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Archivio per Marshall McLuhan

L’illusione di pensare | Fantascienza.com


Se non possiamo evitare di essere influenzati, che cosa distingue il pensiero riflessivo da ciò che sembra pensiero, ma non lo è? La differenza è che il pensiero è analitico, mentre lo pseudo-pensiero si limita a ripetere cose memorizzate. Lo pseudo-pensiero è in realtà riconoscibile, benché non dal soggetto che lo ha assorbito passivamente. La differenza tra le due forme sta nella consapevolezza. È ancora McLuhan a parlare di consapevolezza, che è una caratteristica della riflessione e una qualità che egli attribuisce in particolare agli artisti, i quali possiedono la capacità di anticipare in qualche modo gli effetti delle innovazioni tecnologiche (e qui viene da pensare agli scrittori di fantascienza).

Su Delos270 un interessante articolo di Antonino Fazio analizza alcuni fondamenti cognitivi del pensiero, focalizzandosi sulla necessità di farsi influenzare il meno possibile dai sottili ragionamenti indotti che anestetizzano la capacità di discriminare, di avere una propria posizione e non un allineamento ai principali indottrinamenti.

Il pensiero riflessivo viene a volte chiamato pensiero “critico”, il che può creare qualche equivoco. In molti casi, chi ripete una critica assimilata in modo “acritico” (cioè irriflessivo) ha la sensazione (e può darla ad altri) di esercitare un pensiero critico. La confusione è tra “critico” come aggettivo, e “critica” come sostantivo. Non sempre una “critica” è fatta in maniera critica.

Carmilla on line | Umano, troppo umano


Su CarmillaOnLine un lungo articolo-recensione di Nico Gallo al saggio di Riccardo Gramantieri, “Presagi di postumanesimo”, uscito per Mimesis; un estratto:

Il numero 361 della prestigiosa rivista italiana di filosofia aut aut è stato intitolato “La condizione postumana”[1]. Uscita nel gennaio- marzo del 2014, la monografia iniziava la sua profonda riflessione con due domande: “Siamo sicuri di sapere cosa sia l’umano? Disponiamo di definizioni condivise dell’umano?”. Interrogativi che sfacciatamente richiamano a un lavoro interdisciplinare e a camminare lungo i confini degli specialismi che si intersecano e che sfumano, confini che si deve percorrere se, analogamente, qualcuno chiedesse “cosa è la vita”, oggi che creazioni/esseri artificiali si affacciano nelle nostre società? È possibile che la potente tradizione umanistica, intesa nel complesso di tutte le sue correnti, compresa quella marxista, sia partita da un postulato di unicità della specie umana e lo abbia mantenuto, seppure modificato, fino a oggi, affrontando prima i paradigmi darwiniani e, nel contemporaneo, la prospettiva trans-umana. La “cultura” è “l’accumulo globale di conoscenze e di innovazioni, derivante dalla somma di contributi individuali trasmessi attraverso le generazioni e diffusi nel nostro gruppo sociale”[2]. Si è trattato di uno straordinario risultato dipeso da una capacità di comunicazione fra individui, anche di generazioni diverse, resa possibile dal linguaggio. L’evoluzione biologica degli umani e la trasmissione della cultura da una generazione alla successiva sono state caratterizzate, seppure espresse in periodi diversi, da similari meccanismi di mutazione e selezione. Analogamente le scienze si sono trovate di fronte sia a variazioni di caratteristiche biologiche, pur nell’ambito di homo sapiens, sia alla scoperta di variazioni culturali che, con la globalizzazione sono condannate a scomparire. È dunque impensabile pensare all’umano senza tenere conto che, oltre alle sue caratteristiche genetiche, le nuove generazioni ereditano una serie di elementi filosofici, scientifici, tecnici, linguistici e artistici sempre maggiore che costituisco un patrimonio ereditario che, a oggi, ha reso unico l’umano. “Il dispositivo corporeo è da sempre la più palpabile garanzia d’identità per l’essere umano, e il suo legame più immediato con la natura. È ben vero, infatti, che esso è sede di fenomeni tipicamente umani, di pratiche simboliche, di ritualità e relazioni; ma è altrettanto vero che partecipa della sostanza e della qualità del mondo all’uomo. […] Il corpo è essenzialmente un costrutto culturale, che viene vissuto dall’uomo secondo modalità immaginarie: esso patisce sempre, quindi, una determinazione sociale e tecnologica, e perciò, in ultima analisi, storica”[3]. Nel 1997 avevo iniziato un’analisi di come la fantascienza contemporanea, il filone autoproclamatosi cyberpunk, fosse il linguaggio più efficace per descrivere le radicali trasformazioni che stavano travolgendo l’umano a seguito di una immersione radicale in un ambiente digitale ad alta interazione, con tecnologie protesiche associate a un sistema di memorizzazione e distribuzione dell’informazione estremamente evoluto e globale. Il saggio che ne era seguito, intitolato Houdini & Faust, a una lettura di oggi soffre di una serie di imprecisioni terminologiche proprio riguardo a termini quali uomo, umano, natura, artificiale. Erano parole che stavano mutando, prendendo atto che “tutta la storia dell’uomo si lascia descrivere come la storia della progressiva artificializzazione del suo corpo”[4], anzi eravamo convinti che l’umano fosse simbolicamente nato nel momento stesso in era avvenuto il transito tra l’assolutamente naturale e il primo artificiale.

