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NeXT Hyper ObscureArchivio per Brian Eno
Iury Lech – Ontonanology | Neural
[Letto su Neural]
Di origine ucraina ma oramai residente a Madrid, Iury Lech può vantare un primo album già nel lontano 1989 – per Hyades, storica etichetta indipendente spagnola – pioniere a suo modo di una scena elettronica e audiovisiva autoctona ma ispirata allo stesso tempo anche ai maestri minimalisti americani, come Terry Riley, Steve Reich e Philip Glass, oltre che ai “nuovi” artisti ambient, che nelle loro innovazioni sono stati di fatto una premonizione della musica futura, sperimentatori decisamente fuori dal coro come Jon Hassell e Brian Eno, solo per citare i più significativi di quella seminale stagione. In Ontonanology, Iury Lech ritorna con un’opera che riecheggia proprio quelle radici, sviluppando ulteriormente una sorta di sintesi tra sonorità elettroniche ed esperienze audiovisive, un incrocio di conoscenze specifiche che lo hanno forgiato artisticamente fin dagli esordi. L’influenza del minimalismo e della musica ripetitiva si fa sentire soprattutto nella costruzione modulare delle composizioni, in cui pattern ridondanti e ciclici sono intersecati con trattamenti sonori rarefatti, creando una dimensione quasi ipnotica. A questo – tuttavia – s’aggiunge l’attenzione ai ritmi, che sin dalle prime tracce qui presentate creano texture interessanti e dinamiche, decisamente multisensoriali. Il dialogo tra suono e visione, da sempre centrale nel lavoro di Lech, si manifesta adesso in tracce che sembrano evocare paesaggi mentali, spazi astratti in cui il tempo si dilata trasportando l’ascoltatore in una dimensione onirica. La cura delle atmosfere e dei dettagli ambientali trova nell’opera un’evoluzione molto distintiva, grazie a decostruzioni e trattamenti audio spazializzati che riescono a dar vita a una narrazione che si muove tra momenti di quiete contemplativa e sequenze più dense e stratificate, mantenendo sempre un equilibrio raffinato tra rigore e complessità e dove ogni suono è posizionato con precisione chirurgica, come a voler enfatizzare la tridimensionalità, rendendo l’ascolto un’esperienza coinvolgente e tattile. Lech gioca con le frequenze, alternando bassi profondi a toni eterei, creando un contrasto che stimola continuamente l’attenzione dell’ascoltatore, manipolando di continuo i confini tra reale e immaginario. Ogni traccia sembra portare con sé una diversa sfumatura emotiva, intrecciando variazioni tonali sottili che emergono solo dopo ascolti ripetuti.
“Mangiatori di buio”: Steven Wilson live a Milano
Mario Gazzola recensisce su PostHuman il recente concerto di Steven Wilson a Milano, dove ha dato fondo a tutto il potente immaginario evocato inizialmente dai Floyd di più di mezzo secolo fa, rivisitandolo con la sua sensibilità e alla luce dei tempi moderni; un estratto:
Memorabile concerto spaziale di due ore e mezzo (alla ventiquattresima) all’Arcimboldi del leader dei Porcupine Tree in veste solista ma al comando di una band eccellente in grado di volare oltre la Via Lattea. Un weird reportage: anche il regista Cortez notato fra il pubblico, ma chi era la dama in rosso accanto a lui?
La prima parte del concerto di Steven Wilson in un Teatro degli Arcimboldi milanese, fitto fino al “super cluster” della seconda galleria è composto da circa tre quarti d’ora di viaggio cosmico sulla rotta dell’ultimo album The Overview (l’effetto della veduta d’insieme della Terra dallo spazio, a sinistra la copertina dell’album, a destra la versione cartonata nel teatro)), eseguito integralmente, di filato, con solo un breve stacco fra “lato A e B”: Objects Outlive Us e il brano che gli dà il titolo, arabescati dai video di Miles Skarin(con gran uso di AI, fin troppa).
Seguono ben venti minuti di pausa a luci accese per sgranchir le gambe, come fra un primo e un secondo tempo (prima volta in assoluto a un concerto rock!): anche perché – “settati i controlli per il cuore del sole” – la seconda parte supera l’ora e mezza di crociera interstellar oltre il sistema solare, come dichiara il testo del brano Perspective, declamato dalla voce (registrata) della moglie Rotem Wilson, interamente composto da distanze spaziali e di elenchi dei corpi celesti siti in quelle sempre più remote plaghe di buio cosmico. La prima è un megametro, ossia 1000 km, dove si trovano Ganimede, Callisto e Wolf 359, stella nana rossa già scenario di battaglie di Star Trek e del romanzo Terrore sul mondo di Henri René Guieu (Urania n. 21 del 1953).
