Archivio per Guy Debord
25 gennaio 2025 alle 11:47 · Archiviato in Cognizioni, Filosofia, Mood, Sociale and tagged: Brian Thomson, Giorgio Agamben, Guy Debord, Infection, Liberismo, Luigi Mangione, Paul Valéry, Theodore John Kaczynski, Tiqqun, Walter Benjamin

La vita di Luigi Mangione è una vita qualunque. Nato in Maryland, ha frequentato un liceo prestigioso e molto costoso, si è laureato all’Università della Pennsylvania. Programma, vende macchine online, ed è appassionato di tecnologie. Non ha un’identità di classe né un passato di lotta politica. Luigi Mangione non appartiene a insiemi o classi, in termini matematici o linguistici, ma li attraversa in un continuo divenire, espone la sua singolarità indifferente, in tutta la sua perturbante potenza. È un umano incompiuto, nel duplice senso di non finito, strabordante, non attualizzato, da una parte, e di senza compito, non attualizzabile, privo di teleologie e scopi: “L’incompiutezza è il modo d’essere di tutto ciò che si mantiene in contatto con la potenza, la forma d’esistenza di tutto ciò che è votato al divenire” (Tiqqun, Teoria del Bloom, p.36). E Mangione, proprio in quanto Bloom, incompiuto e incompibile, il 4 dicembre ha toccato la sua potenza, la sua possibilità anonima, e l’ha scagliata contro l’attualità della sovranità, cristallizzata nei panni di Brian Thomson, rappresentante eminente della sanità privata statunitense. Mangione ha scoperto una possibilità propria e intima, al di là e strabordante rispetto le attualizzazioni, dunque i perimetri, imposte dalle carriere, dalle istituzioni o dalle morali. Risuonano qui le parole di Valéry, “Tutto ciò che faccio e penso non è che uno specimen del mio possibile. L’uomo è più generale della sua vita e dei suoi atti. Egli è in certo modo previsto per un numero di eventualità maggiore rispetto a quelle che è effettivamente in grado di esperire. Monsieur Teste afferma: il mio possibile non mi abbandona mai” (Valéry, Monsieur Teste). Il suo possibile non lo ha abbandonato, e la sua potenzialità ha danzato nell’attualità della sua esistenza.Proprio per questo rappresenta la più grande minaccia per il potere occidentale, in quanto non può essere sostanzializzato né identificato e quindi demonizzato, non lo si può ricondurre né a un insieme problematico (disoccupato, marginalizzato, zingaro, lumpen, tossicodipendente), né a una classe economico-sociale di individui (aristocrazia, borghesia, proletariato). È il classico bravo ragazzo bianco, pronto per una scintillante carriera, come ce ne sono infiniti identici: “Le singolarità qualunque non possono formare una societas perché non dispongono di alcuna identità da far valere, di alcun legame di appartenenza da far riconoscere” (G. Agamben, La comunità che viene, p.68). Mangione non ha nessuna identità, è l’umano qualunque, il Bloom, espropriato di qualsiasi qualità o attributo possa fondare un Comune. È in-comunicabile, privo d’espressione, cesura non dialettizzabile né identificabile (non è il rappresentante di un contropotere in conflitto polare con un potere, non rappresenta una polarità che si scontra con la sua nemesi): “lo stato può riconoscere qualsiasi rivendicazione d’identità […]; ma che delle singolarità facciano comunità senza rivendicare un’identità, che degli uomini co-appartengano senza una rappresentabile condizione di appartenenza — ecco ciò che lo stato non può in nessun caso tollerare” (G. Agamben, La comunità che viene, p. 68).
Questo su L’Indiscreto, analizzando i fatti che hanno reso protagonista nello scorso dicembre Luigi Mangione, che ha ucciso Brian Thomson, reo di aver dilazionato fino a negare pagamenti legittimi delle polizze sanitarie, gettando nella disperazione e povertà intere famiglie favorendo, invece, assicurazioni e i suoi dirigenti.
