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Le Baccanti, estatiche hippie da rave


Da sempre ammiro le capacità connettive di Mario Gazzola, quel suo senso di unire cose che io a malapena scorgo e che lui, potente di una cultura altra dalla mia, riesce però a illuminare le mie suggestioni. Un chiaro esempio è questa recensione teatrale comparsa sul suo PostHuman, in cui mette in relazione una quantità impressionante d’informazioni, suggestioni, letture, visioni, cognizioni, estetiche, significati e significanti. Vi lascio a un estratto, per farvi capire meglio…

Proprio mentre lo stavo scrivendo, mi ero posto il quesito sul perché della fascinazione del mondo rock per temi e guru dell’occultismo, proprio nell’era più materialista e laica della storia umana, trovandolo – come scrissi in un articolo su Carmilla (QUI la sua prima parte) – nella ricerca assai psichedelica dello spalancamento delle porte dell’Altrove: della “vera conoscenza”, quella negata alla coscienza razionale, come spiegano le baccanti all’inorridito Penteo. Quella che si acquisisce solo abbandonandosi alla follia, come mostrano i volti delle attrici-performer, beatamente ilari e “istupidite” dall’estasi (fan quasi pensare alle hippie di Manson nel C’era una volta a Hollywood di Tarantino). E la techno attuale è stata già da tempo considerata l’evoluzione moderna della psichedelia sessantottesca.
Ovvero, “cavalcando il serpente” (o lasciandosi cavalcare, giacché i riti orgiastici comprendevano anche sessualità libera e sfrenata, come lascia intendere anche la drammaturgia dell’Euripide 2024), come evocato dalla citazione morrisoniana in apertura: un mito pressoché onnipresente nelle culture antiche, non solo simbolo malefico (come nel cristianesimo) ma piuttosto bifronte, come il serpente simbolo della medicina – il veleno che può curare come uccidere – proprio nella Grecia classica, ma anche in culture remote, dalla Cina alla Maya etc., fino ai riti vudù (ripassatevi Il serpente e l’arcobaleno di Wes Craven). Ma sarebbe stata sensata anche la citazione artaudiana utilizzata per la recente recensione di Caligula’s Party: in fondo il libro su Artaud s’intitola I suoni della crudeltà, come il saggio di Nietzche, per esteso, suona “La nascita della tragedia dallo spirito della musica”. Sarà un caso?
E, in quanto simbolo di rinnovamento e rinascita che può portare all’immortalità, forse spiega il mutato finale della tragedia, con Penteo sbranato che – a differenza del testo originale – rinasce “in Dioniso”, finalmente illuminato da una conoscenza meno gretta del suo razionalismo maschile. Perché Baccanti (lo spettacolo teatrale che Mario ha qui recensito – ndr) è anche un confronto – al presente molto attuale – fra razionalità maschile e istintività femminile.

Curioso collegamento con il (bellissimo) Dune parte 2 visto al cinema sabato: l’acqua della vita, ultimo passo di Paul Atreides per dimostrare di essere l’eletto atteso dai Fremen, è un liquido in grado di espandere la conoscenza con la visione del passato e del futuro, ma negato agli uomini che ne vengono regolarmente uccisi (tranne il “messia” Lisan al-Gaib, ovviamente). E come lo si ottiene? Dai fluidi vitali di un rettile, ancora una volta: il micidiale verme del deserto di Dune (altra connessione fra le mitologie antiche e moderna, Zolla fu acuto analista del Signore degli Anelli di Tolkien, che sicuramente anche Herbert aveva maneggiato per scrivere la propria saga spaziale.

