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NeXT Hyper ObscureArchivio per Field Recording
Yoko Ono / The Great Learning Orchestra – Selected Recordings From Grapefruit | Neural
[Letto su Neural]
Grapefruit nasce nel 1964 come autoproduzione di Yoko Ono: appena 500 copie stampate dalla sua Wunternaum Press. Destinato a diventare uno dei testi più influenti nel circuito dell’arte contemporanea di quella stagione, questo volume di oltre 230 istruzioni, partiture d’azione e disegni si è rivelato negli anni una pietra angolare dell’approccio concettuale, intrecciandosi profondamente con il movimento Fluxus e le sperimentazioni musicali d’avanguardia. Diverse fra le composizioni che erano descritte in Grapefruit hanno funzionato molto bene come partiture per performance o eventi, diventando anche punti di forza nei concerti e nelle esibizioni dal vivo di Yoko Ono durante tutto il decennio degli anni ’60. Dopo quella prima apparizione, “Selected Recordings From Grapefruit” rappresenta adesso il primo album interamente dedicato alla trasposizione sonora delle partiture contenute nel libro, con 20 tracce e circa 85 minuti di durata. Le realizzazioni sonore spaziano tra registrazioni d’ensemble in studio, catture ambientali e field recording – combinate tra loro secondo le indicazioni delle partiture originali. La maggior parte delle tracce è stata registrata dal vivo e in presa diretta, restituendo così l’autenticità delle performance, delle azioni e degli ambienti in cui sono nate. Yoko Ono assurgerà a notorietà planetaria poco più tardi, nel 1966, quando inizierà la sua relazione con John Lennon, che poi sposerà nel 1969 e con il quale nel 1970 darà vita al progetto congiunto della Plastic Ono Band, collettivo di musicisti nel quale militerà anche Ornette Coleman. Insomma, la congiunzione fra avanguardia musicale, arte, underground e cultura di massa nasce in quest’epoca e tutto quello che naturalmente precede, anche di poco, questa elettrizzante ma anche demoniaca congiunzione appare oggi d’estremo interesse. A eseguire queste trasposizioni sonore è “The Great Learning Orchestra”, ensemble svedese attivo da 25 anni che ha costruito la propria identità artistica attorno alle pratiche di ascolto e alla musica esplorativa. Fondato nel 1999 da Leif Jordansson e Pelle Halvarsson, il gruppo opera come una rete aperta dove oltre 100 musicisti si auto-selezionano per ogni nuovo progetto, incarnando perfettamente lo spirito partecipativo e sperimentale che caratterizzava le opere originali di Yoko Ono. Nel corso della sua attività, l’orchestra ha collaborato con figure leggendarie dell’avanguardia come Gavin Bryars, Terry Riley e Pauline Oliveros, oltre a commissionare nuove opere di artisti contemporanei come J.G. Thirlwell e Arnold Dreyblatt. Il nome stesso dell’ensemble deriva da “The Great Learning” di Cornelius Cardew, un esperimento di musica sociale collettiva che riflette la filosofia di apertura e partecipazione che guida ogni loro progetto.