David Lee Myers – Reduced To A Geometrical Point | Neural
[Letto su Neural]
Sottolinea di non essere propriamente un sostenitore della “musica per la meditazione”, l’autore di Reduced To A Geometrical Point, David Lee Myers, seppure abbia constatato che alcune costruzioni audio sembrano incoraggiare una postura di permanenza nel momento. È la semplice verità di essere “ridotto a un punto geometrico davanti a Dio”, citazione che deriva dal pensiero di Frithjof Schuon e che non si riferisce a una particolare visione giudaico-cristiana di un essere supremo, quanto, piuttosto, a qualunque forza creatrice dell’universo, energia – detto con un altro termine – che deve necessariamente esistere. Sono quattro – e tutte di lunghezza compresa fra i 12 e i 18 minuti – le tracce presentate dall’artista sonoro e visivo oramai newyorkese, esperienziato sperimentatore che oltre che su Crónica vanta oltre una trentina d’uscite pubblicate su svariate etichette (Starkland, Generator, ReR, Line, Silent, Pogus, RRRecords e Staalplaat, per citarne solo alcune). L’effetto complessivo degli ipnotici intrecci di Myers riporta alla tradizione della musica ripetitiva nordamericana, a quella ricerca di un suono puro che non prevede un “prima” e un “dopo” e che rifugge da strutture musicali troppo rigide, prescindendo anche da un linguaggio evidentemente predeterminato e tutto logico. Insomma, l’autore è specificatamente focalizzato sul “qui e ora”, sul semplice accadimento modellato nell’esecuzione, sulle vibrazioni e sulle frequenze essenziali, che pure maestose e a tratti chiesastiche mai danno la sensazione di ricercare ad arte modelli elegiaci. È una massa di suono che si sposta lentamente e i riferimenti alla musica extraoccidentale sono certo inevitabili, ad esempio in “GEO 1 Laurentia”, uno speciale raga ondulatorio e rauco, inquieto e senza punti di riferimento, oppure in “GEO 2 Pannotia”, incisione più beatifica e spirituale, che sembra ritorcersi su se stessa. “GEO 3 Gondwana” del cespo di brani presentati è il più cupo, astrale e allo stesso tempo introverso, prima di chiudere con “GEO 4 Pangaea”, ancora nell’apoteosi di matrici di feedback, banchi di oscillatori e multi-processing. David Lee Myers, autore che una volta utilizzava il moniker di Arcane Device e che negli anni sessanta suonava come chitarrista in una rock band, è stato poi affascinato dalle tecniche di feedback, dai Frippertronics e dalla ambient music di Brian Eno: adesso la sua applicazione ha raggiunto una rarefazione estrema, sposando un minimalismo e un approccio contemplativo decisamente eleganti e coerenti.
