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Archivio per Frigidaire

Museo di Roma in Trastevere, il mito di Frigidaire. C’era una volta l’underground – la Repubblica


Su Repubblica la segnalazione della Mostra a Roma dedicata alla rivista Frigidaire, ponte tra le sensibilità caustiche diversificate attraverso i decenni italiani, un unicum nato da un’altra celebre rivista, Il Male. Dall’articolo tiro fuori gli estratti sottostanti, l’appuntamento è a Piazza di S. Egidio, 1/b, Roma, al “Museo di Roma in Trastevere”:

Un giornale d’arte diventato un’opera d’arte. È la storia di Frigidaire, rivista di culto tra le migliori di sempre in Italia, il cui archivio è stato acquistato dalla Yale University per 200mila euro, a testimonianza della sua preziosità. E ora tutto ciò va in mostra, per raccontare cos’è stata quell’esperienza seminale e folgorante, fino al 7 settembre al Museo di Roma in Trastevere, con più di trecento opere tra numeri iconici, copertine, tavole originali, grafiche e fotografie d’epoca. Non è solo un viaggio in un’altra epoca, ma in un altro universo.
Nata nel 1980 — la sua età dell’oro si spinge fino al 1995, poi singhiozzi e chiusure: ora è disponibile su abbonamento — per testimoniare il mondo dell’avanguardia, quello, a detta dei redattori, «dell’arte maivista», da subito Frigidaire si sarebbe trasformata in un più ampio e spericolato raccoglitore di fumetti, provocazioni, satira politica e sociale e giornalismo d’inchiesta su temi allora sommersi come la tossicodipendenza e l’uso ricreativo delle droghe. Unendo alto e basso, pop e underground, trivialità e filosofia. Ribaltando, a volte, i canoni stessi d’impaginazione e di struttura di un giornale canonico. In una parola: la controcultura, nelle parole e nei fatti. Cose mai viste, su carta e con quella risonanza, nell’Italia di allora. Gran parte dei suoi autori venivano da Il Male, l’unico antenato, già famoso per delle trovate situazioniste come il busto ad Andreotti e i falsi d’autore delle prime pagine dei quotidiani (tra cui il celebre «Ugo Tognazzi è il capo delle Brigate Rosse»). Frigidaire sarebbe ripartito da lì, ma con un approccio più giornalistico e maggioritario.

a cura di Francesco Spampinato – Giovanotti Mondani Meccanici, COMPUTER COMICS 1984-1987 | Neural


[Letto su Neural]

Nel 1984, la rivista Frigidaire era una pubblicazione affermata che combinava un atteggiamento tagliente, irriverente e schietto con un’ampia diffusione in edicola. Tra i vari esperimenti condotti sulle pagine della rivista, quell’anno fu pubblicato il primo fumetto generato al computer. A realizzarlo fu un classico duo di illustratori e sceneggiatori (Antonio Glessi e Andrea Zingoni) che lavorarono con un Apple II+ e una primordiale tavoletta grafica su un trio di ragazzi postmoderni chiamati “Giovanotti Mondani Meccanici”, che sarebbe poi diventato il nome d’arte del duo. Questo libro richiama tutti questi fumetti surreali, con testi, dettagli e correzioni di colore – i fumetti venivano originariamente fotografati dallo schermo e poi passati al tipografo, che li affiancava ai testi. Le palette di colori, diluite nelle fotografie dopo quarant’anni, sono state adattate ai colori visualizzati sugli schermi dell’Apple II. Giovanotti Mondani Meccanici ha attraversato molteplici media (personal computer, televisione, performance, video, musica, vjing, videocassette, fumetti stampati e molto altro) con una sintesi unica nel perfetto spirito dei tempi. Non si tratta solo del valore storico, ma delle dinamiche che possiamo riconoscere, come la ricerca di un’estetica nonostante gli scarsi mezzi digitali o l’uso non convenzionale di un nuovo mezzo per ridisegnare un formato consolidato.

Estetiche inquiete. A volte (ri)emergono dal sottosuolo. Esperienze figurative underground dagli anni ’50 ad oggi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione di Gioacchino Toni a La guerra dei segni. Un’altra storia dell’arte, di Marco Teatro, viaggio davvero lungo sul conflitto semiotico tra cultura dominante e alternative, underground, controcultura o come volete chiamarla, una lotta vissuta sul filo dei linguaggi impliciti trasgressivi, o calmanti.

A essere ricostruito è l’ondivago percorso che nel corso del tempo e delle specifiche storie individuali ha visto questi protagonisti dell’universo underground oscillare tra il sistema dell’arte ufficiale e il rifiuto od il disinteresse di farne parte e tra le lusinghe, i respingimenti e le benevolenze ritardate del sistema stesso nei loro confronti. Quello proposto da Teatro è un percorso reticolare in cui individualità o piccoli gruppi si sviluppano a macchia di leopardo salvo poi intrecciarsi con altre esperienze originatesi altrove per contaminazione o in maniera relativamente autonoma.