Vittorio Guindani – Materia Breve | Neural
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Residui, frammenti sonori, field recording. Sottili trame, schegge di paesaggi dispersi ricomposte dal tempo e dall’ascolto. Ogni suono, ogni silenzio amplificato diventa materia viva, un’eco minuta che resiste allo scorrere delle stagioni, un gesto che raccoglie e tiene accese le braci dell’esperienza. Vittorio Guindani, che nel suo curriculum vanta collaborazioni con svariate compagnie di danza contemporanea e artisti tra cui video maker, illustratori, coreografi, registi teatrali e altri musicisti, nel 2020 ha pubblicato per la 901 Editions il suo album di debutto Jisei e adesso, sempre per l’etichetta di Fabio Perletta, torna con questo Materia Breve, comprensivo di quindici caduche composizioni (solo una supera di poco i cinque minuti), una trattazione molto densa e forbita di come le pratiche di ascolto profondo possano generare nuove cartografie del sensibile. In questi micromondi sonori, Guindani esplora le pieghe nascoste del quotidiano, trasformando l’ordinario in territorio di scoperta. La brevità delle composizioni non è limitazione ma scelta precisa: distillare l’essenza, presentare il suono nella sua forma più pura e concentrata. Come haiku sonori, queste tracce non richiedono sviluppo ma immersione, non narrano ma evocano. A differenza di Jisei, che meditava sul concetto giapponese di poesia dell’addio, Materia Breve sembra rivolgersi alla presenza, alla materialità del suono che, per quanto effimera, lascia impronte tangibili nella memoria. Guindani raccoglie i suoi suoni con la pazienza del cercatore, attento a quell’invisibile polvere sonora che si deposita sugli oggetti e negli spazi, e che solo un orecchio educato alla lentezza può percepire. Il risultato è un’opera che si colloca in quella fertile zona di confine tra musica ambientale, arte sonora e documentazione acustica, dove l’autore non impone la propria presenza ma si fa mediatore, testimone attento di un dialogo continuo tra silenzio e suono, tra assenza e permanenza. “Ogni universo ha la sua lingua. Ogni universo ha le voci che cerchi” scrive Luca Lanfredi nel testo che accompagna questo album, delineando nei suoi versi alcune delle coordinate poetiche del progetto. Per esempio un’idea del silenzio che si apre, che diventa spazio sonoro, con suoni minimi e pause ripetute, ribadendo quanto il suono possa rivelarsi come elemento organico e vitale. In definitiva, Materia Breve è un invito alla contemplazione sonora, un’opera che ci ricorda come la vera musica risieda spesso negli interstizi, nelle pause, nei momenti di apparente assenza. È un richiamo alla consapevolezza acustica, a quella forma di attenzione che permette di cogliere la poesia nascosta nel paesaggio sonoro quotidiano, trasformando ogni istante in una possibile rivelazione.
▶︎ Stefano Bertoli 無 | Dream Machine Temple
Stefano Bertoli, nella manipolazione dello spaziotempo etereo, infilando l’illusione concreta.
Rubbish Music – Fatbergs | Neural
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Rubbish Music è il progetto che unisce due figure centrali della sperimentazione sonora: Kate Carr, sound artist specializzata in field recording, e Iain Chamber, accademico attivo nei campi dell’antropologia, della sociologia e degli studi culturali, un teorico che vanta una lunga attenzione alle pratiche estetiche e performative. Insieme esplorano il rapporto tra suono e contesto, fondendo le rispettive competenze in un’indagine acustica che si muove tra ricerca epistemologica e sensibilità compositiva. In Fatbergs la cornice concettuale è esattamente quella che suggerisce lo stesso moniker adottato: ovvero rifiuti maleodoranti che proliferano nelle nostre città sotto forma di salviette umidificate, pannolini, scarti alimentari, grassi e oli, metafora neanche troppo simbolica di ciò che è sporco, rifiutato e marcio nella nostra società. Attraverso cinque composizioni stratificate, Carr e Chamber invitano a un’immersione nei territori dell’abiezione quotidiana, trasformando l’invisibile in udibile. Questi agglomerati sotterranei diventano punto di partenza per una narrazione che va oltre la semplice documentazione. Rumori industriali, riverberi acquatici e frequenze abrasive si intrecciano in paesaggi sonori inquieti, delineando una tassonomia dell’immondizia contemporanea. L’intero lavoro è attraversato da una tensione costante: alla materia sonora che evoca decomposizione e scarto, si contrappone una struttura compositiva rigorosa, quasi ordinata, che conferisce un’estetica paradossale al rifiuto stesso. L’album ci ricorda che nulla scompare davvero: ciò che gettiamo ritorna, trasformato ma presente, a interrogarci sulle conseguenze delle nostre abitudini. Solo l’ironia dei titoli e, in parte, la “pulizia” del risultato riescono ad attenuare il senso di disagio per qualcosa che, pur frutto della mancanza di una visione ecologica complessiva, riguarda anche la nostra coscienza individuale. Fatbergs non è solo un’esperienza sonora, ma una riflessione profonda su ciò che scegliamo di ignorare. Ciò che finisce nel sottosuolo – fisico e metaforico – non viene cancellato, ma solo escluso dalla nostra percezione. Rubbish Music ci obbliga invece ad ascoltare proprio ciò da cui ci allontaniamo, restituendo dignità artistica e concettuale al rimosso e al degradato. Carr e Chamber compiono così un gesto tanto politico quanto estetico, mostrando come l’arte possa intervenire nei margini del vivere urbano per aprire spazi di consapevolezza. Il risultato è un’opera disturbante e sofisticata, capace di dosare con precisione ironia, rigore teorico e complessità sonora.