Cut Worms – Breath Mule | Neural
[Letto su Neural]
Richard van Kruysdijk, aka Cut Worms, torna sui passi delle sue due precedenti uscite sempre su Opa Loka – Cable Mounds e Lumbar Fist – ribadendo in Breath Mule una distintiva e ibridata estetica che si può situare nelle relazioni non proprio immediatamente evidenti fra rumore, dissonanze e melodie. L’artista olandese non utilizza in alcun modo ritmi o loop prefabbricati e ogni sua composizione scaturisce in maniera abbastanza intuitiva e avventurosa dalle manipolazioni di semplici sorgenti elettroniche, principalmente generate da un synth monofonico (Moog Werkstat) e da uno o più autoharp (Suzuki Omnichord), strumenti per mezzo dei quali non gli è difficile imprimere una particolare impronta sonora, allo stesso tempo classica e futuristica. Cut Worms mantiene le sequenze abbastanza minimali e ripetitive, in questo apparentandosi alle prime sperimentazioni ambient di matrice “non colta”, tipiche del periodo a cavallo fra fine anni settanta e primi ottanta. L’infatuazione per quelle scene sembra evidente anche nel caso di una citazione illuminante di un aforisma di Peter Christopherson dei Throbbing Gristle: “puoi fare una canzone con due accordi, ma perché usarne così tanti?” Evidentemente prevale un certo senso d’atmosfera e il carattere discreet degli inviluppi riporta ancora alle teorizzazioni di Brian Eno e compagni, musicisti che hanno popolarizzato a loro volta le intuizioni seminali di Terry Riley e Philip Glass, o quelle addirittura ancor più pregresse e geniali di Erik Satie. Solo “Slashed Hostage”, l’ultima e più estesa composizione di quasi dodici minuti, si allontana un pochino dal canovaccio prima dipanato, risultando particolarmente umbratile e industrialeggiante, sorprendendo anche per i testi, quelli tradotti in inglese di una poesia di Giacinto Scelsi, a sua volta raffinato e controverso compositore, primo seguace della dodecafonia in Italia, nonché sincero precursore di alcune forme di minimalismo. Si completa quindi una sorta d’ascendenza stilistica, sempre rifuggendo tentazioni decisamente decorative o cinematiche, non adagiandosi in contrapposizioni strutturali insistite, lasciando a ciascuna composizione il tempo e lo spazio per sedimentare i toni e le trame, principalmente tenuti nel registro delle frequenze più basse. È nel complesso un suono denso e coinvolgente ed è un peccato che questo sia annunciato come l’ultimo album di van Kruysdijk sotto il moniker Cut Worms, anche se non è certo escluso che altre sperimentazioni vedranno nei prossimi anni protagonista questo specialista di ambienti sonori.
Loudd | Brain One Productions | Le Prime Opere Virali Di Brain One Productions
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Il progetto di factory creato da Mario Gazzola va avanti spedito. Dopo l’antologia S.O.S. in cui il produttore immaginario Brain One – alter ego di progetti effettivamente sperimentati da Brian Eno – istruisce i futuribili musicisti di un rock possibile tra qualche decade, Mario continua a sfornare novità e creatività. Ecco il CS di un altro percorso creativo a tutto campo, intrigante come l’idea di surrealtà che ne filtra.
Mentre si moltiplicano le iniziative promozionali di editori, piattaforme di streaming, etichette discografiche, teatri e musei per animare l’isolamento domestico degli italiani “ai tempi del Corona”, anche Brain One Productions, l’atipica piattaforma online creata per ospitare e promuovere qualsiasi forma d’arte senza preclusioni di linguaggio, presenta oggi nuovi profili di artisti e le prime opere nate sotto l’egida del “produttore misterioso”.
La Valigia dei ’70, racconto di Mark Assente è ora online, sotto l’immagine di copertina fornita da Tonia Gentile (altra artista della Brain One factory), pronto per l’editore goloso di un weird venato di un’insolita punta di malinconico romanticismo. Coerentemente con la vocazione multimediale della Brain One Productions, nella versione online, il racconto è accompagnato dalla colonna sonora del Slumber Gate degli Oblomov.
Non proprio una casa editrice né una classica casa discografica, non un’agenzia di management né una galleria d’arte, ma in un certo senso tutte queste cose insieme ed oltre, Brain One Productions, dopo l’adesione dello statunitense David Aronson e del praghese Jakob Smrž, oggi accoglie i profili di Martina Santarsiero, Emma Cella ed Emmanuel Signorino.
Inoltre, quello di Roberta Guardascione, disegnatrice da sempre votata al fantastico, attualmente impegnata in una versione illustrata del racconto Situation Tragedy di Mario Gazzola, surreale satira di una comunità intrappolata in un folle reality show condominiale, non meno letale dell’epidemia che in un passato dimenticato costrinse tutti a una reclusione senza via di fuga. Una visionaria rappresentazione del periodo che stiamo tutti vivendo, a sua volta proposta col soundscape ideale del tema di Blade Runner nell’interpretazione inedita dei Suite Noire, una proposta che ha già conquistato l’attenzione del Trieste Science Plus Fiction Festival.
Cresce anche il comparto musicale delle Brain One Productions, con l’ingresso degli ironici Asilo Mariuccia, del d.j. Mowie (alias Massimiliano Me) e del progetto Slow Wave Sleep del chitarrista/compositore Emilio Larocca Conte.
Brain One Productions apre le porte a qualsiasi forma d’arte conosciuta e non, chiedendo solo il rispetto di poche, semplici regole: gli artisti restano gli unici proprietari delle rispettive opere e possono metterle a disposizione del pubblico gratuitamente o in vendita tramite il sito http://www.brainone.org/, a propria libera scelta. In cambio, Brain One chiede a tutti gli autori solamente di agire e interagire fra loro collaborando come membri della factory, di una reale comunità secondo le regole etiche consultabili sul sito.
