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Carmilla on line | C’era una volta Sergio Leone
Su CarmillaOnLine una rece3nsione di Sandro Moiso a Nel West con Sergio Leone. Dollari, armoniche e pistole a Cinelandia, saggio di Diego Gabutti uscito per Giulio Perrone Editore, “cavalcata” è il caso di dire sul genere western visto dalla sensibilità di Sergio Leone (che poi diventa “spaghetti western”); un estratto:
A partire da C’era una volta il West, il film di Sergio Leone del 1968, Diego Gabutti ci consegna ancora una volta un’opera-mondo, definizione certamente usata a sproposito al giorno d’oggi per troppi romanzi e saggi, ma che serve perfettamente a riassumere il lavoro del saggista e giornalista torinese appena pubblicato da Perrone Editore nella collana Passaggi di dogana.
Come ogni opera realmente degna di questa definizione, a partire dal quarto film western realizzato da Leone, il sintetico saggio di Gabutti mette a fuoco ed esplora, aprendosi a riflessioni che procedono per cerchi concentrici, sia lo storia del cinema western che quella del regista italiano, allargandosi progressivamente a tutto l’immaginario cinematografico, hollywoodiano e non, e pop del secolo appena trascorso, con qualche puntata anche negli anni più recenti, per poi tornare alle origini e al suo centro reale: la novità rappresentata dal regista stesso e dal suo cinema. Cinema innovativo che ha anticipato, si scusi ancora l’utilizzo di un altro termine fin troppo abusato, tutto ciò che è stato definito postmoderno, sia nella letteratura che nell’arte e nel cinema, nei decenni successivi. Un cinema totale, ma non reale o realistico, in cui tutto l’immaginario, popolare e dotto, a partire da Omero fino a Popeye passando per la letteratura picaresca e il vaudeville oppure Tex Willer e John Ford e dalla commedia dell’arte alla commedia all’italiana, ma l’elenco potrebbe continuare all’infinito, è stato riassunto, sintetizzato e magnificamente portato sugli schermi con un successo di pubblico, anche se non sempre di critica, enorme e, probabilmente, mai raggiunto da tutto il cinema italiano precedente e successivo. Con buona pace di tutti gli estimatori, spesso sfegatati e immotivati, del neorealismo.
E proprio su questo punto è giusto sottolineare le pagine autobiografiche in cui l’autore ricorda, con la sua solita ironia, un esame di Storia del cinema sostenuto col vate del realismo “critico” e dell’intellighenzia cinematografica italiana di un tempo ormai lontano: Guido Aristarco. Critico cinematografico e docente universitario, fondatore della rivista “Cinema Nuovo”, esponente della critica materialista e avverso al cinema di Leone, ma i cui dettami della sua idea di cinema sono probabilmente rappresentati ancora oggi da film assolutamente improponibili e inguardabili di molto cinema italiano e da un’erronea concezione di ciò che dovrebbe essere considerato cinema d’autore (con tutte le ambiguità e le pretese intellettualistiche che tale definizione reca con sé). Si parla della fine del West e del western tradizionale allo stesso tempo. Ferrovie, automobili, filo spinato per dividere le proprietà, grande finanza (non le banche che comunque si potevano ancora tranquillamente rapinare fuggendo a cavallo oppure con l’auto come avrebbe fatto la banda Cavallero proprio negli anni della leoniana Trilogia del Dollaro), avevano finito per chiudere definitivamente gli spazi dei cavalieri, degli sceriffi e dei banditi romantici. La ferrovia sarebbe arrivata fino all’Oceano Pacifico finendo di unificare l’unica potenza che si sarebbe potuta affacciare contemporaneamente sui due Oceani maggiori, rendendo meno ”avventuroso” e quindi niente affatto mitico quel «Go West, Young Boy!» da cui la leggenda aveva avuto inizio. Almeno sugli schermi e nella narrativa popolare.
Itaca – Il ritorno | FantasyMagazine
Su FantasyMagazine la recensione di Emanuele Manco a Itaca – Il ritorno, film di Uberto Pasolini sul mito del ritorno di Ulisse nella sua Itaca; un estratto:
Un’Odissea senza mostri, senza mito, senza dei. Così descrive Uberto Pasolini il suo approccio al poema omerico, del quale ha distillato la parte finale.
Odisseo, un reduce traumatizzato che si è trasformato in un eroe riluttante a combattere, un’ultima volta, per liberare la sua terra. Un uomo che è il primo a non riconoscersi più, profondamente cambiato non solo dalla guerra, ma dal peregrinare successivo. In questa versione del poema senza dei, a tenerlo lontano da Itaca è stato qualcosa di diverso, una motivazione che è oggetto di scavo della vicenda.
