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Confidenze al cobalto dagli Iconoclast | PostHuman


Mario Gazzola è indubbiamente un connettivista. Lo non lo ostenta troppa, ma è evidente quanto lo sia in articoli come questo in cui traccia le coordinate musicali degli Iconoclast salvo poi metterle in correlazione con la sua attività di curatore di un’opera letteraria antologica in cui ha costruito un altro universo musicale, dove però i tasselli s’incastrano perfettamente col nostro cronotopo condiviso e usuale; il punto di contatto nell’articolo:

Sono invece personaggi di finzione il produttore musicale Brain One (presente in Rave di morteeS.O.S. – Soniche Oblique Strategie di Mario G.), il regista Alvaro Cortez e il suo maestro Zorny Galàs, protagonista del “ciclo dell’arte come dannazione”, sempre di Mario G, che comprende:
Buio in scena (romanzo, 2022), dove compare per la prima volta il regista teatrale in carcere Alvaro Cortez.
Buio in scena – il teatro della dannazione (2022, drammaturgia illustrata da Roberta Guardascione)
La bambola di scena (racconto, nell’antologia Un’inquietante sensazione indefinibile, Oakmond, 2022), dove compare l’attuale fidanzata di Cortez RozzMary qui citata.

Delos Digital – 💥 Collana politica che mescola saggistica e… | Facebook


Sulla pagina FB della casa editrice Delos una breve intervista al sottoscritto per segnalare la collana anarcopunk che amo curare per i tipi DelosDigital: non-aligned objects!

💥 Collana politica che mescola saggistica e fiction, “non-aligned objects” mette in campo una ricerca e una critica dotate della tipica inquietudine della fantascienza, insieme a una consistente dose di coraggio. Il coraggio del dire le cose, ma soprattutto del vederle!

🎙 Conosciamo meglio il progetto NOA dalle parole del curatore, il fantascientista, artista nonché connettivista Sandro Battisti!

🎙 Perché hai deciso di curare la collana “non-aligned objects”?
💥 Per un bisogno estremo di percorrere vie politiche non convenzionali, di andare contro le tematiche usuali che concorrono alle dinamiche che nulla hanno di artistico e che non permettono una corretta forma d’interrogazione interiore su ciò che accade intorno a noi. Un bisogno di non allinearsi, appunto, al Mercato e di sfuggirgli, di rendersi emancipati.

🎙 Definisci la collana in tre aggettivi.
💥 Anarcopunk. Avulsa (dal Mercato). Politica.

🎙 Chi sono, secondo te, il lettore e la lettrice ideali?
💥 Tutti coloro che si riconoscono nell’abstract che descrivevo qui sopra; ma anche gli autori che si riconoscono in qualsiasi rivolo generato da quel flusso. Sono più di quanto sembri, e costituiscono un ammontare maggiore del Mercato stesso.

🎙 Prossime uscite?
💥 C’è un lavorio in crescita, rimanete in ascolto 😉

Nel frattempo… ecco i titoli usciti finora: controversi, esplosivi, polemici, fantasmagorici… 💥 QUI: https://www.delosstore.it/…/176/non-aligned-objects/

Gonna Have to Fight: epica dell’hardcore di Washington e ciò che ne resta – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un lungo articolo che traccia un po’ la storia e le coordinate del punk hardcore; un estratto:

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, a Washington nasce un movimento agitato ed eterogeneo denominato harDCcore, che unisce il nome del genere derivato dal punk alla sigla D.C. Suoni, arti visive, etica DIY e battaglie politiche si intrecciano per rivendicare istanze sociali come solidarietà, diritto alla casa e molto altro, in netto contrasto con le politiche del nuovo presidente, che verrà presto accolto in città. Oggi, questo universo è musealizzato nel DC Punk Archive.

Nella Storia del Rock c’è scritto che «l’hardcore riflette più che mai le condizioni politiche, economiche e sociali di una nazione. Per tutti gli anni Ottanta ha infatti rappresentato ciò che negli anni Sessanta furono i folksingers» ovvero «la voce indipendente dall’America. Dalla parte dei poveri e degli emarginati.» La fierezza della rivolta, l’importanza della solidarietà e la maestosità dell’indipendenza. L’hardcore: al di là dei meriti o dei demeriti artistici, un genere istintivo e cerebrale che avrebbe saputo conquistarsi la fama di oppositore massimo dell’establishment e mica è un caso che tra tutti i focolai di hardcore negli USA il più celebre sia stato quello di Washington, forse proprio per la prossimità a quei centri di potere dai quali mi allontano puntando il palazzone di vetro e di ferro con l’acronimo DCPL: District of Columbia Public Library. Ad accogliermi l’ennesimo controllo di sicurezza, anche se con più candore e senso del ritmo. (Porgendo il documento annuisco alla guardia che assicura la pistola nella fondina e «hallo» dico mentre, cominciando a salire le scale, bramo e temo ciò che mi attenderà. Musealizzato e canonizzato, l’hardcore di DC che tutti ha plasmato e a cui tutti un giorno faremo ritorno.)

