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Prima che Roma nascesse. Storia della preistoria della Città Eterna – Storia in Rete
Su StoriaInRete una segnalazione assai interessante riguardo Roma prima di Roma, saggio storico di Gianluca De Sanctis mirabilmente stilizzato dall’articolo; un estratto:
Come avverte l’autore nella premessa, per i Romani esiste un rapporto organico tra i racconti della fondazione (e anche i relativi miti) e i luoghi in cui essa è avvenuta. «I luoghi diventano dei “ponti” tra il tempo del mito, nel quale l’evento è accaduto, e quello della storia nel quale si chiede all’evento di restare». L’evento mitico acquista così una presenza nella storia nel suo continuo e concreto svolgersi, diventa la continuità tra passato e futuro, «ma anche il nesso profondo tra memoria e “identità”».
L’identità, applicata al nostro tema, va spiegata, perché i Romani non avevano questa parola e, osserva De Sanctis, se avessero dovuto esprimerla forse avrebbero utilizzato il termine Roma, nel quale si riassumevano sia la città fisica che i suoi valori morali, politici e culturali, quei valori che avevano imposto a gran parte del mondo conosciuto l’Imperium, sintesi di potere, comando e territorio controllato e amministrato. Un potere che non significava esclusione delle popolazioni vinte, che anzi potevano essere assimilate se accettavano di entrare nell’universo della romanità, insomma se accettavano di farsi romani, con tutto ciò che ne conseguiva sul piano dell’integrazione culturale, politica e dell’osservanza delle leggi. A differenza dei Greci, per i quali l’identità era un fattore etnico, da rivendicare e difendere, per i Romani l’identità era aderenza a valori e modelli, apertura al diverso, che andava escluso quando poteva rappresentare una minaccia proprio a questa apertura. È evidente che lo studio della nascita di una città, e quindi di una civiltà, che per oltre mille anni ha monopolizzato il mondo ha da sempre affascinato gli studiosi che, fino a qualche tempo fa si sono divisi tra due diversi modelli interpretativi: quello della Stadtgrundung (nascita, creazione, fondazione) e quello della Stadtwerdung (urbanizzazione, sviluppo).
La prima guerra (751-752 a.C.). I primi trionfi di Roma – TRIBUNUS
Su Tribunus, visto che oggi è il compleanno di Roma, un bell’articolo storico che ripercorre i primi trionfi della Città Eterna sotto l’egida del suo fondatore, Romolo. Un estratto:
Secondo il racconto tradizionale Romolo, dopo aver fondato la città e aver dato un ordine alle istituzioni religiose e politiche, si ritrova con un enorme problema di tipo demografico. Se la popolazione della sua nuova città continua a crescere, alimentata da esuli e transfughi da città e popolazioni vicine che ora vanno a costruire il primo nucleo del popolo romano, tale crescita non può essere sostenuta a lungo.
Secondo Dionigi di Alicarnasso, all’inizio Romolo predispone alcuni stratagemmi per far sì che la città, la cui popolazione è costituita soprattutto da transfughi, avventurieri e schiavi di città vicine, sia popolosa. In primo luogo, impedisce a chiunque di esporre o comunque disfarsi dei proprio figli maschi e delle figlie primogenite sotto i tre anni di età, a meno che non siano davvero malati o deformi, e in ogni caso non prima di aver mostrato il bambino e aver ottenuto l’approvazione a farlo da cinque dei propri vicini di casa. Oltre a ciò, per permettere e favorire l’arrivo di fuggiaschi dalle città vicine, fa onorare un tempio in un luogo conosciuto dai Romani come inter duos lucos, cioé “tra due boschi” – una località non perfettamente identificata sul Capitolino. Dionigi non sa ben dire la divinità quale sia, ma probabilmente si tratta di Veiove, dio dell’asilo, divinità alla quale sarà dedicato un tempio proprio nelle vicinanze in età repubblicana. Chiunque avesse cercato riparo nel nuovo Asylum, sarebbe stato protetto e gli sarebbe stata riconosciuta la cittadinanza romana e un appezzamento tra quelli che un giorno sarebbero stati sottratti ai nemici.