Penelope è una donna che ha la tentazione di andare avanti, seppellendo il ricordo di un marito ritenuto da tutti morto. Vive assediata da numerosi pretendenti al trono, i principi Proci, mentre cova in lei la speranza che il marito che sia ancora vivo e torni alla terra natia. Speranza che la spinge a mille stratagemmi per temporeggiare, come l’espediente della tela intrecciata di giorno e disfatta la notte.
L’altra figura drammatica è loro figlio Telemaco, troppo piccolo quando vent’anni prima il padre partì per ricordarlo. Cerca di sopravvivere a questo assedio, rischiando ogni giorno la vita, in attesa di trovare un suo posto nel mondo, schiacciato dall’eredità paterna, dal ricordo mitizzato di quel grande guerriero di cui non si sente all’altezza.Tre figure che, nonostante il legame che le ha unite, sono ora tre estranei che si devono riscoprire.
Ecate come prototipo di Lucifero – 𝐀𝐗𝐈𝐒 ֎ 𝐌𝐔𝐍𝐃𝐈
Su AxisMundi un interessante excursus sulla figura di Lucifero, vista attraverso le ère, l’antropologia di Robert Graves e la filosofia e, ovviamente, l’esoterismo e il culto degli dèi, in primis le figure femminili di Demetra, Ecate, Persefone; c’è molto altro in questo articolo, vi invito a leggerlo attentamente per valutare la potenze delle riscritture religiose che hanno un po’ cambiato il corso dei significati arcaici.
Noi oggi siamo talmente abituati a considerare il Lucifero della tradizione ebraico-cristiana come una figura prometeica al punto da aver smesso da tempo di indagare se questo sia l’unico modo possibile di concepirlo. Un’eredità, questa, che trova indubbiamente le sue radici nel Paradise Lost di Milton (1608-1674), il quale ci presenta Lucifero come un ribelle, un “anti-Dio” – come lo definì Kerényi nel secolo scorso – che sfida l’ordinamento precostituito e si rifiuta di sottomettersi a esso. Quando pensiamo al Titano Prometeo, infatti, la prima cosa che ci viene in mente è la sua sfida all’ordinamento olimpico di Zeus, un atto che da una parte segna la ribellione nei confronti delle leggi olimpiche e dall’altra lega indissolubilmente Prometeo all’umanità.
Ma chi era, esattamente, Prometeo? Kerényi (1897-1973) nel suo saggio Prometeo: il mitologema greco dell’esistenza umana ce lo introduce come una figura che ricorda “per analogia e per contrasto […] la concezione cristiana del Redentore”, in quanto da una parte il Titano sembra fare propria la causa degli uomini come nessun altro dio greco, e dall’altra si pone in netta opposizione al padre degli dèi venendo sottoposto per questa ragione a una atroce punizione. È a questa dicotomia che si rifà anche Goethe (1749-1832), che nella sua lirica Prometheus, tratteggia il Titano con modi più biblici-miltoniani che autenticamente greci: il Prometeo goethiano è infatti strettamente ancorato alla dicotomia biblica di mediazione miltoniana, e condensa nella sua personalità quei caratteri tipici del Satana/Prometeo romantico che si riducono a un “immortale prototipo dell’uomo quale il Ribelle simile agli dèi”. Un simile Prometeo non ha dunque nulla a che vedere con il Prometeo classico, che la tradizione greca ci informa essere figlio di Iapetos e della figlia di Okeanos Climene secondo Esiodo, di Iapetos e Chthon o Themis secondo Eschilo, e di Urano e una dea madre non meglio specificata secondo numerose altre tradizioni, con probabile riferimento a Gaia.
Lankenauta – Se Gli Dei Ti Fanno Impazzire
Su Lankenauta un0interessante segnalazione: “Se Gli Dei Ti Fanno Impazzire”, di Richard Powell, che ha riscritto attualizzando e sfrondandola dei topos del mito l’epica di Omero e Troia.
L’Iliade vista di striscio, i personaggi che tutti noi conosciamo visti sotto una luce diversa e aldilà del mito, una delle storie più famose raccontata da un punto di vista inusuale ma assolutamente credibile.
