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Archivio per Matriarcato

La Dea celtica Artio : l’antica natura selvaggia e l’abbondanza | Iridediluce


Da IrideDiLuce ancora segnali dal mondo celtico, dove le divinità femminili mostrano da un lato la verità ancestrale del matriarcato, da un altro la profonda connessione col sostrato precedente, quello dello sciamanesimo: la dèa Artio e le sue connessioni con la natura e gli orsi.

Artio condivide legami con la dea greca Artemide e la dea romana Diana. Similmente ad Artio, entrambe sono associate agli orsi. Questa associazione sottolinea il significato transculturale degli orsi nell’archetipo del divino femminile.
L’intreccio di queste dee in culture diverse simboleggia le loro caratteristiche comuni e la venerazione per il mondo selvaggio e naturale. La sua associazione con l’orso simboleggia il suo ruolo nella salvaguardia dell’equilibrio e dell’armonia dell’ecosistema. Come divinità dell’abbondanza e della trasformazione, Artio garantisce il benessere e la salvaguardia di creature grandi e piccole. È considerata una fonte di saggezza e guida per coloro.
Nella mitologia celtica, l’influenza di Artio si estende oltre il regno terreno. È strettamente legata ai corpi celesti e ai modelli astrali. Le costellazioni dell’Orsa Maggiore e dell’Orsa Minore hanno un significato particolare nella sua tradizione. Il legame di Artio con queste formazioni stellari sottolinea il suo ruolo di guida celeste e sottolinea la sua associazione con i misteri dell’universo. Il profondo legame di Artio con la natura la avvicina allo sciamanesimo, dove i regni spirituali si intrecciano con il mondo fisico. Gli sciamani e coloro che praticano tradizioni sciamaniche cercano la guida e l’assistenza di Artio nei loro percorsi spirituali. Inoltre, si ritiene che Artio abbia una stretta relazione con gli animali spirituali. Questi animali fungono da guide e alleati, aiutando gli individui nella loro ricerca di auto-scoperta, trasformazione e illuminazione spirituale.
Esplorando il ruolo di Artio nella mitologia e nella cosmologia celtica , emerge il suo profondo legame con il mondo naturale e il regno spirituale. In qualità di protettore, guida e simbolo di trasformazione, Artio continua a ispirare riverenza e timore reverenziale in coloro che cercano saggezza e armonia dentro di sé e nel cosmo più ampio.

Dea Cathubodua: il potere e l’influenza della divinità celtica della guerra | Iridediluce


Pensavate che una dèa della guerra fosse un’eccezione? Nel mondo celtico c’è anche un’altra dèa guerriera, prima che il patricarcato prendesse il sopravvento proveniente dalle parti dell’Anatolia, va menzionata anche Cathubodua, come ci dice IrideDiLuce; un estratto:

Il ruolo di Cathubodua come divinità guerriera è evidente nella sua stretta associazione con la battaglia e la guerra. È spesso invocata dai guerrieri che cercano la sua benedizione e la sua guida sul campo di battaglia, e si ritiene che conceda intuizioni strategiche e protegga i suoi devoti dai pericoli. Le leggende descrivono Cathubodua come una presenza feroce e formidabile, che ispira coraggio e ferocia in coloro che combattono sotto la sua influenza. La sua associazione con la guerra riflette i valori e gli ideali del popolo celtico, evidenziando l’importanza attribuita al coraggio e alla forza in combattimento.
Queste dee, note collettivamente come le dee del corvo, ricoprono ruoli simili nella mitologia celtica , simboleggiando gli aspetti terrificanti della guerra e incarnando il potere e l’autorità delle divinità femminili. La loro interconnessione rafforza l’importanza del ruolo di Cathubodua nel pantheon e sottolinea la sua influenza come formidabile dea della guerra.

Dea Estsanatlehi: mitologia e significato della divinità Navajio | Iridediluce


Su IrideDiLuce l’esplorazione di una divinità dei nativi americani, Estsanatlehi, a metà strada classica tra una dea del caos e della creazione (in questo caso, non più maschile ma femminile); un estratto:

Le origini di Estsanatlehi sono profondamente radicate nella cultura dei nativi americani. Si ritiene che sia una delle antenate del popolo nativo americano, avendo svolto un ruolo fondamentale nella loro creazione. Secondo la leggenda, Estsanatlehi si spazzolò la polvere dal petto, che si trasformò in un pasto nutriente e diede alla luce gli antenati della tribù Navajo. Questa storia simboleggia il suo legame con la nascita e lo sviluppo delle civiltà dei nativi americani. Inoltre, il significato di Estsanatlehi si estende oltre la creazione. Rappresenta i cicli della vita e le stagioni, incarnando il cambiamento, il rinnovamento e l’ infinito scorrere del tempo.
Le comunità dei nativi americani la tengono in grande considerazione per la sua capacità di ringiovanire e apportare trasformazioni.

Akycha: la divinità solare Inuit | Iridediluce


IrideDiLuce continua anche oggi nel suo percorso di rivisitazione delle divinità dell’antico – intese anche come divinità prossime all’oblio – tracciandone una che rappresenta il sole nella cultura inuit; il sole, che nella mitologia classica successiva è data in appannaggio a uomini: Akycha.

Akycha, figura di grande rispetto nella mitologia Inuit, è particolarmente venerata tra la popolazione Inuit dell’Alaska. Come divinità solare, simboleggia il potere vitale del sole. Nell’intricato mondo della mitologia Inuit, Akycha è un’entità affascinante, che rappresenta la forza primordiale del vento. È stimata nella cultura Inuit per il suo dominio sulla natura, incarnando sia la brezza leggera che le intense raffiche artiche. Akycha, la luminosa dea del sole, occupa una posizione cruciale nella ricca narrazione della mitologia Inuit dell’Alaska. La sua esistenza racchiude il calore del sole, la sua luce e l’essenza vitale del rigido clima artico. Contrariamente alla comune raffigurazione delle divinità solari come maschi, Akycha si distingue come un potente personaggio femminile, sottolineando il punto di vista unico del popolo Inuit.
Akycha, divinità solare nella mitologia Inuit, è spesso raffigurata come un’entità luminosa, che simboleggia il calore e la luce del sole. Tuttavia, la mitologia Inuit enfatizza tipicamente gli aspetti spirituali e simbolici delle loro divinità, piuttosto che i tratti fisici specifici. Akycha è spesso rappresentata come un essere elegante e celestiale, che incarna la fluidità e l’imprevedibilità del vento. Le rappresentazioni visive la mostrano spesso con i capelli che sembrano fondersi con l’aria circostante, come se fossero mossi dal vento. Si pensa che i suoi occhi siano trasparenti e mutevoli come il cielo, riflettendo le condizioni atmosferiche.
La forma di Akycha è sfuggente, spesso si materializza come una figura effimera all’orizzonte, incarnando la natura sfuggente del vento. Purtroppo, i resoconti dettagliati dell’aspetto fisico di Akycha sono scarsi nelle fonti esistenti della mitologia Inuit. La cruda realtà della sopravvivenza artica spesso dava priorità al ruolo e al potere di una divinità rispetto ai dettagli fisici. Ciononostante, in base al suo legame con il sole, possiamo dedurre alcuni attributi. Akycha potrebbe essere immaginata come un’entità luminosa, forse impreziosita da tonalità dorate o impreziosita da un alone radioso che simboleggia lo splendore del sole.

La dea egizia Nut, dea del cielo e della maternità | Iridediluce


Nella maggior parte del mondo, la terra è resa fertile e in grado di produrre vegetazione dalla pioggia. Questo fatto portò gli antichi a pensare al cielo come a un’entità fertilizzante, maschile, e alla terra come a un grembo femminile, destinatario di questo potere fertilizzante. In Egitto, questo non accade, perché il clima egiziano è piuttosto secco. Il potere fecondante, per gli egiziani, proveniva dal Nilo, che era ovviamente considerato un elemento terrestre. La Terra era quindi vista come un essere maschile e, per mantenere l’opposizione, il cielo era concepito come femminile.

Interessante questa chiosa del post di IrideDiLuce dedicato alla dea egiziana Nut, dove le variabili impazzite delle mitologie mondiali si combinano in quadro a dir poco rivoluzionario, capace di scardinare le posizioni del matriarcato e del patriarcato. Abbiamo molto da comprendere ancora sul mondo antico, di quanto spesso fosse più avanti di noi.

Back to past


Nel tugurio notturno, ogni ispessimento mentale si riversa nelle complessità matriarcali, una sorta di ritorno alle origini.

Tomba principesca del Vivaro: scoperta, storia, corredo | Nemora


Su Nemora un’interessante articolo che esplora il rinvenimento di sessant’anni fa presso in località Pratoni del Vivaro, luogo vitale dei Castelli Romani, della tomba di una principessa locale che ha vissuto ai tempi della fondazione di Roma; si rivelano dinamiche di potere, matriarcato residuo, atti religiosi e commerci con l’Oriente come non ci si aspetterebbe per quei tempi, mostrando quindi che i rapporti erano molto più vivi allora rispetto a quanto si possa comunemente pensare ora. Un estratto:

La Tomba del Vivaro, che – ricordiamo – è datata al 720 a.C., rappresenta una delle prime manifestazioni del fenomeno principesco nel Lazio, distinguendosi per la sua “sobrietà” rispetto a tombe più recenti come la Tomba Bernardini di Palestrina, datata al 675 a.C. La Bernardini, con 123 oggetti tra cui bronzi monumentali, avori e numerose importazioni dal Vicino Oriente (Urartu, Siria, Assiria, Fenicia), esprime un lusso più ostentato rispetto al corredo del Vivaro, che include principalmente oro, ambra e argento, simboli ,certamente, di alto valore ma senza la stessa quantità di beni esotici.  La Tomba del Vivaro, inoltre, è una delle rare attestazioni di autorità e prestigio femminile nell’antico Lazio, che contrasta con la predominanza maschile – e dai chiari attributi guerreschi – delle altre tombe principesche presenti nella regione, come ad esempio la Tomba di Castel di Decima o le tombe di Veio e Satricum. Forse questo testimonia come la figura femminile, nello scorrere dei secoli, abbia man mano assunto un ruolo sempre più marginale all’interno delle civiltà locali, rispetto a un passato in cui la figura femminile occupava un ruolo più centrale.
La presenza condivisa della coppa emisferica d’argento nella Tomba del Vivaro, nella Tomba 15 di Castel di Decima e di una coppa simile a Veio costituisce un modello che va oltre la semplice coincidenza. Nonostante le variazioni regionali nell’architettura funeraria o nella ricchezza complessiva, evidentemente alcuni oggetti prestigiosi o gesti rituali venivano adottati e replicati da diversi gruppi aristocratici nel Latium Vetus. Ciò indica l’esistenza di reti di comunicazione e scambio attive tra le comunità, non solo di beni materiali ma anche di pratiche simboliche e ideologie elitarie, tra le nascenti classi principesche. Questo suggerisce l’esistenza di una più ampia koinè (cultura condivisa) orientalizzante nel Lazio, sebbene con diversità regionali, in cui le élite riconoscevano ed emulavano marcatori comuni di status e potere, rafforzando la loro identità collettiva pur impegnandosi in una sorta di competizione espositiva. Personalmente, mi domando se Colle dei Morti non porti nel suo toponimo la memoria di altri segreti nascosti sottoterra, ancora in attesa di essere scoperti.

La Tomba Principesca del Vivaro si attesta come un pilastro fondamentale per la ricostruzione della protostoria del Lazio e per l’analisi delle dinamiche di potere e identità nelle società pre-romane. Sebbene non sia più possibile calarsi all’interno di essa e ammirare il corredo nel suo contesto originale, visitando il Museo delle Navi di Nemi possiamo osservare da vicino gli oggetti recuperati. I fermatrecce dorati, il vasellame decorato con motivi a spirale. E la coppa in argento, naturalmente. Quella coppa in argento che la principessa ha stretto fra le mani per più di 2.600 anni. E se non fosse stato per quel colpo fortuito nel 1962, lei sarebbe ancora lì. Protetta nel suo rifugio di tufo, mentre sopra tutto scorre. Mentre le stagioni mutano. Ancora, ancora e ancora. No, «Non è morto ciò che in eterno può attendere, e col volgere di strani eoni anche la morte può morire».

Belili, dea sumera: colei che piange Dumuzi e custode degli inferi | Iridediluce


Ancora una rivisitazione del mito classico di Ade e degli inferi; in realtà, non è una rivisitazione, in quanto lo è la visione greca di questo mondo oscuro e del suo regnante, patriarca, che nell’antecedente versione sumera era molto più espansa e femminile, molto più matriarcale, comprendente in modo diverso anche la figura di Persefone: cambiano i regimi e cambiano le regole, si riscrive la Storia rendendola funzionale ai vincitori. Da IrideDiLuce:

Nel cuore del mito mesopotamico, dove dèi e mortali si intrecciavano, la dea sumera Belili emerse come figura di profonda bellezza e dolore. Conosciuta sia come sorella del dio Dumuzi che come capo scriba degli inferi, la sua storia portava con sé il peso di un antico dolore, i cicli della vita e della morte e i misteri del mondo naturale.
Belili, una dea avvolta nel misticismo degli inferi, ricopriva due ruoli distinti. Come sorella di Dumuzi, era la sua piagnona, lamentando il suo destino mentre scendeva nella terra dei morti. Le sue lacrime e il suo dolore riecheggiavano in incantesimi che enfatizzavano il suo profondo legame con la morte e la rinascita. Rappresentava il dolore, ma anche la speranza di rinnovamento, poiché il ritorno annuale del fratello simboleggiava la promessa di una vita ripristinata.
Belili era anche la principale scriba degli inferi, un ruolo che la legava all’amministrazione della morte stessa. Conservava i registri delle anime dei defunti, guidandole nel regno delle ombre. Questa posizione la consolidò come scriba degli inferi.

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Ninkurru, dea sumera dell’arte e della creazione | Iridediluce


In questo periodo – lungo periodo – sono molto colpito dall’archetipo di Ade e del suo Ade, un mondo greco alla fine, estremamente patriarcale, ma non è stato sempre così: nell’antica Mesopotamia sumera questo concetto era patrimonio di entità femminili come Ninkurru, e IrideDiLuce esplora un po’ questo luogo cultuale, dando delle riletture molto belle e sorprendenti; un estratto che delinea valenze non così esclusivamente “mortali”, dando forza al mito odierno della morte unita alla creatività – diverso comunque da “morte ed eros”.

Sebbene nessuna stella o corpo celeste portasse il suo nome, la presenza di Ninkurru era profondamente percepita nei regni visibili e invisibili. In quanto artigiana divina, plasmava la bellezza dalla pietra e dall’argilla, ma le voci sulla sua influenza si estendevano ben oltre il mondo mortale.
Il dominio di Ninkurru si trovava sottoterra e tra le imponenti montagne.
Alcuni miti parlavano del suo legame con il KUR, il vasto e oscuro mondo sotterraneo. Qui, veniva invocata insieme a divinità come Nergal e Ningishzida, guardiani dei morti. Durante i riti funebri, i partecipanti invocavano il suo nome, cercando conforto e guida per le anime in viaggio oltre il velo della vita. Alcuni credevano addirittura che condividesse un legame con Nergal, regnando al suo fianco nella terra dei morti.
Eppure, Ninkurru non era legata solo all’oscurità. La sua essenza dimorava tra le possenti montagne, dove la pietra grezza della creazione attendeva il suo tocco. Il significato stesso del suo nome, “Signora della Terra”, suggeriva un profondo legame con queste imponenti vette. Tra le loro cime rocciose, sovrintendeva all’arte divina della scultura, dando forma alle statue sacre che si ergevano nei templi e nelle case.
Gli adoratori credevano che le montagne custodissero i segreti della creazione e che Ninkurru, in qualità di loro custode, ne elargisse le ricchezze a coloro che erano degni del suo favore.

Più che una dea dei luoghi, Ninkurru regnava nel regno dell’artigianato e dell’arte, una sfera sacra dove le divinità plasmavano il mondo con le loro mani. Apparteneva a un’assemblea celeste di artigiani divini, al fianco di Kulla e Ninagala. Insieme, creavano bellezza e ordine, e la loro abilità rifletteva il potere degli dei sul mondo materiale. L’atto stesso della creazione onorava Ninkurru, poiché ogni immagine scolpita portava la sua benedizione.

Il demone Lilitu/Lilith: la duplice natura di creazione e distruzione, vita e morte. | Iridediluce


Un fondamentale posto di IrideDiLuce sul demone Lilith, in cui si affrontano con sintesi i temi fondamentali del suo culto, che è sostanzialmente un potere femminino indipendente e imprendibile, che può apparire insensato alla luce di ragionamenti prettamente razionali o patriarcali; un estratto:

La mitologia del demone Lilitu, in particolare la figura di Lilith, occupa un posto affascinante nella tradizione mesopotamica ed ebraica. Considerata la prima moglie di Adamo nella letteratura rabbinica, la narrazione di Lilith è profondamente intrecciata con i temi della ribellione, della libertà e degli aspetti oscuri del potere femminile. La sua storia, che trae origine dagli antichi racconti mesopotamici sugli spiriti Lilitu, trascende le culture per diventare un pilastro del significato e del simbolismo di Lilitu.
Descritta come pericolosa e seducente, Lilith è associata al seduzione degli uomini e al furto dei bambini. Il suo nome deriva da antiche parole accadiche che significano spiriti o demoni. Il significato di Lilith nella tradizione ebraica è stato ampiamente discusso, innescando dibattiti tra gli studiosi sul suo ruolo di figura di indipendenza e potere in contrapposizione alla sua raffigurazione come demone nella Bibbia ebraica e nella successiva letteratura rabbinica.

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