HyperHouse
NeXT Hyper ObscureArchivio per Differenze quantiche
Qualcosa di errato
Disturbi lineari di consistenze potenti, mentre la luce solare impiega troppo tempo a realizzare se stessa.
Grandiosità
Le sterili istanze di un compendio che non ha possibilità di frattalizzarsi si propagano in un cortocircuito che sa di solipsismo, grandiosità del proprio ego senza alcun confronto quantico.
I giorni del caos, quando l’energia oscura si affaccia sulla realtà | Fantascienza.com
Su Fantascienza.com la segnalazione di “I giorni del caos”, di Alessandro Fambrini, libro digitale edito da DelosDigital che riecheggia strane connessioni con le distorsioni del reale che sto sperimentando; la quarta:
Un esperimento sulla materia oscura in un laboratorio del CNR vicino Pisa provoca effetti imprevedibili sulla struttura della realtà. “Qualcosa” si affaccia nel nostro universo, tentando una forma di comunicazione e impedendo che l’esperimento sia interrotto. Un medico toscano angustiato dal tumore della sorella gemella è convinto di vederne il volto nel cielo notturno, osservato con un telescopio. Una ventina di malati terminali in coma, ricoverati in un raggio di 50 chilometri da Pisa, manifestano segni di improvviso miglioramento, e si risvegliano uno dopo l’altro parlando per enigmi. “Stanno arrivando” sono le parole che una di loro pronuncia appena ripresa coscienza. Uno scienziato attonito scopre che la velocità della luce rallenta quasi impercettibilmente, mentre l’entropia aumenta: l’universo si avvicina alla sua fine, alla stasi cosmica? Un indimenticabile racconto lungo di Alessandro Fambrini, nel quale la scienza si confronta con l’inspiegabile.
Occhi e visioni
Quello spleen che ti destabilizza annienta ogni forma di energia interiore, rende apatico perfino il respiro e così ogni parola si macchia di adagi insulsi: con lo sguardo cerca allora di collassare l’orizzonte sul possibile fronte d’onda, fino alla sublimazione dei frattali in nuove azioni, creazioni, gli occhi sulle visioni.
Massico
I simboli garriscono e si sfilacciano al vento cosmico delle ideologie quantiche, collassate in sensazionali ondate di nulla proteico, sostanziato dal desiderio massico e decadente.
Sospesi
Un sospeso di pura ardesia e il contatto che crolla nello iato indefinito tra sistemi, mentre le dimensioni collassano non viste più volte.
Sobrietà
L’ascesa verso il simbolo esteso è un cadenzato di poche pretese quantiche, limitare il proprio ventaglio di possibilità vibrazionali è una scelta di sobrietà.
M. John Harrison: worldbuilding tra Viriconium e Kefahuchi | FantasyMagazine
Su FantasyMagazine una scheda approfondita sull’autore M. John Harrison, che detto tra noi amo alla follia; un estratto che coinvolge alcuni dei suoi romanzi e saghe più celebri:
Nato nel 1945, M. John Harrison è un autore britannico che si è sempre mosso tra fantascienza, fantasy, letteratura semi biografica, critica e recensioni. Appassionato fin da piccolo del bizzarro e dell’insolito, nel 1968 divenne editor della rivista New Worlds. Nel 1971 ha iniziato la saga di Viriconium (che è andata avanti per quasi un decennio) e nel 2002 quella del Kefahuchi Tract; nel 2020 è uscito il suo ultimo romanzo Riaffiorano le terre inabissate (The Sunken Land Begins to Rise Again).
Oltre ad aver contribuito alla corrente letteraria New Wave con il suo lavoro presso New Worlds, ha coniato il termine New Weird nella sua introduzione a The Tain di China Miéville nel 2002.La Trilogia dello Spazio Vuoto
La Trilogia dello Spazio Vuoto o del Kefahuchi Tract è l’evoluzione del worldbuilding e della narrativa di Harrison. Si tratta di tre romanzi, Luce dell’Universo (Light, 2002), Nova Swing (Nova Swing, 2006) e Lo Spazio Deserto (Empty Space, 2012), che seguono le vicende di alcuni personaggi in diverse epoche storiche (1999 e 2400), e che hanno in comune la presenza del Tratto di Kefahuchi, un’anomalia spaziale grande alcuni anni-luce che è alla base di una serie di misteri epistemologici e ontologici studiati da specie aliene per milioni di anni e negli ultimi due secoli dagli esseri umani.
La trilogia è una Space Opera influenzata sia dalla New Wave che dal New Weird. L’elemento di fantascienza hard lascia il posto per gli aspetti più psicologici e metaforici: lo spazio cosmico diventa una manifestazione dello spazio interiore. Riprende le lezioni imparate nelle sue opere precedenti, specialmente il ruolo del lettore nel (ri)creare il mondo narrativo assieme all’autore. C’è un punto di vista quantistico in questa opera. Come nella scatola dell’esperimento di Schroedinger, anche qui ogni volta che un lettore apre il libro rischia di trovarsi di fronte a un’opera diversa. La trilogia è una black box di infinite possibilità, tutte sovrapposte a livello teorico, che aspettano un osservatore per “fissarsi” sulla pagina. Libro e lettore si riflettono: la lettura del primo cambia la mente del secondo, che ora rilegge il testo con occhi nuovi, in un continuo riflettersi, uno specchio di fronte a uno specchio.
La loro scienza era in uno stato disastroso. Ogni razza che incontrarono procedendo verso il Nucleo aveva un volo interstellare basato su una teoria diversa dalle altre. Tutte quelle teorie funzionavano, anche quando escludevano gli assunti basilari delle altre. Si cominciò a pensare che si potesse viaggiare tra le stelle partendo da qualunque presupposto. Se la tua teoria ti dava uno spazio schiumoso sul quale lavorare, se dovevi cavalcare un’onda, la cosa non impediva che un altro propulsore, agendo su una superficie einsteiniana perfettamente liscia, percorresse la stessa fetta di spazio vuoto. Era persino possibile costruire propulsori sulla base di teorie in stile superstringhe, che, nonostante le loro promesse, quattrocento anni prima non avevano mai realmente funzionato.Il Tratto viene definito come una singolarità senza orizzonte degli eventi. In questo caso l’informazione non va perduta (come temeva Stephen Hawking) ma ritorna; soprattutto, ogni evento e ogni luogo e tempo possono essere influenzati dal Tratto. Nulla viene dimenticato, e questo spiega la “fontana” spaziale di antichi oggetti:
“Poi si vedevano oggetti lanciati in aria, all’apparenza a centinaia di chilometri di distanza. Era impossibile avere scala e prospettiva, perché quegli oggetti (rovesciandosi in continuazione come al rallentatore, o così gli occhi presumevano) erano cose domestiche cento volte troppo grandi e di un’altra epoca, assi da stiro, bottiglie di latte, bicchieri e piattini di plastica. Erano troppo grandi e troppo grafici, disegnati in piatti colori pastello con una minima indicazione di forma, capaci di trasformarsi in liquidi mentre li si osservava […] Tutto in uno stile diverso di meditazione. Tutto che generava una breve norma e ridefiniva tutto il resto. In quel momento, in quell’istante di osservazione e ascolto, in un attimo selvaggiamente e perfettamente impassibile di interpretazione, erano tutte le cose che volano via da una vita, forse la tua, forse quella di qualcun altro che stavi osservando. Di giorno in giorno si poteva avere una sensazione più intensa o debole che gli oggetti che vedevi fossero descrivibili come “reali”. Di fatto non era una distinzione che fosse necessario fare, finché non si entrava all’interno”.