In un modo o nell’altro buona parte della popolazione occidentale conosce la storia della guerra di Troia, dei suoi protagonisti e soprattutto della sua conclusione. Questo romanzo ci fa rivivere tutto questo con gli occhi di Helios: praticamente un bambino quando inizia la storia, è il figlio di una schiava che sostiene di essere rimasta incinta di Priamo, il re di Troia, una notte dopo un banchetto. Priamo però non l’ha mai riconosciuto e quindi Helios vive in una situazione d’incertezza.I primi capitoli del libro sono incentrati su Troia, cominciamo quindi a conoscere alcuni personaggi noti, Ettore, Paride, Ecuba, ma soprattutto Cassandra, con la quale Helios stringe uno stretto rapporto di amicizia e la quale avrà un’intera profezia dedicata alla vita di Helios. Tra varie vicissitudini, il nostro eroe viene preso a lavorare nelle stalle e impara tutto quello che c’è da sapere sui cavalli e sui carri da guerra, gli viene poi insegnato a leggere e scrivere, uno dei pochi in città, rischia di essere offerto in sacrificio agli dei, il tutto finché il Principe Paride non ritorna in patria portando con sé Elena, moglie del Re di Sparta, Menelao, che arriverà presto a riprendersela con al seguito Agamennone e il resto dei re greci con i loro eserciti.
Inizia quindi la seconda parte del libro, Helios verrà catturato da greci, spedito nell’isola di Skiros per qualche anno con Neottolemo, il figlio di Achille e Deira, bambina pestifera e figlia di Teseo che non lo lascia in pace. Da qui poi seguiranno avventure nell’entro terra con Ulisse ed un ritorno a Troia, passando prima per l’accampamento dei greci.L’autore, Richard P. Powell, deceduto nel 1999, lo pubblicò nel 1970 e si capisce che dietro c’è stato un approfondito studio della materia. La scrittura assolutamente scorrevole, la storia si dipana come una sorta di azione/reazione e assomiglia molto ai romanzi di avventura di Wilbur Smith per quanto riguarda la cura dei dettagli. A rendere la storia più credibile, è anche il fatto che ogni parte “mitica” dell’Iliade, trova una spiegazione logica: per esempio, Achille muore colpito da una freccia nel tallone, non perché quello sia il suo punto debole, ma perché la freccia era avvelenata. Laocoonte e i suoi figli non muoiono uccisi da serpenti marini mandati da Nettuno, ma a causa di correnti improvvise che colpiscono la spiaggia di Troia. Anche i personaggi sono spesso umanizzati e resi più accessibili rispetto al mito che gli circonda, uno su tutti, Achille, dipinto spesso come abbastanza ottuso, poco ragionevole e non proprio di bell’aspetto:”Achille piantò la lancia nella sabbia e si sfilò l’elmo. Mi aspettavo di vedere un viso scolpito nella roccia, e invece i suoi lineamenti avevano qualcosa di femmineo: la sua pelle era bianca e rosea, senza traccia di barba, gli occhi azzurri e le labbra rosse e carnose, con un che di stizzoso. Soltanto la possente mascella e i muscoli tautini del collo lasciavano intuire la sua forza.” Uno stratagemma molto intelligente che davvero ci fa pensare che questa storia sia troppo bella per non essere vera.
Il libro non è certo corto, ma scorre via velocemente, soprattutto nella seconda parte, ed è un ottimo metodo per ripassare un po’ di mitologia che ad un certo punto a scuola, abbiamo tutti affrontato. Lo consiglio a tutti gli appassionati di mitologia greca e a tutti gli amanti dei libri di avventura.
Lankenauta | L’isola delle tenebre
Su Lankenauta la recensione a L’isola delle tenebre. Storie siciliane dell’orrore, antologia sulle storie siciliane dell’orrore curata da Luca Raimondi e Giuseppe Maresca. È un’opera che s’inserisce sincronicamente nel mio flusso emotivo attuale, dove suggestioni assai scure, per non dire occulte, s’innestano nei progetti che prendono progressivamente forma di fronte alle mie sensibilità letterarie e non solo.
È un progetto che, come spiegano i curatori, non nasce dal nulla ma attinge a una tradizione letteraria illustre (“Eppure sin dall’antichità la Sicilia ha esercitato su scrittori e poeti un fascino oscuro. Le profondità degli abissi del Mediterraneo che la circonda o le ombre agli angoli dei suoi assolati cortili spesso hanno celato orrori così indicibili da far impazzire anche il razionalista più militante.“), che prende avvio dai mostri evocati nell’Odissea di Omero e giunge fino a noi, al Verga delle Storie del Castello di Trezza e de La festa dei morti, storia gotica ambientata nel quartiere marinaro di Catania, al Pirandello di Male di Luna, breve novella il cui tema è la licantropia, presente tra le Novelle per un anno, al Capuana di Ofelia e al Brancati de L’isola, e che qui viene richiamata con tutti i suoi elementi tipici.
