HyperHouse

NeXT Hyper Obscure

Archivio per Archeologia

Carmilla on line | Quando le fonti divergono. La profondità delle zone grigie. Intervista all’archeologo Andrea Augenti (parte due)


Su CarmillaOnLine la seconda parte di una grande chiacchierata di Valentina Cabiale con Andrea Augenti, archeologo che indaga le zone grigie della Storia, e dei reperti, dei ritrovamenti. Un estratto:

Andrea Augenti è docente di Archeologia Medievale all’Università di Bologna dal 2000. Ha condotto indagini in molti siti d’Italia. È autore di numerose pubblicazioni e membro della redazione della rivista Archeologia Medievale, della Società degli Archeologi Medievisti Italiani e della Society for Medieval Archaeology e Fellow della Society of Antiquaries of London.

Più volte hai parlato della zona grigia di non sovrapposizione tra fonti materiali e scritte o di altro genere. Ad esempio riguardo al Garbage Project, un progetto rivoluzionario di archeologia del contemporaneo, nato negli anni Settanta per volontà di W. L. Rathje, archeologo dell’università di Tucson. Gli archeologi per quasi trent’anni hanno studiato l’immondizia di determinati quartieri e famiglie, comparando poi i dati con quanto desumibile invece dalle fonti orali, ovvero dalle interviste ai membri di quelle comunità. E i dati non sempre corrispondevano. In particolare, le dichiarazioni sulle birre bevute a settimana risultavano in evidente difetto rispetto al numero delle lattine di birra ritrovate dagli archeologi nei bidoni della spazzatura. Per il medioevo ti viene in mente qualche caso eclatante di dati archeologici che hanno smentito quanto sapevamo dalle fonti scritte?

Un caso riguarda la città di Verona, per la quale abbiamo tre diverse fonti. Il Versus de Verona, un poema altomedievale, ci dice che Verona è una città splendida tutta costruita in pietra, con mura ricoperte di gemme, strade lastricate e al centro un labirinto da cui si esce solo seguendo un filo. Da quanto scritto si capisce che il poema è stato composto da qualche personaggio dotto imbevuto di cultura classica, forse in un monastero. Poi c’è l’Iconografia Rateriana, un disegno rinascimentale copia di un disegno medievale: è una veduta di Verona molto alla “romana”, con anfiteatro, chiese, templi, sembra quasi il plastico di Roma di Italo Gismondi. E poi, terza fonte, ci sono gli scavi archeologici, che ci mostrano una città che nel periodo altomedievale era ben altro: strade invase dal fango, case in legno che avevano sostituito le domus romane, ecc. Considero le zone grigie, ovvero quei casi in cui le diverse fonti divergono, l’aspetto più entusiasmante dell’indagine sul passato, e credo che analizzandole non sia necessario giudicare. Quelli dell’Iconografia Rateriana e del Versus de Verona non sono bugiardi o impostori. Piuttosto dobbiamo domandarci perché hanno rappresentato Verona in quel modo. Per loro l’idea di città prevaleva sul dato materiale. Non avevano il coraggio, la voglia, ma soprattutto la cultura per dire che la città in pietra era in rovina, che gli edifici crollavano, che si seppelliva tra le case e che c’erano enormi fosse di spoliazione e bisognava stare attenti a non cascarci dentro. Allo stesso modo i bevitori di birra di Tucson in Arizona non avrebbero mai detto che bevevano decine di birre a settimana, perché i valori della società nella quale vivevano sono altri. Lì, nella comparazione tra le due fonti, si può capire meglio la società americana degli anni Ottanta del XX secolo così come, guardando alla Verona altomedievale, si vede la mentalità degli abitanti della città in quel periodo, presa nella morsa della contrapposizione tra la città ideale e la città com’era realmente.
A Classe (Ravenna) c’è una situazione simile: Andrea Agnello, autore del Liber Pontificalis dei vescovi di Ravenna del IX secolo, dice che la città di Classe è distrutta; scrive ai ravennati di stare attenti, perché altrimenti, a causa dei loro comportamenti lascivi, condurranno la città in rovina come è capitato a Classe. Poi però a un certo punto si smentisce, perché dice che Classe fornisce un battaglione di armati all’esercito di Ravenna. E quindi non doveva essere così in rovina e deserta. Lo scavo archeologico ha in effetti dimostrato che Classe continua a vivere ben al di là della supposta morte.
Leggi il seguito di questo post »

