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Archivio per Esistenzialismo

Viaggi elementali | ThrillerMagazine


La recensione di Sacha Rosel a un libro di Anna Maria Farabbi, “Viaggi elementali”, fruibile su ThrillerMagazine; parliamo di un tipo di letteratura a metà strada tra la meditazione, la poesi e l’esistenzialismo, percezioni condite da filosofia e consapevolezze; l’incipit della rece:

Riflessione poetico-esistenziale percorsa da venature filosofiche e a tratti politiche, Viaggi Elementali di Anna Maria Farabbi è una narrazione sperimentale che cuce insieme tre piccoli diari, ciascuno il frutto di un viaggio distinto in luoghi reali o immaginali che fungono da portali verso l’ignoto e verso il sussulto del risveglio, che è poi la sostanza della storia che leggiamo. Racchiusi dentro una fragile quanto preziosa cornice – la premessa, o il perché del voler unire questi tre quaderni, e la pagina di conclusione finale – i tre puntelli del viaggio ci trasportano via via nel midollo della scrittura, attraverso incontri e scoperte fatte dalla narratrice-viandante-poeta, nel suo sostare in un luogo rispetto al successivo e al precedente.

“Sono una poeta che crea quaderni entrando”, afferma l’io narrante, o meglio “ionulla” come lei stessa si definisce nel corso del libro, ed entrare è quello che richiede la scrittura, non solo da parte di chi legge, ma anche e innanzitutto di chi scrive. In punta di cuore, si entra nel solco delle parole scivolando nella loro promessa di comprensione e rivelazione, dopo che l’incontro si è ormai sedimentato nella memoria. Un eremo umbro accoglie la narratrice nella sua intenzione di unire tutte le scoperte scavate dalla parola nella carta e dagli elementi nel suo corpo in ascolto durante i tre viaggi. Il viaggio è per lei condizione necessaria all’ascolto, un viaggio “organico, biologico” e associato agli elementi che si frizionano contro il corpo-verità verticale, e tutto l’insieme di questi tasselli diventa la sostanza della sua scrittura. Quello della protagonista-poeta-viandante è un viaggio dei cinque sensi, che in diverse discipline marziali e meditative orientali comprendono gli occhi, le orecchie, il naso, la lingua ma anche il corpo nella sua interezza e in ogni sua parte, ossia ogni suo elemento, che a sua volta richiama i cinque elementi fondanti dell’universo: terra, legno (secondo la teoria cinese dei Cinque Elementi comprendente anche l’aria), acqua, fuoco e metallo. Nell’attraversamento di tutti e cinque gli elementi nelle loro diverse incarnazioni, la protagonista procederà dentro un “viaggio di sottrazione” per arrivare finalmente al centro, e finalmente la poesia da tutti condizionamenti.

Death in June – Doubt to Nothing


I dubbi riguardano la noia esistenziale.

L’essere e il nulla – Francesca Pratelli


Sul blog di Francesca Pratelli una riflessione-recensione riguardo l’esistenzialismo Jean-Paul Sartre; vi lascio allo sviluppo filosofico, che non vuol dire che ne condivida i contenuti ma che, comunque, li ritengo interessanti:

Pubblicato nel 1943, “L’essere e il nulla” di Jean-Paul Sartre si impone come un’indagine radicale sulla natura dell’esistenza. Il testo si sviluppa attraverso una rigorosa ontologia fenomenologica che analizza l’essere nella sua duplice manifestazione: l’essere-in-sé (en-soi) e l’essere-per-sé (pour-soi).
L’essere-in-sé è ciò che è in maniera piena, compatta, priva di coscienza e di possibilità di negazione: è la realtà oggettiva, determinata, che semplicemente è. Al contrario, l’essere-per-sé è la coscienza, caratterizzata da un nulla interno che le consente di porsi in rapporto al mondo e di superarlo. Questo nulla è il fondamento della libertà: l’essere umano non è mai semplicemente ciò che è, ma deve continuamente definirsi attraverso le proprie scelte. La libertà, nel pensiero sartriano, è assoluta e ineludibile. L’uomo è condannato a essere libero, nel senso che non può sottrarsi alla necessità di scegliere e di attribuire senso alla propria esistenza, in assenza di valori trascendenti o essenze preordinate. L’angoscia nasce da questa consapevolezza: è il sentimento vertiginoso che accompagna la realizzazione della propria responsabilità totale.

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Estetiche inquiete. Joy Division e dintorni. Contesto e radici – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a Our Vision Touched the Sky. Fenomenologia dei Joy Division, saggio di Alfonso Amendola e Linda Barone che analizza la breve stagione dei Joy Division raffrontandola col maelstrom sociale che in UK si respirava in quegli anni, grazie all’omicida neoliberismo thatcheriano. Un estratto dalla rece:

Se il punk può essere visto come una sorta di risposta rabbiosa e nichilista all’incertezza sociale e politica del periodo in cui esplode espressa dai rimasugli di comunità in disarmo soprattutto in ambito londinese, il post-punk si presenta come un fenomeno proprio di alcune città del Nord dell’Inghilterra caratterizzate dalla cupezza urbanistico-architettonica ereditata dagli anni Sessanta.
Città industriali in declino come Manchester, Liverpool e Sheffield che hanno conosciuto la violenza della rivoluzione industriale sembrano ormai capaci di offrire ai figli della working class e della piccola borghesia soltanto il senso di alienazione e di inquietudine della grigia periferia lontana dal punk della Capitale presto trasformatosi in patinato fenomeno di consumo. Nelle città industriali del Nord nasce dunque una “generazione post-punk che al nichilismo dell’annientamento del futuro e al fascino della moda irriverente [del punk londinese] rispondevano con l’inquietudine e l’incertezza del presente e con il racconto dell’apatia della periferia. Allo stesso modo dei Fall, anche i Joy Division, seppur con diversi riferimenti dichiarati, dipingevano attraverso la musica e la lirica un paesaggio industriale periferico che portava con sé solo immagini di fallimento, gelo, perdita del controllo, smarrimento (p. 32)”.