Keith Rowe, Kjell Bjørgeengen – A Thought for Two | Neural
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Una lunga suite di oltre quaranta minuti è il prodotto della collaborazione multimediale fra Keith Rowe e Kjell Bjørgeengen, duo che è avvezzo alla realizzazione anche di opere visuali, utilizzando sia gli oscillatori audio di Bjørgeengen che i costrutti sonori di Rowe convertiti a loro volta in segnali video. Keith Rowe viene da una lunga militanza in ambito free form ed è principalmente un chitarrista improvvisativo, Kjell Bjørgeengen è un artista video sperimentale che non disdegna incursioni da musicista elettronico, a suo modo un esegeta di una visione tremolante, che suona anche un sintetizzatore creato da Dave Jones dell’Experimental Television Center di New York, inserendo segnali da un oscillatore che sincronizza con i video, suggerendo quindi un’identità diretta tra suono e immagine. È un’esperienza immersiva e ipnotica quella che ne scaturisce, in cui il suono e l’immagine si fondono in una sinergia affascinante. La lunga suite di oltre quaranta minuti si sviluppa lentamente, quasi come un flusso di coscienza, in cui le manipolazioni audio di Rowe e gli oscillatori video di Bjørgeengen interagiscono senza soluzione di continuità, creando una sorta di dialogo elettroacustico. L’elemento visivo, pur assente nella versione audio del CD, è palpabile attraverso la densità sonora e la profondità timbrica, dove le texture frastagliate e i ronzii elettrici si muovono su livelli percettivi complessi e affascinanti. Rowe, noto per il suo approccio non convenzionale alla chitarra, si discosta completamente dalle strutture tradizionali, prediligendo l’improvvisazione e l’uso di oggetti quotidiani per estrarre suoni. In questo lavoro, le sue manipolazioni diventano parte integrante del paesaggio sonoro, abbracciando rumori di fondo, distorsioni e interferenze come elementi essenziali della composizione. Bjørgeengen, dal canto suo, inserisce un aspetto visivo che, seppur non visibile direttamente, viene evocato tramite oscillazioni sonore che sembrano avere una corrispondenza diretta con le immagini che avrebbe potuto proiettare. L’opera si rivela essere un’esperienza d’ascolto profonda e stratificata, che richiede dedizione e disponibilità per essere apprezzata appieno. L’esplorazione del duo s’interroga sul rapporto tra suono e spazio, tra ascoltatore ed artista, in cui i confini tra il medium audio e quello visivo si dissolvono. A Thought for Two è, in questo senso, ancora un manifesto concettuale, un viaggio sonoro che ci invita a riflettere sul concetto di percezione e di interazione sensoriale.
Nika Son – Drift | Neural
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L’occasione che ha dato a Nika Son la giusta motivazione per questa uscita è stata quella di supportare la regista Helena Wittmann, che per il suo film Drift – poi uscito nel 2017 – aveva bisogno di un concept musicale che fosse coerente all’ampio ventaglio di stili narrativi già dispiegati nella complessa sceneggiatura. Sono field recording, che partono dal Mare del Nord, poi effettuate attraversando l’Oceano Atlantico, dai Caraibi alle Azzorre: tredici tracce estratte direttamente della colonna sonora originale del film e due – D5 e N5 – che sono state costruite per un’ìnstallazione video-sonora, Wildness Of Waves, frutto anche questa della collaborazione fra i due autori. Nika Son lascia che sia l’acqua stessa a raccontare una storia e gli ascoltatori non possono che essere ricettivi di questo corpo risonante e dei movimenti visceralmente mutevoli, fisici ma anche frutto delle emozioni suscitate dall’esperienza e quindi immaginari, trasformazioni che emergono in uno spazio distinto e tangibile. Il mare, quindi, non è solo un elemento sonoro, ma diventa il mezzo attraverso il quale Nika Son costruisce un ambiente immersivo e multisensoriale. I riverberi delle onde, i sibili del vento, le oscillazioni delle correnti trovano una dimensione tanto sonora quanto intima e passionale, capace di coinvolgere l’ascoltatore in un’esperienza profondamente meditativa. Le composizioni non seguono strutture canoniche ma si sviluppano come flussi continui, cercando di catturare l’imprevedibilità del mare. Il linguaggio sonoro è minimalista ma anche ricco di dettagli, con un’attenzione particolare agli spazi vuoti e ai momenti di sospensione. Ogni suono sembra emergere lentamente, quasi come un’apparizione, per poi svanire in maniera delicata, in una danza costante fra presenza e assenza, dove le tracce s’imprimono come lenti movimenti di marea, feconde di pause e silenzi, con i rumori ambientali che diventano altrettanto importanti dei suoni più evidenti. La ripetizione e la variazione costante di motivi sonori suggeriscono un moto perpetuo e nonostante la forte natura ambientale delle registrazioni l’insieme non risulta mai statico: c’è sempre, infatti, una continua tensione tra il movimento e la quiete, tra la forza implacabile dell’acqua e i suoi momenti più placidi. Nika Son riesce a evocare immagini e sensazioni che trascendono l’ascolto, portando chiunque s’immerga in Drift in una sorta di viaggio ipnotico, dove il confine tra suono reale e immaginazione definitivamente sfuma. La componente visuale e cinematografica della sua musica è palpabile, ed è proprio questa fusione tra suono e visione a rendere l’opera capace di coinvolgere profondamente all’ascolto.