Carmilla on line | Il sogno di una archeologia beauty-free. Conversazione con Franco Nicolis (parte uno)


Su CarmillaOnLine un’intervista (prima parte) a Franco Nicolis, archeologo che opera in Trentino soprattutto nell’ambito preistorico e che racconta brandelli di vita passata altrui in un modo che affascina, e che certo è patrimonio di tutti gli archeologi; un estratto:

Stavo seguendo lo scavo di un sito protostorico di produzione del rame sull’altopiano di Luserna. È un altopiano, come altri da queste parti, molto ricco di minerali di rame, un metallo che durante le fasi finali dell’età del Bronzo veniva esportato un po’ dappertutto, dalla Grecia alla Scandinavia. E in questo sito le stratigrafie protostoriche sono state tagliate dalle trincee della Prima Guerra mondiale. Era un palinsesto appassionante, dove vedevi le scorie metalliche dell’età del Bronzo insieme ai paletti e al filo spinato delle trincee. Mi ha fatto percepire qualcosa di particolare. Illuminante, per me, è stata inoltre la conoscenza dell’archeologo Armando de Guio che mi ha fatto comprendere, in maniera direi geniale, che cos’è l’archeologia. A livello accademico rimane quella disciplina che si interessa dell’antichità ma gradualmente ho capito che qualsiasi genere di passato è indagabile con metodo archeologico.
A partire da quello scavo è iniziato un mio interesse particolare per la Prima guerra mondiale, che in Trentino ha lasciato delle tracce ancora oggi impattanti e ben visibili, sia sul terreno (i forti austro-ungarici, resti di opere murarie, campali e trincee) sia nelle stratigrafie sepolte. Qui passava il confine tra impero d’Italia e quello austro-ungarico, il Trentino è stato austro-ungarico sino alla fine della Prima guerra mondiale. E qui è stata combattuta la cosiddetta Guerra Bianca: i generali pensavano che conquistando le cime si sarebbero controllate anche le vallate; pertanto, hanno quasi urbanizzato le cime più alte (sino a quasi 4000 m, come l’Ortles). Vi hanno portato materiali e soldati, in buona parte uomini capaci di andare a quelle altitudini, in parte gente che veniva da tutta Italia e non aveva alcuna esperienza delle condizioni di vita sulle alte quote. Mi sono così trovato a lavorare in un contesto ambientale completamente diverso, in quanto si scava nel ghiaccio e non nella terra. In quel contesto, una esperienza molto forte a livello personale è stata quella di sentire l’odore degli oggetti. È una esperienza che ti fa capire che quello che generalmente trovi, negli altri siti archeologici, è solo una minima parte di quello che è rimasto. Questo tipo particolare di “archeologia glaciale” mi ha poi portato ad occuparmi anche di un altro aspetto, che non è di competenza dell’Ufficio Beni Archeologici ma del Ministero della Difesa, ovvero il recupero dei corpi dei soldati. Anche questo è un capitolo della mia vita professionale che mi ha stimolato molte domande, con quasi nessuna risposta. Il trattamento dei resti umani per l’archeologo è una cosa normale, ma quando hai a che fare con resti umani di età così recenti, che in alcuni casi tornano ad avere un nome, un cognome e dei parenti, è molto diverso. Non si tratta di archeologia forense, perché non ci può essere evidenza di reato; il reato è quello della guerra e ormai è andato in prescrizione… Tutto questo mi ha portato a riflettere sull’etica dei resti umani, di qualsiasi epoca, e mi ha fatto crescere molto umanamente. Mi sono posto e mi pongo domande che vanno al di là della sfera professionale e che riguardano “cosa resta in quel che resta”. Di quello che siamo stati, qualcosa resta a livello materiale, ma cosa c’è in quel che resta? Su questo che è il problema di tutti gli uomini, ovvero la riflessione sulla morte, continuo a pormi interrogativi, del tutto laici, ai quali non trovo e non voglio trovare risposta.

