità e fessure della grotta.
Prima che Roma nascesse. Storia della preistoria della Città Eterna – Storia in Rete
Su StoriaInRete una segnalazione assai interessante riguardo Roma prima di Roma, saggio storico di Gianluca De Sanctis mirabilmente stilizzato dall’articolo; un estratto:
Come avverte l’autore nella premessa, per i Romani esiste un rapporto organico tra i racconti della fondazione (e anche i relativi miti) e i luoghi in cui essa è avvenuta. «I luoghi diventano dei “ponti” tra il tempo del mito, nel quale l’evento è accaduto, e quello della storia nel quale si chiede all’evento di restare». L’evento mitico acquista così una presenza nella storia nel suo continuo e concreto svolgersi, diventa la continuità tra passato e futuro, «ma anche il nesso profondo tra memoria e “identità”».
L’identità, applicata al nostro tema, va spiegata, perché i Romani non avevano questa parola e, osserva De Sanctis, se avessero dovuto esprimerla forse avrebbero utilizzato il termine Roma, nel quale si riassumevano sia la città fisica che i suoi valori morali, politici e culturali, quei valori che avevano imposto a gran parte del mondo conosciuto l’Imperium, sintesi di potere, comando e territorio controllato e amministrato. Un potere che non significava esclusione delle popolazioni vinte, che anzi potevano essere assimilate se accettavano di entrare nell’universo della romanità, insomma se accettavano di farsi romani, con tutto ciò che ne conseguiva sul piano dell’integrazione culturale, politica e dell’osservanza delle leggi. A differenza dei Greci, per i quali l’identità era un fattore etnico, da rivendicare e difendere, per i Romani l’identità era aderenza a valori e modelli, apertura al diverso, che andava escluso quando poteva rappresentare una minaccia proprio a questa apertura. È evidente che lo studio della nascita di una città, e quindi di una civiltà, che per oltre mille anni ha monopolizzato il mondo ha da sempre affascinato gli studiosi che, fino a qualche tempo fa si sono divisi tra due diversi modelli interpretativi: quello della Stadtgrundung (nascita, creazione, fondazione) e quello della Stadtwerdung (urbanizzazione, sviluppo).
Quei laghi verde smeraldo sotto i piedi dei romani… – Camilla Verdacchi
Dal sito di Camilla Verdacchi riporto queste informazioni sul sottosuolo di Roma, sulle sue ricchezze idriche che non è mai inutile ripetere, o al più diffondere:
Roma è da sempre città d’acqua, lo sappiamo bene. Basti pensare all’importanza del Tevere e dell’Aniene, agli acquedotti antichi, alle terme, alle migliaia di fontane, alla Cloaca Maxima, alle naumachie, ai laghi che la circondano, alla vicinanza con il mare, alle ville che utilizzano l’acqua per il capriccio di facoltosi e colti cardinali, come nel caso di Villa d’Este a Tivoli, voluta dal Cardinale Ippolito d’Este.
Parlare di una Roma acquatica è facile, basta guardarsi intorno in una bella giornata di sole. Ma.. al buio? L’oscurità e i sotterranei, nella capitale, riservano le sorprese più belle.Oggi vorrei parlarvi di qualcosa che in pochissimi conoscono: un labirinto di laghi sotterranei nel ventre del Colle Celio, a due passi dal Colosseo.
Sotto la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo e i ruderi del Tempio dell’Imperatore Claudio, dieci metri sotto terra, nel silenzio e nell’oscurità, possiamo ammirare dei limpidi laghetti color smeraldo spettacolarmente incorniciati da stalattiti colorate. Già da qualche anno, un’equipe di speleologi sta esplorando questo sistema di antiche cave, scavate sin dal IV secolo a.C., che ha un’estensione di oltre due chilometri. Qui l’acqua ha una temperatura costante di dieci gradi centigradi.
Dal 2004 si sta cercando di documentare questo piccolo e antichissimo mondo geologico, e tra le tante emozioni che questo procura agli studiosi che se ne stanno occupando vi è, per esempio, quella di ritrovare incastonate nelle rocce di quelle profondità le fessure ove gli operai appoggiavano le loro lucerne, ma anche vecchissimi cavi elettrici, che ci ricordano come questi spazi vennero ampiamente utilizzati come rifugi anti-aerei nel corso della Seconda Guerra Mondiale.
Recensione: “Andare per l’Italia Bizantina” di Giorgio Ravegnani – TRIBUNUS
Su Tribunus la recensione a un’opera interessante, Andare per l’Italia Bizantina, opera di Giorgio Ravegnani che scova le tracce dell’Impero Romano d’Oriente presenti in Italia. Uno stralcio:
Nonostante le innumerevoli invasioni longobarde, gote, unne, normanne, la presenza dei Romani d’Oriente in Italia è durata oltre cinque secoli. Le loro tracce, anche se un po’ sbiadite, si possono rintracciare per tutta la penisola italiana.
In questo viaggio ci accompagna il professor Giorgio Ravegnani alla riscoperta delle meravigliose testimonianze bizantine: partendo dall’Istria e dal Veneto, passando per il Corridoio Bizantino, fino a giungere a Roma, e da lì proseguire verso sud.
Lo stesso autore nel capitolo iniziale del libro scrive: ” Un itinerario bizantino per l’Italia, ancorché necessariamente incompleto in questa sede, deve tenere conto in primo luogo delle testimonianze dirette della presenza imperiale. Queste sono piuttosto modeste per il nord e per il centro, ma aumentano notevolmente nel sud della penisola, soprattutto con il gran numero di edifici religiosi ivi conservati. Rientrano nella categoria le poche epigrafi che ancora si leggono in diverse località, come quelle dell’esarca Isacio a Ravenna, della colonna di Foca a Roma, dei duchi di Napoli e di Roma o altre ancora. L’archeologia, quale ulteriore campo di indagine, offre un apporto modesto, limitato a ritrovamenti occasionali e non di ampia portata, come le rovine dei castelli della Liguria o l’impianto di Eraclea, la città nella laguna settentrionale di Venezia; i risultati di questi studi non sono però ancora di pubblico dominio. Assai diverso è il panorama degli oggetti artistici sparsi in tutte le regioni, tra i quali dobbiamo distinguere le opere fatte eseguire direttamente in Italia dai Bizantini, o arrivate da Bisanzio, e le opere commissionate in Oriente o realizzate a imitazione dell’arte di Costantinopoli. […].Cosa resta di Bisanzio in Italia al giorno d’oggi?