Filax Staël – Traces | Neural
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In meno di mezz’ora sono ben 24 i brani che compongono questo Traces, ultima fatica di Filax Staël, progetto olandese che fa capo a Bas Mantel e Okko Perekki, duo avvezzo a sonorità elettroniche radicali, field recording, sperimentazioni sampledeliche e tecniche cut-up altrettanto estreme. Questa è la loro prima uscita ufficiale – seppure le originarie implementazioni del progetto risalgono al lontano 2013 – completata anche da un libro di 52 pagine nel quale spiccano le doti grafiche di Bas Mantel (designer formatosi all’ Hogeschool voor de Kunsten di Utrecht). Come spesso accade quando le tecniche di taglia-e-cuci e copia-incolla assurgono a primaria ispirazione – soprattutto quando infine è possibile esibire effetti piuttosto viscerali e impredicibili – i riferimenti culturali più immediati al nocciolo di queste poetiche vanno al dadaismo e a William S. Burroughs, sebbene l’autentico esegeta di un simile approccio in forme compiutamente moderne sia invece Brion Gysin. È in particolare l’utilizzo di registrazioni sonore di film didattici degli anni ’50 – per esempio – ad accostare alcune composizioni di questo album anche alla musica plunderphonica e alle tecniche tipiche dell’arte sonora di artisti come John Oswald o Negativland. Traces riesce a evocare un paesaggio sonoro denso di frammenti uditivi disomogenei ma allo stesso tempo interconnessi, creando un’esperienza che è tanto cerebrale quanto sensoriale. Ogni traccia sembra un collage sonoro che porta l’ascoltatore a confrontarsi con l’inaspettato, giocando con la familiarità e l’estraneità. Le sonorità abrasive e i loop distorti si fondono con voci disincarnate, generando un senso di disorientamento che tuttavia affascina. L’interazione tra suono e design grafico risulta infine un aspetto centrale dell’uscita: il libro allegato all’LP non funge solo da supporto visivo, ma estende le tematiche del disco, arricchendo l’esperienza complessiva. I collage visivi di Mantel si allineano perfettamente con la filosofia cut-up del suono, come se le pagine del libro fossero un eco visivo del caos sonoro. L’idea di fondo è ancora quella di una poetica del frammento e della ricontestualizzazione, dove il passato viene sezionato e ricomposto in forme nuove, tra nostalgia e sovversione. Il risultato è un’opera multidimensionale che trascende i confini tra arte visiva e sonora, restituendo un’esperienza assai complessa e immersiva. Traces si configura così come un viaggio tra memorie spezzate, in cui il caos trova una sua coerenza nascosta.