La città in questo modo cresce, ma non può sostenere la sua crescita da sola: sono infatti assenti abbastanza donne che possano mettere al mondo la prima generazione di Romani nati nella nuova città.
Remoria, la gemella mai nata di Roma – TRIBUNUS
Su Tribunus un post che indaga i riferimenti storici di Remoria, la città che Remo avrebbe fondato se gli auspici augurali fossero stati a suo favore e non, come invece è stato, a Romolo. Un estratto corposo:
“Agro Remurino: nome specifico dato a un certo terreno che era stato posseduto da Remo, e la dimora di Remo venne chiamata Remoria. Ma è anche chiamato Remoria una porzione sulla cima dell’Aventino, dove Remo aveva tratto gli auspici per la fondazione di Roma”.
[Festo, De verborum significatu, XVI]Tutti conoscono la storia di Romolo e Remo, il disaccordo tra i due fratelli relativo a chi avrebbe fondato la nuova città, e dove, e il drammatico epilogo della vicenda. Romolo finirà con l’uccidere il fratello, fonderà Roma e ne diverrà il primo re, consacrandosi alla Storia, mentre per Remo vi saranno solo la morte e l’oblio.
Leggendo però diverse fonti storiche relative alla leggenda, si colgono alcuni accenni al fatto che Remo non si era limitato a entrare in disaccordo col fratello, ma aveva di fatto già identificato un punto dove edificare la “sua” città.“Non concordarono sul medesimo luogo per la fondazione della città, poiché Romolo propose di insediarsi sul Colle Palatino, tra le tante ragioni per i buoni auspici legati al luogo, dove erano stati accolti e cresciuti, mentre Remo favoriva il luogo che prese da lui il suo nome, che oggi è chiamato Remoria.
E invero quel luogo è molto adatto per una città, trattandosi di una collina non lontana dal Tevere e a circa trenta stadi [5,55 km] da Roma”.
[Dionigi d’Alicarnasso, Antichità di Roma, I, 85, 6]Il luogo scelto da Remo dunque non è affatto peregrino, anzi: Dionigi contrappone alla spinta emotiva e sacrale di Romolo una scelta pratica da parte del fratello, che avrebbe favorito un luogo “molto adatto per una città”.
Secondo Plutarco, i due fratelli si sarebbero operati per tracciare i confini ognuno della sua città prima di decidere di dirimere il loro disaccordo tramite gli auspici, e mentre Romolo tracciava il perimetro della Roma Quadrata sul Palatino:
“…Remo costruì un robusto recinto in un luogo del Colle Aventino, che da lui prese il nome di Remonium”.
[Plutarco, Vita di Romolo, 9, 4]A chiusura del cerchio, Il sito di Remoria, o Remonia, la città mai nata di Remo, finisce per diventare necropoli, una città dei morti che fungerà da specchio tellurico e lunare della Roma celeste e solare dei vivi:
“Romolo, che aveva ottenuto una vittoria assai triste attraverso la morte del fratello e per l’uccisione reciproca di cittadini, seppellì Remo a Remoria…”.
[Dionigi d’Alicarnasso, Antichità di Roma, I, 87, 3]
Talk&Dialoghi / Giorgio Barberio Corsetti dialoga con Valerio Mattioli
Lunga videointervista a Valerio Mattioli, che racconta il suo Remoria. Come posso non sentire mio tutto ciò?