Se già il punk, operando una sorta di opera di bricolage, aveva saputo attingere da diversi stili e sottoculture britanniche del dopoguerra, il post-punk, sostengono Amendola e Troianiello, ha ulteriormente ampliato i confini allargandosi all’ambito europeo attingendo, ad esempio, dai suoni metallici dei tedeschi Kraftwerk e da esperienze alle prese con sonorità sintetizzate. In una contesto urbano sempre più caratterizzato dal frantumarsi delle comunità sono spesso i mass media a proporre/costruire nuovi ambiti identitari.

“In questo modo è possibile intendere l’immagine delle culture giovanili figlie della working class protagoniste del movimento sottoculturale del post-punk (così com’è stato per la corrente punk) come l’immagine coesa di una cultura della resistenza. Pertanto se il dolore, l’introspezione, il disagio post-industriale e l’assenza di bellezza così come la sua ricerca, l’uso di droghe, la disoccupazione e l’inesorabile declino di una nazione potente diventavano le colonne portanti del discorso sottoculturale del post-punk, l’estetica, i luoghi di consumo della musica e i luoghi di creazione di nuovi network dove esercitare pratiche condivise di ascolto e condivisione secondo rituali consolidati, rappresentavano il linguaggio necessario, coerente e coeso di un movimento che, partendo da un desiderio di costruzione alternativa al rock classico, ha finito per dar vita a una nuova ondata di produzioni mainstream degli anni Ottanta (p. 30)”.

La scena discografica post-punk di Manchester si contraddistingue anche per un’eleganza e pulizia formale – sconosciute all’ambiente musicale londinese dell’epoca – che richiama palesemente le estetiche di alcune avanguardie europee primonovecentesche. Se a Manchester, al passaggio tra gli anni Settanta e gli Ottanta, gruppi come Joy Division, A Certain Ratio, Durutti Column, The Fall, cresciuti attorno alla Factory Records, si mostrano più inclini a sonorità cupe, a Liverpool, altra città in declino alle prese con la disoccupazione, band che gravitano attorno all’Eric’s Club, come Echo and the Bunnymen, ricavano dall’angoscia, dalla solitudine e dal dolore atmosfere decisamente meno fosche.
Un caso un po’ diverso è rappresentato da Sheffield, uno dei centri nevralgici della rivoluzione industriale: nonostante nell’immediato gli effetti del thatcherismo si rivelino meno devastanti dal punto di vista occupazionale rispetto alle alte città del Nord, anche questa realtà non manca di pagare il suo tributo in termini culturali. Se nel cuore della lavorazione dell’acciaio e dell’orgoglio operaio il punk rimane un fenomeno sostanzialmente di superficie tra i figli della working class, maggior interesse viene invece da questi riservato all’universo delle sonorità sintetizzate. Il fenomeno post-punk di Sheffield ha nell’esperienza del laboratorio creativo Meatwhistle, da cui provengono gruppi come Music Vomit, un riferimento importante sebbene non l’unico, visto che anche per altre vie nascono band destinate alla notorietà (es. Cabaret Voltaire).

“Dal racconto della periferia post-industriale al centro della cultura globale condivisa dai grandi pubblici, dai focal places, luoghi di costruzione di relazioni e rapporti, il post-punk nella sua veste eversiva eppure reificata perché inserita nei processi produttivi e distributivi, è un forte esempio di identità culturale che si muove continuamente dai bordi del racconto sovversivo verso il centro del consenso comune, creando nuove metafore, racconti e atmosfere (pp. 35-36)”.

Interpol – Stella Was A Diver


Quando lo spettacolo interiore della tristezza diviene monumentale esistenzialismo inguaribile.

The Cure – Hanging Garden


Qualcosa di ormai abissalmente perso nel tempo – video che svela anche l’iconografia scelta per l’album cui il brano appartiene: Pornography (1982).
Maschere psichedeliche esistenzialiste.

The Cure – Peel Session 1981


Dall’abisso di quarant’anni fa, il momento migliore dei Cure, mentre le ombre acide ed esistenzialiste oscuravano qualsiasi loro orizzonte.

Mai, mai…


Sorpresi dalle continue esternazioni psichiche del delirio, troviamo appesi alcuni cadaveri mentali sulle guglie di una conoscenza mai raggiunta, di un complesso percorso mai intrapreso.

Livelli esistenziali


Poche mistiche olografiche per portare la difficoltà interiore alla catarsi su livelli inediti di dolore esistenziale.

The Cure – The Same Deep Water As You – Live in Berlin


Non li seguo più, il punto di vista esistenziale e dark, ma umano, è ben lontano dietro di me, abbandonato perché i flutti del disincarnato attraggono molto di più. Eppure, eppure, questo è un gran bel pezzo…

quindi, sì, nudo e crudele

Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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