Chiunque lo desideri può chiedere informazioni e/o proporre le proprie opere al comitato artistico mandando un’email a info@brainone.org.
Brain One in Italia si appoggia operativamente alla Oneiric Productions, che ha messo a disposizione della factory i propri studi di registrazione bolognesi e che si occupa della presenza social di Brain One attraverso il profilo Facebook https://www.facebook.com/brainoneproductions/.
Tutto il resto è demandato alla “viralità” (quella sana) degli artisti stessi aderenti alla factory.
“È solo l’inizio. Attendetevi presto nuove sorprese”, rilancia ancora Brain One.
COMUNICATO STAMPA BRAIN ONE Productions N. 1/2020
AL VIA LE BRAIN ONE PRODUCTIONS
Grande produttore musicale torna in attività sotto pseudonimo e lancia un progetto di collaborazione online fra artisti indipendenti per promuovere nuovi talenti in qualsiasi linguaggio espressivo
al motto di “dare inizio a una nuova Era del Possibile” – su PostHuman altre info.
B-1 HQ – 21/02/2020
“Sapete tutti chi sono, ma non è questo che conta. In quest’era del ‘personaggio’, è l’opera che deve tornare a contare. Basta con i volti da copertina, voglio che torni un’Era del Possibile”.
Con queste parole, il produttore musicale che ha scelto di proteggere la propria privacy dietro lo pseudonimo di Brain One ha abbandonato il ritiro che da anni lo vedeva isolato dal mondo della musica, per tornare in attività.
In aperta polemica con l’attuale sistema discografico e artistico in generale, Brain One rinuncia alla popolarità per focalizzarsi unicamente sul discorso artistico. “In quest’era malata di protagonismo fine a se stesso, io non voglio che ciò che proporrò sotto l’egida delle Brain One Productions venga apprezzato grazie al mio nome”, ha dichiarato. “Per questo ho scelto di celarlo sotto uno pseudonimo totalmente sconosciuto: se questo nuovo progetto avrà successo sarà per la qualità dell’arte che proponiamo, non per il nome che porto io in quanto promotore”. Per questi motivi, ovviamente, Brain One per il momento NON rilascerà interviste né la sua immagine apparirà in alcun modo sui media.
I primi progetti in cantiere saranno la rimasterizzazione di Sound Of The Soul degli Oblomov, album di debutto del duo electro d’origine russa attualmente di stanza a Bologna, e la pubblicazione del primo racconto di Mark Assente, narratore apolide al debutto in lingua italiana, con in copertina un disegno di Tonia Gentile, altra artista su cui Brain One promette sorprese a breve. Infatti la “factory del cervello” ha già in gestazione anche opere figurative, video art e narrativa illustrata. Ma è già in gestazione un album di cover di brani ispirati al mondo della fantascienza a cura di artisti indipendenti della più varia estrazione, dall’electro wave al jazz al metal.
Tutte le opere usciranno sotto l’egida delle Brain One Productions, una piattaforma atipica che ospiterà qualsiasi forma d’arte senza preclusioni: non esattamente una case editrice né una classica casa discografica, non esattamente un’agenzia di management né una galleria d’arte, ma in un certo senso tutte queste cose insieme ed oltre.
Brain One Productions apre le porte a qualsiasi forma d’arte conosciuta e non della galassia, con poche e semplici regole: ancora una volta contro tendenza rispetto alle gallerie che affittano gli spazi, agli editori che pubblicano pagati dagli autori o dalle etichette che campano alle spalle dei musicisti, Brain One non richiede alcun pagamento né royalty. Gli artisti restano gli unici proprietari delle rispettive opere e possono metterle a disposizione del pubblico gratuitamente o in vendita tramite il sito http://www.brainone.org/, a propria libera scelta.
In cambio, Brain One chiede a tutti gli autori solamente di agire e interagire fra loro collaborando come membri della factory, di una reale comunità secondo le regole etiche consultabili sul sito. “Nell’era della socialità solo apparente ma in realtà autoreferenziale, vogliamo dimostrare che è ancora possibile una socialità autentica, basata sulla volontà di collaborare senza spremere, di far accadere cose, happening e connessioni, non motivate unicamente dall’essere i protagonisti delle superstar nei rispettivi campi”, afferma ancora Brain One.
