Archivio per Roger Waters
23 gennaio 2026 alle 15:20 · Archiviato in Cognizioni, Creatività, Filosofia, Interviste, Notizie, Oscurità, Sociale, Storia and tagged: Attività politica, David Gilmour, Distopia, Donald Trump, Elon Musk, Giorgia Meloni, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Pink Floyd, Roger Waters, Syd Barrett, Vladimir Putin, Wish you were here
Su FlamingCow un’interessante (e quando mai non lo è) intervista a Roger Waters, dove attacca sì il suo vecchio compagno floydiano Gilmour, ma perché con la sua indolenza è parte di tutto il sistema di controllo economico mondiale, lo accusa di non capire il senso delle canzoni che lui ha scritto decenni fa; un estratto:
C’è una frase, nell’intervista che Roger Waters ha rilasciato ieri al Fatto Quotidiano, che ti colpisce come un pugno nello stomaco. Anzi no, più come una di quelle verità scomode che preferiresti non sentire durante una cena tra amici, perché sai già che rovinerà l’atmosfera. Eccola: quando sente David Gilmour cantare Wish You Were Here, Roger si irrita. Non perché Dave la canti male – sarebbe ridicolo anche solo pensarlo. Si irrita perché, sostiene Waters, Gilmour non ha mai capito di cosa parlassero davvero le sue canzoni.
Cinquant’anni. Sono passati cinquant’anni da quando quel brano è uscito, e Waters sta ancora lì a rivendicare la paternità intellettuale di quelle parole, a difendere il vero significato contro chi, secondo lui, l’ha trasformato in qualcosa d’altro. È straziante, se ci pensi. Ma è anche tremendamente coerente con tutto quello che Roger Waters è sempre stato.
Perché l’intervista al Fatto non è la solita chiacchierata nostalgica con un vecchio rockstar. Waters non è lì per vendere un vinile rimasterizzato o raccontare aneddoti divertenti sugli Abbey Road Studios. No, Roger è lì per fare quello che fa da una vita: disturbare. Provocare. Costringerti a guardare cose che preferiresti ignorare. E stavolta lo fa con una lucidità che fa quasi paura, applicando le sue vecchie liriche al disastro geopolitico del 2026 come se fossero state scritte ieri mattina.
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5 gennaio 2026 alle 21:08 · Archiviato in Acido, Catarsi, Creatività, Empatia, InnerSpace, Notizie, Oscurità, Surrealtà and tagged: David Gilmour, Pazzia, Pink Floyd, Roger Waters, Syd Barrett, Video
Su Flaming Cow un’approfondita recensione – e storia – del disco The Madcap Laughs, lavoro solista di Syd Barrett seguito dai suoi due amici dei tempi di Cambridge: Waters & Gilmour; l’estratto iniziale.
All’indomani della traumatica separazione dai Pink Floyd, Syd Barrett si ritrovò immerso in un limbo artistico e personale sospeso tra l’inerzia e la necessità creativa. È in questo fragile interstizio che prende forma The Madcap Laughs, il suo esordio solista. L’opera non si configura come una semplice raccolta di canzoni, bensì come un documento sonoro crudo e quasi voyeuristico, capace di offrire uno sguardo intimo in una mente tanto brillante quanto tormentata. Più che un album, il disco rappresenta un artefatto della controcultura: la sua estetica dichiaratamente anti-produzione e le sue fratture interne segnarono un allontanamento radicale dal suono levigato della psichedelia di fine anni ’60. In questo senso, il lavoro rispecchia la frammentazione e la ricerca di autenticità di una generazione che cercava verità al di là del lustro commerciale, divenendo il metro di paragone fondamentale su cui si è edificato il duraturo “mito” barrettiano. Comprendere appieno la portata di quest’opera richiede uno sforzo di decifrazione che vada oltre l’ascolto, analizzando come il contesto storico e i crolli personali abbiano forgiato un fascino destinato a rimanere immortale.