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28 novembre 2024 alle 20:13 · Archiviato in Cognizioni, Cultura, Editoria, Filosofia, Recensioni, Sociale and tagged: Alfred Jarry, CarmillaOnLine, Guy Debord, Jean Baudrillard, Liberismo, Meltemi, Patafisica, Roland Barthes, Sandro Moiso
Su CarmillaOnLine la recensione-critica di Sandro Moiso a Carnevale e cannibale / Il male ventriloquo, di Jean Baudrillard, saggi editi da Meltemi; il passo iniziale, che inquadra bene l’autore citato in giro anche a sproposito:
Jean Baudrillard (1929-2007), sempre in bilico tra filosofia, sociologia e critica (rivisitata) dell’economia politica, è stato sicuramente uno dei punti di riferimento della critica radicale dell’esistente dai primi anni Settanta fino alla sua morte. Affascinato dalla patafisica di Alfred Jarry, egli ha applicato, spesso ribaltandoli e rivisitandoli funambolicamente, alcuni aspetti della critica marxiana del valore applicandoli alla critica della società dei consumi, dell’alienazione e del simulacro rappresentato dalla promessa di democrazia e libertà all’interno di un organismo sociale interamente sottomesso all’imperativo categorico della produzione di merci.
Anche se è stato considerato vicino a Edgar Morin e a Roland Barthes, soprattutto per la sua attenzione critica ai differenti aspetti della semiologia, in realtà ha dato vita a una critica irrimediabile della società capitalistica, negandone qualsiasi valore assoluto e qualsiasi bisogno (valore d’uso) che non sia artefatto e finalizzato soltanto al consumo di massa1, che ha ritenuto l’autentico fondamento della medesima a differenza del marxismo che lo ha, invece, sempre individuato nella produzione. Motivo per cui è possibile avvicinarlo, per molti versi, all’analisi della società dello spettacolo teorizzata da Guy Debord fin dal 1967.
Una critica che dalla iniziale critica dalla merce lo ha portato2 progressivamente a destrutturare l’intero impero dei segni che regola la società, che rimarrà nella sua visione solo e sempre luogo di apparenze e simulacri. I due brevi testi appena pubblicati da Meltemi nella collana Melusine, entrambi inediti in lingua italiana, sono stati originariamente pubblicati in Francia nel 2004 il primo come saggio e nel 2008 il secondo, come trascrizione di una conferenza tenuta dall’autore.
14 gennaio 2024 alle 10:41 · Archiviato in Varie and tagged: Giorgio Agamben, Guy Debord, Jean Baudrillard, Liberismo, Walter Benjamin

Il termine «iperrealtà» venne proposto negli anni Settanta da Jean Baudrillard insieme alla tesi che il capitalismo, dal secondo dopoguerra in poi, abbia smesso di rapportarsi alla realtà. Se dalla rivoluzione industriale alla seconda guerra mondiale esso funzionò come una “messa in valore” del mondo, consentita dall’universale omogeneità delle cose nel segno del denaro, a partire dal dopoguerra e fino ai nostri giorni si è evoluto in un sistema solipsistico che accetta solo la propria norma interna: «un gioco che si nutre esclusivamente delle regole del gioco». Venuto meno nel 1971 il gold exchange standard che ancorava il sistema monetario globale alle riserve auree degli Stati Uniti, abolito il legame tra moneta corrente e ricchezza materiale (convertita in lingotti e incamerata), il denaro cominciò a fluttuare. La produzione si affrancò dalla domanda sociale di beni perché il consumo stesso diventò una variabile interna al codice del capitale, manipolabile con interventi di finanza, marketing e mercato. Quanto chiamiamo oggi capitalismo finanziario speculativo è l’ultima fase di questo percorso in cui il meccanismo di autoaccrescimento del capitale si assolutizza e ignora le sollecitazioni di una realtà ormai riprodotta come «simulacro» nel quadro di una gestione sistemica: il simulacro del reale è un modello operativo creato, studiato e perfezionato senza sosta, usato a fini strategici e così persuasivo da sostituirsi alla realtà stessa. Il Fondo Monetario Internazionale impone riforme strutturali per adeguare l’economia di paesi diversi per storia e cultura a un auspicato modello statistico (aprendola così agli interessi del capitale fluttuante), la tecnologia ospedaliera e la farmacologia ripristinano prestazioni ottimali standard nei corpi degli individui. È il mondo della copia tanto perfetta da risultare più verosimile del vero, il regime mediatico in cui «tutto diventa indecidibile» perché dal reale non provengono più determinazioni. Simulacro sono l’opinione pubblica, i partiti, i talk show; la stessa economia politica, la lotta di classe, la rivoluzione diventano teorie-simulacro nell’epoca del denaro fluttuante. Vera ed efficace è solo la copia «iperreale» che toglie realtà al mondo. La produzione di oggetti non distingue l’utile dall’inutile, la società del consumo non distingue il proletario dal borghese; in politica viene meno la differenza tra destra e sinistra, nel marketing quella tra vero e falso. Viene meno la stessa differenza tra struttura e sovrastruttura, secolare dogma del marxismo, perché non c’è più una realtà materiale della produzione che “per legittimarsi” crea ideologia: ci sono soltanto le esigenze del codice, l’operatività anonima del modello. Per comunicare si investe (si agisce capitalisticamente), per investire si comunica (si usano tecniche di persuasione di massa); si interviene terapeuticamente con «operazioni» finanziarie, chirurgiche e militari in vista della performance standard.