Public Image Ltd – Peel Session 1979


Il punk, alla fine del ’79, era già un’altra cosa; i PIL ne sono testimonianza, con le loro contaminazioni sonore di svariati generi comprese le incipienti rasoiate oscure del dark che sta lì lì per sbocciare… Da una sessione da John Peel.

Alien Sex Fiend – Ignore The Machine


Le veraci oscurità postpunk…

Carmilla on line | Viaggio al termine della città per rilanciare il “principio speranza” di un’utopia concreta


Su CarmillaOnLine la recensione di Gioacchino Toni a Viaggio al termine della città. Le metropoli e le arti nell’autunno postmoderno, di Leonardo Lippolis; stralci significativi e ideologici – ma poteva essere diversamente? – della valutazione:

L’associazione tra il concetto di postmoderno e la sensazione di una civiltà urbana al collasso rappresenta una sintesi efficace di quel “viaggio al termine della città” condotto da Lippolis per indagare la crisi della metropoli e dell’immaginario di un’epoca in via di dissoluzione. Lo studioso delimita simbolicamente il crepuscolo di quella civiltà tra due crolli: la distruzione nel 1972, per volontà degli abitanti, del complesso residenziale razionalista di Pruitt-Igoe a Saint-Louis realizzato da Minoru Yamasaki, e l’abbattimento terroristico delle Twin Towers newyorkesi progettate dal medesimo architetto. È in questo lasso di tempo che, secondo lo studioso, è maturata «la sensibilità di un nuovo tramonto dell’Occidente, ben leggibile proprio attraverso la percezione della vita delle grandi metropoli occidentali» (p. 28).

Lippolis propone dunque una lettura della fine della civiltà urbana e delle sue utopie ricorrendo alle categorie della distopia e dell’eterotopia. Ad arginare il diffondersi, sul finire degli anni Settanta del secolo scorso, della improduttiva sensazione di no future, ha provveduto il mito Smart City con cui il capitalismo ha saputo abilmente rispolverare la categoria dell’utopia che si realizza, seppure per una esigua minoranza privilegiata imponendo ai più le banlieue, quando non le bidonville e gli slum.
Come la quarta rivoluzione industriale rivendica la propria filiazione dalle origini della civiltà delle macchine, cosi Smart City ripropone la stessa idea di vita e di felicità della città novecentesca, una macchina che deve aggiornare le risposte ai bisogni utilitaristici dell’uomo moderno: dalla città-fabbrica alla città-fabbrica digitale. In quanto prodotto dell’urbanizzazione capitalistica del mondo, la Smart City è programmata per continuare a distruggere i residui valori storici della vita urbana come luogo di convivenza, mutualismo, reciprocità e, a volte, democrazia diretta. Ciò che resta dell’agorà pubblica e della vita activa del cittadino inteso come animale politico si smaterializzerà sempre più nella solitudine interconnessa delle piazze virtuali e del distanziamento sociale, nella distrazione annoiata dei nuovi consumi gestiti dal capitalismo della sorveglianza (pp. 11-12).

Così come James G. Ballard ha mirabilmente messo in scena l’alienazione dello spazio urbano dell’ultimo scampolo di Novecento, Philip K. Dick ha saputo prefigurare le degenerazioni del capitalismo più avanzato che hanno condotto all’inospitalità e all’inabitabilità della Terra, alla disumanizzazione di una società ove la merce esercita un potere totalitario, narcotico e religioso, ai processi di ibridazione tra umani e macchine ed al ricorso all’intelligenza artificiale per controllare e sfruttare quel che resta del Pianeta e dell’umanità.