È questo il senso profondo del concetto dell’Era del Possibile, che ha peraltro già incassato l’appoggio dell’artista americano David Aronson, il quale ha creato due gallerie online col medesimo scopo di far conoscere artisti validi in attesa di riconoscimento:
• The Alchemical Art Museum I: https://kernunnos1963.tumblr.com/
• The Alchemical Art Museum II: https://alchemicalmuseum26.art.blog/.
Chiunque lo desideri può chiedere informazioni e/o proporre le proprie opere al comitato artistico mandando un’email a info@brainone.org.
Brain One è rappresentato a livello internazionale dall’altrettanto nuova Liquid Sky Agency e in Italia si appoggia operativamente alla Oneiric Productions, che ha messo a disposizione del produttore i propri studi di registrazione bolognesi e che si occuperà della presenza social di Brain One, il quale non utilizza Facebook né altri network.
“È solo l’inizio. Attendetevi molte sorprese. Questa sarà il senso dell’Era del Possibile”.
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Web www.brainone.org
Contatti Stampa
Liquid Sky Agency
(Milano, Atene)
Mail: info@liquidskyagency.com
Mob.: +30 698 0434743
Laurie Spiegel – Unseen Worlds | Neural
[Letto su Neural]
Laurie Spiegel, che già nel 1980 aveva pubblicato il suo primo LP, The Expanding Universe, è una pioniera della computer music che ben presto volle realizzare specifici strumenti software di composizione algoritmica. Il suo Music Mouse: An Intelligent Instrument fu presentato nel 1986 ed era disponibile per Mac, Atari e Amiga. Utilizzando questo stesso software – siamo sempre nella seconda metà degli anni ottanta – Laurie Spiegel compose Cavis Muris e Three Sonic Spaces, opere anch’esse seminali in ambito elettronico. Bisogna arrivare al 1991 per Unseen Worlds, album sensuale ed elegiaco che vide la luce su Scarlet Records, casa discografica ambient, elettronica e new age che di lì a poco sarebbe purtroppo fallita, confinando l’uscita fra quelle spesso nominate nelle enclave elettroniche, ma oramai irreperibili sul mercato. Ben venga allora questa ristampa che ci riporta ad intrecci, strati e ambienti sonori d’indubbia bellezza e interesse anche storiografico. Rispetto ad oggi, a quei tempi, agli albori della popolarizzazione della computer music, si era giocoforza meno astrattamente concettuali e macchinosi nella concertazione di simili progetti musicali: le ispirazioni erano più nella musica classica che nell’ambient alla Brian Eno o nella musica ripetitiva e seriale della tradizione statunitense. Anche il risorgente clima di neo-spiritualismo paganeggiante – in voga negli States – probabilmente influiva nello stimolare visioni cosmiche, misticheggianti e oniriche. Sta di fatto che per modalità di confezione del tutto, attitudine DIY e procedure innovative, oltre che per i risultati estetici ottenuti, Unseen Worlds merita una menzione speciale, facendo guadagnare a Laurie Spiegel anche un posto d’onore nell’ideale classifica delle dieci donne che hanno illuminato con il loro operare la nascente scena elettronica internazionale. Tuttavia non ci si sbaglia nel trovare delle corrispondenze fra queste sonorità e certe forme di folk music americana particolarmente avanzata. La stessa compositrice, parlando più volte delle sue opere, descrive il computer come una sorta di strumento preciso ma anche innocente, il cui utilizzo è comunque definito solo dalla sensibilità e dalle emozioni che l’autore riesce a infondere. Sono dodici le tracce che compongono l’opera e ci si perde nei passaggi soavi e musicalissimi, quietisti e raffinati, pervasi dalla gentilezza di suoni armonici e atmosfere eteree. L’acqua passa sotto i ponti – è indiscutibile – e le cose cambiano, ma ad alcuni autori, meglio che ad altri, va riconosciuto il merito d’aver anticipato i tempi e prodotto opere di valore sempiterno. Non è cosa da poco, in un’epoca nella quale si brucia tutto in 15 minuti.
Brian Eno – By This River
L’intimo di un momento infinito, che si eterna mentre la tua anima lacrima.
DUNE (1984) – Brian Eno – Prophecy Theme
Le meraviglie del disincarnato, performate da chi le ha inventate.