Il volume si apre nei garage californiani degli anni Cinquanta, tra decoratori e customizzatori di automobili e motociclette come Von Dutch (Kenneth Robert Howard) e Ed “Big Daddy” Roth che influenzano con le loro estetiche ambiti che vanno ben al di là di quelli motoristici, in un epoca segnata dalla guerra fredda che non manca di investire l’ambito artistico in quanto ingranaggio importante della macchina di costruzione dell’immaginario.

Per quanto riguarda l’underground europeo il volume si sofferma su autori quali Hans Rudolf Giger, Martin Sharp e Alan Aldridge. Lo svizzero Giger, padre dei biomeccanoidi, ha prestato il suo estroso immaginario alla saga cinematografica Alien, oltre che ad aver contribuito, con un suo celebre inserto, a far mettere all’indice negli USA e in UK l’album Frankenchrist (1985) dei Dead Kenedys. Sharp è invece l’illustratore di origine australiana, poi trasferitosi a Londra, artefice dell’avventura inglese di «OZ» e di importanti collaborazioni con il mondo musicale dell’epoca, così come farà Aldridge.

In ambito italiano le origini dell’underground vengono fatte risalire nel volume verso la metà degli agli anni Sessanta attorno a «Mondo Beat», con i lavori di Matteo Guarnaccia, fondatore nel 1970 della rivista psichedelica «Insekten Skete» e del grafico Max Capa (Nino Armando Ceretti), autore nel corso degli anni Settanta di riviste come «Puzz», «Provocazione», «Apocalisse» e «Flashback».

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Cronache della Visione – Personale di Michelangelo Arizzi | ilcantooscuro


Dal blog di Alessio “Galessio” Brugnoli la segnalazione di una Personale di Michelangelo Arizzi, curata da Pier Luigi Manieri. Chi è Arizzi?

Già collaboratore di Frigidaire, Il Male e La Peste, l’artista romano propone nella personale  “Cronache della visione” la sua lettura personale, riconoscibile dell’idea stessa d’immagine, in un percorso di 27 opere tra surreale e metafisica.

Il buon Manieri ce ne parla più diffusamente nelle sue note da curatore:

Valica i confini spazio-temporali la fotografia di Michelangelo Arizzi. Una ricerca tesa tanto all’esplorazione, come riscoperta di archetipi, quanto alla riscrittura e attualizzazione dei medesimi. Echi di esperienze esoteriche e tentazioni metafisiche e surreali, postmoderne e futuriste, si rintracciano in una dialettica che scevra da condizionamenti di maniera, restituisce l’idea di icona. Partendo dallo scatto, che rimane centrale,  Arizzi maneggia il linguaggio plasmandolo con elementi altri. Ricorre, come sottende la sua tecnica, al collage fotografico e alla manipolazione digitale per dare forma e sostanza ad un immaginario visivo-concettuale attraversato sotto traccia da una  precisa filologia: La fotografia come diario onirico.  In ciò s’impone la sua ricerca, laddove elementi apparentemente a se stanti, si evolvono coerentemente in una dialettica in cui la matrice formale è la dominante. Il punto di vista di Arizzi trova sintomatica espressione in giochi di  luce e ombra caravaggeschi e simultaneamente evoca  visionari rimandi pittorico letterari. L’accurata opera di recupero e  citazionismo letterario, cinematografico, pittorico, di costume,  di cui l’estetica  si alimenta é pertanto piegata strumentalmente all’esigenza della narrazione,  meta tacitamente – ma nei fatti – dichiarata dall’artista che si coniuga superbamente col “porre all’attenzione”. Azione di ricordo di cui Arizzi come detto  s’investe e ne assume l’onere. Mediante la sua ricerca egli recupera dai troppo compressi e polverosi archivi della memoria collettiva frammenti di tessuto connettivo, certamente preziosi ma allo stesso tempo, “acquisiti”, per  restituirli al contemporaneo. Lungo un percorso di 27 opere, si snoda la dialettica di ricerca e riscrittura di Cronache della Visione, esposizione-compendio dell’immaginario visivo-visionario di Michelangelo Arizzi che in essa e attraverso di essa recupera, trasfigura e svela una simbologia altra. Tanto familiare quanto simultaneamente inedita.

Qualcosa che mi ha colpito, incuriosito, per le sue connessioni intrinseche al mio immaginario. La Mostra è visitabile dal 7 al 16 novembre presso il Palazzo Baronale di Calcata; vernissage sabato 7 ore 17,00  e orari: Domenica 9,00/19,00 – Sabato e giorni feriali 15/19.

quindi, sì, nudo e crudele

Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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