Di immagine in immagine, una “copia vera” giunge a eclissare il reale che, moltiplicato planetariamente in milioni di duplicati, diventa un esemplare accanto agli altri: ha perso la sua aura, come disse Walter Benjamin in relazione all’opera d’arte, non ha più nulla di inviolato e misterioso; il processo giungerà a compimento quando di un paesaggio qualcuno potrà dire che è «come in televisione». Oggetto della manipolazione e dell’informazione anziché sfuggente origine dell’esperienza, il reale è ormai ciò che “sta lì”, inerte, per essere riprodotto. In questo senso viviamo in un’allucinazione: i fantasmi mediatici sono per noi veri. Dall’esperienza dei fantasmi anziché da quella del reale viene la nostra idea del mondo. Frutto di selezione, montaggio e manipolazione, l’iperreale è più seducente della realtà: è sempre avvincente, sorprendente, rassicurante, divertente, eccitante; è più esauriente e completo perché il gioco combinato delle telecamere alterna punti di vista diversi. L’iperreale non è reale: ma non è neanche falso. Giustappone il trionfo delle merci e gli affamati, la guerra e il campionato di calcio in un superiore effetto di realtà grazie alla rapidità del montaggio, ai colori, alle colonne sonore, ai commenti, all’ininterrotta sollecitazione emotiva e sensoriale. Presa tra codice astratto del capitale e iperrealtà della comunicazione, la stessa politica perde terreno in senso anche letterale: non la si incontra più per la strada, diserta la realtà; simula nei talk-show l’opposizione fra due coalizioni di partiti e nella reversibilità di ogni discorso si svuota di significato. «È come se tutti votassero a caso, come se votassero delle scimmie».
Questo l’incipit di un articolo apparso su L’Indiscreto che descrive il concetto di “iperreale” e lo pone in relazione con la nostra società ed economia – quindi politica – di questi nostri decenni postmoderni. L’analisi filosofica che se ne fa è a mio parere impeccabile; vi lascio a un altro brandello di considerazioni:
Nonostante sia stato il primo a tematizzare in modo esplicito il nesso tra nichilismo e mass media, nonostante seppe vedere già negli anni Settanta l’essenziale della riproduzione tecnologica del mondo, Baudrillard è stato poco ascoltato. Per i sociologi, a lungo occupati con il grande e spesso inconcludente discorso postmoderno, era troppo astratto e metafisico; per i filosofi era troppo sociologo e provocatoriamente paradossale («io sono il simulacro di me stesso»). In un certo senso si precluse ogni possibilità di avere compagni di strada perché si pose contro tutti: contro il dominio astratto della religione capitalista fondata sulla fede nella verità del simulacro, contro il riduzionismo oggettivistico della scienza, contro i marxisti che al pari dei liberali vedevano soltanto l’economia e la legge del valore. Però le sue riflessioni sulla reduplicazione minuziosa del reale incrociarono da un lato quelle di Walter Benjamin sul nesso tra media e fascismo, dall’altro quelle di Guy Debord sulla società-spettacolo (il manifestarsi del capitale come un’immane proliferazione di spettacoli nelle società industriali avanzate). Esse videro inoltre, anticipando in questo la ricerca di Giorgio Agamben, che la riproduzione iperreale delle ricorrenti singole “crisi” gestite dalla Weltdemokratie, diventate oggi generico stato di crisi permanente, nasconde il dominio del capitale finanziario creando un caratteristico effetto di realtà e insieme di incertezza sulla realtà stessa della crisi («questo effetto insopportabile di simulacro»). In questione, in tutti gli autori sopra menzionati, è il plesso totalizzante di capitale, fede e mass media: il potere economico del capitale, come Baudrillard scrisse esplicitamente, «non è meno fondato nell’immaginario di quello della Chiesa».