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1 dicembre 2025 alle 17:29 · Archiviato in Sociale, Tersicore and tagged: Attività politica, Fascismo, Infection, Israele, Palestina, Roger Waters, Video
Un nuovo brano di Roger Waters, che usa molto materiale iconografico relativo alle recenti marce in Italia a favore della Palestina contro il massacro criminale, religioso, infame, schifoso, operato da Israele con metodi coloniali, e molto peggio ancora…
30 novembre 2025 alle 21:36 · Archiviato in Creatività, Deliri, InnerSpace, Notizie, Oscurità and tagged: Pink Floyd, Roger Waters, The wall
Quarantasei anni fa – proprio oggi – usciva TheWall, l’ultimo concept_capolavoro dei Floyd, saldamente capitanati da Roger Waters – e si sente. FlamingCow ne fa una disamina particolareggiata, qui un estratto:
Pubblicato il 30 novembre 1979, The Wall non è un semplice album. È un’opera rock monumentale, un’epica immersione psicologica che rappresenta il culmine della visione concettuale di Roger Waters e, al tempo stesso, il canto del cigno della formazione classica della band. Nato da un’angoscia profondamente personale, l’album si è trasformato in un fenomeno culturale universale, un’esplorazione spietata dei traumi che costruiscono i muri tra gli individui e il mondo.
La nascita di The Wall affonda le radici nel clima di alienazione e gigantismo che caratterizzava il rock da stadio alla fine degli anni ’70. Il successo stratosferico raggiunto con The Dark Side Of The Moon, Wish You Were Here e Animals aveva trasformato i Pink Floyd in un’autentica macchina da stadi, proiettandoli in un vortice di eccessi e tour estenuanti che sfociarono in una vera crisi esistenziale. Paradossalmente, fu proprio questo trionfo a gettare i semi per il loro concept album più isolazionista e claustrofobico.
Il tour promozionale di Animals del 1977, battezzato “In the Flesh”, fu un’esperienza che esasperò il senso di alienazione di Roger Waters. Gli immensi stadi all’aperto crearono una distanza fisica e culturale tra la band e un pubblico percepito come sempre più irrispettoso e disattento, dedito a urla e fuochi d’artificio che soffocavano i momenti più pacati della musica. Il punto di rottura arrivò il 6 luglio 1977, durante l’ultima, disastrosa data allo Stadio Olimpico di Montreal. Esasperato da un fan chiassoso in prima fila, Waters perse il controllo e gli sputò addosso. Questo gesto, per quanto inglorioso, agì da catalizzatore. Scioccato dalla sua stessa reazione, Waters iniziò a concepire l’idea di erigere un muro fisico tra la band e il pubblico durante i concerti, un’idea che divenne la metafora centrale della sua opera successiva. Ma l’alienazione di Waters non era l’unica crepa. Quella stessa sera, David Gilmour, disgustato dalla pessima qualità del suono e della performance, si rifiutò di tornare sul palco per i bis, lasciando la band a improvvisare una jam blues. Il crollo era collettivo, l’intera impalcatura stava cedendo.
Nel 1978, mentre Gilmour, Wright e Mason si dedicavano a progetti solisti, Waters si immerse in una fase di scrittura febbrile. Quando la band si riunì nel luglio dello stesso anno, presentò loro due distinti progetti demo: uno intitolato Bricks in the Wall, incentrato sull’alienazione sperimentata in tour, e un altro concept più intimo che sarebbe poi diventato il suo album solista The Pros and Cons of Hitch-hiking. La scelta cadde sul primo, ma non fu unanime né entusiastica. Gilmour trovò la musica inizialmente debole e deprimente, mentre Wright era diffidente all’idea di lavorare ancora su un’ossessione di Waters. A spingere la band verso The Wall furono due fattori cruciali: la crisi creativa degli altri membri, che non avevano materiale nuovo da proporre, e una disastrosa situazione finanziaria che rendeva la pubblicazione di un nuovo album di successo una necessità vitale per la sopravvivenza.
18 ottobre 2025 alle 21:29 · Archiviato in Cognizioni, Creatività, Deliri, Oscurità, Recensioni, Sociale, Tersicore and tagged: Animals, Liberismo, Luce oscura, Pink Floyd, Roger Waters
Su OndaMusicale considerazioni su Animals, l’album dei Floyd (o di Waters?) che scardinano lo scenario attuale, lo rendono evidente e lucente (in realtà, molto molto oscuro); un estratto:
“You gotta be crazy, gotta have a real need” – così inizia Dogs, e già lì Waters ti sbatte in faccia la realtà: devi essere fuori di testa per giocare questo gioco. Devi VOLERE il potere con una fame che ti divora. Nel ’77 questi cani erano i manager senza scrupoli, quelli che firmavano contratti assassini, che licenziavano famiglie intere per incrementare i profitti del 2%. Erano odiati, temuti, ma almeno riconoscibili.