Ecco, questa è un po’ la mia storia. Negli ultimi anni sono ritornato anche agli studi preistorici. Nel 1998 avevo organizzato un convegno sul fenomeno del “bicchiere campaniforme” (in inglese Bell Beaker) nell’età del Rame. Sin da fine Ottocento si discute su questo vaso campaniforme che è stato ritrovato in mezza Europa, a macchia di leopardo, ma che non si sa come interpretare: se è parte di una cultura, di una moda, se è stato portato dai cavalieri nomadi, ecc. Non si è ancora capito. Oggi, con le scienze applicate all’archeologia, e soprattutto con lo studio del DNA, con la genetica, la genomica, la proteomica, i dati iniziano a farsi non più chiari ma più complessi, e la complessità è una cosa positiva: si iniziano a comprendere alcune storie delle persone che portavano con sé il vaso campaniforme. Con un collega di Helsinky e una di Budapest, Volker Heyd e Gariella Kulcsar, abbiamo organizzato due convegni, una prima parte a Riva del Garda, 25 anni dopo quel 1998, incentrato sulla seconda parte del III millennio, e un secondo a Budapest, sulla prima parte del III millennio (intorno al 3100-3000 a.C.) quando c’è una grande migrazione di popolazioni che dalle steppe russe-ucraine si spostano abbastanza velocemente – erano cavalieri – verso l’Europa centrale. Una migrazione ricostruibile sulla base dei dati della genetica, molto utili anche per studiare il genoma attuale. Nel gennaio dello scorso anno su Nature è uscito un articolo in cui si dice che la presenza del gene delle steppe, che si trova ancora soprattutto nelle popolazioni dell’Europa centro-settentrionale, sembra essere correlato alla maggiore presenza delle malattie auto-immuni quali la sclerosi multipla.

Carmilla on line | Paleoestetica. Alle origini della cultura visuale. Intervista a Michele Cometa.


Su CarmillaOnLine una bella intervista a Michele Cometa a cura di Valentina Cabiale per fissare alcuni importanti punti relativi ai concetti visuali del Paleolitico, quando i nostri progenitori dipingevano nelle grotte scene non sempre comprensibili secondo le nostre logiche; l’incipit:

In Paleoestetica. Alle origini della cultura visuale sostiene che bisognerebbe applicare allo studio dell’arte preistorica i metodi della cultura visuale, sostenuti da quelli delle neuroscienze cognitive e dell’archeologia cognitiva. Il suo saggio è un tentativo di “riflettere sulle capacità cognitive che presiedono al nostro fare-immagine e che, come dimostra un’ampia letteratura, condividiamo con i nostri antenati paleolitici”.
In una intervista ha dichiarato che le è sempre piaciuto “sbirciare” nel campo accanto. Che cosa l’ha spinta a sbirciare nelle grotte dipinte del Paleolitico e che reazioni ha avuto dal mondo della paleoantropologia e dell’archeologia cognitiva?

L’idea di andare a cercare altrove fa parte della mia forma mentis ma ha una motivazione teorica. Nel senso che credo sia improponibile studiare la letteratura – io sono un letterato di formazione, un germanista, anche se da sempre mi occupo di arti figurative e di cultura visuale – come sganciata da tutto il resto. Per esempio dal tema della visualità. Così è nata la mia attenzione per campi che dovrebbero essere quelli dell’estetica, piuttosto che della storia dell’arte. In realtà, a parte il fatto che ogni libro ha una sua forma, un suo layout, i grandi libri sono sempre stati  accompagnati da immagini, anche i grandi classici della letteratura; I promessi sposi venne illustrato da Manzoni che andava personalmente in tipografia a scegliere le immagini.
Questo libro, Paleoestetica, che sembra totalmente eccentrico rispetto al mio percorso, ha invece un senso, perché nasce da una domanda che mi ero posto ancora una volta sbirciando fuori casa, mentre scrivevo Perché le storie ci aiutano a vivere, ovvero: va bene parlare di narrazione, della centralità della letteratura, del fatto che non possiamo fare a meno delle storie, ma quali sono le motivazioni antropologiche, biologiche, cognitive di questo fatto? Così ho cominciato a scavare per cercare di capire quali fossero le condizioni antropologiche da un lato, e cognitive dall’altro, del fare storie. In quell’indagine inevitabilmente bisogna affrontare il passato, che ha un grande vantaggio, soprattutto il passato preistorico: ci libera immediatamente dal nostro eurocentrismo, dal pensiero che tutto accada, sia accaduto, soltanto in Europa – questo vale per la letteratura e per l’arte – poi ci libera dall’antropocentrismo, dall’idea di essere gli unici viventi in grado di comunicare e di produrre un certo tipo di artefatti. Questo per me è una mossa teorica importante. Paleoestetica ha questa funzione, in primis: mettere in crisi tutte le nostre consolidate idee su che cos’è un’immagine e sul perché facciamo le immagini, la convinzione che tutto il nostro fare-immagine possa essere ridotto ai pochi attimi che l’intera storia dell’arte rappresenta rispetto ai tempi immemoriali dell’evoluzione.

