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Archivio per Semantica

La costruzione della realtà | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com, nell’ambito di Delos256, un articolo di Antonino Fazio che lambisce la fantascienza ma, in realtà, spara diretto sui sistemi comunicativi umani; ecco il senso:

Una storia raccontata da Dick si regge sull’idea che gli umani tendano a stabilire legami sociali con individui che hanno la loro stessa percezione della realtà (oltre che una personalità similare). Questo può sembrare ovvio, ma suggerisce qualcosa di più sottile, cioè che qualunque visione della realtà, per bizzarra che sia, verrà sostenuta apertamente a patto che trovi un gruppo sufficientemente ampio di sodali. In altre parole, ciò che conta è la condivisione, ma non è necessario che essa sia universale, e del resto la maggior parte delle credenze diffuse sulla realtà non sono affatto accettate da tutti. In fondo, la pluralità è l’essenza della democrazia. Ciò non toglie che le credenze siano in competizione l’una con l’altra, e che ciascun gruppo o comunità ambisca a imporre la propria opinione su quella degli altri. Questo tipo di fenomeno, di per sé tutt’altro che recente, ha tuttavia acquisito caratteristiche inedite all’interno della società dell’interconnessione perenne.

Siamo di nuovo alla questione della comunicazione, e qui vorrei introdurre una tesi che può essere attribuita a Niklas Luhmann che siano le parole a produrre il significato, e non il contrario (Jacques Lacan parla di “primato del significante”). Nella teoria classica si parla di codificazione e decodificazione, supponendo che i pensieri (livello semantico) vengano messi in formato linguistico (livello sintattico) e che poi quest’ultimo venga ritrasformato nei pensieri che lo hanno originato.
Nella teoria di Luhmann non sono gli umani a comunicare ma i sistemi sociali, nel senso che gli umani emettono messaggi, ma il risultato dei loro tentativi dipende dal modo in cui i riceventi interpretano a livello semantico il formato sintattico a loro disponibile. In definitiva, è il medium a comunicare perché è il medium che fa da tramite tra i parlanti, dato che tra essi non c’è alcun contatto diretto da pensiero a pensiero.
La questione è quindi più complessa di come sembra, perché il significato originale (il pensiero) è del tutto inaccessibile (la mente è una “scatola nera”, una black box) e dev’essere ricostruito. Solo l’assenso del parlante può stabilire se la ricostruzione sia corretta, o comunque accettabile, ma tale assenso non sempre è disponibile e spesso non è neppure richiesto. Tutto ciò ha una conseguenza a prima vista positiva, perché nessuno può prevedere che cosa verrà capito di ciò che si dice, e ne deriva che il tentativo di manipolare l’opinione delle masse risulterà problematico.

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Insufflare


Subdole insinuazioni sul tuo stato catartico rendono le semantiche delle piattaforme comportamentali instabili, come insufflare della matematica esoterica nei tuoi costrutti positivisti.

Οἱ βάρβαροι – I barbari: l’alterità nel mondo antico – Studia Humanitatis – παιδεία


Su Studia Humanitatis  un interessante post riguardo la semantica e il concetto di “barbaro”, nozione assai profonda che nasconde in sé l’idea del conservatorismo. Un estratto:

Nell’antichità il concetto di “barbaro” subì una lunga e complessa evoluzione semantica, determinata da precisi avvenimenti storici, caricandosi di valori sempre più ampi e talora assumendo accezioni binarie.
Il latino barbarus trova corrispondenza semantica nel greco βάρβαρος, voce onomatopeica, risultante dal raddoppiamento del suono bar-: secondo la teoria linguistica più consolidata, la radice i.e. *barbar– ha dato come esito anche il sanscr. bárbarha e il corrispettivo lat.  𝑏𝑎𝑙𝑏𝑢𝑠 («balbuziente»). Occorre precisare che nell’India antica bárbarha designava chiunque non appartenesse alla casta dei Brahmini, cioè era considerato un Parya; inoltre, da bárbarha deriva anche il sostantivo barbarhatà («ispidezza», «rozzezza»).