Sono gli “hustler”, i “self-made men”, quelli del “grindset mentality”. Hanno trasformato la sociopatia in aspirazione. “Rise and grind”, urlano alle 5 del mattino, mentre ti spiegano che dormire è per i deboli e che la depressione è solo “mancanza di disciplina”. Roger Waters cantava di essere trascinati dalla pietra, del peso che ti porta giù mentre pensi di stare salendo. Perfetto. Ora quel peso l’abbiamo “gamificato”. Lo chiamiamo “KPI”, “obiettivi trimestrali”, “crescita personale”. Ci mettiamo noi stessi la pietra al collo e pure ci facciamo le foto per LinkedIn.
Dove nessuno viene al funerale? Doveva essere un AVVERTIMENTO. Invece l’abbiamo letta come una sfida. “A me non succederà”, pensiamo prima di pugnalare il collega che ci aveva invitato a cena la settimana passata. La parte strumentale, quella centrale di Dogs – quei diciassette minuti di agonia sonora – doveva farci sentire il vuoto esistenziale di questa vita. Doveva nausearci. Invece l’abbiamo messa come sottofondo mentre rispondiamo alle mail alle undici di sera.
Oggi i maiali si autogenerano. Chiunque con un account social e un minimo di seguito può diventare un mini-dittatore del proprio orticello digitale. Abbiamo democratizzato la tirannia. I maiali politici del ’77 mentivano, certo, ma dovevano farlo con una certa finezza. Dovevano costruire narrazioni credibili, elaborare strategie, avere almeno la parvenza di una competenza. I maiali del 2025 mentono in diretta, vengono smentiti dai fact-checker in tempo reale, e il giorno dopo hanno PIÙ consensi di prima.
Perché abbiamo superato l’era della verità. Siamo nell’età della “mia verità”, del “a me risulta che”, del “fai le tue ricerche” (vale a dire che guardiamo tre video su YouTube da un mister nessuno e ci sentiamo pronti per sentenziare). Roger Waters immaginava maiali che sguazzavano nel fango. Noi gli abbiamo dato piscine di champagne, yacht, e la possibilità di decidere se milioni di persone abbiano o meno il diritto a un’assistenza sanitaria decente o debbano crepare in silenzio per non disturbare il PIL.
E quella sezione dove descrive il maiale sulla poltrona, ben pasciuto, che conta i soldi? Ora quella scena va in streaming 24/7, e noi la guardiamo mentre ci diciamo che “un giorno anche io”. Spoiler: no, non sarai tu. Mai.
28 settembre 2025 alle 13:05 · Archiviato in Creatività, Interviste, Notizie, Sociale and tagged: Colonialismo, Elon Musk, Imperialismo, Jeff Bezos, Liberismo, Mark Zuckerberg, Nick Cave, Palestina, Roger Waters
Su FlamingCow – webzine dedicata ai Floyd – la notizia di Roger Waters che riscrive in parte, e metà in arabo, il testo di ConfortablyNumb. La news è scaturita da una recente intervista al quotidiano Il Manifesto:
L’intervista parte dall’attualità, dalla Global Sumud Flotilla diretta verso Gaza. Waters osserva con realismo che «gli israeliani le intercetteranno tutte», richiamando alla memoria il drammatico attacco del 2010 alla Mavi Marmara. Ma, allo stesso tempo, non esita a dichiarare: «Applaudo alla flotilla con tutto il cuore». Per lui il valore di queste azioni non risiede tanto nella riuscita pratica, quanto nel potere simbolico e mediatico, capace di scuotere la coscienza della “gente comune” e dare spazio a una «voce della ragione».