Leggi il seguito di questo post »

Carmilla on line | La storia degli anonimi, la storia di quasi tutti. Intervista a Marcella Frangipane


Su CarmillaOnLine un’intervista di Valentina Cabiale a Marcella Frangipane, archeologa assai acuta che racconta di come un luogo remoto e misconosciuto da indagare possa diventare esempio delle dinamiche umane, economiche e di potere estese sull’intero arco della storia umana. Un estratto della chiacchierata:

Marcella Frangipane è professoressa ordinaria di Preistoria e Protostoria e ha insegnato fino al 2018 all’Università di Roma La Sapienza. Autrice di più di 180 pubblicazioni, ha condotto ricerche sul campo in Italia, Messico, Egitto e Turchia. Dal 1990 è divenuta la direttrice del Progetto di scavi e ricerche ad Arslantepe, Malatya (Turchia), che ha condotto fino al 2019, contribuendo attivamente all’iscrizione del sito nel Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO (2021).
Lo scavo di Arslantepe è stato il progetto della sua vita ed è divenuto il cuore e la principale fonte di ispirazione della sua attività di ricerca, incentrata su temi come la nascita della disuguaglianza, l’origine della centralizzazione economica, dello Stato e della burocrazia, l’urbanizzazione e le politiche economiche delle prime elites di governo nel Vicino Oriente, con particolare riferimento all’Anatolia e alla Mesopotamia.
Nel 2023 è uscito, per le edizioni Il Mulino, “Un frammento alla volta. Dieci lezioni dall’archeologia”, un saggio divulgativo che affronta i temi principali delle sue ricerche.

L’intervista è avvenuta in una tarda mattinata di luglio del 2023, all’ombra immobile di un albero.

Per oltre trent’anni sei stata la direttrice della missione archeologica ad Arslantepe, un importante sito protostorico in Anatolia dove scavi dal 1976. Lo scrittore ed entomologo Frederik SjÖberg ha osservato (L’arte di collezionare mosche, Iperborea 2015) come spesso i naturalisti, gli entomologi, passino anni o l’intera esistenza su un’isola. Quei confini ristretti sono il limite che definisce la loro attività, il loro studio: non un ostacolo ma il perimetro entro il quale approfondire gli argomenti che interessano. Un limite che libera. Arslantepe è la tua isola?

Sicuramente sì. Devo premettere che prima di Arslantepe ho lavorato altrove. Quando ho cominciato la mia carriera, dopo la laurea, ho avuto una borsa di studio dell’Università La Sapienza con la quale il mio professore mi mandò in Messico perché voleva avviare a Roma un nuovo corso sulla Mesoamerica. Là ho trascorso 3 anni molto formativi perché sono venuta a contatto diretto con la New Archaeology americana, ovvero con quegli archeologi che stavano riscoprendo l’idea dell’archeologia come antropologia, come studio profondo dei meccanismi antropologici nella vita delle comunità antiche. Per me è stata una bellissima esperienza; poi non ci sono stati finanziamenti e la cosa non è andata avanti, sono tornata e da allora ho iniziato a lavorare a Arslantepe. Ho lavorato anche nel Basso Egitto, però Arslantepe è diventato in effetti la mia isola, il luogo dove ho potuto sviscerare nel profondo tanti elementi che erano emersi anche nelle precedenti esperienze: per esempio la nascita delle società gerarchiche e di certi meccanismi economici. Arslantepe è un tell, ovvero una collina artificiale costituita dal sovrapporsi di decine e decine di insediamenti per millenni, racchiude la storia lunghissima di quel sito e di quella regione ma anche riflette quella delle regioni intorno. Le sue relazioni con le altre popolazioni, che sono variate nel tempo (nella fase più antica erano più dirette verso la Mesopotamia, poi verso l’Anatolia centrale, poi verso quella orientale), la sua posizione di confine culturale e geografico e la lunghezza dell’abitare sempre nello stesso posto ricostruendo i villaggi e le case, hanno permesso di studiare non solo la sua storia particolare e la storia riflessa delle altre comunità ma anche l’evoluzione, lo sviluppo interno, i meccanismi con cui le società si modificano. Per questo sono convinta che la ricerca archeologica sia un mestiere che richiede tempi lunghi. In pochi anni scopri la presenza in uno strato di un dato momento storico, di un’altra fase nello strato successivo, ma non capisci i processi che hanno dato loro forma e ne hanno determinato i cambiamenti. Per capire quella che Fernand Braudel ha chiamato la “storia profonda”, cioè l’andare dentro alle cose, devi lavorarci molto tempo perché la ricostruzione è complessa e avviene un frammento alla volta. Partiamo da piccoli frammenti della vita materiale sopravvissuti al passare del tempo e per ricomporli in un quadro storico generale ci vuole moltissimo tempo. Così, come l’entomologo studia tutti gli insetti di un’isola e le loro interazioni, io credo che sia necessario per noi archeologi fare lo stesso. È proprio partendo da quel sito, Arslantepe, che ho potuto studiare approfonditamente per moltissimi anni, che ho poi avuto la possibilità di spaziare su tematiche vaste e su altre aree geografiche.