15 ottobre 2023 alle 20:02 · Archiviato in Cognizioni, Cultura, Editoria, Recensioni, Sociale and tagged: Aldous Huxley, CarmillaOnLine, Carmine Castoro, Distopia, George Orwell, Gioacchino Toni, Guy Debord, Infection, Leone Diena, Luce oscura, Luiss University Press, Mario Perniola, Marshall McLuhan, Matteo Bittanti, Neil Postman, Tommaso Ariemma, TV
Su CarmillaOnLine una riflessione-recensione di Gioacchino Toni sui temi distopici cari più ad Huxley che a Orwell; un estratto:
A metà degli anni Ottanta del secolo scorso negli Stati Uniti e in maniera analoga, seppure in leggera differita, in buona parte dell’Occidente, mentre sugli schermi televisivi imperversavano Dynasty, Dallas, The A-Team, Cheers e Hill Street Blues, i telepredicatori facevano il pieno di ascolti e alla sobrietà della tv dei decenni precedenti si sostituivano sguaiate risate registrate e fragorosi applausi a comando, quanti avevano letto Nineteen Eighty-Four (1949) di George Orwell potevano rallegrarsi del fatto che, giunti al fatidico 1984, la società in cui vivevano non aveva assunto le sembianze della distopia prospettata dal romanzo.
A trarre un sospiro di sollievo potrebbero però essere stati soltanto coloro che non avevano letto, o avevano nel frattempo rimosso, il meno celebre Brave New World (1932) di Aldous Huxley in cui la tirannia anziché essere esercitata per via coercitiva aveva saputo rendersi desiderabile.
Insomma, negli anni Ottanta, in Occidente, anziché avverarsi la distopia orwelliana, a compiersi, in sordina, era quella huxleyana, rivelatasi più in linea con le esigenze di una società votata alla mercificazione e al consumismo più sfrenati.
Sebbene nella stretta contemporaneità, segnata da un insistito ricorso a stati emergenziali, i due scenari distopici sembrino non di rado intrecciarsi, si tende a individuare il modello orwelliano, contraddistinto da un tipo di oppressione imposta dall’alto deprivante il popolo della propria memoria e autonomia, nei sistemi esplicitamente dittatoriali, mentre invece quello huxleyano, in cui il potere riesce a far amare al popolo il proprio oppressore e a sostenere le tecnologie tese ad annullare la capacità di pensiero, nei sistemi più democratici.
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14 aprile 2022 alle 20:06 · Archiviato in Cognizioni, Connettivismo, Creatività, Cultura, Experimental, Futuro, InnerSpace, OuterSpace, Passato, Sociale and tagged: CarmillaOnLine, Gianfranco Marelli, Guy Debord, Proteste, Ridefinizioni alternative, Situazionismi
Su CarmillaOnLine un articolo sul Situazionismo, sui momenti finali di un Movimento che è esploso forse più dopo che prima o durante, e che ha segnato la seconda metà del ‘900. Un estratto:
Sono già trascorsi cinquanta anni da quando l’Internationale Situationniste [1957/1972] decise di interrompere la propria avventura, dal momento che l’obiettivo di presentarsi «come un’avanguardia artistica, come una ricerca sperimentale di una libera costruzione della vita quotidiana e infine come un contributo all’articolazione teoretica e pratica di una nuova contestazione rivoluzionaria»1, sembrava ormai essere superata da una realtà che aveva saputo far tesoro della critica radicale espressa dai situazionisti. Infatti, il modello di vita consumistico propagandato dalla “società dello spettacolo” – sia nella versione “diffusa” propria dei regimi capitalisti, sia nella versione “concentrata” dei regimi comunisti – aveva iniziato a riconquistare l’appeal di modernità che la contestazione giovanile della seconda metà degli anni ’60 del secolo scorso aveva profondamente osteggiato, cercando soluzioni alternative, e in molti casi rivoluzionarie, allo sviluppo tecnologico raggiunto (dalla conquista dello spazio alla corsa agli armamenti nucleari) e al progresso economico e sociale conseguito dalla gran parte della popolazione dei Paesi industrialmente avanzati. Un “tesoro” che in molti hanno finito per spartirsi in tutti i modi possibili con il fine di accrescere il proprio valore rivoluzionario, quanto la propria capacità di governare la trasformazione sociale in atto, con l’intento reciproco di guadagnarsi riconoscimenti, prebende e vantaggi di posizione. E proprio per non volere affidare il “tesoro” dell’I.S. a simili eredi, Debord decise, cinquant’anni fa, di sciogliere l’organizzazione, denunciando «l’immagine di eroi estremisti in una comunità trionfante» che i suoi presunti epigoni – i tanto disprezzati pro-situs – avevano finito per accreditarsi al fine di vantarsene, così da ridurla «in un’organizzazione rivoluzionaria utilizzabile per loro, non occupandosi affatto del progresso della rivoluzione se non nella misura in cui questo si sarebbe occupato di loro»2 .