La space opera, tra Dune e Alastair Reynolds | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com, nell’ambito di Delos253, un articolo di Carmine Treanni sulla space opera e la sua storia, stilata nell’occasione dell’uscita del film di Villeneuve “Dune Pt.2”; un estratto:

Herbert disegna un grande affresco narrativo con i colori dell’intrigo, del potere, dell’inganno e del tradimento, aggiungendo al classico impianto della space opera le teorie new age e il tema ecologico, scrivendo una saga unica e affascinante, composta originariamente da ben sei romanzi.
Il filone della space opera, termine coniato dallo scrittore Wilson Tucker nel 1941, mutuato dalle definizioni di horse opera, termine che indicava i romanzi western più squisitamente avventurosi, e da soap opera, i radiodrammi mielosi che venivano trasmessi all’epoca. Non a caso, spesso il nucleo di queste storie ruotavano intorno a trame del tipo: “l’eroe di turno viaggia nel cosmo, salva la principessa, affronta epiche battaglie spaziali e nemici che vogliono distruggere la galassia”. Un genere che spesso veniva etichettato come buono per intrattenere i ragazzini e che aveva in Flash Gordon e Buck Rogers i suoi beniamini.
Il tempo e un’attenta storiografia hanno dimostrato che anche quella fantascienza avventurosa, incentrata sui viaggi nello spazio a bordo di immense astronavi, stupefacenti segreti scientifici, armi spaziali dall’incredibile potenza e sulla descrizione di imperi galattici, aveva più di un motivo d’interesse e assolveva, in ogni caso, all’utile funzione di base che anche la fantascienza deve sempre avere, anche oggi: intrattenere il lettore e donargli qualche ora di semplice e salutare svago.

Dune – Parte Due | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione di Emanuele Manco alla seconda parte di Dune, l’adattamento cinematografico alla celebre saga di Frank Herbert; un estratto:

Si completa l’adattamento del romanzo Dune di Frank Herbert, uno dei più acclamati classici della fantascienza letteraria.
Dune – Parte Due inizia poco dopo la fine del primo film. D’altra parte, se si analizza l’arco narrativo tracciato, è come se Dune – Parte Uno, diretto da Denis Villeneuve, raccontasse il primo atto e la prima metà di un secondo atto della vicenda di Paul Atredeis, personaggio destinato a essere molte cose.

È insistente in questa seconda parte la pressione sul protagonista, quasi palpabile per lo spettatore. La lotta di un ragazzo che, nonostante il desiderio di vendicarsi della distruzione della sua famiglia, vorrebbe sottrarsi alle tante aspettative di chi vorrebbe che fosse “il prescelto”: La madre Jessica che lo ha preparato per essere lo Kwisatz Haderach, più potente di una Reverenda Madre Bene Gesserit; Stilgar, un capo dei fremen del pianeta Arrakis che in Paul vedono il profeta tanto atteso che li porterà alla liberazione degli oppressori, detto Lisan Al-Gaib o Mahadi.
Come già nel primo film, Villeneuve descrive le ambientazioni con assoluto minimalismo. Le architetture sono brutaliste. I costumi stilizzati. Anche le scene della casa Imperiale Corrino sono ben lungi dall’essere barocche e sfarzose, negli ambienti e nei costumi. Di contro, a una sintesi delle linee corrisponde spesso una dimensione gigantesca degli ambienti. I deserti e i vermi di Dune sovrastano gli esseri umani, così come le astronavi, le mietitrici di spezia. Nelle scene del pianeta Harkonnen il senso di angoscia e di oppressione è reso non solo ambienti enormi come l’anfiteatro che richiama gli spettacoli dei gladiatori romani, ma anche da un abbacinante uso del bianco e nero. Mentre su Arrakis le scale cromatiche sono influenzate dai marroni e dal rossiccio della spezia che permea ogni cosa, sulle quali spiccano gli occhi azzurri dei Fremen.

Viste le due parti come un solo film, Dune è un ottimo adattamento cinematografico della saga letteraria. Se la sceneggiatura tradisce la lettera in quello che è funzionale al ritmo cinematografico, di contro come Frank Herbert usava le parole e i dialoghi per tessere al meglio il suo arazzo, Villeneuve compie gli stessi virtuosismi con le immagini, lasciando che sia lo spettatore a cogliere l’essenza del racconto visivo. Se il primo film era palesemente tronco, dipendente totalmente da una seconda parte, in questo caso si può parlare di finale aperto.