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Lankenauta | La comunicazione manipolata


Su Lankenauta la recensione a “La comunicazione manipolata”, saggio di Anna Oliverio Ferraris che indaga alcuni meccanismi manipolatori della comunicazione; uno stralcio:

“Commuoversi è più facile che pensare” (pp.48). Queste parole di Anne-Cécile Robert, rappresentano soltanto una delle tante citazioni in un libro molto breve ma altrettanto denso come “La comunicazione manipolata” di Anna Oliverio Ferraris. Saggio che intende ricordarci quanto, soprattutto ai giorni nostri, sia indispensabile non farci manipolare da tutti gli inganni messi in atto, non soltanto dai pubblicitari di professione, ma anche dai politici che ormai si avvalgono perennemente da strategia psicologiche, più o meno raffinate, per stare a galla sulla scena pubblica.
Libro denso perché, in meno di cento pagine, Anna Oliverio Ferraris analizza quanto la comunicazione umana, soprattutto nella società contemporanea, dando spazio alle emozioni e alle passioni – magari indotte da qualche furbo manipolatore – finisca “a volte per mettere in secondo piano lo spirito critico” (pp.8). Di tristissimi esempi – del resto sotto gli occhi di tutti coloro che ancora tentano di ragionare – ne possiamo trovare in quantità tra le pagine della Ferraris. Un esempio di storytelling tra i più noti, preso in considerazione sulla scorta del celebre saggio di Pierre Musso, “Sarkoberlusconismo”, è quello appunto delle strategie di marketing di Sarkosy e Berlusconi, nemmeno degne di essere considerate strategie politiche: l’invenzione dei sogni “per un pubblico semplice, desideroso di recite a lieto fine”. Ambedue impegnati “a combattere un nemico fittizio, colpevole di tutti i mali”; in particolare Sarkosy impegnato a vendersi come “presidente sceriffo difensore di tutte le vittime” (pp.65), mentre Berlusconi – in Italia lo sappiamo fin troppo bene – gloriandosi di aver sventato il pericolo comunista.
L’aspetto più apprezzabile de “La comunicazione manipolata” semmai è l’aver chiarito tutti quei concetti che hanno sempre a che fare con gli inganni nella comunicazione, sporadicamente raccontati dai media ma, a quanto pare, ancora poco capiti. Per fare un esempio, il terrificante “l’ha detto la tv” è la prova quanto sia veritiera l’affermazione del sociologo canadese Marshall McLuhan, “il medium è il messaggio”: ovvero “i media non sono neutrali, ma la loro stessa struttura produce un’influenza sui destinatari del messaggio che, se non si presta attenzione, va al di là del contenuto specifico che veicolano” (pp.14). Oppure nel capitolo “L’addestramento dei piccolissimi”, dove leggiamo il cinismo di Nancy Shalek, presidente di un’agenzia pubblicitaria: “Una pubblicità ben riuscita deve far sentire al consumatore che senza quel prodotto è un perdente. I bambini sono molto sensibili a questo tipo di messaggio. Se tu dici loro di comprare qualcosa, essi resistono. Ma se tu fai capire che chi non ha quel prodotto è una nullità, ottieni subito la loro attenzione” (pp.35). Di cinismo in cinismo, di manipolazione in manipolazione, peraltro sempre col supporto dei ragionamenti di grandi studiosi, il repertorio dei raggiri e dei concetti illustrati, risulta molto ampio; come dimostrano i titoli dei capitoli: La parola manipolata, Il medium è il messaggio, Metacomunicare, Menti plasmabili, Un cervello disponibile, L’addestramento dei piccolissimi, Censura invisibile e mainstream, Emozioni, due facce della stessa medaglia, Gli stregoni della comunicazione, Spin doctor, Storytelling, Una telenovela italofrancese, L’interazione parasociale, Asimmetria relazionale, Archetipi, Mantenere il libero arbitrio.