Leggi il seguito di questo post »

Ritrovati a Beith Shemesh reperti collegati con il culto dei morti | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine una segnalazione particolare, ma in linea con quanto ritengo corretto e attinente col fantastico: un ritrovamento di usi e costumi liturgici relativo a quasi 2.000 anni fa, nel territorio di Israele, per dialogare con i defunti…

Storia e fantasy hanno un rapporto più stretto di quanto si possa immaginare, e gran parte della letteratura fantasy dell’ultimo secolo ha affrontato il rapporto con la morte (dai non-morti del D&D, ai classici zombie e vampiri che popolano romanzi, giochi e film). Ma basta pensare a grande opere del passato, come Odissea ed Eneide, un’epica che è ricolma di elementi fantasy e che affronta il tema della “discesa agli inferi” dell’eroe, che si trova a parlare con i defunti.
Ecco quindi che segnaliamo questa interessante scoperta archeologica sulla nostra rivista.

Una grande grotta vicino a Beit Shemesh potrebbe essere stata un tempo utilizzata come un “portale per gli inferi” limitatamente alla magia rituale circa 1.700 anni fa, secondo un articolo pubblicato recentemente sulla Harvard Theological Review.
Gli esploratori britannici hanno mappato per la prima volta la Grotta di Teomim, una grande grotta carsica sulle colline di Gerusalemme, nel 1873: ma è stato solo nell’ultimo decennio, quando archeologi ed esperti di grotte hanno iniziato a esplorare altre camere interne della grotta, che hanno scoperto un certo numero di oggetti curiosi, come pezzi di tre teschi umani, 120 lampade a olio, antiche ceramiche e armi dell’età del bronzo risalenti a circa 2000 anni prima delle lampade disposte accuratamente  e nascoste in profondità tra le fessure delle rocce. 
Gli archeologi che hanno studiato la grotta di Teomim e gli oggetti nascosti nelle profondità ritengono che questo potrebbe essere stato un luogo in cui veniva praticata la negromanzia durante il periodo tardo romano, intorno al 300 d.C.
Nel 2009 i ricercatori entrarono in alcune delle camere interne della grotta, trovarono cumuli di monete d’argento e d’oro che erano state lasciate dai profughi in fuga dalla rivolta di Bar Kokhba e costituirono alcune delle più grandi scoperte di depositi di monete. Le scoperte sui depositi di monete sono state pubblicate alcuni anni fa.
Era chiaro dal modo in cui gli oggetti sono stati trovati che erano stati collocati con cura, probabilmente circa 1.700 anni fa, sulla base della datazione delle lampade a olio. Circa 120 lucerne ben conservate risalenti al periodo tardo romano e primo bizantino (dalla fine del II al IV secolo d.C.) sono state raccolte da cavità e fessure della grotta.

Archeologia e cioccolata fondente. Intervista a Enrico Giannichedda – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una singolare intervista a un singolare archeologo: Enrico Giannichedda. Un botta e risposta assai significativo del tenore dell’intervista e dell’intervistato.