Jocelyn Robert – un jardin d’ombres | Neural
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Jocelyn Robert, sperimentatore multidisciplinare canadese, si lascia guidare dalle suggestioni offerte da Audiometaphor e Calliope, due programmi software sviluppati da Metacreation Lab. Il primo – in particolare – un sistema generativo basato su prompt per la creazione di paesaggi sonori e l’altro un’architettura logica di supporto che rende più accessibile a fini artistici l’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa. Quello che ne scaturisce è un album comprensivo di undici brani musicali di foggia modern classical, perlopiù d’impostazione pianistica, venati da sparute field recording e con a volte variazioni significative di volumi, operate ad arte fra le diverse componenti. Certo non è facile distinguere al solo ascolto quali siano le parti musicali o gli altri elementi che si devono ai software di intelligenza artificiale e come siano stati riorganizzati successivamente questi suoni. Il sospetto è che siano proprio le parti più musicali a essere state partorite dagli algoritmi e in definitiva la cosa non è neanche particolarmente decisiva, né al fine di una semplice fruizione, né nell’ottica di come l’intelligenza artificiale debba o possa concorrere allo sviluppo di nuove forme musicali. Le ombre alle quali si allude nel titolo dell’album – allora – sono forse le stesse che si stagliano sul nostro presente, impedendoci realmente d’immaginare inediti scenari e di uscire dagli schemi di precisi generi musicali. Perché in definitiva anche il più sofisticato sistema di intelligenza artificiale è progettato per comprendere e generare testi simili a quelli umani già esistenti. Il valore resta il mondo tutt’attorno le cose, la realtà, il rapporto spazio-tempo, l’istante della creazione che da sempre è innervata dai manufatti che ogni epoca ha visto protagonisti. Non c’è – insomma – nessuna disumanizzazione a beneficio della tecnica perché i confini fra uomo e intelligenza artificiale sono mantenuti incerti e uno è l’ombra dell’altra e viceversa, in uno scambio che per ora è solo la preveggenza d’inediti procedimenti ed istanze, che non ci è dato allo stato attuale definire compiutamente. Quello di Jocelyn Robert è allora un approccio pragmatico all’inafferrabile e la scomparsa della realtà – il giardino d’ombre – non è altro che una nuova realtà, che modula precise preferenze, gusti e immaginazione, che qui prendono forma in un viaggio sonoro comunque affascinante e in sintonia con lo spettacolo della società contemporanea, a tutti gli effetti ancora una società dei linguaggi.
Kate Carr – Midsummer, London | Neural
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La “Persistence of Sound” è un’etichetta discografica indipendente che ha fatto dell’esplorazione sonora in spazi urbani e non uno dei suoi speciali ambiti di ricerca, congiuntamente all’interesse per la musique concrète e cercando d’inglobare nel proprio catalogo anche esperienze di suoni non facilmente categorizzabili, che stanno idealmente nel mezzo degli approcci appena citati. Non è un caso allora che su questa etichetta faccia capolino una sperimentatrice come Kate Carr, uno dei più valenti field recordist in terra britannica, assai sensibile al lavoro sugli spazi, che vengono sempre interpretati come luoghi di relazioni e intrecci culturali. Il suono è un medium che utilizziamo per connetterci, occuparci e immergerci nella vita quotidiana, così modellando e amplificando le nostre esperienze. Simili registrazioni, tuttavia, hanno a volte un potere contrario, quello cioè di portarci in una dimensione davvero astratta e senza punti di riferimento, dando vita a una sorta di spaesamento catartico. È quello che avviene anche nel caso di queste catture auditive, seppure circoscritte alla metropoli londinese, quindi riferibili a contesti precisi, in un’area che è da sempre luogo d’elezione per le derive psicogeografiche e dove il perdersi all’interno di quartieri e spazi urbani è riconfigurabile nelle forme di una specie di anti-arte, un possibile strumento estetico-politico, sulle orme delle pratiche tracciate prima dai situazionisti e adesso da un antropologo e sociologo come Iain Chambers, con il quale Kate Carr condivide il progetto Rubbish Music o ancora similmente al lavoro di Ian Rawes per The London Sound Survey. La sfida in questo caso è quella di rendere la molteplicità delle stratificazioni sonore in maniera intima e genuina, cercando di sottolineare le interazioni fra le differenti componenti e spesso muovendosi in territori ibridi, nei quali la compresenza di elementi naturali e artificiali aggiunge ulteriore complessità e sostanza alle registrazioni effettuate. Midsummer, London è frutto di catture auditive tutte avvenute nel giorno del solstizio d’estate del 2023, esattamente lungo il Tamigi, partendo da Loughborough Junction e con fermate strategiche a Clapham Junction, Staines, Shepperton, Hampton, Twickenham, Ravenscourt Park, Blackfriars, Deptford, Woolwich Dockyard e Slade Green. Il risultato è decisamente spiazzante e poetico: restituisce la giusta importanza a un’enorme patrimonio sonoro, altrimenti scarsamente percepito e dove tutto concorre alla ricerca di indizi su come negoziamo la nostra convivenza in realtà molto specifiche e determinate.