Radio Noise Collective – Extended Stereo | Neural


[Letto su Neural]

Quando un media viene detournato, ossia reso estraneo al suo più ordinario utilizzo per assolvere ad altre funzioni, la conseguenza è di colpo la perdita di quelle che sono le sue caratteristiche, della sua stessa cultura e dei suoi specifici codici linguistici. L’intero apparato d’azione del mezzo diventa senza ombra di dubbio orfano delle sue stesse estensioni. La radio coinvolge intimamente la gran parte degli esseri umani, ricordava McLuhan, “in quanto presenta un mondo di comunicazioni sottintese tra l’insieme scrittore-speaker e l’ascoltatore”. La natura stessa del medium radiofonico è quella di un’esperienza privata, sottintendeva sempre il teorico canadese, autore de La Legge Dei Media. Anche Apo33, sound artista, programmatore, compositore, musicista, poeta e filmmaker sperimentale, alias dietro il quale si nasconde Julien Ottavi, promuove questa stessa essenza arcaica dello strumento di comunicazione, forte di una tribalità che è comunque coinvolgente, anche nel suo utilizzo parassitario, capace di risvegliare una notevole ricchezza di suoni, fonte d’un nuovo significato musicale. La nostra psiche e l’intera società è un’unica stanza degli echi e questo è ancora più forte oggi nelle nuove piattaforme di comunicazione che sono i social media. Per questo è d’immediata comprensione l’operazione concettuale di chi utilizza le frequenze radiofoniche come una fonte diretta di manipolazione del suono. La vocazione volatile, leggera e immateriale delle emissioni radio grazie al taglia e cuci del Radio Noise Collective viene svincolata dalla propagazione di contenuti e a suo modo induce a ri-temporalizzare la sensibilità percettiva degli ascoltatori, privilegiati dalla perdita di qualsiasi nesso significante. Un nuovo mondo prende forma a partire da suoni spurii, attraverso la capacità di attrarre e suscitare immagini mentali che nascono come percorsi alternativi ai vincoli della percezione quotidiana. Sono due le tracce presentate, “Accelerum Megahertz” e “Circuit Krusher”, rispettivamente di 23 e 32 minuti, zeppe di fruscii, distorsioni, dissonanze, pulsazioni, fischi, incerte sintonie e rumorosi disturbi, frutto d’insane modulazioni di frequenza e d’ampiezza. Non mancano naturalmente anche emissioni più musicali, tenute a volume basso e controllato, che a volte si sovrappongono e sono intercalate con frammenti di tipo discorsivo. Sostanza abrasiva o parafrasando Ballard: “rumore, rumore, rumore… il più gran vettore patogeno individuale delle civiltà”.

Carmilla on line | Estetiche del potere. La (tele)dittatura del divertimento


Su CarmillaOnLine una riflessione-recensione di Gioacchino Toni sui temi distopici cari più ad Huxley che a Orwell; un estratto:

A metà degli anni Ottanta del secolo scorso negli Stati Uniti e in maniera analoga, seppure in leggera differita, in buona parte dell’Occidente, mentre sugli schermi televisivi imperversavano Dynasty, Dallas, The A-Team, Cheers e Hill Street Blues, i telepredicatori facevano il pieno di ascolti e alla sobrietà della tv dei decenni precedenti si sostituivano sguaiate risate registrate e fragorosi applausi a comando, quanti avevano letto Nineteen Eighty-Four (1949) di George Orwell potevano rallegrarsi del fatto che, giunti al fatidico 1984, la società in cui vivevano non aveva assunto le sembianze della distopia prospettata dal romanzo.
A trarre un sospiro di sollievo potrebbero però essere stati soltanto coloro che non avevano letto, o avevano nel frattempo rimosso, il meno celebre Brave New World (1932) di Aldous Huxley in cui la tirannia anziché essere esercitata per via coercitiva aveva saputo rendersi desiderabile.

