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The Shrouds, il film “confessione” di David Cronenberg | Fantascienza.com
Su Fantascienza.com, nell’ambito di Delos265, una breve intervista a David Cronenberg che ci parla della sua ultima fatica, “The Shrouds”, un occhio davvero unico e privato sulla vita e sul metodo di fare arte del celebre e celebrato regista; un estratto:
“In inglese, la parola shroud designa il velo funerario, ma ha anche altri significati. Può significare coprire e nascondere. La maggior parte dei rituali funebri riguarda proprio l’evitare la realtà della morte e ciò che accade a un corpo. Direi che, nel nostro film, questa è un’inversione della normale funzione di un sudario. Qui serve a rivelare, piuttosto che a celare. Ho scritto questo film mentre affrontavo il dolore per la perdita di mia moglie, scomparsa sette anni fa. Per me è stata un’esplorazione, perché non si trattava solo di un esercizio tecnico, ma anche di un esercizio emotivo”.
Con questa “confessione”, il regista David Cronenberg ha spiegato il suo ultimo film dal titolo The Shrouds – Segreti sepolti. La storia vede come protagonista Karsh, un uomo d’affari molto creativo, rimasto da poco vedovo. Non arrendendosi al fatto di non poter aver più alcun legame con la moglie, l’uomo decide di costruire un dispositivo che permettere di connettersi con i defunti all’interno di un sudario funerario. Quando alcune delle tombe, però, vengono vandalizzate e rovinate, Karsh cerca di indagare su chi sia l’artefice di questo attacco. Questa cosa lo spingerà a rivalutare i suoi affari e la sua vita, compreso il suo matrimonio e la fedeltà alla memoria della sua defunta moglie.
The Shrouds – l’eros della dissoluzione | PostHuman
Mario Gazzola recensisce “The Shrouds”, l’ultimo film di David Cronenberg di cui se ne era già parlato qui; è una sorta di macabra festa questo nuovo film di Cronenberg, merita come sempre la visione:
Europictures distribuisce nelle sale italiane dal 3 aprile quello che potrebbe essere l’ultimo film di Cronenberg in tutti i sensi e che infatti si confronta col tema della morte in una lucida e inquietante evoluzione di tutti i temi chiave del visionario regista canadese: paranoia tecnologica, erotismo del difforme e fascino del doppio.
Non è mistero che qui siamo dei tifosi convinti del vate Cronenberg, ultimo David ancora vivente di una personale trimurti che ha già perso due lati (Bowie e Lynch), ma soprattutto ultimo fiero esponente di un cinema inquieto e inquietante, capace ancora a 82 anni di mettere il dito nelle piaghe del contemporaneo e delle sue follie, collegandole sempre alle pieghe meno presentabili dell’animo umano: il controllo informatico esteso fin nella tomba, la cancellazione di ogni privacy, spionaggio industriale e politico indiscriminato attraverso una tecnologia onnipervasiva, che ci mettiamo in casa noi stessi volontariamente (altro che le lontane ‘cimici’ dello spionaggio alla 007) nell’illusione di farci “spicciar” da quest’ultima le noie della vita, mentre invece ne finiamo controllati poster a destra, trailer qui sotto).
Come il protagonista Karsh (palese controfigura del regista, in scena dall’inizio alla fine), imprenditore di successo di una morbosa azienda “GraveTech” e inventore della rivoluzionaria tecnologia che consente ai clienti di osservare i cari estinti anche sottoterra, monitorandone la progressiva degradazione dallo schermo innestato sulla lapide (v. qui a lato) o dal proprio dispositivo connesso al tecno-sudario.
Karsh ha sviluppato l’agghiacciante sistema sull’onda dell’emozione per la morte della moglie Rebecca 4 anni addietro per un tumore delle ossa e dal desiderio di giacere nella tomba accanto a lei (il film è “molto personale”, giacché il regista ha perso la moglie e collaboratrice Carolyn Zeifman nel 2017). E proprio sulle fattezze della moglie il tecno-guru Maury (separato controvoglia dalla moglie Terry, sorella della defunta tanto simile da essere sempre interpretata dalla stessa attrice) gli ha modellato l’avatar Hunny, assistito da una IA con cui Karsh dialoga in casa e nell’auto (ovviamente elettrica e self-driven) affidandole ampi margini di gestione delle proprie faccende, come prendere i contatti con le famiglie dei sepolti nel suo cimitero futuristico, dissotterrati (anche Rebecca) dall’incursione vandalica su cui il protagonista indaga nello svolgimento della trama: perché quello spregio?
The Shrouds – Segreti Sepolti – FantasyMagazine/Fantascienza.com
Su FantasyMagazine e su Fantascienza.com sono uscite due recensioni all’ultimo film di David Cronenberg, The Shrouds – Segreti Sepolti. Storia intrigante e, come sempre, acuta e ricca di riflessioni, sicuramente un film da vedere; un estratto:
David Cronenberg continua a parlare di corpi ibridi e in The Shrouds – Segreti Sepolti, presentato in concorso al Festival di Cannes 2024, lo fa, sempre in modo laico, in relazione alla morte della compagna di una vita scomparsa nel 2017. Il protagonista pettinato e truccato come il regista, rende evidente quanto questa pellicola sia personale, e come vengano richiamati parecchi temi riconoscibili nel cinema di Cronenberg. Il problema però è che The Shrouds se da una parte vorrebbe evoca i fasti del passato attraverso il body horror, dall’altro si ripiega su se stesso, in una storia che finisce per sfiorare il nonsense. Come già accaduto in Crimes of the Future anche se in modo minore, pur partendo da un’idea interessante, la magia non riesce più.
The Shrouds – Segreti Sepolti ha un sceneggiatura ondivaga, che non sembra prendere una decisione univoca, e che a fronte di tante ipotesi non sembra andare verso un punto preciso. In realtà siamo di fronte a una rappresentazione del tentativo del protagonista di razionalizzare l’irrazionale, ovvero l’accettazione della ineluttabilità della morte e della necessità dei vivi di superare la sindrome del sopravvissuto.
Visivamente è un film che risulta minimalista rispetto ad opere più visionarie del regista, anche se i Sudari, nella loro semplicità sono capaci di trasmettere inquietudine tanto quanto le complesse invenzioni di film come Videodrome o Inseparabili. Un segno di vitalità per un regista sempre attento a cogliere visivamente lo spirito del tempo.
Il film forse non è completamente risolto, ma merita attenzione perché comunque la sua essenzialità estetica è frutto di una ricerca, di un lavoro di sintesi, nonché per la sua struggente poetica di fondo.
Prigionieri dell’Interzona. Dal “Pasto nudo” di Burroughs (e Cronenberg) a Culianu – 𝐀𝐗𝐈𝐒 ֎ 𝐌𝐔𝐍𝐃𝐈
Su AxisMundi alcune riflessioni relative alla trasposizione cinematografica del “Pasto nudo” di Burroughs, le visioni di Cronenberg ne amplificano il messaggio e la semantica, rendendo il narrato una terra di conquista di nuovi mondi da assorbire per destrutturare il nostro già strano reale. Ma, di che parliamo?
New York, 1953. William (Bill) Lee è uno sterminatore di scarafaggi tossicodipendente da piretro (eroina), cioè dallo stesso veleno usato per sterminare gl’insetti. Anche sua moglie Joan si droga, iniettandosi la stessa sostanza: esperienza da lei affermata come migliore dell’orgasmo. Prelevato da due agenti della narcotici, Bill viene messo a confronto con uno scarafaggio gigante, che parla attraverso uno sfintere anale (della stessa natura cellulare delle labbra) e che sostiene di essere il suo diretto superiore in un’intricata operazione spionistica. Nel frattempo la tossicomania di Bill è diventata seria, per cui gli viene consigliato di recarsi dall’ambiguo dottor Benway, che gli prescrive una cura palliativa a base di «carne nera» (black-flesh = hashish), un narcotico derivato dalla carne del millepiedi brasiliano.
