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Carmilla on line | La coscienza di Gustav (appunti meyrinkiani) 15
Su CarmillaOnLine una delle innumerevoli puntate di Franco Pezzini dedicate alle molteplici incarnazioni del Fantastico, visto in ottica del perturbato, dell’esoterico, del weird e delle proiezioni delle millemila realtà possibili; stavolta è il turno di un romanzo che amo visceralmente: L’angelo della finestra d’Occidente, di Gustav Meyrink. Un estratto, che non rende comunque la complessità esoterica e interiore del romanzo, che va letto tutto.
Passeggiando lungo il ruscello John Dee si lascia prendere dall’insoddisfazione e rivede il suo passato in Inghilterra, dal carcere con Green alla corte di Elisabetta, e poi a quella imperiale nel centro Europa… la sua prima moglie era stata la sua pestifera avversaria Lady Ellinor (storicamente, in realtà, la prima fu Katherine Constable, cui ne seguì per un anno una seconda dal nome non tramandato): di Ellinor disertava il capezzale per recarsi a incontrare Elisabetta. Eppure tante maschere non erano che la crisalide per far nascere finalmente il vero John Dee, “colui che conquista la Groenlandia, e assalta il mondo intero, il giovinetto coronato!”: e all’improvviso tutto gli diventa chiaro al punto da doverne scrivere una sintesi.
Discendente (almeno secondo Meyrink & Noerr) di sovrani più antichi di quelli della “due Rose” d’Inghilterra, fatto educare per volontà paterna dai migliori maestri, giunto al baccalaureato a Cambridge, a ventiquattro anni Dee si trova orfano di entrambi i genitori, erede della fortuna e del titolo. Dopo una formazione all’estero (Lovanio, Utrecht, Leida, Parigi) ed essere divenuto allievo di Cornelius Gemma detto Frisius e di Gerardus Mercator, al rientro in Inghilterra assurto alla carica di professore di lingua greca al Trinity College di Cambridge e riconosciuto protofisico e protoastronomo in Inghilterra a solo ventiquattro anni, è un tantino scavezzacollo: per la messa in scena della Pace di Aristofane costruisce un gigantesco scarabeo che si solleva in aria come un drone, tra l’orrore di colleghi e spettatori che gridano alla magia nera… ma capisce di fronte alle loro reazioni furiose quanto a una burla possa seguire serissimo odio.
Allora abbandona l’Inghilterra e un buon posto e raggiunge Lovanio dove studia chimica, alchimia e si appronta un laboratorio. Frequentato dai duchi di Mantova e di Medina Coeli, si fa conoscere dall’imperatore Carlo V, prima scettico sulle sue capacità e poi pronto a ricompensarlo. Sfuggito a Parigi dal dilagare di un’epidemia, trova ascolto nel re Enrico XI, ma poi uno “spettrale suonatore di pibrochs scozzesi” (forse lo stesso sinistro pastore che aveva plagiato Bartlett Green) lo convince a tornare in Inghilterra dove finisce coinvolto nelle lotte di religione. Mirando a conquistare Elisabetta prende le parti dei protestanti. Sfuggito come sappiamo alla Torre trova ospitalità presso l’amico Robert Dudley conte di Leicester, che gli elogia l’audacia con cui la principessa Elisabetta si era adoperata per la sua libertà – ma John sa qualcosa di più, a proposito del filtro d’amore da lei bevuto. Passando poi oltre gli anni di Maria la sanguinaria – nei quali lui, nel suo ritiro forzato, prepara l’impresa di conquista della Groenlandia – riflette sulla convinzione d’essere destinato a un trono, sulle profezie ricevute: però forse si tratta di una corona non terrena… Morta la regina Maria, preparato nei dettagli il piano per la conquista della Groenlandia, affidato a Dee tramite Dudley il compito di redigere l’oroscopo per la nuova sovrana – finalmente Elisabetta – il Nostro crede giunto il momento di realizzare i sogni. E invece nulla: la regina, compiaciuta dell’appellativo e ormai titolo di “vergine”, prende a giocare con lui. Che a quel punto rifiuta di recarsi a farle compagnia a Windsor: “ciò che desideravo non era affatto passare la notte con una vergine invasata, bensì l’avvento della nostra gloriosa e regale comunione” – ed è Dudley ad approfittarne. Sdegnato, Dee parte per l’Ungheria, per sottoporre all’imperatore Massimiliano i piani di conquista del Nordamerica, ma poi, preso da rimorso, gli parla soltanto di astrologia e alchimia e alla fine ritorna in Inghilterra.
Fields Of The Nephilim: an interview with the goth band | Louder
Un’interessante intervista a CarlMcoy dei FieldsNephilim, datata fine febbraio 2012 – e quindi sono eventi che hanno un valore storico – ma che fissa molto bene parecchi aspetti di quello che i Fields sono stati (e sono); ecco l’intera chiacchierata traslata in italiano.
C’è sempre uno schema nella vita. Solo perché non riuscite a vedere lo schema, non significa che non ci sia. Significa che si è troppo vicini al soggetto per poterlo individuare o che non lo si è studiato abbastanza a lungo. I 28 anni di carriera (ora diventati 40, ndr) della band inglese di gothic rock Fields Of The Nephilim possono sembrare strani, forse pieni di svolte sbagliate e di opportunità mancate, se presi al valore nominale. Per vedere uno schema nel caos, bisogna prestare molta attenzione.
I Fields Of The Nephilim si sono formati nell’Hertfordshire nel 1984, incorporando elementi di rock psichedelico e di heavy metal nel suono prevalentemente post-punk e goth dell’epoca, attingendo all’arte vittoriana e agli spaghetti western per la loro immagine suggestiva e scavando nell’occulto per la loro filosofia. Volevano essere “l’alternativa all’alternativa” e il loro primo album, Dawnrazor (1986), e i primi singoli come Moonchild e Psychonaut, diedero alla scena britannica un’iniezione di energia necessaria, rivitalizzando il suono e introducendo la potenza e l’urgenza del metal nel mix sonoro. Non solo avrebbero influenzato gruppi goth metal come Paradise Lost e Nevermore, ma anche gruppi di metal estremo successivi come Cradle Of Filth e Behemoth. Ma quando erano all’apice della loro popolarità e dei loro poteri, dopo l’uscita di Elizium nel 1990, sono caduti in disordine.
La forza creativa del gruppo, il cantante Carl McCoy, è sempre stato a disagio nell’essere una rockstar, ma sembrava che ora avesse iniziato a ritirarsi in un mondo in cui aveva pochi contatti con il pubblico. Può aver ottenuto un impressionante grado di controllo artistico ritirandosi dalla gente, ma a quale costo? Lavorando principalmente da solo, nel 1993 registrò il fantastico album di industrial death metal Zoon sotto il nome di Nefilim, ma ci vollero tre anni prima che il disco vedesse la luce e gli stessi Fields non sarebbero tornati in modo adeguato fino alla pubblicazione di Mourning Sun nel 2005.
IL FILO A PIOMBO DELLE SCIENZE | THE COMPLETE ENOCHIAN DICTIONARY
Dal blog di Marco Moretti una recensione fulminante: il dizionario Enochiano. Cos’è? A cosa serve?
Sinossi: Nel 1581, il dottor John Dee, un consigliere alla corte della regina Elisabetta I, iniziò una serie di esperimenti volti a esplorare la capacità di contattare il mondo degli spiriti. Con Edward Kelley che fungeva da medium in questi esperimenti, Dee è stato in grado di registrare queste comunicazioni mentre venivano trasmesse in Enochiano, il linguaggio degli angeli. Donald Laycock ha analizzato a fondo il lavoro di Dee e Kelley. In questo volume racconta la storia dei loro esperimenti. Il resto del lavoro consiste in una guida alla pronuncia delle ventuno lettere, significative per districare sia il significato che la derivazione dei messaggi tramandati da Dee e Kelley, e un dizionario di base Enochiano-Inglese/Inglese-Enochiano. Il risultato è un’affascinante storia di mistero linguistico e magico, parte integrante di qualsiasi studio sulla tradizione enochiana. La lucida prefazione di Stephen Skinner definisce il tono e il contesto storico per i lettori di oggi.
Quello che segue è un breve estratto dalla rece di Moretti:
Non mi risulta che quest’opera meritoria e interessantissima sia mai stata tradotta in lingua italiana. Potrei anche decidere di occuparmene di persona, informandomi sulle questioni legali relative alle traduzioni e ai diritti d’autore. Nella sua prefazione, Skinner ci fa una lunga cronistoria, che fa dal Conte Dracula a Elizabeth Bathory, da Rabbi Loew col suo Golem plasmato nel Ghetto di Praga ai Rosacroce. Si accenna anche al Nuovo Mondo e alla riforma del Calendario Giuliano. Vengono citati esempi di un supposto “Enochiano primitivo”, in contrasto a quello pienamente compiuto. Dee è considerato uno studioso che perpetuò la tradizione di Ermete Trismegisto e che tentò di cristianizzare la Cabala. Poco di tutto ciò è a mio avviso degno di essere considerato un gioiello. Sono molto più interessato agli aspetti meramente linguistici, come fonologia, vocabolario, grammatica e semantica, piuttosto che a quelli cabalistici. Trovo oziosi i giochetti criptici e numerici, che non hanno molta attinenza con l’oggetto della mia passione.
La natura della lingua Enochiana: Cos’è ora della fine l’Enochiano? La domanda di Laycock e dei suoi collaboratori è anche la mia. La si può riassumere in questo estratto del paragrafo “Angelic language or mortal folly?”:
“Le lingue vanno e vengono. Qualcosa come settemila lingue naturali sono attestate, in una forma o in un’altra, fin dall’inizio della storia registrata; almeno un migliaio di altre lingue sono state inventate dagli esseri umani, per scopi che vanno dalla magia alla comunicazione extraterrestre. Ma nessuna lingua ha una storia più strana di quella della lingua Enochiana documentata in questo dizionario. Forse la cosa più strana di tutte è che noi ancora non sappiamo se è una lingua naturale o se è una lingua inventata – oppure se è, forse, la lingua degli Angeli, come i suoi originatori credettero. In questa introduzione, i dati sono presentati perché il lettore prenda una decisione.”
Nel corso di anni di studio, mi sono convinto che l’Enochiano sia una lingua naturale, anche se con ogni probabilità non appartenente a questo piano di realtà, al pari delle lingue che hanno generato i nomi riportati negli scritti degli antichi Gnostici e le iscrizioni nella misteriosa lingua Sethiana, su cui ho avuto occasione di pubblicare un sintetico trattatello.
Quello che a noi può apparire stravagante, abnorme e artificioso, altrove deve essere quotidiano e del tutto naturale. Anzi, deve essere il modo più ovvio e lineare con cui gli intelletti vedono l’Universo. Già avanzavo simili argomentazioni in un mio contributo di qualche anno fa, intitolato Perché la lingua Enochiana è nostratica?
Dee: i misteri del divino femminile di Joseph Campbell | FantasyMagazine
Su FantasyMagazine la segnalazione di Dee: i misteri del divino femminile, raccolta di scritti di Joseph Campbell su miti e archetipi femminili. Estremamente interessanti gli argomenti, che possiamo sintetizzare così leggendo la sinossi:
«Ma è plausibile secondo voi che la dea, dopo tutti questi anni e millenni caratterizzati da forme e condizioni mutevoli, non sia ora in grado di far sapere alle sue figlie chi sono?» scriveva l’esperto di mitologie e religioni comparate Joseph Campbell nel 1980. Con i suoi studi su miti, archetipi e simbologie universali, Campbell trovò una chiave di lettura per leggere la storia e la cultura a lui contemporanee proprio nelle grandi narrazioni del passato.
Dee: i misteri del divino femminile, pubblicazione curata da Safron Rossi per la Joseph Campbell Foundation e in arrivo in Italia con Edizioni Tlon dal prossimo 2 dicembre, raccoglie gli scritti di Campbell intorno ai miti e agli archetipi del divino femminile, esplorando questo versante di quella che chiamava «la più grande storia dell’umanità» e tracciando così le coordinate della comprensione che hanno di sé uomini e donne.
Accompagnato da una bibliografia pensata per introdurre al dibattito e alle sue evoluzioni successive, Campbell esplora le rappresentazioni del femminile in diverse tradizioni e culture. Laddove sembrerebbe esserci un vuoto simbolico, l’autore dimostra come i sistemi mitici siano molto più ricchi e complessi di quel che comunemente si crede e, allo stesso tempo, come la sfida della nostra epoca sia proprio quella di concepirne di nuovi.Dall’Europa neolitica alla mitologia sumera ed egizia, dai poemi omerici al ciclo arturiano, Campbell indaga i temi archetipici del divino femminile, la loro persistenza e la loro trasformazione nel tempo nonostante l’imporsi delle tradizioni monoteistiche. Delinea così il quadro complessivo dei rapporti tra le radici archetipiche del mito e le loro singole manifestazioni in diverse culture, intuendo come ogni elemento contribuisca a comporre una storia universale dell’immaginario. Dee: i misteri del divino femminile rappresenta un’occasione per indagare il senso storico del maschile e del femminile, il loro ruolo nel modo in cui ci raccontiamo a noi stessi e il modo in cui gli archetipi hanno formato le nostre identità, consapevoli che nelle storie del passato possiamo trovare il seme di quelle del futuro.
«La sfida attuale è fiorire come individui [ma] nella nostra mitologia non esistono modelli di una ricerca femminile indipendente […] E questo è il significato complessivo (in termini mitologici) della sfida attuale: noi siamo gli “antenati” di un tempo a venire, gli ignari creatori di strutture mitologiche future, i modelli mitici che saranno fonte di ispirazione per le vite che seguiranno»
John Dee e la lingua segreta degli angeli – A X I S m u n d i
Su AxisMundi un bell’articolo su John Dee, sulle sue ricerche occulte miste a scienza, in senso lato, e volte a ricercare un linguaggio evoluto che parlasse la sintassi dell’energia.
PS – Se volete un resoconto romanzato della questione, potete tranquillamente leggere L’angelo della finestre d’Occidente, di Gustav Meyrink.
Il prodotto forse più enigmatico e oscuro di questa multiforme corrente di pensiero è il Sistema Enochiano di John Dee, che fu un matematico, scienziato e astrologo al servizio della corte di Elisabetta I, la cui carriera fu, tutto sommato, quella di un rispettabile intellettuale del tempo. Nel corso della sua vita compose diverse opere scientifiche e matematiche che riscossero un vasto successo; entrò nelle grazie di Elisabetta I per aver composto, nel 1555, un oroscopo in cui prediceva la sua prossima ascesa al trono. Quando Elisabetta divenne regina, gli fu concessa la possibilità di proseguire i propri studi in autonomia, sotto la tutela della corona.
Ma, a partire dal 1582, le ricerche di John Dee presero una piega sempre più eccentrica. Influenzato dalle opere di altri intellettuali dell’epoca, e forse insoddisfatto dalle risposte offerte dalla scienza del suo tempo, John Dee cominciò a occuparsi di magia e spiritismo, con l’obiettivo di penetrare, facendo ricorso a metodi più o meno ortodossi, i misteri ultimi del cosmo. In questa impresa, fu affiancato da un giovane alchimista dalla reputazione discutibile di nome Edward Kelley, il quale si presentò alla sua casa di Mortlake rivelando un incredibile talento come medium.
Secondo le testimonianze contenute nei diari di Dee, Kelley era in grado di comunicare, con l’aiuto di un cristallo di quarzo, con entità spirituali invisibili. Gli spiriti contattati da Kelley nel corso delle sue sedute spiritiche con Dee, che si presentavano nella veste di angeli e arcangeli, cominciarono ben presto ad avanzare pretese sempre più esuberanti, costringendo i due a viaggiare incessantemente attraverso l’Europa per trasmettere il messaggio angelico ai regnanti del tempo. Gradualmente, gli angeli cominciarono a trasmettere i frammenti di quello che appariva come un complesso, ma indecifrabile, sistema crittografico, composto da astrusi sigilli e interminabili griglie di lettere.
Gli angeli rivelarono a Dee e Kelley una lingua sconosciuta, chiamata da Dee lingua enochiana, costituita da un alfabeto di ventuno caratteri, nella quale erano composte diciannove ‘chiavi’ simili a incantesimi di evocazione dal contenuto misteriosamente apocalittico. La turbolenta amicizia tra Dee e Kelley si interruppe bruscamente nel 1587, e con essa terminarono anche le comunicazioni angeliche di John Dee. A testimonianza delle loro imprese resta una nutrita raccolta di diari e manoscritti, la cui prima pubblicazione risale soltanto al 1659, quando una parte dei diari di Dee, contenente una dettagliata relazione delle sue comunicazioni con gli angeli, fu fortuitamente ritrovata da un antiquario e fu data alle stampe.
Molti degli scritti che ispirarono Dee contengono una curiosa commistione di demonologia e crittologia; l’esempio più rilevante è sicuramente il misterioso Libro di Soyga, un bizzarro grimorio costituito da 36 pagine di matrici di lettere apparentemente incomprensibili, che furono decifrate soltanto in anni recenti, svelando un complicato algoritmo crittografico. L’influenza di questo materiale è riflessa nella complessità del sistema enochiano di evocazione, che, in accordo con il neoplatonismo del tempo, utilizza un approccio geometrico-matematico per comunicare con le schiere angeliche.
La magia di John Dee, come anche la storia della sua vita, è profondamente malinconica. L’obiettivo dell’operazione magica di Dee era esplicitamente quello di ricostruire una lingua perduta; si tratta della lingua che fu rivelata, secondo le dottrine apocrife, al patriarca biblico Enoch, capace, come la parola divina della Genesi, di operare miracoli. Negli esperimenti angelici di Edward Kelley e John Dee si concretizzava l’idea religiosa di un paradiso perduto, che, però, non era un luogo o un tempo dimenticato, ma che aveva la forma di un linguaggio universale originario, una lingua adamica capace di unire i popoli della Terra in una nuova comunione con il divino.
Louise Patricia Crane – Isolde
Potresti affondare in melme e folletti, trovare l’assenzio in pozioni di John Dee, morire per svegliarti in passaggi lontani come un sogno…
La lingua perduta degli angeli – L’INDISCRETO
Su L’Indiscreto un articolo che esplora le ricerche effettuate dal mago John Dee sul linguaggio Enochiano, qualcosa che Gustav Meyrink ha esplorato nel suo splendido romanzo L’angelo della finestra d’Occidente. Un estratto:
Una branca della Kabbalah ebraica nota come temurah, il cui più illustre esponente fu il mistico Abraham Aboulafia, si basava sulla pratica di combinare e permutare le lettere ebraiche della Torah e dei nomi sacri di Dio, producendo una serie di formule capaci di esprimere, nel loro continuo mutamento, la potenza divina e la splendida armonia del cosmo. Questa idea è illustrata da Gershom Scholem in La Kabbalah e il suo simbolismo, dove spiega che, secondo la dottrina di Aboulafia, “gli elementi fondamentali, il nome JHWH, gli altri nomi di Dio e gli appellativi o kinnuyim furono trasformati mediante permutazioni e combinazioni delle consonanti […] finché in ultimo apparvero nella forma delle frasi ebraiche della Torah, così come le leggiamo ora. Gli iniziati, che conoscono e hanno capito questi principi della permutazione e combinazione, possono seguire il percorso inverso, dal testo all’indietro, e ricostruire il tessuto originario dei nomi” con l’obiettivo di risalire “all’operare segreto della potenza divina”. Dottrine come questa esercitarono un’influenza incalcolabile sul pensiero rinascimentale, in cui misticismo, magia e matematica si unirono a costituire quella che è oggi universalmente conosciuta come tradizione ermetica. L’influenza di questo pensiero magico sullo sviluppo della cultura moderna è stata a lungo trascurata, fino a quando, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, fu finalmente riabilitato da diversi studiosi e accademici, tra cui spiccano, soprattutto, le ricerche della storica Frances Yates.
Il prodotto forse più enigmatico e oscuro di questa multiforme corrente di pensiero è il Sistema Enochiano di John Dee, che fu un matematico, scienziato e astrologo al servizio della corte di Elisabetta I, la cui carriera fu, tutto sommato, quella di un rispettabile intellettuale del tempo. Nel corso della sua vita compose diverse opere scientifiche e matematiche che riscossero un vasto successo; entrò nelle grazie di Elisabetta I per aver composto, nel 1555, un oroscopo in cui prediceva la sua prossima ascesa al trono. Quando Elisabetta divenne regina, gli fu concessa la possibilità di proseguire i propri studi in autonomia, sotto la tutela della corona. Ma, a partire dal 1582, le ricerche di John Dee presero una piega sempre più eccentrica. Influenzato dalle opere di altri intellettuali dell’epoca, e forse insoddisfatto dalle risposte offerte dalla scienza del suo tempo, John Dee cominciò a occuparsi di magia e spiritismo, con l’obiettivo di penetrare, facendo ricorso a metodi più o meno ortodossi, i misteri ultimi del cosmo. In questa impresa, fu affiancato da un giovane alchimista dalla reputazione discutibile di nome Edward Kelley, il quale si presentò alla sua casa di Mortlake rivelando un incredibile talento come medium.
Secondo le testimonianze contenute nei diari di Dee, Kelley era in grado di comunicare, con l’aiuto di un cristallo di quarzo, con entità spirituali invisibili. Gli spiriti contattati da Kelley nel corso delle sue sedute spiritiche con Dee, che si presentavano nella veste di angeli e arcangeli, cominciarono ben presto ad avanzare pretese sempre più esuberanti, costringendo i due a viaggiare incessantemente attraverso l’Europa per trasmettere il messaggio angelico ai regnanti del tempo. Gradualmente, gli angeli cominciarono a trasmettere i frammenti di quello che appariva come un complesso, ma indecifrabile, sistema crittografico, composto da astrusi sigilli e interminabili griglie di lettere. Gli angeli rivelarono a Dee e Kelley una lingua sconosciuta, chiamata da Dee lingua enochiana, costituita da un alfabeto di ventuno caratteri, nella quale erano composte diciannove ‘chiavi’ simili a incantesimi di evocazione dal contenuto misteriosamente apocalittico. La turbolenta amicizia tra Dee e Kelley si interruppe bruscamente nel 1587, e con essa terminarono anche le comunicazioni angeliche di John Dee. A testimonianza delle loro imprese resta una nutrita raccolta di diari e manoscritti, la cui prima pubblicazione risale soltanto al 1659, quando una parte dei diari di Dee, contenente una dettagliata relazione delle sue comunicazioni con gli angeli, fu fortuitamente ritrovata da un antiquario e fu data alle stampe.
Il retaggio dell’opera di John Dee è controverso e lo studio delle sue conversazioni angeliche ha avuto una storia tutt’altro che lineare. A rendere particolarmente insidioso l’approccio all’opera di Dee è soprattutto la vasta costellazione di studiosi che se ne sono occupati, eterogenea e con interessi spesso incompatibili, che testimonia, del resto, la ricchezza del suo pensiero. A partire dai primi anni del Novecento, l’opera di Dee divenne il cuore pulsante di quello che lo scrittore Kenneth Grant avrebbe ribattezzato il risveglio della magia: una corrente di esoterismo contemporaneo inglese che prese le mosse dall’Hermetic Order of the Golden Dawn, società segreta di stampo rosacrociano-massonico che mescolava il sistema angelico di John Dee a forme di magia cerimoniale pseudo-egiziana. In particolare, lo studioso ed esoterista Samuel Liddel MacGregor Mathers recuperò i manoscritti di Dee, al tempo del tutto trascurati dagli accademici, diffondendoli tra gli iniziati come base di un nuovo dogma di magia cerimoniale. Sulle orme di Mathers, fu Aleister Crowley, il più importante esoterista del Novecento, a popolarizzare ulteriormente il materiale enochiano tra i seguaci dell’occulto. Come documentato nel libro The Vision and The Voice, nel 1909 Crowley percorse il deserto algerino recitando le trenta invocazioni angeliche che gli avrebbero permesso di accedere ad altrettanti stati di estasi mistica. Questi livelli di illuminazione, che Dee definisce Aethyrs, sono popolati di visioni cariche di quel simbolismo magico che caratterizza tutta l’opera di Crowley, in una sorprendente commistione di numerologia, mitologia egizia e iconografia apocalittica.
Nameless – Neonomicon in space | PostHuman
Su PostHuman un articolo complesso, articolato tra immani interpretazioni cabalistiche, occulte, Lovecraft vs. weird, graphic novel contro il rock colto e stratificato nelle linee cognitive delle conoscenze arcaiche… Vi lascio a un brano della recensione di Mario Gazzola, tanto per dirvi che dovete leggere dalla prima all’ultima parola per precipitare nell’abisso del non reale, che io non saprei rendervi meglio.
Addentrarsi nel geniale e labirintico graphic novel di Grant Morrison disegnato da Chris Burnham (riedito da Saldapress in una lussuosa versione hard cover arricchita di tavole originali e ‘making of’, di cui a lato vedete la copertina e sopra una vignetta originale) è un po’ come dare l’assalto all’asteroide Xibalba al centro della trama, che minaccia di schiantarsi sul nostro triste pianeta (un po’ come nel “ciclo della meteora” che va a concludersi coll’attesissimo numero 400 di Dylan Dog): si rischia fortemente di smarrire senso della logica e senno del lettore in “un tesseratto ricorsivo di mille realtà convergenti, un ipercubo di cui ogni faccia porta con sé molteplici alternative potenziali”, definizione che prendiamo in prestito dalla recensione (a firma di Davide Scagni) pubblicata dal sito specializzato Fumettologica.
È un articolo piuttosto articolato e completo, solo non fatevi ingannare dalla frase all’inizio del terzo capoverso: “La trama in realtà è piuttosto semplice”, è ironica! Niente di più falso: in realtà quella trama è un vertiginoso gioco di specchi mentali, che conviene affrontare con l’aiuto delle chiavi di lettura inserite dall’autore medesimo nell’appendice intitolata Lavori Notturni, e che chiamano in causa l’immancabile Lovecraft (la remota guerra fra arcani dei affonda le radici nelle sue oscure cosmogonie), ma anche Arthur Machen (la ‘Pietra Sessanta’), l’altrettanto immancabile Burroughs (la sua Dreamachine sviluppata coll’amico Gysin), gli occultisti John Dee ed Edward Kelly, Castaneda, Piranesi e Le Corbusier, la cabala, l’epica Maya di Popul Vuh e non meno oscure divinità della mitologia babilonese e sumera, come Marduk, patrono della città di Babilonia e dio del Caos dai quattro occhi, da cui tra l’altro prende il nome l’omonima black metal band scandinava.
Il Senzanome del titolo è un “enigmatico e sfrontato esperto di occultismo in grado di muoversi a piacimento nella dimensione onirica” (definizione che invece viene dalla recensione di Pulp, scoperta grazie all’amico Giovanni De Matteo), sboccato e dalla moralità non cristallina come un John Constantine/Hellblazer, che “viene assoldato da alcuni eccentrici miliardari per guidare una squadra di dodici apostoli/astronauti nella missione di tentare di salvare il mondo dalla collisione col gigantesco asteroide” di cui sopra. Ascensione nello spazio che – spiega sempre Davide Carnevale su Pulp Libri – “rapidamente si capovolge in una vera e propria catabasi, una discesa agli inferi e nella profondità della psiche umana che non prevede ritorno”.
Ma in cui i fantarocker fra voi anche non iniziati alle delizie esoteriche di Alan Moore (con il cui ciclo Neonomicon/Providence la storia di Morrison presenta diverse assonanze) e Alejandro Jodorowsky (ciclo de L’Incal) scopriranno non poche chicche di occultismo musicale, ben oltre l’origine del band name degli svedesi Marduk e dai progressivi teutonici Popol Vuh, autori negli anni ’70 di diverse colonne sonore per film di Herzog (tra cui Nosferatu), ma anche dei loro colleghi doom Tiamat, pure svedesi, dal nome ispirato alla dea madre del cosmo e degli oceani, sempre nella mitologia babilonese.
L’ultima chicca si collega invece all’innesco stesso della vicenda: dice infatti il protagonista Nameless che sul mondo “ha iniziato a «piovere merda” nel 2001, “quando le Torri Gemelle sono crollate e Malkuth è saltato su Yesod” (ovvero la Terra è saltata sulla Luna, per tradurre gli elementi dell’Albero della Vita della cabala ebraica). “A quel punto si è rotto il confine tra realtà e immaginazione”, spiega ancora Scagni su Fumettologica.
Ma allora in questa storia, definita non a caso un mix di “Apollo 13 + L’Esorcista“, il viaggio spaziale s’è svolto davvero o è stato solo un’allucinazione, un tuffo nell’inconscio del povero Nameless, manipolato a propria insaputa dalla minacciosa Dama Velata?