Come nasce il carattere di una città? | L’INDISCRETO
Su L’Indiscreto un interessante articolo che si riveste di UrbanFantasy, andando a ricercare l’anima dei luoghi, un po’ come il genius loci degli antichi Romani. Un estratto:
Ci sono tanti libri che possono aiutarci nel cogliere i segni di queste evoluzioni. Quest’anno è impossibile non citare almeno Lo stradone (Ponte alle Grazie) di Francesco Pecoraro, la cui Città di Dio è certamente Roma e il cui stradone sembra proprio essere qualcosa tra le parti di via di Valle Aurelia e Via Baldo degli Ubaldi e quell’oggetto sfuggente e misterioso che è Remoria (minimum fax) di Valerio Mattioli, la cui città invertita è l’anti-Roma di Romolo, una costellazione di periferie scaturite da un parto mostruoso – diciamo pure, da una defecazione – dell’ano-uroboros GRA. Ma qui non parlerò di questi libri, per tracciare i precari confini di un discorso per sua natura inesauribile ora mi servirò di altri due testi: il mitico Roma moderna (Einaudi) dell’urbanista Italo Insolera e Firenze 1450, Firenze oggi (Olschki) di Cristina Acidini e Elena Guerrieri. Quest’ultimo è un piccolo e prezioso volume che riproduce fedelmente le illustrazioni dell’orafo fiorentino Marco di Bartolomeo Rustici, che attorno al 1450, nel suo Codice Rustici, un testo simbolico che è di fatto un Itinerarium mentis in Deum, nonché un vagheggiato pellegrinaggio letterario in Terra Santa, trova occasione di ritrarre moltissimi scorci della sua Firenze, offrendone la più dettagliata e precisa “fotografia storica” a nostra disposizione al giorno d’oggi. Il documento è eccezionale per la quantità di dettagli che Rustici ha disegnato e che ci consentono di apprezzare i cambiamenti di tante parti della città dall’epoca del suo massimo splendore a oggi (e tutte le illustrazioni che trovate in questo articolo sono tratte da lì). Prima di arrivarci però osserviamo i cambiamenti ancor più radicali che hanno investito la storia di un’altra città negli ultimi due secoli: Roma.
“Risulta dal calcolo che Roma è sei volte meno popolata di Parigi e sette volte meno di Londra. Ha la metà degli abitanti di Amsterdam dalla quale è ancor più lontana per ricchezza. Non ha marina, non manifatture, né traffici. I palazzi tanto vantati non sono tutti ugualmente belli perché tenuti male; la maggior parte delle abitazioni private è miserabile. Il selciato è cattivo… le strade sudice e strette e non sono spazzate se non dalla pioggia, che vi cade molto di rado. La città, formicolante di chiese e di conventi, è quasi deserta a oriente e a mezzogiorno. Si dia pure un cerchio di dodici miglia alle sue mura; questo cerchio è riempito da terre incolte, da campi, da orti… Ebbe ragione chi disse che i sette colli, una volta ornamento della città, oggi non le servono che per tomba!”
Questa è la voce “Rome” scritta dal cavaliere de Joncourt per l’Encyclopédie. L’ho presa in prestito da Roma moderna, ancor oggi il miglior breviario per orientarsi nella trasformazione cui è andata incontro la capitale negli ultimi due secoli. Le storie dei cambiamenti di Roma e di Firenze per altro si intrecciano proprio nell’800, quando avvenne il passaggio di consegne per il trasferimento della capitale. L’evento, del 1871, è stato capace di creare sconquassi in entrambe le città, prima a Firenze, che per i lavori di ammodernamento urbano subì interventi invasivi. Il più noto è forse la rinuncia quasi totale alla splendida cerchia muraria, un evento simile a quello avvenuto in molte altre città europee, certo, ma che non ha mai smesso di farmi domandare se non si sarebbe potuto fare diversamente, o se non si sarebbe potuto fare meglio. Occorreva davvero abbatterle in misura quasi totale? I viali di circonvallazione non potevano essere costruiti oltre il perimetro delle mura e non interamente al posto di quelle? Oppure ancora, non si sarebbero potute studiare soluzioni più morbide, che prevedessero una maggiore conservazione degli antichi bastioni? Altro: lo sventramento dell’antico mercato nell’attuale Piazza della Repubblica, al posto del quale sorse una piazza dal gusto “piemontese” che è decisamente la più brutta del centro cittadino, fuori contesto con i suoi passage pedonali alla parigina (qui decisamente estranei) e una magniloquenza pomposa e bolsa, sventramento che è andato a soppiantare un quartiere di edifici bassi e pittoreschi, non avrebbe potuto essere effettuato per mezzo di un più mirato svuotamento operato con maggior tatto e senso di integrazione urbanistica? Sono domande ormai impossibili a cui del resto risponde – mettendo le mani avanti – la piazza stessa, per mezzo di un’iscrizione al sommo dell’arco che unendo due edifici la apre magniloquentemente: “L’antico centro della città da secolare squallore a vita nuova restituito”. Il problema è che il panorama è squallido a sua volta e con la sua magniloquenza diventa una stigmata di una città che non è stata capace di ripensarsi. Ed è un peccato tanto maggiore in considerazione dell’esattezza puntuale dell’affermazione “antico centro”, se si considera che proprio in Piazza della Repubblica, dove sorge la Colonna dell’Abbondanza, si trova il centro esatto della Florentia romana, il punto in cui si incontravano cardo e decumano, le due direttive cardine da cui scaturì il primo tracciato cittadino.