Non mancano infatti nei racconti proposti nebbie che confondono e che nascondono cerimonie particolari (Riflessi sulla nebbia di Roberto Azzara), boschi custodi di segreti millenari, castelli o rocche dalle origini antiche e avvolte nel mistero, ruderi incustoditi e portali cosmici (C’era una casa con un tavolo dentro di Piergiorgio Di Cara), rocce che si animano improvvisamente (Il castello di Ester di Roberto Mistretta), e ovviamente demoni e riti esoterici, l’eterna lotta tra il bene e il male (Fimmini di focu di Giusy Sciacca), nonché esseri che dimorano negli abissi da tempi immemorabili (Nostra Signora degli annegati di Giuseppe Maresca), come pure interni di antichi palazzi signorili palermitani le cui stanze nascondono verità inconfessabili, tradite da tintinnii notturni e passi furtivi (Il caro estinto di Eleonora Lombardo), e botteghe polverose di anziani antiquari in cui gli oggetti più comuni rivelano a volte poteri inaspettati (Il negromante di Giovanni Marchese).
Non meno inquietanti appaiono le storie riconducibili a una narrativa meno legata alla tradizione gotica e nordica in senso stretto e più vicina invece al mondo contemporaneo, fatta di statali pericolose in cui è facile finire il balia di un carnefice (Statale 115 di Stefano Amato), di sottopassaggi oscuri, di edifici e monumenti dall’origine ambigua e malefica (Il guardiano di Luca Raimondi) e che possono ammaliare e rivelarsi fatali (Ipogeo di Luciano Modica), e nella quale spesso prendono vita fenomeni ed eventi irrazionali che sconvolgono la tranquilla vita di provincia (L’escluso di Salvo Zappulla) ma che inducono al tempo stesso a tante riflessioni sulla realtà siciliana odierna (Mala carne di Angelo Orlando Meloni).
È un orrido che, in alcuni casi, trae ispirazione dalla storia e dalle leggende locali, che già in passato furono all’origine di novelle e ballate popolari (valga per tutti la Ballata della baronessa di Carini, giunta a noi grazie alle ricerche di Salomone Marino e Giuseppe Pitrè, in cui si narra di una nobildonna uccisa dal padre per una questione d’onore che torna come spettro a infestare i luoghi in cui ha vissuto, fino a reincarnarsi in una sua discendente), e che testimonia come sia ancora oggi inquieto e controverso il rapporto degli uomini, e dei siciliani, con il mondo religioso e con il soprannaturale.
Io sono Nessuno – Carmilla on line
Su CarmillaOnLine Franco Pezzini mette in evidenza degli aspetti arcaici e ritornati in auge negli anni 60-70 della mitologia antica, come quella che riguarda Odisseo. L’opera di Omero fu rivisitata in quegli anni da uno sceneggiato TV, che ricordo bene perché fu lì che cominciai ad avere il gusto della scrittura, intorno agli 8 anni, quando presi a fare il riassunto dettagliato di ogni puntata del serial che tanto mi stava impressionando. Mi è capitato di rivedere alcuni stralci di quella lontana Odissea, e devo dire che hanno conservato un fascino intatto, meraviglioso, evocativo.
1968: dopo un’abboffata di peplum da grande schermo – i “sandaloni”, come venivano chiamati – che del mondo antico e particolarmente di quello mitico regalavano all’Italia popolare versioni simpaticamente fumettistiche tra bicipiti, rossetti similhollywoodiani & tunichette con le greche, la RAI propone agli spettatori qualcosa di molto diverso.
Il fatto è che nel 1950 si era verificato un evento capitale nella riproposta dei poemi omerici. Dagli uffici Einaudi, Pavese aveva voluto con forza una nuova versione dell’Iliade affidandola a una traduttrice giovane ed entusiasta, Rosa Calzecchi Onesti (1916-2011): scopo, scrostare la lettura del poema da tutta l’ampollosità trombona sedimentata in secoli di traduzioni “solenni” per ritrovare il vero Omero, arcaico e scabro, con le sue formule ritmate da un Mediterraneo remotissimo. Quest’Iliade meravigliosa, che oggi alla lettura accusa un po’ il passare degli anni ma resta godibilissima e comunque un modello di lavoro – ormai le traduzioni sono tante, alcune davvero stupefacenti per un rigore filologico che apre continue domande e può talora rispondervi solo in termini ipotetici – era uscita poco dopo la morte di Pavese, appunto nel 1950; e nel 1963 con la stessa formula viene edita l’Odissea.