In greco, di per sé l’aggettivo βάρβαρος indicava, senza connotazioni spregiative, l’individuo non-Greco, con il quale era difficile comunicare, perché non era in grado di esprimersi in maniera comprensibile. Infatti, con la locuzione βαρβαρικός λόγος («discorso barbarico») si diceva un insieme di parole e versi del tutto privo di senso, benché con lo stesso βαρβαρικός si intendessero anche linguaggi afferenti alla sfera del sacro e del magico.
D’altronde, com’è noto, nella civiltà greca proprio il linguaggio e la capacità di padroneggiare un discorso (λόγος) erano considerate le facoltà imprescindibili dell’uomo “civile” e ontologicamente “superiore”: erano, cioè, quelle competenze che distinguevano i Greci da tutti gli altri popoli. Nonostante la loro frammentazione politica, grazie alla lingua comune gli Elleni si sentirono sempre uniti: insomma, l’opposizione sostanziale che sottendeva al concetto di “barbaro” era proprio la distinzione fra Greci e non-Greci.

Comunque, almeno inizialmente, essere chiamati βάρβαροι non aveva, di per sé, un’implicazione dispregiativa. Dal V secolo a.C., tuttavia, il termine, impiegato con maggior frequenza, passò a indicare lo «straniero», nel senso di colui che nasce e vive in un luogo altro rispetto al proprio (cioè, allogeno). Benché tra i Greci vi fosse una certa repulsione soltanto all’idea di mescolarsi e di avere rapporti con quanti non fossero delle loro parti, il concetto di βάρβαρος non si mescolava a ragioni di contrasto ideologico-politico.

Spellbound


La semantiche unite del mito arcaico e di quello corrente.

La mappa non è il territorio


Una somma algebrica del territorio esporta un risultato plastico, buono soltanto per chi ha una visione trigonometrica del mondo.

Lontane comprensioni


La cerchiatura delle evenienza ricopre di una patina stordente gli eventi e i suoi significati, rendendo i significanti un lontano apparato da palcoscenico che i più stolti dimenticano.

Istoriate


La mestizia di un gesto si riflette come luce sul lago, mostra le pieghe delle immagini istoriate da irruzioni vettoriali e ne esplora la deflagrazione semantica.

Semanticamente lontani?


I ciottoli si addensano nei pressi della forza angolare della visione, e determinano la discesa verso gli inferi di un abisso che sa di gelo e fiamme, non così semanticamente lontani tra loro.

Semantiche esterne


Il controllo è divulgato attraverso i comandi neurali, in un’ascesi incontrollata in cui ti riverberi di semantiche inumane.

Talismani dall’antichità: falli portafortuna – TRIBUNUS


Su Tribunus alcune nozioni sulla scaramanzia degli antichi Romani, soprattutto legate al fallo – e qui si capisce perché in Italia, ma non solo, tale allegoria ha un tuttora devastante impatto sociale. Un estratto:

l fallo, per i Romani, era portatore di vita ed allontanava spiriti maligni e le cattiverie della gente. Nelle città enormi falli erano eretti o raffigurati sulle pareti delle vie o sulle strade lastricate, specie in punti di pericolo (ad esempio un incrocio), oppure erano posti all’ingresso delle case (tintinnabula) da far risuonare al momento dell’ingresso nell’abitazione.
Spesso, chi possedeva un’attività commerciale ne metteva uno ben in vista per allontanare le invidie della gente.

La fertilità maschile, quindi, era vista come la miglior arma contro gli spiriti maligni. I Romani chiamavano l’organo sessuale maschile fas (da cui la parole “fascino”) o, in maniera molto più volgare, mentula. I Romani erano convinti che il pene eretto, portatore di vita e fertilità, non solo funzionasse come protezione, ma anche come talismano per la prosperità: molti (non solo uomini, ma anche bambini e donne, e poteva essere posto anche sui cavalli) portavano amuleti a forma di piccoli peni eretti – generalmente di bronzo, ma anche d’oro, argento, corallo, osso – appesi a dei braccialetti, o più di rado al collo.
Questi amuleti prendevano il nome di fascinum. Quando ci si trovava in situazioni di pericolo o di sventura, li si toccava per scaramanzia.

Tra i legionari, inoltre, era molto diffuso un ciondolo con un doppio simbolo: un pene eretto unito alla base ad un braccio, che terminava col cosiddetto manus fica, cioè un pugno chiuso col pollice che s’infilava tra l’indice ed il medio, a simboleggiare la penetrazione. Il nome del gesto, traducibile come “il segno o il potere del fico”, ha dato origine a uno dei modi popolari odierni per indicare l’organo riproduttivo femminile: i Romani infatti ritenevano che assomigliasse a un fico dischiuso.

quindi, sì, nudo e crudele

Niente apostrofi, nessuna morale, solo montaggio.

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