Carmilla on line | Dune nell’immaginario di ieri e di oggi


Su CarmillaOnLine un lungo articolo di Gioacchino Toni che recensisce I segreti di Dune. Storia, mistica e tecnologia nelle avventure di Paul Atreides, saggio di Paolo Riberi, Giancarlo Genta in uscita per Mimesis e che traccia le coordinate dell’universo di Dune, attraverso l’opera dell’autore, di suo figlio e delle realizzazioni cinematografiche tentate e realizzate nei decenni; un estratto:

Dune può dirsi un vero e proprio mito contemporaneo capace di segnare profondamente l’immaginario collettivo nato a metà anni Sessanta del secolo scorso dalla creatività narrativa dello statunitense Frank Herbert, per poi svilupparsi nel corso del tempo attraverso diversi romanzi dello stresso scrittore che ne espandono le vicende narrate, numerosi prequel scritti da altri autori, più o meno fedeli allo spirito e alle vicende introdotte da Herbert, adattamenti cinematografici solo progettati o rivelatisi disastrosi insuccessi al botteghino e, in epoca recente, serie televisive e nuove proposte cinematografiche finalmente capaci di tradurre in ambito audiovisivo con una certa fedeltà la fervida creatività dello scrittore statunitense e di soddisfare pubblico e critica.
Questa colossale saga letteriario-audiovisiva nasce dunque con il romanzo di fantascienza Dune di Frank Herbert pubblicato nel 1965 in cui vengono fatti confluire i suoi racconti Dune World e The Prophet of Dune precedentemente pubblicati sulla rivista “Analog SF” tra il 1963 ed il 1965. Vincitrice dei premi i Hugo e Nebula, l’opera di Herbert si è rivelata capace di segnare in maniera indelebile l’immaginario degli appassionati di fantascienza dell’epoca riverberandosi fino ai nostri giorni.
Forte del successo ottenuto con il romanzo del 1965, è lo stesso Herbert a espandere la saga con altri titoli: Messia di Dune (Dune Messiah, 1969), I figli di Dune (Children of Dune, 1977), L’Imperatore-Dio di Dune (God Emperor of Dune, 1981), Gli eretici di Dune (Heretics of Dune, 1984) e La rifondazione di Dune (Chapterhouse: Dune, 1985).

Quel che è certo è che la saga letteraria e cinematografica di Dune ha influenzato enormemente l’immaginario collettivo contemporaneo, ed a ciò, sottolineano Riberi e Genta, contribuisce lo stesso film mai realizzato di Alejandro Jodorowsky, di cui non si è mai smesso di parlare, grazie anche alle trovate prospettate dai suoi collaboratori Hans Ruedi Giger, Chris Foss, Jean Giraud e Dan O’Bannon che avrebbero ispirato opere come Alien (1979) e Blade Runner (1982) di Ridley Scott, The Matrix (1999) delle sorelle Wachowski – tutti film che apriranno la strada a diverse altre produzioni a opera degli stessi o altri registi… Insomma, secondo gli autori del volume è possibile affermare che «l’intero immaginario pop degli ultimi cinquant’anni sia stato influenzato a vario titolo dalle avventure cartacee e cinematografiche di Paul Atreides, che possono essere considerate a tutti gli effetti un autentico mito contemporaneo».

Da Herbert a Villeneuve: incanto e profezia di Dune – Quaderni d’Altri Tempi


Su QuaderniAltriTempi Giovanni De Matteo propone la sua panoramica su Dune. Ovviamente, Giovanni non è persona che si accontenta di pochi paragrafi per descrivere un’opera, figuriamoci per un’esalogia come quella di Herbert che tocca temi universali e vasti quanto l’umanità. Vi lascio a un breve estratto:

L’universo letterario di Herbert trae origine da un ciclo di storie originariamente apparse su rivista intorno alla metà degli anni Sessanta e poi sviluppate nei vent’anni successivi in una esalogia di romanzi (l’ultimo, La rifondazione di Dune, risale al 1985) che esplorano il millenario declino di un futuro impero interstellare, minacciato dagli intrighi politici delle diverse entità che lo compongono, e delle parallele spinte centrifughe di un’umanità che si diffonde tra le stelle della nostra galassia e oltre. Ma Dune è soprattutto un’opera filosofica, che dedica ampio spazio non solo ai meccanismi di conquista e preservazione del potere, con pagine e brani che potrebbero essere tratti da un saggio di dottrina politica, ma riflessioni altrettanto ampie sull’ecologia, sul linguaggio e sull’uso della religione come strumento di controllo. I tentativi di adattare per il cinema un’opera così stratificata sul piano dei contenuti, oltre che labirintica (e qui pensiamo soprattutto al primo romanzo) nella trama e nelle sottotrame in cui sono invischiati decine di personaggi, non potevano che essere prevedibilmente accompagnati da un prammatico scetticismo, e per quasi due decenni il rutilante universo futuro immaginato da Herbert si è confermato effettivamente non filmabile. Poi, nel 1984, abbiamo avuto il controverso esito del Dune di David Lynch. E oggi, trentasette anni più tardi, è arrivato il turno di Denis Villeneuve.

Ma facciamo un passo indietro e risaliamo alla genesi letteraria di un impero che è divenuto parte integrante del nostro immaginario, non solo fantascientifico. La storia di Dune è fin dal primo momento la storia di un successo costellata di piccoli e grandi rifiuti e di fallimenti sempre piuttosto memorabili. Il romanzo di Frank Herbert fu rigettato da tutti gli editori del settore prima di incontrare sulla sua strada l’editor della Chilton Books di Philadelphia, Sterling Lanier, che si stava prodigando in quegli anni a estendere il bacino d’utenza della sua casa editrice specializzata in manualistica per auto. Nel 1965, poco dopo averlo pubblicato a puntate sulle pagine della rivista Analog, Herbert diede così alle stampe un romanzo destinato a cambiare la storia del nostro immaginario. Purtroppo, nonostante i riscontri ricevuti nei principali premi del campo (alla sua uscita Dune si aggiudicò sia lo Hugo che il Nebula), il libro vendette male a causa del suo prezzo di copertina, decisamente fuori mercato per gli standard dell’epoca. Lanier fu licenziato e Dune sembrò destinato all’oblio, sennonché le successive ristampe in economica riuscirono ad assicurargli una seconda vita: sulla spinta anche dei riconoscimenti ottenuti, il romanzo cominciò a imporsi al di fuori della cerchia degli appassionati, venendo tradotto in decine di lingue e arrivando col tempo a vendere oltre venti milioni di copie nel mondo, numeri che ne fanno ancora il libro di fantascienza di maggior successo nella storia.

Dune 2021: l’epica delle sabbie | PostHuman


Su PostHuman Mario Gazzola recensisce in anteprima Dune, il nuovo film di Denis Villeneuve. L’articolo è trascinante, la prosa di Mario è notevole e fa precipitare il lettore direttamente nelle viscere della pellicola, che forse vedrò ma che a priori non suscita automaticamente l’attesa che ho avuto, che so, per Blade Runner 2049, soltanto perché non amo particolarmente la saga di Frank Herbert (lo so, adesso mi bersaglierete con ingiurie ed epiteti di ogni foggia). Vi lascio alle parole di Gazzola:

La sua narrazione ha il passo ieratico e solenne della fantascienza mistica, ai confini col fantasy più maturo: quella che ci presenta il “viaggio dell’eroe” (saggio-bibbia degli sceneggiatori by Chris Vogler, basato sugli studi di mitologie e religioni comparate di Joseph Campbell nel pure monumentale saggio L’eroe dai mille volti), segue un andamento che nei suoi tratti essenziali si ritrova appunto nei cicli mitologici classici (tutti, dall’Iliade al ciclo bretone di Artù, dal Kalevala al Mahabarata, ma pensate solo a cos’è Virgilio per Dante nella Commedia).
Viaggio iniziatico che nei suoi punti salienti – un eroe, un antagonista, un mentore, un talismano, un conflitto per conquistare un premio, una vittoria, l’amore – riassume in sé praticamente l’essenza, il dna di ogni narrazione, dall’Ulisse di Omero a quello di Joyce. Ciò che rende appunto la sci-fi/fantasy matura la prosecuzione della mitologia in forme letterarie moderne.
Villeneuve, da indiscusso maestro della regia quale ormai è, impagina questo viaggio in sontuosi panorami di… dune (ovvio!) e rocce tendenti all’astratto, colori sabbiosi e interni tetri e incombenti, fastosi costumi neorinascimental-cosmici, attraverso quei silenzi e quelle attese di qualcosa d’inespresso che sono il suo marchio di fabbrica da Arrival, che bene servono l’atmosfera mistico filosofica dell’opera e che sono una continua festa per gli occhi, anche quando rischiate di perdervi fra le intricate cospirazioni di corti spaziali degne dei Borgia.

Come di ogni opera larger than life, vi capiterà – come dubitarne? – di leggere in giro su qualche pregiato quotidiano nazionale stupidaggini tipo che il film ha “una parte centrale troppo lenta”, che sono un po’ come dire che la Bibbia “ha anche delle buone idee ma niente ritmo”. Ma sono quei redazionali svelti scritti da “penne medie” per essere letti dallo “spettatore medio” in tempi medi e dargli l’illusione d’aver capito in fretta se il film è da vedere o no. Carta igienica per il giorno dopo.
Fate come diceva proprio Virgilio a Dante: “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. Voi che leggete qui invece andatelo a vedere, lasciatelo crescere nei suoi 155 minuti di epos, e progressivamente sentirete crescere in voi l’inesorabile empatia per l’ennesimo viaggio eroico, sempre attraverso le stesse tappe, sempre appassionante come la prima volta, quello del giovane Paul Atreides (il 26enne Timothée Hal Chalamet qui sopra a sinistra) e della sua affascinante e combattiva madre-Gesserit dai poteri telepatici Lady Jessica (suadente e magnetica Rebecca Ferguson sotto a sin., che non si è mai sazi di guardare), circondati dall’opulento cast con Oscar Isaac (duca Leto Atreides, padre di Paul, nella foto in alto con lui), Josh Brolin (il roccioso Gurney Halleck), Stellan Skarsgård (l’immenso barone Vladimir Harkonnen, sopra a destra), il sempre minaccioso Dave Bautista, la velata reverenda madre-Gesserit Charlotte Rampling (qui sotto a destra con Paul) e Javier Bardem (il Fremen Stilgar). La coprotagonista Zendaya appare ancora poco, perché il suo ruolo crescerà ora che Paul e madre trovano riparo fra i Fremen del deserto cui lei appartiene, ma proprio quando ahinoi termina bruscamente il film, lasciandoci assetati come nomadi nel deserto della seconda parte, sui cui tempi di gestazione purtroppo non si sa ufficialmente ancora nulla.

Jodorowsky’s Dune: il più fecondo fallimento della storia del cinema


Su PostHuman Mario Gazzola traccia mirabilmente le coordinate di Jodorowsky’s Dune, il documentario video in cui si racconta il making of del regista cileno attorno al concept di Dune. Un estratto:

La parte più pazzesca del film di Pravich è infatti il dopo, in cui la regia ci giustappone esempi dei disegni di Moebius per lo story board di Dune accanto a scene di film successivi, talmente simili da non poter pensare che sia stato un caso: il libro era rimasto nel cassetto di tutte le major hollywoodiane, quindi non è stupefacente che intuizioni della geniale coppia siano filtrate nei duelli di Star Wars di Lucas, nelle soggettive di Terminator di Cameron, nelle apparizioni fantasmatiche dei Predatori dell’Arca Perduta di Spielberg o in altri titoli minori come Flash Gordon, fino alle minacciose montagne scolpite nel Prometheus di Ridley Scott.
Al cui epocale capostipite Alien peraltro diedero decisivi contributi proprio O’Bannon (col soggetto originale) e Giger (coll’indimenticabile, orroroso xenomorfo), “scoperti” da Jodo e indi “adottati” da Hollywood dopo il naufragio del cosmico progetto, se ne parla alle pagine 101-106 del mio FantaRock (con Ernesto Assante, Arcana, 2018).