Il sigillo occulto di Remoria | Holonomikon
Giovanni De Matteo fa un’operazione di emersione, una sorta di negromanzia in stile urban fantasy; ed è così che rinasce il mito occulto del GRA, il Grande Raccordo Anulare di Roma, a metà strada tra mito della Fondazione e un’ulteriore rivisitazione dello stesso, da quadrato a circolare, da borgo di pastori a metropoli che richiama ogni forma dell’occulto e suoi collegati. Bello, da leggere tutto d’un fiato, anche nella sua incarnazione più vasta su QuaderniDaltriTempi.
Remoria. La città invertita è l’ultimo libro di Valerio Mattioli, la persona a cui devo l’idea e la spinta per questo articolo sulla fantascienza del nuovo secolo che ancora oggi continua a essere tra i più letti, menzionati e considerati tra le mille e passa cose che ho scritto. Remoria è un oggetto narrativo non identificato, per dirla alla Wu Ming, che mescola cronaca, memoir, filosofia, sociologia, esoterismo e psicogeografia, in un distillato di etnografia urbana stupefacente in tutti i sensi. La lettura è ipnotica, tiene incollati alla pagina, come se un rito di negromanzia risucchiasse il lettore nel centro di gravità permanente rappresentato dal Grande Raccordo Anulare.
Questi sono alcuni passaggi, per darvi un’idea del tono, dello stile e, se non fossi stato chiaro a sufficienza, del tema.
Il GRA è un immane ouroboros d’asfalto lungo sessantanove chilometri complessivi a quattro corsie per senso di marcia. È una delle autostrade più trafficate d’Europa, eppure le sue origini restano avvolte nella bruma dell’enigma e del simbolico, dell’occulto e dell’arcano. A dirla tutta, sono origini che appaiono semplicemente inspiegabili. [pag. 15]
La natura totemica del GRA lo ha trasformato quasi istantaneamente in un attrattore di leggende, culti e aneddoti strani: storie di motociclisti senza testa che scorrazzano tra le uscite Aurelia e Boccea, di cadaveri seppelliti nei piloni dello svincolo Tiburtina, di coccodrilli che attraversano impunemente la strada… Il particolare che più colpisce l’immaginazione, è però il nome dell’ingegnere capo dell’Anas a cui si deve il progetto originario: Eugenio Gra. Il fatto che il suo cognome coincida con l’acronimo ufficiale dell’opera suggerisce da solo che siamo in presenza di un sigillo, forse addirittura di una firma magica. Tutto, nel GRA, odora assieme di incenso e di zolfo, di messaggi criptati e allegorie per iniziati. «La sua unica cosa certa», dirà Renato Nicolini, «è l’assolutezza del cerchio». [pag. 17]
Per Nicolini, il GRA rappresentava un oggetto di immenso fascino, oltre che un gigantesco punto interrogativo tracciato sui terreni argillosi dell’ormai ex agro romano. Più che un’opera di ingegneria infrastrutturale, l’anello progettato dall’Anas era per lui «un’espressione del tardo surrealismo» che rimandava alle «macchine celibi» di Marcel Duchamp: un dispositivo «definitivamente incompiuto» dai meccanismi bizzarri e senza finalità apparente, una sorta di giocattolo privo di scopo e, appunto, inutile.
Fuggiaschi e reietti, cioè Romani | Studia Humanitatis – παιδεία
Su StudiaHumanitas un post circostanziato, dal punto di vista storico e anche antropologico, sul film Il primo Re, dedicato alla storia mitizzata di Romolo e Remo, e della fondazione di Roma. Un estratto significativo, ma verrebbe voglia di incollare tutto il post (ok, lo faccio).
