Archivio per Sergio Lacavalla
20 giugno 2017 alle 13:18 · Archiviato in Creatività, Letture and tagged: Beatles, Mitologia, Paranoia, Paul McCartney, Pop, Postmoderno, Ridefinizioni alternative, Sergio Lacavalla, Teoremi incalcolabili
Su VerdeRivista un bel racconto di Sergio Lacavalla, che esplora le paranoie mitopoietiche legate spesso alla morte di artisti o stelle del pop mondiale; in questo particolare scorcio, si specula gustosamente sulla nota presunta morte di Paul McCartney, che sarebbe avvenuta nel ’69. Da leggere tutto d’un fiato…
23 gennaio 2017 alle 15:41 · Archiviato in Creatività, Letture, Sociale and tagged: Liberismo, Noir, Sergio Lacavalla
A Las Vegas ci vai per morire. Che tu lo voglia o no. Che tu lo sappia o no. Anche se sopravvivi, sei morto. Las Vegas è per chi ormai è perduto. Banditi, ex politici, cantanti col parrucchino o con il viso tirato dal lifting e playboy abbronzati fuori tempo massimo. Pensionati e turisti illusi che quella sia la vera vita. Che sia ancora un po’ di vita. La più lunga possibile, quasi fino all’eternità dei miti in 70 millimetri. Come le coppie, più o meno giovani, che si sposano nelle cappelle dalle insegne colorate al neon con il coupon dell’agenzia di viaggi tutto compreso, anche Elvis e Marilyn a fare da testimoni. Entrambi vestiti di bianco, come la sposa col mazzetto di fiori in mano offerto dal finto prete.
Durano un attimo i matrimoni a Las Vegas: il tempo di riprendersi dalla sbornia. Sono unioni che celebrano gli errori e la fine dell’amore. Il divorzio altrettanto rapido messo a pietra tombale e prezzi vantaggiosissimi. L’ossigeno diffuso dai condizionatori d’aria nei casinò ti tiene su e perennemente sveglio in una replica di esistenza che ti dice che puoi vincere una mano su quel che ti rimane della tua inutile e disperata vita. Un’altra ancora. E ancora una. Ma non è che accanimento terapeutico. Il banco vince sempre. L’ossigeno è per i malati terminali. Sulle pareti delle case da gioco non ci sono orologi. Niente finestre. La morte è l’assenza di tempo. È la luce sempre accesa. Negli interni sfarzosi che riproducono la Roma Imperiale o altri fantastici sogni esotici all’americana, roba per cowboy che sanno di stalla e profumi costosi quanto gli Stetson che non si tolgono mai, per giapponesi ed europei che non sanno nulla del loro paese né degli Stati Uniti. Luce di notte nelle grandi vie a troppe corsie; luci cittadine che spente di giorno mostrano il loro inganno di insegne di plexiglass. Luci morte.
Gli alcolici gratuiti e disponibili in ogni momento serviti dalla cameriera col culo scoperto e i seni chirurgici in bella mostra ti tolgono quel residuo di coscienza che ti rimane. Rilassati, tanto ormai se sei qui è perché il salto dal mondo dei vivi l’hai già fatto, no? Ti manca solo un breve pezzo di strada. Su, non fermarti adesso. Le portefinestre sui balconi dei piani alti degli hotel che danno sulla Strip sono sbarrate perché non è quello il modo. Meglio lanciarsi dalla diga di Hoover. Meglio il deserto intorno, pieno di carcasse di animali morti. Las Vegas ti fa a pezzi: pezzi di fiches lasciati sul tavolo da Black Jack, pezzi di sesso e sentimenti dimenticati in una stanza d’albergo, slip, calze di nylon, una cravatta da sera e smoking a noleggio sul letto vicino al frigobar e la slot-machine, pezzi del tuo corpo dilaniato seccati dal sole sul terreno roccioso e spaccato, conservati dal repentino freddo della notte.
Questo è l’incipit del racconto noir di Sergio Gilles Lacavalla apparso su VerdeRivista. Già questo vale tutto il pezzo successivo, impregnato com’è di decadenza liberista: i miei complimenti!
19 giugno 2016 alle 09:04 · Archiviato in Creatività, Erox, Fantastico, InnerSpace, Letteratura, Letture, Onirico, Oscurità, OuterSpace, Sesso quantico, Surrealtà and tagged: Luce oscura, Noir, Sergio Lacavalla
Un racconto che ha dei sapori di ritorno da sesso quantico. Una bella penna, quella di Sergio Gilles Lacavalla, abbastanza levigata, col tempo sarà temibile. Moonlight Motel; l’incipit, da VerdeRivista:
Aveva un paio di calzoncini che le scoprivano parte dei glutei. Doveva essere in viaggio da alcuni giorni perché lo spicchio di pelle di quelle natiche era più chiaro rispetto al resto: pallido come se avesse indossato i pantaloncini appena quel giorno e il sedere non avesse fatto in tempo ad abbronzarsi quanto le gambe. Non che fosse molto abbronzata, ma insomma la differenza si vedeva con la pelle chiara. Forse era il segno del costume. Anche l’epidermide tra i due seni aveva una riga bianca. Si scorgeva per via della camicia aperta e annodata sulla pancia. Prendeva il sole nel bordo piscina della villa di qualche divo del cinema o di un produttore. Non molto distante da lì. Io potevo portarla solo in una stanza di motel. Chissà cosa aveva creduto vedendo la macchina. Altri tempi, quando girava ancora bene. Si tolse le scarpe e mise un piede fuori dal finestrino a farselo soffiare dall’aria del deserto che nella velocità mitigava il caldo. Nel sogno lei prese il giornale allungandosi sul sedile posteriore. I calzoncini le si abbassarono leggermente: non portava le mutandine. La camicia si snodò, i seni erano piccoli e un po’ scesi. Capezzoli grandi.