Del resto, l’esperienza storica dei situazionisti, della loro organizzazione, della loro démarche, è sempre stata costellata da ripetuti e reiterati tentativi di annoverarla nel solco di percorsi tracciati da precedenti avanguardie artistiche, culturali, politiche, sì da trarne un lauto profitto di immagine per altri. Non a caso, infatti, dopo essere stata inizialmente ignorata, osteggiata e denigrata, l’Internationale Situationniste ha visto crescere la sua notorietà nell’olimpo delle avanguardie del secondo ‘900, al punto che oggi la teoria situazionista è ormai considerata la precorritrice di tutte le analisi più radicali nei confronti dell’infosfera, a partire dalla critica ai social media, attraverso il concetto di “spettacolare integrato”; interpretazione, questa, che ha in gran parte travisato qual è stato il “tesoro” nascosto dell’I.S., sopratutto da parte di chi – a tempo ormai scaduto – ha creduto di averlo finalmente individuato, rovistando fra un mucchio di cianfrusaglie, buone, certamente per i mercanti d’arte e per i rivoluzionari di professione, ma del tutto inutilizzabili per chi non vuole «lavorare allo spettacolo della fine di un mondo, ma alla fine del mondo dello spettacolo»3.
7 aprile 2021 alle 21:05 · Archiviato in Cognizioni, Creatività, Cyberpunk, Digitalizzazioni, Experimental, Futuro, InnerSpace, Letteratura, OuterSpace, Passato, Recensioni, SF, Sociale, Tecnologia, Virtual Reality and tagged: Anarchia, Bruce Sterling, Guy Debord, Mondadori, Neal Stephenson, Proteste, William Gibson
Su AxisMundi un articolo che è in realtà un posteditoriale alla pubblicazione Cyberpunk di Mondadori. Siamo sulle stesse lunghezze d’onda espresse in queste mesi un po’ ovunque da altre critiche evocate dal tomo Mondadori, il cyberpunk è stato un movimento che ha anticipato talmente tanto il basso futuro da divenire l’attualità. Alcuni estratti:
Bisognerebbe fare un listone della spesa solo per elencare le principali opere classificabili nella categoria cyberpunk e i suoi precursori. Blade Runner, Ghost in the Shell, Transmetropolitan, Nirvana… il cyberpunk è ovunque, ma questo non è necessariamente un bene. È un problema nel momento in cui si rapporta a una società troppo cyber e poco punk, che lo riduce a ennesimo oggetto di consumo e lo muta in agente della società dello spettacolo, teorizzata da Guy Debord nel 1967: Lo spettacolo è il cattivo sogno della società moderna incatenata, che non esprime in definitiva se non il suo desiderio di dormire. Lo spettacolo è il guardiano di questo sonno.
Con le tecnologie avanzate, le luci al neon e il Keanu Reeves di turno, lo spettatore viene trascinato nel cyberspazio delle infinite possibilità. Ma vi resta inerme. Così il cyberpunk sta vendendo l’anima al diavolo, in contraddizione ai principi che l’hanno fondato. Questa condizione paradossale è percepita soprattutto in riferimento al contesto italiano. Negli anni Novanta in Italia il cyberpunk era qualcosa di marcatamente politico. Per rendersene conto basta recuperare alcuni testi cult di quel periodo. La prefazione all’antologia Cyberpunk edita da Shake Edizioni Underground si apre con queste parole del curatore Raffaele Scelsi: La tensione politica di questo scritto è orientata difatti verso la riappropriazione della comunicazione da parte dei movimenti sociali, tramite la formazione di reti informatiche alternative, che possa finalmente impattare lo strapotere delle multinazionali del settore. Oggi tramite il cyberpunk si offre l’opportunità, a tutti gli operatori culturali e di movimento, di aprire un nuovo enorme campo di produzione di immaginario collettivo, capace di scardinare la tenace cappa immaginativa esistente, dalla quale da più tempo si è compressi.
Non c’è partitismo, ma vengono affermati dei principi. L’autogestione, la democratizzazione dell’informazione e le potenzialità delle nuove tecnologie non sono slogan, come si legge all’inizio del volume: «Non esiste copyright su questa pubblicazione. Si diffidano però tutte quelle Società che lavorano per la costruzione e il mantenimento di una “società orientata verso una comunicazione di tipo chiuso”, a farne liberamente uso». Cyberpunk non come orpello ludico-letterario, ma sottocultura.
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1 luglio 2020 alle 21:39 · Archiviato in Cognizioni, Connettivismo, Creatività, Empatia, Experimental, Sociale and tagged: CarmillaOnLine, Guy Debord, Infection, Interrogazioni sul reale, Proteste, Ridefinizioni alternative, Situazionismi
Su CarmillaOnLine, in un contesto più ampio e in qualche modo – forse – pertinente, ho trovato questo pensiero di Guy Debord, che riporto qui sotto:
A proposito di distruzione e creazione. In Les situationnistes et les nouvelles formes d’action dans la politique et l’art, che segnava l’apertura del fronte di lotta “artistico” dei situazionisti, Guy Debord si chiedeva: “quale omaggio più grande a Van Gogh che prendere in ostaggio i quadri di una mostra e chiedere la liberazione dei prigionieri politici? Quale uso migliore dell’arte del passato per renderla ancora più viva se non impadronirsi delle opere dei musei e portarle sulle barricate?”.
Ma si sa – tranne che in pochi casi – purtroppo oggi l’immaginazione e la creatività non battono più lo stesso tempo della rivolta e della ribellione.
Ecco, sta tutto lì il senso di potente libertà creativa che dovrebbe contraddistinguere un artista da un mestierante…
23 aprile 2019 alle 20:53 · Archiviato in Cognizioni, Cultura, Deliri, Futuro, Recensioni, Sociale and tagged: Ettore Fobo, Guy Debord, Infection, Interrogazioni sul reale, Liberismo, Nefandum psichico, Proteste
Ettore Fobo, ovvero come notare il degrado della nostra cultura e del nostro senso cognitivo. Con buona pace del business…
Film altamente spettacolari e frementi di eroismi, colori in alta definizione, donne bellissime, storie immaginifiche condiscono le nostre vite sempre più incolori, insignificanti, sbiadite che se tradotte in un film rivelerebbero di essere di un iperrealismo vacuo e angosciante. Così la fantasia dovrebbe salvarci dal tedio. Invece questi film sono solo la giustificazione estetica del sistema produttivo che ci imprigiona, il suo monologo apologetico, come giustamente aveva visto Debord negli anni Sessanta del secolo scorso. Già negli anni Trenta Sartre avrebbe aggiunto una fascetta al suo romanzo “La nausea”: “Non ci sono più avventure”. Fu dissuaso dall’editore che temeva per le vendite. Così mentre le vite diventano sempre più banali e sciatte, il romanzo un modo un po’ contorto per guardare ammuffire il proprio ombelico, al cinema si moltiplicano avventure mirabolanti. La mia vita così è diventata tutta interiore, una conversazione con i morti, nello spirito, in quel limbo dove siamo contemporanei a Eraclito, Saffo, Giordano Bruno, Omero, Shakespeare, Baudelaire, Leopardi, Rimbaud, etc … Ma è tutto un sogno che rivela la pochezza degli orizzonti e il trionfo del nichilismo e della vacuità.
24 giugno 2018 alle 23:03 · Archiviato in Accadimenti, Cognizioni, Cybergoth, Experimental, Futuro, Postumanismo, Sociale, Tecnologia and tagged: Aleister Crowley, Anarchia, Delos, Emil Cioran, Guy Debord, Interrogazioni sul reale, Liberismo, Lutto, Olosensorialità, Produco, Proteste, Religioni, Ridefinizioni alternative, Sergio Altieri, Situazionismi, Teoremi incalcolabili
Su Fantascienza.com, nell’ambito del numero 198 di Delos, il mio contributo con la rubrica Pillole del basso futuro dove, tra l’altro, ricordo il compianto Sergio Altieri: La sconfitta fluisce nella Rete.
8 Maggio 2018 alle 17:03 · Archiviato in Cognizioni, Letteratura, Mood, Recensioni, Sociale and tagged: Albert Camus, Ettore Fobo, Guy Debord, Infection, Interrogazioni sul reale, Jean Baudrillard, Liberismo, Luce oscura, Nichilismo, Pier Paolo Pasolini, Proteste, Ridefinizioni alternative, Sincronicità, Situazionismi

Sul blog di Ettore Fobo la recensione a La società dello spettacolo, saggio storico e seminale di Guy Debord. Un estratto, assai significativo che, per sincronicità, arriva a me come una conferma, proprio nel momento giusto.
La mia adolescenza fu feconda di scoperte come questa, inutile citarle tutte ma in questo caso conobbi, attraverso la luce di una scrittura inimitabile e di incomparabile difficoltà, la struttura stessa della società contemporanea, il fondo fangoso della sua alienazione e mi furono forniti i concetti chiave con cui elaborare il lutto del processo di marginalizzazione cui eravamo sottoposti in quanto consumatori e spettatori.
Suddiviso in 221 aforismi strutturati intorno a una visione, a un’idea unitaria di implacabile lucidità e preveggenza, La società dello spettacolo colpisce per la sua compattezza adamantina, che brilla già nell’incipit che è un detournement (termine con cui Debord descriveva un tecnica a metà fra il plagio e la miscitazione) di Marx stesso.
“Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un ‘immensa accumulazione di spettacoli”
Rispetto a Marx il termine “spettacoli “sostituisce il termine “merci”, rivelando così implicitamente la loro inquietante intimità. Pensieri taglienti, chiari nella loro funambolica espressione, netti, rovesciamenti improvvisi, chiasmi affascinanti, aforismi che dopo analisi estenuanti forniscono la scintilla di una nuova comprensione del mondo.
La società dello spettacolo è un libro con uno scopo, utopistico, onirico, esaltante, impossibile: sovvertire la società, smontare il modello spettacolare fornendo la teoria per una rivoluzione sentita però come difficile, estrema, non istituzionalizzata nelle forme di allora. Più che una rivoluzione sembra quella che Camus definiva “rivolta”, puro e semplice “no”, elaborato, però, in uno stile di grande bellezza, “no” scagliato contro al “movimento di negazione della vita divenuto visibile” lo spettacolo, perché esso non è innocuo come si credeva è il cuore stesso “dell’irrealismo della società reale”, quando la realtà si è allontanata in una rappresentazione.
Lo spettacolo da regno delle illusioni è diventato la realtà. Così Baudrillard, negli anni Novanta in cui leggevo per la prima volta La società dello spettacolo, poteva affermare ”La Guerra del Golfo non è mai avvenuta” essendo divenuta lo spettacolo assoluto in un’epoca già volta al virtuale sistematico.
Prevedendo ciò che sarebbe stato e che ai tempi della scrittura del libro era appena agli albori, Debord scrive del “divenire merce del mondo” analizzando con precisione chirurgica le tecniche strategiche del consumismo, dove le merci combattono la più strenua delle battaglie affinché s’imponga su tutto ”la forma merce”. Un oggetto viene posto al centro della vita sociale come fosse la finalità stessa della produzione, oggetto inizialmente aristocratico che racchiude in sé magicamente le tensioni sociali verso quello che Debord chiama ”consumo totale”. L’oggetto magico perde però il suo prestigio nel momento in cui da unico che voleva apparire si scopre di massa, entrando nelle case di tutti, riacquistando così la volgarità del sistema produttivo che l’ha imposto. Già un altro oggetto però entra sulla scena per riproporre la stessa illusione e il ciclo si ripete.
Così Debord racconta delle ”sottigliezze metafisiche” della merce di cui lo spettacolo è la dimensione apologetica, controcanto costante che esalta non le armi e i cavalieri ma le merci e le loro segrete passioni. Lo spettacolo invade totalmente la realtà perché è l’epitome del consumo, la sua emanazione che determina la struttura stessa della città con la messa in circolo di quelle “merci vedette” che sono le automobili e la trasformazione di altri quartieri in quartieri museo, per la spettacolarizzazione della Storia, bene di consumo intellettuale.