Da qui il discorso si allarga fino alle radici storiche del conflitto, che Waters individua nel colonialismo e nel capitalismo predatorio: «Lo hanno inventato gli europei, quando hanno scoperto come attraversare il mondo… alla ricerca di pezzi di terra da rubare e di indigeni da uccidere». Una pratica, secondo lui, mai superata e ancora alla base delle disuguaglianze globali. Waters definisce la guerra un «racket» che genera «enormi fortune» per pochi a discapito di molti, alimentando un sistema dove «rubare soldi ai poveri e darli ai ricchi» è la norma. Nomi come Palantir, Lockheed, Chevron ed Exxon diventano, nelle sue parole, simboli dell’«economia del genocidio», mentre le figure di Bezos, Musk e Zuckerberg incarnano il volto moderno di un capitalismo che produce «schiavitù salariale» e «guerra perpetua».
Esporsi in modo così radicale ha però un prezzo personale altissimo. Waters lo riconosce apertamente: sostiene Palestine Action, i cui militanti «sono stati considerati un’organizzazione terroristica per aver imbrattato di vernice rossa gli uffici della Elbit Systems», consapevole che una dichiarazione del genere potrebbe costargli «14 anni di carcere». Ricorda poi la cancellazione del suo spettacolo The Wall alla Sphere di Las Vegas, attribuendola senza esitazioni alla «lobby israeliana». Non mancano infine gli scontri con i colleghi, come quello con Nick Cave, che lo definì «vergognoso e codardo» per le sue posizioni, o quello con Dionne Warwick, cui chiese: «È ciò che migliaia di palestinesi stanno vivendo e tu vuoi andare a cantare per le persone che stanno facendo tutto questo?».
10 agosto 2025 alle 12:23 · Archiviato in Acido, Cognizioni, Creatività, Deliri, Empatia, InnerSpace, Notizie, Oscurità, Recensioni and tagged: Adolf Hitler, Alan Parker, Bob Geldof, Luce oscura, Marco Moretti, Pink Floyd, Roger Waters, Solipsismo, Syd Barrett, The wall
Sul blog di Marco Moretti un post dettagliato che affronta il tema del film The Wall, trasposizione visiva del genio di Alan Parker del concept floydiano (watersiano mi verrebbe da precisare) in cui la band ha impresso una svolta molto più che epocale alla sua produzione, al genere rock, alla cultura in generale dell’alternative; degli estratti:
Roger Waters ha avuto un’intuizione degna di nota: visto che i comizi incendiari sono stati banditi dalla politica e dalla vita pubblica, una personalità inquietante come Adolf Hitler potrebbe avere successo e trascinare le masse soltanto presentandosi come una rockstar. Tecnicamente parlando, il discorso è ineccepibile. Archimede disse: “Datemi una leva e vi solleverò il mondo.” Facciamo un passo oltre: non è nemmeno necessario che questa rockstar esista veramente. Sarebbe tuttavia un grave errore pensare che si tratti di un problema meramente politico. Le radici sono profonde come l’Abisso!
Quando nasce anche soltanto un individuo in cui si accende, per qualsiasi motivo, il desiderio di distruzione della propria specie, è come se si creasse una grave discontinuità ontologica. Nel mondo è stata immessa una scintilla mortifera che non scomparirà con la morte di quell’individuo. Troverà la sua via, in qualche modo: trasmigrerà in altri individui, si presenterà in altre forme e in altri contesti, fino a che non sarà riuscita a portare l’Estinzione.
Bob Geldof era terrorizzato dal sangue e ha trovato la scena della lametta estremamente difficile da girare. Era previsto che avrebbe dovuto radersi soltanto le sopracciglia. Sentendosi preso dal ruolo, si è galvanizzato e ha improvvisato la scena, passandosi il rasoio anche sul torace; si è però rifiutato di decalvarsi. Come gran parte dell’album The Wall, questa sequenza è stata ispirata dal fondatore dei Pink Floyd, Syd Barrett (1946 – 2006), che fu colpito da una malattia mentale e lasciò la band alla fine degli anni ’60. A quanto è riportato, Barrett una volta si allontanò da una cena affollata, andò a casa, si rasò malamente la testa e tornò sanguinante alla tavolata, comportandosi come se fosse la cosa più normale del mondo. Alcune delle persone vicine a lui durante il suo straziante declino, sono uscite dal cinema quando hanno visto la scena interpretata da Bob Geldof, trovandola estremamente inquietante.