Una docente universitaria di Storia antica ha visto il film «Il primo re» sulla leggenda di Romolo. Attori convincenti, ispirazione poetica, un profondo senso del sacro
La leggenda di Roma è uno dei miti di fondazione più complessi del mondo, una stratificazione di storie, leggende e presunti avvenimenti. Alla fine del II millennio il Lazio e i colli erano già abitati da trenta popoli latini, insediati in villaggi e facenti capo ad Alba Longa. Il sito che sarà di Roma era incentrato su un guado del Tevere poco più a valle dell’Isola Tiberina, ai piedi dell’Aventino. Di qui passava la strada del sale (via Salaria), elemento essenziale dell’alimentazione e della conservazione dei cibi, conteso fra i popoli italici. In quest’area già un secolo prima di Romolo c’era il centro proto-urbano Septimontium, cioè «cime divise», articolato in clan di tipo tribale, le gentes, le cui terre erano coltivate dai loro servi o clientes. Erano i Latini, i cui patres più eminenti si riunivano in assemblea, pur in assenza di un centro urbano unitario.
Secondo il folklore locale, i capi primordiali del Palatino erano re discendenti da Marte: Pico (il picchio), Fauno (il lupo) e Latino, associato a una scrofa madre di trenta maialini, cioè i trenta popoli del Lazio. La mitica dinastia dei Silvi («silvani») si conclude con i fratelli Amulio e Numitore. La figlia di Numitore, vergine sacerdotessa posta a custodire il focolare di Vesta ad Alba, è ingravidata dal dio Marte; nascono così due gemelli, di cui il maggiore è Romo o Remo, il secondo Romolo. Entrambi i nomi derivano da Rumon, nome etrusco del Tevere.
FRANCO FORTE, GUIDO ANSELMI E… ROMOLO – IL PRIMO RE « La zona morta
Su LaZonaMorta una bella intervista a Franco Forte e Guido Anselmi per il loro romanzo Romolo, il primo Re. Interessanti, molto, anche le valutazioni che i due autori fanno su Romolo stesso, sulla sua figura storica e aggregatrice, sulla sua ombra dal sapore già globalista in un’epoca che di certo, non aveva la minima idea di cosa sarebbe stato il nostro mondo connesso.
ANZITUTTO PERCHE’ UN ROMANZO SU ROMOLO? COSA VI PROPONEVATE CON GUIDO ANSELMI? NE SONO STATI SCRITTI ALTRI SUL FONDATORE DI ROMA?
Che io sappia questo è il primo romanzo storico su Romolo e sulla fondazione di Roma. Quello che ci proponevamo, io e Guido Anselmi, era di dare vita a un personaggio, e a una storia, che riuscissero a slegarsi in qualche modo dalla leggenda, per dare corpo a una vicenda entusiasmante, che ha dato vita non solo a una delle civiltà più straordinarie della Storia, quella dell’antica Roma, ma anche a tutta la società attuale. Si tratta della prima pietra (anzi, del primo solco) di tutto ciò che è seguito nei quasi tremila anni che sono trascorsi, e non poteva restare tutto legato a semplici leggende, a storie mitologiche senza costrutto. Così abbiamo provato a discriminare, a razionalizzare, a cercare i riferimenti concreti che possono avere dato vita alla leggenda di Romolo e Remo, e crediamo di essere riusciti a raccontare una storia credibile e plausibile con i lasciti storici. Una storia, a nostro avviso, persino più avvincente della leggenda stessa.
COSA RAPPRESENTA QUESTO PERSONAGGIO PER LA NOSTRA STORIA?
Romolo era un visionario, un ragazzo e poi un uomo che aveva capito che il solo modo per sopravvivere e prosperare fosse riunire il popolo intorno a un ideale comune, per dare forza a un concetto di comunità molto all’avanguardia, per i tempi di cui parliamo. Per inseguire questo sogno ha dovuto affrontare prove terribili, fra cui anche l’opposizione con il fratello Remo, terminata nel sangue versato da Romolo in nome di un futuro che non poteva essere mortificato dal desiderio personale di rivalsa che animava Remo. Roma nasce dal sangue, non solo di un popolo che ha lottato strenuamente per imporsi su un mondo primitivo e selvaggio, ma anche della persona più cara al fondatore di Roma.