Insomma, negli anni Ottanta, in Occidente, anziché avverarsi la distopia orwelliana, a compiersi, in sordina, era quella huxleyana, rivelatasi più in linea con le esigenze di una società votata alla mercificazione e al consumismo più sfrenati.
Sebbene nella stretta contemporaneità, segnata da un insistito ricorso a stati emergenziali, i due scenari distopici sembrino non di rado intrecciarsi, si tende a individuare il modello orwelliano, contraddistinto da un tipo di oppressione imposta dall’alto deprivante il popolo della propria memoria e autonomia, nei sistemi esplicitamente dittatoriali, mentre invece quello huxleyano, in cui il potere riesce a far amare al popolo il proprio oppressore e a sostenere le tecnologie tese ad annullare la capacità di pensiero, nei sistemi più democratici.

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Il destino del corpo elettrico – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione di Sandro Moiso a Il corpo virtuale. Dal corpo robotizzato al corpo disseminato nelle reti, riedizione del saggio che Antonio Caronia scrisse anni fa e che ora è curato da German A. Duarte, con una postfazione di Marcel-lí Antúnez Roca.

“Canto il corpo elettrico, le schiere di quelli che amo mi abbracciano e io li abbraccio, non mi lasceranno sinché non andrà con loro, non risponderà loro, e li purificherà, li caricherà in pieno con il carico dell’anima.
È mai stato chiesto se quelli che corrompono i propri corpi nascondono se stessi? E se quanti contaminano i viventi sono malvagi come quelli che contaminano i morti? E se il corpo non agisce pienamente come fa l’anima? E se il corpo non fosse l’anima, l’anima cosa sarebbe? (Walt WhitmanI Sing the Body Electric)”.

Sono passati più di centocinquant’anni dalla prometeica intuizione contenuta nei versi di Walt Whitman e inserita nella sua unica raccolta di poesie, «Foglie d’erba», pubblicata per la prima volta nel 1855 e in seguito rivista ed ampliata più volte. Eppure soltanto oggi è forse possibile comprendere appieno il significato di quella comunanza dei corpi “fisici” e la loro intrinseca e specifica bellezza e diversità esaltata allora dal poeta americano.
È stato Antonio Caronia (1944-2013), in un saggio edito per la prima volta nel 1996 e oggi ripubblicato dalle sempre meritorie edizioni Krisis Publishing di Brescia, a sviluppare in senso attuale quel “canto”. Anche se lo ha fatto in prosa e con un testo che analizza nel dettaglio le trasformazioni del corpo fisico e della specie avvenute in seguito allo sviluppo delle diverse tecnologie a disposizione delle differenti e successive società umane, nel tentativo di proiettarsi nella comprensione del destino futuro delle funzioni e dello sviluppo dello stesso una volta inserito nel magma della comunicazione elettronica.

L’autore, saggista, docente di Comunicazione all’Accademia di Brera e figura di spicco della critica letteraria fantascientifica italiana fra gli anni settanta e ottanta, attraverso una cavalcata che, sulle orme di Marshall McLuhan e dei più importanti innovatori della letteratura fantascientifica e del cinema corrispondente (da Asimov a Ballard e da Dick a Sterling e Gibson fino a Cronenberg), ci porta dall’avvento della scrittura alla Rete e oltre. Ci fa riflettere sulla progressiva esternalizzazione delle funzioni cognitive, ma non solo, svolte dal nostro corpo “naturale” a favore di tecnologie che se da un lato ingigantiscono le nostre capacità di gestire dati, dall’altra sembrano trasformare e condizionare sempre più il nostro immaginario e il corpo “sociale”.

“La prima edizione di questo volume è apparsa nel periodo in cui si andavano consolidando le narrazioni utopiche che hanno accompagnato lo sviluppo delle tecnologie digitali e della rete […] La rete, in particolare, sembrava poter dare voce al singolo cittadino, e molti leggevano questa sua potenzialità come la capacità, insita nel digitale, di determinare processi sociali complessi. Ed era fuor di dubbio, all’interno della narrazione utopica, che tutti questi processi fossero avviati verso una democrazia diretta, o quantomeno più partecipativa.
[…] Negli stessi anni, però, il panorama democratico e quello liberale cominciavano ugualmente a mutare. Progressivamente, quegli stessi scenari si trasformavano in un laboratorio per le multinazionali e le corporations che regnano nel mediascape contemporaneo. E’ infatti proprio nel momento più alto dell’ondata libertarianista che, in forma embrionale, le corporations hanno trovato terreno fertile, minando progressivamente questi spazi di libero scambio di idee, d’informazione e di merci, e appropriandosene successivamente a livello planetario1“.

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ALL'OMBRA DEL MONTE FUJI

Alla scoperta del Giappone in punta di...bacchette

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