Mai pubblicata neppure in forma di libro cartaceo, la fertilissima, profetica sceneggiatura Jodo/Moebius si connette infine anche all’imminente, attesissimo Dune di Villeneuve (di cui già è trapelato il progetto di una trilogia cinematografica per sviluppare compiutamente l’impianto narrativo di Herbert) attraverso la colonna sonora: infatti le solenni musiche di Hans Zimmer per il film in uscita comprendono anche un brano riarrangiato dei Pink Floyd ambìti da Jodo: è Eclipse, proprio da quel The Dark Side Of The Moon le cui session di registrazione volgevano alla fine al momento dell’incontro col visionario regista cileno).

Jodorowsky’s Dune | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione al Dune di Alejandro Jodorowsky, uscito in sale selezionate in questo scorcio finale dell’estate come antipasto alla versione di Denis Villeneuve. Un estratto:

Nell’ambito della fantascienza esiste un film che è entrato nell’immaginario degli appassionati di fantascienza, pur avendo il grande difetto di non essere mai stato realizzato: questo film è il Dune di Alejandro Jodorowsky. Quest’opera poteva essere la prima trasposizione cinematografica del romanzo di Frank Herbert uscito nel 1965, che fu invece portato al cinema, per la prima volta da David Lynch, nel 1984.

Dopo anni di racconti parziali, il regista cileno ha deciso finalmente di narrare tutta la storia di questo progetto.
Istrionico, ironico e geniale, Jodorowsky è la voce principale di questo documentario, supportato dalle numerose testimonianze dei collaboratori che furono allora coinvolti nella realizzazione del film. In questo documentario racconta tutte le sue idee, le persone coinvolte, i luoghi visitati, in oltre due anni. Grazie al suo carisma, oltre che al supporto economico di Seydoux, fece una vera propria campagna di acquisti scegliendo tra i migliori tecnici nel campo degli effetti speciali, i migliori artisti e i musicisti di allora. Il primo reclutato fu il fumettista Jean Giraud, che nel campo fantascientifico era ben noto con il nome di Moebius. Andò negli Stati Uniti a parlare con Douglas Trumbull, creatore degli effetti speciali di 2001 Odissea nello Spazio; salvo poi detestare il suo approccio troppo tecnico e ripiegare sul quasi esordiente (ma molto promettente) Dan O’Bannon, che era stato il responsabile degli effetti speciali di Dark Star, quel piccolo capolavoro che fu anche l’esordio cinematografico di John Carpenter. Si portò in Francia Chriss Foss, allora famoso copertinista britannico di libri di fantascienza, per realizzare i disegni delle navi spaziali.
Voleva Salvador Dalì nel ruolo dell’imperatore (è incredibile), che accettò per una cifra esorbitante. Dalì gli suggerì un artista svizzero allora misconosciuto per le scenografie degli Harkonnen: Hans Ruedi Giger. Per la colonna sonora reclutò i Pink Floyd; Mick Jagger doveva essere Feyd Rautha (curiosamente nel film di David Lynch fu scelta un’altra rockstar, Sting, per lo stesso ruolo). Paul Muad’Dib sarebbe stato interpretato da suo figlio.
Insomma Jodorowsky fu una particella elementare impazzita, che a metà degli anni ‘70 viaggiò negli Stati Uniti e per mezza Europa, per collegare il mondo artistico con quello cinematografico e quello della fantascienza. Come lui stesso dice aveva “un’ambizione smisurata” era conscio di poter fare l’opera più grande della sua vita. Con il produttore francese stimò che il budget necessario per il film doveva essere di almeno 15 milioni di dollari, che per allora era una cifra esagerata, ritornò quindi a Hollywood per cercare i soldi che gli mancavano. Per tale motivo preparò con Moebius un volume dettagliatissimo a supporto della sceneggiatura, in cui era disegnata ogni scena del film, una vera opera nell’opera.