“Le ambientazioni dei romanzi di Dick sono spesso città lugubri – mondi urbani terrestri intrisi di solitudine o tetre periferie di colonie extraterrestri – luoghi in cui l’umanità, sottomessa a stati di polizia e regimi totalitari retti da grandi multinazionali, vive sonnambula e anestetizzata. In molti di questi ambienti urbani tutto e automatizzato e smart: veicoli volanti autopilotati che interagiscono con i passeggeri, case governate da sistemi di sensori e comandi vocali, elettrodomestici e computer comandati a gesti. Vere e proprie anticipazioni di Smart City che non riguardano solo l’hardware ma anche il suo software: la polizia predittiva, al centro del racconto Rapporto di minoranza da cui è tratto il film di Spielberg, è diventata realtà nei dipartimenti di polizia di mezzo mondo che, in attesa dei precog, per prevenire i reati si affidano all’intelligenza artificiale e ai big data.
Dick associa dunque la catastrofe ambientale, sociale e mentale dell’umanità tardocapitalista a un futuro urbano ipertecnologico, con un’insistenza che suggerisce un significativo nesso di causalità. Questa compensazione di una vita ridotta a sopravvivenza tramite illusioni sensoriali e protesi tecnologiche illumina Smart City come surrogato digitale della città novecentesca (pp. 14-15)”.

Scusi lei che punk è? | Fantascienza.com


Su Delos255 un interessante speciale che cataloga un po’ tutti i sottogeneri “punk” che potete trovare nella fantascienza e nel fantastico in generale: sono tanti, più di venti, tutti interessanti:

Se siete tra quelli che si lasciano affascinare dagli elenchi e dalle classificazioni, insomma se siete affetti dalla Sindrome di Linneo, beh, date un’occhiata a questo. Sapevate voi che il Cyberpunk (dove Punk indicava la ribellione verso lo strapotere economico e sociale di multinazionali fondate sulle nuove tecnologie cibernetiche) ha tanti “sottogeneri”? Qui c’è un elenco in rigoroso ordine alfabetico…

Carmilla on line | Kick out the jams, moterfuckers! Wayne Kramer (1948 – 2024)


Su CarmillaOnLine la rutilante storia degli MC5, band protopunk americana dei fine ’60 che col suo stile di vita delirante ha tracciato uno dei tanti viatici caotici alla creatività. A cura di Sandro Moiso; un estratto:

Non ci pagarono, ma ci diedero i biglietti per il viaggio, così cercammo di farci ingaggiare per qualche altro concerto in Inghilterra. Partimmo per Londra dove rimanemmo per circa un anno. Era l’ultimo viaggio all’estero degli MC5, sapevamo che non saremmo rimasti insieme ancora per molto. Ci fu poi quella tournée, la migliore che avessimo mai avuto, Avrebbe dovuto durare sei settimane, dieci giorni in Scandinavia poi l’Inghilterra, la Francia, con apparizioni alla televisione e alla radio, per finire con due settimane in Italia. Avremmo potuto separarci con stile alla fine della stessa, avendo qualche migliaio di dollari in tasca per incominciare qualcosa di nuovo, ma quando stavamo per partire arrivò la moglie del cantante: disse che non avrebbe lasciato venire suo marito. Risposi che ero pienamente d’accordo con lei sul fatto che suo marito non avrebbe dovuto cantare in un complesso, per il semplice fatto che non ne era all’altezza. A spassarsela fra un concerto e l’altro era bravissimo, ma solo a far quello. Pensavo però che avendo firmato un contratto avrebbe dovuto rispettarlo, se non altro perché se non fosse venuto avrebbe messo in difficoltà tutti noi. Finimmo però per partire senza di lui.
Io e Fred facemmo a turno i cantanti, senza sapere neanche la metà delle parole delle canzoni o cantandole nella tonalità sbagliata. Fu un’esperienza orribile, la peggiore della mia vita: si arrivava in un posto, c’era il finanziatore con la moglie, si mangiava qualcosa, si beveva, dicevamo le solite cose. «Come siamo contenti di essere qui» eccetera eccetera. Poi salivamo sul palco, facevamo uno spettacolo pietoso e quando tornavamo nei camerini se ne erano andati tutti, non riuscivamo a trovare nessuno per farci pagare. Gli italiani, visto come andavano le cose, cancellarono i nostri spettacoli: «Paghiamo per cinque e ne vengono soltanto quattro. Potete scordarvelo». Questo capitava mentre Sinclair era in prigione.4.

Approfondimenti – Quel punk di Roger Waters – Gli 80 anni di un rocker scomodo :: Gli Speciali di OndaRock


Su OndaRock, Fabio Zuffanti festeggia gli ottant’anni di Roger Waters, che cadono proprio oggi. Eccovi uno stralcio dell’articolo:

Roger Waters, oggi fresco ottantenne, è sempre stato un punk. Uno vero, anche senza bisogno di creste e spille. Faccia tosta, anarchico, ghigno beffardo, sboccato, esagerato: Roger non scende mai a compromessi e manda affanculo tutto e tutti perpetuando con infuocato vigore le sue battaglie. Mi fa morire quando lo sento parlare, col suo accento di Cambridge e i sui continui fuck, il suo atteggiamento, la sua risata, la sua forza, il suo scagliarsi contro potenti e benpensanti sbattendosene di tutto e tutti, sempre fiero e convinto. Lo sento a pelle che tutto il suo essere è punk.
Del resto, ci vuole sicurezza nonché ambizione per diventare in breve testa di ponte di un gruppo chiamato Pink Floyd. Partita con grandi aspettative e un ottimo successo di classifica, in capo a un anno la band rischiava di sfaldarsi a causa del compositore/cantante/chitarrista troppo sensibile per lo spietato mondo del music business, stato d’animo che lo spingeva a esagerare con gli acidi fino a perdere ogni cognizione di realtà.
Questo è l’altro Roger del gruppo, che di cognome faceva Barrett e che da tutti era chiamato Syd. Il ragazzo carismatico e geniale che in capo a pochi mesi aveva preso le distanze dal mondo senza che ci fosse modo di farlo continuare a suonare e cantare in maniera decente. In quel frangente Waters si era preso le palle in mano e aveva capito che doveva fare l’impossibile per tenere le redini di un progetto che sentiva destinato a enormi traguardi, non potendo fare affidamento sui caratteri meno reattivi dei compagni Nick Mason e Richard Wright, rispettivamente batterista e tastierista. Roger invece suona il basso, è autodidatta ed è contento di esserlo, suona esattamente con lo stesso spirito di coloro che nel 1976 irromperanno sulle scene: supplisce con le idee lì dove non arriva con la tecnica e se ne frega di essere un virtuoso, lui quel basso lo fa urlare con la sola forza delle sue grandi mani.

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Pink Floyd – Animals – Recensioni – SENTIREASCOLTARE


Su SentireAscoltare c’è una recensione molto approfondita di Animals – uno dei capolavori dei Floyd, ancor di più nella recente versione remix – che indaga molti aspetti di quel disco che normalmente non vengono considerati; un estratto:

Dopo The Dark Side Of The Moon, il disco della grande abbuffata critica all’unanimità dalla loro parte ed economica fino a un punto imprevedibile, e dopo Wish You Were Here, l’album del rammarico e dei sensi di colpa ancor più celebrato, i Pink Floyd si ritrovano in una sorta di condizione di stallo. La pancia è piena, in tutti i sensi, e la creatività dopo due (capo)lavori come quelli del 1973 e del 1975 in fase di ricarica. Decisi a ritirarsi dalla vita pubblica, causa problemi personali e una crisi di rigetto per il mondo discografico – all’uscita di Wish You Were Here non organizzarono conferenza stampa, interviste o concerti – i Nostri cambiano idea al momento di inaugurare la Britannia Row Productions Ltd, che aveva sede al 35 di Britannia Row, a Islington, nella periferia nord di Londra, dove i Floyd approntano tra le tante cose il loro personale studio di registrazione comunque aperto a tutti – per esempio al fiatista Michael Mantler (insieme a Edward Gorey), amico di Mason, che nel 1976 incide ed esegue il missaggio, in parte, di The Hapless Child (And Other Inscrutable Stories), o addirittura ai Damned, prodotti nel 1977 proprio dal batterista (ma i punk, non odiavano i Floyd?).

Nick Mason assicura che diventare padroni dei propri ritmi di registrazione cambiò in positivo il clima all’interno della band: in realtà David Gilmour era in fase depressiva a causa di un furto che l’aveva privato di molti strumenti ai quali teneva, mentre Richard Wright era roso addirittura dall’idea di abbandonare la band. «È stato il primo disco per cui non ho scritto nulla, ed è stato il primo album in cui il gruppo stava perdendo la sua unità. Fu allora che iniziò il periodo in cui Roger voleva fare tutto», dichiarava il tastierista a Guitar World nel 2002. Attento alle istanze pubbliche, e sempre più coinvolto nelle scivolose vicende politiche del paese che lui voleva portare all’interno degli argomenti dibattuti dai Floyd, il bassista traeva linfa dal complesso e sofferto momento che appesantiva il clima sociale del Regno Unito, quello stesso sfondo plumbeo che musicalmente aveva recentemente dato la stura al fenomeno iconoclasta del punk. Waters è l’album’s domine: firma quattro brani in solitaria e il quinto, Dogs, insieme a Gilmour. Pigs On The Wing 1 e Pigs On The Wings 2 furono inoltre causa di ulteriore malumore perché sbilanciavano i guadagni a favore di Waters, dato che le royalty venivano distribuite in base al numero dei crediti di composizione e non alla durata dei brani. Gilmour si sentiva preso in giro, dato che i 17 minuti di durata di Dogs valevano meno dei 3’ complessivi di Pigs On The Wing 1 e 2.

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