Nell’opinione pubblica italiana l’archeologia è percepita in modo ambivalente: osannata da una parte (un lavoro affascinante, che porta alla scoperta di oggetti belli e civiltà scomparse) e dall’altra disprezzata (un lavoro parassita, inutile, in particolare in relazione a tutta l’archeologia da cantiere, quella che si interseca con i lavori pubblici e privati sul territorio). Facendo un confronto ardito, a me sembra che la duplicità di considerazione ricordi quella che nei sistemi sociali patriarcali molti hanno avuto e hanno della donna: “santa o puttana”. Nel caso della donna, la dicotomia si fonda sull’uso del corpo che quella donna fa. Il controllo del corpo femminile è la massima aspirazione dei sistemi di cui sopra; la donna non può usare come le pare il proprio corpo e tutto quello che passa attraverso (la sessualità, la procreazione, ecc). Non ti sembra che l’archeologia sia percepita, ugualmente, come santa e puttana? I resti materiali del passato – e l’uso che se ne fa – sono un po’ la controparte del corpo, nella nostra metafora.

Forse la metafora è ardita, sì, ma potrebbe essere utilmente rovesciata. Tu ipotizzi che l’archeologia “santa” sia quella dei ritrovamenti nobili, belli, meritevoli per l’opinione pubblica. E “puttana” quella che rompe le scatole bloccando i lavori pubblici, di urbanizzazione eccetera. Forse è il contrario: l’archeologia, spesso, sputtana i propri rinvenimenti migliori rendendoli eventi. Il rischio dei ritrovamenti molto notevoli è che vengano poi variamente sviliti del loro potenziale informativo proprio per offrirli a tutti, per metterli sul mercato come una merce qualsiasi. Mentre l’archeologia di scavo, che non arriva quasi mai all’opinione pubblica ma che costituisce la massa critica dei dati archeologici, forse la si potrebbe definire santa perché per lo più finisce nei magazzini, per pochi addetti al culto i quali spesso non si preoccupano di pubblicare o di rendere disponibili i dati, se mai ci fosse qualcuno interessato a conoscerli. Il problema vero, a mio avviso, è questo: mentre di fronte a un archivio cartaceo di 100.000 documenti, in costante crescita, nessun archivista si pone l’intento di leggerli tutti e di farne il regesto, l’archeologo pensa che per studiare un sito deve conservare e studiare tutti i materiali contenuti in tutte le cassette dei reperti, strato per strato, e questo santifica le testimonianze materiali. Gli archivi e le biblioteche sono luoghi di selezione, perché tutto non si può conservare né studiare; in archeologia è un po’ diverso.
Di recente, parlando in una conferenza, ho detto che avevo studiato una ventina di recipienti di un certo tipo, una persona è intervenuta e mi ha detto che forse avrei dovuto studiarne 200, e ovviamente avrebbe potuto dire 2000 o 200000. Certo, se ne avessi studiati 2000 sarebbe stato meglio che studiarne solo 20 ma non sarei sopravvissuto e, fino a prova contraria, avrei ottenuto i medesimi risultati di fronte all’obiettivo che mi ero posto con quel lavoro. Ovviamente, altre domande potevano necessitare studi più ampi, ma comunque finalizzati. Perché il limite siamo noi stessi e la legislazione che, in Italia, impone agli archeologi di essere accumulatori seriali, e conservatori acritici senza riflettere su cosa ciò comporti.
Quindi forse la metafora si potrebbe capovolgere. I grandi rinvenimenti spesso vengono un po’ sputtanati, nel senso che nel proporli al pubblico si abbassa il livello della comunicazione e così via. Mentre gli altri, per quanto comuni, vengono messi in una teca di cristallo (leggasi magazzini chiusi al pubblico e a potenziali studiosi) e restano nella disponibilità di un culto burocratizzato che si è affermato negli ultimi 50 anni in un numero limitato di paesi occidentali.

Prima che Roma nascesse. Storia della preistoria della Città Eterna – Storia in Rete


Su StoriaInRete una segnalazione assai interessante riguardo Roma prima di Roma, saggio storico di Gianluca De Sanctis mirabilmente stilizzato dall’articolo; un estratto:

Come avverte l’autore nella premessa, per i Romani esiste un rapporto organico tra i racconti della fondazione (e anche i relativi miti) e i luoghi in cui essa è avvenuta. «I luoghi diventano dei “ponti” tra il tempo del mito, nel quale l’evento è accaduto, e quello della storia nel quale si chiede all’evento di restare». L’evento mitico acquista così una presenza nella storia nel suo continuo e concreto svolgersi, diventa la continuità tra passato e futuro, «ma anche il nesso profondo tra memoria e “identità”».