Inevitabile che tutto ciò approdi anche agli schermi nel clima di sperimentazioni di quegli anni. Nel 1967 Pasolini propone un Edipo re del tutto eversivo, cui farà seguire nel 1969 il famoso Medea con Maria Callas (sul progetto, come già ricordato in altra sede, è oggi preziosa la ricostruzione offerta da Paolo Lago nel bellissimo Lo spazio e il deserto nel cinema di Pasolini. Edipo re, Teorema, Porcile, Medea, Mimesis, 2020); e nel 1969, con un’operazione diversa ma in qualche modo parallela, Fellini e l’assai meno noto Gian Luigi Polidoro muoveranno a decostruire una certa visione del mondo romano imperiale nelle rispettive e diversissime trasposizioni del Satyricon.
Ma se tutto ciò riguarda il grande schermo, il boom della comunicazione di quegli anni passa attraverso la televisione, e l’Odissea – presentata l’anno dopo l’Edipo re di Pasolini, e l’anno prima del suo Medea e dei due Satyricon – annuncia un nuovo corso nello sguardo ai classici. Articolata come sceneggiato in otto puntate, vede una coproduzione tra Italia, Francia, Iugoslavia e Germania occidentale, la prima della Rai a venir realizzata a colori. Al timone, il regista quasi cinquantenne Franco Rossi con robuste esperienze teatrali e cinematografiche, e una formazione nell’orizzonte del neorealismo (tra l’altro ha diretto un Calypso nel 1958 e Odissea nuda nel 1961), supportato per singole puntate da Piero Schivazappa e Mario Bava; mentre alla sceneggiatura lavora un’intera squadra – Gian Piero Bona, Vittorio Bonicelli, Fabio Carpi, Luciano Codignola, Mario Prosperi, Renzo Rosso – riuscendo a restituire voce a Omero anche attraverso una dimensione corale di sottofondo supportata da un’ottima musica (Carlo Rustichelli, Bruno Nicolai). Per contro Dario Cecchi coi costumi, Luciano Ricceri all’Art Direction e Mario Altieri alla Set Decoration ripudiano in blocco lo stile peplum per seguire invece il regista in una lettura stilizzata, a tratti fiabescamente teatrale (l’episodio di Eolo, per esempio), ma in ogni caso felicemente armonizzata a tutto un orizzonte storico e antropologico. Insediamenti arcaici con focolari fuligginosi, maschere funebri da modellare sul viso, abiti ruvidi di lana e poi imbarcazioni, telai, cordami, vasi o oggetti di vita quotidiana… un mondo insomma ricostruito con attenzione agli scavi archeologici e alla linea ideale Pavese–Calzecchi Onesti, lontano e primitivo quanto è in effetti quello narrato da Omero. Un’impressione ora rafforzata dalla scelta di numerosi attori iugoslavi – tra i quali lo stesso protagonista, l’attore bosniaco trentaduenne Bekim Fehmiu (1936-2010, bello ricordare questo attore/intellettuale morto nel giugno di dieci anni fa) – coi loro tratti ruvidi e antichi, sconosciuti agli spettatori italiani e tanto diversi dai divi occidentali.
Omero non era nel Baltico | ilcantooscuro
Sul blog di Alessio Brugnoli una bella considerazione – previa dimostrazione con dati inoppugnabili alla mano – sull’inconsistente tesi di Felice Vinci, il quale sostiene che i racconti fatti da Omero e quindi l’inerente Classicità greca fossero invece nati nei Paesi che si affacciano sul Baltico. Una chiosa insuperabile di Alessio dovrebbe far riflettere quanti s’imbarcano nel razzismo e nelle le sue bislacche teorie, basate su una sedicente superiorità razziale riconducibile all’etnia ariana.
Per cui, perché (quelle teorie di Vinci), pur essendo basate sul nulla, hanno avuto così tanto successo? La cultura storica, anche di persone colte, è incentrata dall’Età del Ferro in poi; la poca conoscenza e interesse per quello che accade prima rende facile la manipolazione delle informazioni.
Specie se la pseudoscienza è basata su un pregiudizio culturale – quello del cosiddetto “modello ariano”, che risale il Romanticismo ed esistente anche per motivi inconsciamente razzisti e per giustificare la prevalenza sociale ed economica della Germania – può avvenire l’espulsione della civiltà greca dal contesto levantino, mediterraneo e aperto alle culture anatoliche, medio-orientali, fenicio-semite ed egizie (il cui debito era invece riconosciuto dai Greci stessi e dagli studiosi precedenti dai romani al ‘700, ex oriente lux) per introdurla in un mitologico mondo nordico (all’epoca assolutamente cavernicolo, tutt’altro che evoluto).