Nonostante tutto questo, Hollywood non diede mai fiducia a un regista così fuori dai suoi schemi.

Il Dune perduto di Jodorowsky arriva al cinema come documentario | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione che alla fine dell’estate arriverà nei cinema un documentario che racconterà il tentativo di Alejandro Jodorowsky di raccontare per immagini Dune.

Non esiste appassionato di fantascienza e fantastico che non conosca la leggenda del film su Dune ideato da Alejandro Jodorowsky e purtroppo mai concretizzato. L’affascinante documentario Jodorowsy’s Dune è in arrivo nei cinema dal 6 settembre 2021, anticipato da un programma di anteprime dal 26 agosto.

Idee folli ed estremamente visionarie avrebbero composto questa pellicola che fin da subito sapeva di kolossal. A un primo sguardo potrebbe sembrare una divagazione fin troppo ambiziosa per una personalità eclettica come quella di Jodorowsky, eppure in tanti si mangiano ancora le mani al pensiero che forse gran parte di quanto promesso sarebbe stato veramente grandioso se il progetto fosse andato in porto, poiché tra i collaboratori del regista figuravano anche HR Giger, concept designer di Alien e Jean Giraud, in arte Moebius, grandioso illustratore e fumettista.

Filmhorror.com – DUNE (DI DAVID LYNCH): LA VITA DIETRO AL FILM – articolo di Maico Morellini


Su FilmHorror un articolo di Maico Morellini fa rivivere il Dune di David Lynch, svelandone alcuni retroscena. Un estratto:

Il tradimento: la storia di Dune ruota tutta intorno a uno dei peccati più antichi. È con il tradimento che l’Imperatore Shaddam IV (José Ferrer) trascina su Arrakis il Duca Leto Atreides (Jürgen Prochnow) tessendo una letale trappola. Ed è sempre con il tradimento del dottor Wellington Yueh (Dean Stockwell) che il piano dell’Imperatore e del Barone Vladimir Harkonnen (Kenneth McMillan) riesce quasi nella sua interezza: il Duca Leto viene assassinato mentre Paul Atreides (l’attore feticcio di Lynch, Kyle MacLachlan), il suo erede, è disperso insieme alla madre Jessica (Francesca Annis) nell’inospitale deserto di Arrakis. Con questi presupposti era inevitabile che l’ignominiosa macchia dell’inganno prima o poi colpisse anche Lynch. In che modo? Due parole: versione estesa.

Dimentichiamo quelle migliorative a cui il cinema degli ultimi lustri ci ha abituato. Per Lynch l’extended edition fu una vera e propria pugnalata alla schiena. Non contenta di aver deformato la creatura di Lynch costringendo il regista a tagli furibondi, nel 1988 la Universal confeziona una versione televisiva di tre ore ottenuta attraverso un editing malevolo e sommario nel quale logiche ed equilibri vengono massacrati da una mano degna della peggiore macelleria. Lynch si chiama fuori dal progetto e il suo nome viene sostituito dal John Doe del cinema: il regista di questa versione estesa risulta infatti essere lo spettrale Alan Smithee, lo pseudonimo della vergogna. Il dado è tratto, il complotto ordito, la pugnalata stoccata. Lynch, in un ultimo cinico gesto assolutamente nelle sue corde, decide di sostituire il suo nome di sceneggiatore (suo era lo script di 150 pagine) con quello di Judas Booth. Una dissacra unione tra Giuda Iscariota, traditore dei traditori, e John Wilkes Booth, omicida di Lincoln e agli occhi di Lynch spietato assassino del film. Da quel fatale 1988 niente e nessuno riuscirà mai più a far riavvicinare Lynch alla sua primigenia creatura fantascientifica, costata quaranta milioni di dollari ma purtroppo incapace di un rientro degno di questo nome.

quindi, sì, nudo e crudele

Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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