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NeXT Hyper ObscureArchivio per Bryan Ferry
Geins’t Naït + Scanner + Laurent Petitgand – OLA | Neural
[Letto su Neural]
Robin Rimbaud, meglio noto sotto l’alias Scanner, non è nuovissimo a collaborazioni musicali fuori dai consueti confini, per esempio quelle ultime e un po’ ambient di South London Originals con David Harrow o quelle meno recenti delle partecipazioni a progetti con artisti pop quali Radiohead e Bryan Ferry, oppure con musicisti dall’approccio più astratto e concettuale, quali Laurie Anderson, Carsten Nicolai e Michael Nyman, per non parlare poi del suo incontro con la videoarte di Douglas Gordon, di quello con il teatro di Lenz Rifrazioni o con la danza di Merce Cunningham e del Royal Ballet, oppure anche del suo incrociarsi con l’arte di Mike Kelley e il cinema di Derek Jarman. È insomma una bella lista di musica elettronica vissuta intensamente, sin dai primi anni novanta, o forse sarebbe meglio dire di arte tout court, visto che all’elenco precedente si potrebbero aggiungere le installazioni sonore all’ospedale Raymond Poincaré, le collaborazioni con lo studio di architettura Chance de Silva, opere, balletti in realtà virtuale, eventi al MIT, composizioni per la London Sinfonietta e la BBC Concert Orchestra. Anche con il transalpino Laurent Petitgand e con Thierry Mérigout, Scanner ha già collaborato, nel 2020, per un’uscita su Offen Music, e questo ritorno testimonia d’un riuscito intreccio, tanto che adesso riadattano uno dei pezzi già editi, l’iconico “Gilles”, dedicato a Deleuze, forti delle registrazioni vocali del filosofo, che a suo modo è un altro testimone indiretto dei “millesuon” elettronici, dell’obliquo e dell’ubiquo che può scatenarsi in musica e riflettersi in sconfinati rivoli. In OLA sono presentate nove tracce e si passa dagli accentuati toni industrial di “BED”, con vocal mefistofelici e sacrali adagiati su beat ripetitivi e droni malsani – memori forse del passato stilistico di Mérigout – alle sequenze ancora più beat-orientated della title track, comunque decisamente ipnotiche e farcite da strambi apporti vocali, sintetizzatori analogici e vezzi indie e trip-hop anni Novanta resi più rarefatti ed elegiaci in forma di nenie alquanto spettrali. Anche la traccia di chiusura, “95”, evoca una metafisica sintetica, marziale, densa e – se si vuole – piuttosto oscillante stilisticamente, come tutto del resto, che sembra una proliferazione di tendenze fuori da qualsivoglia “senso comune”, romanticismo del desiderio puro e allo stesso tempo spontaneismo anarchico insorgente, modulato da un incessante martellamento emotivo e dall’esperienza di sperimentatori che hanno attraversato più epoche e trasalimenti.
Bryan Ferry – Don’t Stop The Dance
Dalle nebbie del passato, movenze sensuali e ritmi ipnotici, glam, di una voce sublime.
Bryan Ferry – Don’t Stop The Dance
Sofisticati sistemi di pura estasi cerebrale erox e poi la danza, quella soffusa e solamente patinata con il ritmo sommesso ma deciso, intenso, che disegna elegantemente la devastazione delle tue forme pornografiche. Deformate, mentre occhi e labbra tue si muovono nella penombra di una dark room.