L’identità, applicata al nostro tema, va spiegata, perché i Romani non avevano questa parola e, osserva De Sanctis, se avessero dovuto esprimerla forse avrebbero utilizzato il termine Roma, nel quale si riassumevano sia la città fisica che i suoi valori morali, politici e culturali, quei valori che avevano imposto a gran parte del mondo conosciuto l’Imperium, sintesi di potere, comando e territorio controllato e amministrato. Un potere che non significava esclusione delle popolazioni vinte, che anzi potevano essere assimilate se accettavano di entrare nell’universo della romanità, insomma se accettavano di farsi romani, con tutto ciò che ne conseguiva sul piano dell’integrazione culturale, politica e dell’osservanza delle leggi. A differenza dei Greci, per i quali l’identità era un fattore etnico, da rivendicare e difendere, per i Romani l’identità era aderenza a valori e modelli, apertura al diverso, che andava escluso quando poteva rappresentare una minaccia proprio a questa apertura. È evidente che lo studio della nascita di una città, e quindi di una civiltà, che per oltre mille anni ha monopolizzato il mondo ha da sempre affascinato gli studiosi che, fino a qualche tempo fa si sono divisi tra due diversi modelli interpretativi: quello della Stadtgrundung (nascita, creazione, fondazione) e quello della Stadtwerdung (urbanizzazione, sviluppo).

Leggi il seguito di questo post »

Cosmonaut


Reperti archeologici di epoche sepolte.

Quei laghi verde smeraldo sotto i piedi dei romani… – Camilla Verdacchi


Dal sito di Camilla Verdacchi riporto queste informazioni sul sottosuolo di Roma, sulle sue ricchezze idriche che non è mai inutile ripetere, o al più diffondere:

Roma è da sempre città d’acqua, lo sappiamo bene. Basti pensare all’importanza del Tevere e dell’Aniene, agli acquedotti antichi, alle terme, alle migliaia di fontane, alla Cloaca Maxima, alle naumachie, ai laghi che la circondano, alla vicinanza con il mare, alle ville che utilizzano l’acqua per il capriccio di facoltosi e colti cardinali, come nel caso di Villa d’Este a Tivoli, voluta dal Cardinale Ippolito d’Este.
Parlare di una Roma acquatica è facile, basta guardarsi intorno in una bella giornata di sole. Ma.. al buio? L’oscurità e i sotterranei, nella capitale, riservano le sorprese più belle.

Oggi vorrei parlarvi di qualcosa che in pochissimi conoscono: un labirinto di laghi sotterranei nel ventre del Colle Celio, a due passi dal Colosseo.

Sotto la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo e i ruderi del Tempio dell’Imperatore Claudio, dieci metri sotto terra, nel silenzio e nell’oscurità, possiamo ammirare dei limpidi laghetti color smeraldo spettacolarmente incorniciati da stalattiti colorate. Già da qualche anno, un’equipe di speleologi sta esplorando questo sistema di antiche cave, scavate sin dal IV secolo a.C., che ha un’estensione di oltre due chilometri. Qui l’acqua ha una temperatura costante di dieci gradi centigradi.
Dal 2004 si sta cercando di documentare questo piccolo e antichissimo mondo geologico, e tra le tante emozioni che questo procura agli studiosi che se ne stanno occupando vi è, per esempio, quella di ritrovare incastonate nelle rocce di quelle profondità le fessure ove gli operai appoggiavano le loro lucerne, ma anche vecchissimi cavi elettrici, che ci ricordano come questi spazi vennero ampiamente utilizzati come rifugi anti-aerei nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

Recensione: “Andare per l’Italia Bizantina” di Giorgio Ravegnani – TRIBUNUS


Su Tribunus la recensione a un’opera interessante, Andare per l’Italia Bizantina, opera di Giorgio Ravegnani che scova le tracce dell’Impero Romano d’Oriente presenti in Italia. Uno stralcio:

Nonostante le innumerevoli invasioni longobarde, gote, unne, normanne, la presenza dei Romani d’Oriente in Italia è durata oltre cinque secoli. Le loro tracce, anche se un po’ sbiadite, si possono rintracciare per tutta la penisola italiana.