Dopo aver ucciso accidentalmente la moglie giocando al Guglielmo Tell, Bill è reclutato da uno strano personaggio, il Mugwump, una sorta di drago alieno dalle tendenze omosessuali, per una missione nell’Interzona (in realtà Tangeri). Nell’Interzona fa la conoscenza di Tom e Joan Frost (in realtà Paul Bowles & consorte), decadenti scrittori statunitensi che celano un oscuro segreto, e di Yves Cloquet, damerino svizzero gay e mutante che cerca di sedurlo.
Carmilla on line | Processi di ibridazione. David Cronenberg: Interviews
Un libro, che è un’intervista, incentrato su David Cronenberg; da CarmillaOnLine:
Nel corso della conversazione il regista spiega anche come abbia voluto andare oltre i canoni degli “horror situazionali” tradizionali, incentrati magari su «l’uomo nel seminterrato con il coltello», preferendovi qualcosa di più complesso e torna sul fatto che molte sue opere terminano sostanzialmente con i protagonisti che desiderano porre fine alla loro esistenza in quanto «unico modo per dare un significato alla nostra morte. Perché altrimenti è completamente arbitraria. È dovuta a un piccolo malfunzionamento del corpo o a un incidente», insomma nell’aspirazione al suicidio dei protagonisti è ravvisabile un ultimo, per quanto disperato, tentativo di riconquistare il controllo su sé stessi. «In tutti i miei film c’è una qualche discussione, subliminale o diretta, sul libero arbitrio e sulla predestinazione. Che si tratti di predestinazione religiosa o genetica non ha molta importanza. È che la sensazione del libero arbitrio è così palpabile e tangibile, eppure le prove contro la sua reale esistenza sono piuttosto convincenti».
Nirvana: quando la Realtà è un videogioco | Fantascienza.com
Su Fantascienza.com, nell’ambito della ezine Delos250, una recensione-retrospettiva al film Nirvana, di Gabriele Salvatores, uscito più di un quarto di secolo fa; vi lascio ad alcuni brani dell’articolista Giuseppe Vatinno.
Indubbiamente la tematica cyber di Nirvana è debitrice ad autori letterari come William Gibson (Neuromante), Philip K. Dick (Il cacciatore di androidi, Rapporto di minoranza, Un oscuro scrutare) e William Burroghs (Il pasto nudo) e, in generale, alla cultura “acida” e psichedelica dell’LSD dell’underground americano di quegli anni.
Atmosfere cupe, di chiara ispirazione gotica, compaiono nel film e ne guidano lo sviluppo.
Un discorso a parte meritano le influenze subite e donate. Per capirne i flussi dobbiamo riportare le date.
Blade Runner è del 1982, Nirvana è del 1997, Matrix, Il tredicesimo piano ed EXistenZ sono del 1999.
Questa analisi di tipo cronologico è molto importante perché dimostra l’assoluta originalità del film di Salvatores per quanto riguarda il livello di realtà, che ha un debito solo con Blade Runner di Ridley Scott, basato sul romanzo Il cacciatore di androidi di Philip Dick. Sono invece debitori a Nirvana gli altri tre importantissimi film menzionati e cioè Matrix di Andy e Larry Wachowsk, Il tredicesimo piano di Josef Rusnak ed EXistenZ di David Cronenberg.
Infatti, se Blade Runner fornisce a Nirvana gli “effetti speciali” dei cartelloni luminosi e goticissimi, risplendenti nella città notturna, la pellicola di Salvatores è il primo film a parlare di “realtà nella Realtà” e cioè dei livelli multipli di ambienti di programmazione, di cui anche la nostra realtà potrebbe fare parte. E non è lascito da poco visto che si tratta di un film di fantascienza italiano, un genere che da noi non ha mai tirato moltissimo.