In questo viaggio ci accompagna il professor Giorgio Ravegnani alla riscoperta delle meravigliose testimonianze bizantine: partendo dall’Istria e dal Veneto, passando per il Corridoio Bizantino, fino a giungere a Roma, e da lì proseguire verso sud.
Lo stesso autore nel capitolo iniziale del libro scrive: ” Un itinerario bizantino per l’Italia, ancorché necessariamente incompleto in questa sede, deve tenere conto in primo luogo delle testimonianze dirette della presenza imperiale. Queste sono piuttosto modeste per il nord e per il centro, ma aumentano notevolmente nel sud della penisola, soprattutto con il gran numero di edifici religiosi ivi conservati. Rientrano nella categoria le poche epigrafi che ancora si leggono in diverse località, come quelle dell’esarca Isacio a Ravenna, della colonna di Foca a Roma, dei duchi di Napoli e di Roma o altre ancora. L’archeologia, quale ulteriore campo di indagine, offre un apporto modesto, limitato a ritrovamenti occasionali e non di ampia portata, come le rovine dei castelli della Liguria o l’impianto di Eraclea, la città nella laguna settentrionale di Venezia; i risultati di questi studi non sono però ancora di pubblico dominio. Assai diverso è il panorama degli oggetti artistici sparsi in tutte le regioni, tra i quali dobbiamo distinguere le opere fatte eseguire direttamente in Italia dai Bizantini, o arrivate da Bisanzio, e le opere commissionate in Oriente o realizzate a imitazione dell’arte di Costantinopoli. […].

Cosa resta di Bisanzio in Italia al giorno d’oggi?

 

quindi, sì, nudo e crudele

Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

blog 57

testi e fotografie dell'autore

Jam Writes

Where feelings meet metaphors and make questionable choices.

Hunza

Travel,Tourism, precious story "Now in hundreds of languages for you."

DestinodiLux

"Una persona che non ha mai fallito è una persona che non ha mai tentato"

Upside Down

Nadine Spaggiari Scrittura Creativa

maurizio landini

poesia e scrittura

Manuela Di Dalmazi Poetry

𝙇𝙖 𝙫𝙚𝙧𝙞𝙩𝙖̀ 𝙫𝙞 𝙧𝙚𝙣𝙙𝙚𝙧𝙖̀ 𝙡𝙞𝙗𝙚𝙧𝙞 (𝙂𝙫 8,32)

Tempera

Rivista moderna di argomenti trascorsi

Troglodita Tribe

Antispecismo e Liberazione Animale

Sogni e poesie di una donna qualunque

Questo è un piccolo angolo di poesie, canzoni, immagini, video che raccontano le nostre emozioni

Francesca Pratelli

...e la scrittura

METATRON - Rivista di Letteratura del Fuori

Rivista di Letteratura del Fuori

Re-Born Project ITALIA

Spirit & Mind Re-coding

©STORIE SELVATICHE

i racconti selvatici di elena delle selve

My Low Profile

Vôla bas e schîva i sas

Komplex

THE THEATER OF THE GAME23

Pomeriggi perduti

quasi un litblog di Michele Nigro

Architetture Minimali

Blog di Stefano Spataro

Myrela

Art, health, civilizations, photography, nature, books, recipes, etc.

A Cup Of History

Storia e Archeologia... nel tempo di un caffè!

Axa Lydia Vallotto

Un giorno dominerò la galassia. Nel frattempo scrivo.

LES FLEURS DU MAL BLOG

Benvenuti nell'Altrove

The Sage Page

Philosophy for today

Gabriele Romano

Personal Blog

Sobre Monstruos Reales y Humanos Invisibles

El rincón con mis relatos de ficción, humor y fantasía por Fer Alvarado

Gerarchia di un’Ombra

La Poesia è tutto ciò che ti muore dentro e che tu, non sai dove seppellire. ( Isabel De Santis)

A Journey to the Stars

Time to write a new Story

Rebus Sic Stantibus

Timeo Danaos et dona ferentes

chandrasekhar

Ovvero come superare l'ombra, la curva della luna, il limite delle stelle (again)

The daily addict

The daily life of an addict in recovery

Tiny Life

mostly photos

SUSANNE LEIST

Author of Paranormal Suspense

Racconti Ondivaghi

che alla fine parlano sempre d'Amore

The Nefilim

Fields Of The Nephilim

AppartenendoMI

Ero roba Tua

Creative T-shirt design Mart

An Online Design Making Site

Sanguinarie Principesse

E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

ADESSO-DOPO

SCIVOLO.

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora