HyperHouse
NeXT Hyper ObscureArchivio per Tribale
Peter Murphy – Swoon
Questo è il nuovo singolo di Peter Murphy, in cui entra prepotentemente anche Trent Reznor, e si sente. Buon ascolto.
Navicon Torture Technologies & Deutsch Nepal – Victvm Vermis
Il fluire attraverso le onde di matematica immateriale oscura…
Vindicatrix – One or Several Tigers | Neural
[Letto su Neural]
Prende le mosse da One or Several Tigers, una performance-installazione di Ho Tzu Nyen, artista e filmmaker di Singapore avvezzo a un’immersiva progettualità multimedia, questa uscita di David Aird, aka Vindicatrix, per Cellule 75, etichetta di Amburgo fondata nel 2016 da Marc Richter. La simbologia alla quale si fa riferimento è quella della tigre malese, che in epoca precoloniale era considerata una specie d’emanazione degli spiriti ancestrali, presagio ambivalente, maestra di metamorfosi, dalla natura caotica e sfrenata. È conseguente che i confini tra uomo e animale, ragione e magia, storia e folklore si confondano – nel succedersi di voci e dialoghi operistici – nei solchi delle dieci tracce presentate, una teatralizzazione che confina nella contemporaneità digitale di droni ed elettronica, ai quali sono d’assommare poliritmie e sonorità che riverberano d’esotismi e tribalismo. Le cosmologie e le ecologie del Sud-Est asiatico prendono ancora una volta le sembianze d’una tigre malese: non è la prima volta che attorno questa figura mitologica Ho Tzu Nyen imbastisce una narrazione e l’artista – più dei suoi colleghi europei o nordamericani – sembra assai coinvolto da una lettura in qualche modo storica, politica e sociale, fortemente simbolista, fantastica e affabulatoria. Vindicatrix interpreta più ruoli e naturalmente il tutto non è esente da sapori spoken word, che insieme al bel catalogo (130x190mm) di 24 pagine che accompagna il CD danno al tutto un sapore ancor più multiforme e straniante, che se nelle immagini ricorda certi collage surrealisti deve questo a una miscellanea di tecniche cinematografiche antiche e contemporanee, tra cui le marionette delle ombre, la computer generated imagery, la motion capture e l’animatronica. Così anche i riferimenti più prettamente musicali, oscillano pericolosamente fra elettroacustica e rumorismo, romanticismo da operetta e grand guignol un po’ macabro, tingendosi d’un illusionismo istrionico e melodrammatico. Insomma, il reticolo del nostro tempo in cui si muove la multimedialità è un campo non sempre scontato d’espressioni artistiche, qui arricchite da culture assai composite continuando una tradizione orale che in altri contesti è difficilmente praticabile. Ancora una volta però qui non conta solo la musica o quello che si dice ma tutto l’intreccio: il respiro, il ritmo, il silenzio e le stesse atmosfere abilmente costruite a quattro mani.
Radio Noise Collective – Extended Stereo | Neural
[Letto su Neural]
Quando un media viene detournato, ossia reso estraneo al suo più ordinario utilizzo per assolvere ad altre funzioni, la conseguenza è di colpo la perdita di quelle che sono le sue caratteristiche, della sua stessa cultura e dei suoi specifici codici linguistici. L’intero apparato d’azione del mezzo diventa senza ombra di dubbio orfano delle sue stesse estensioni. La radio coinvolge intimamente la gran parte degli esseri umani, ricordava McLuhan, “in quanto presenta un mondo di comunicazioni sottintese tra l’insieme scrittore-speaker e l’ascoltatore”. La natura stessa del medium radiofonico è quella di un’esperienza privata, sottintendeva sempre il teorico canadese, autore de La Legge Dei Media. Anche Apo33, sound artista, programmatore, compositore, musicista, poeta e filmmaker sperimentale, alias dietro il quale si nasconde Julien Ottavi, promuove questa stessa essenza arcaica dello strumento di comunicazione, forte di una tribalità che è comunque coinvolgente, anche nel suo utilizzo parassitario, capace di risvegliare una notevole ricchezza di suoni, fonte d’un nuovo significato musicale. La nostra psiche e l’intera società è un’unica stanza degli echi e questo è ancora più forte oggi nelle nuove piattaforme di comunicazione che sono i social media. Per questo è d’immediata comprensione l’operazione concettuale di chi utilizza le frequenze radiofoniche come una fonte diretta di manipolazione del suono. La vocazione volatile, leggera e immateriale delle emissioni radio grazie al taglia e cuci del Radio Noise Collective viene svincolata dalla propagazione di contenuti e a suo modo induce a ri-temporalizzare la sensibilità percettiva degli ascoltatori, privilegiati dalla perdita di qualsiasi nesso significante. Un nuovo mondo prende forma a partire da suoni spurii, attraverso la capacità di attrarre e suscitare immagini mentali che nascono come percorsi alternativi ai vincoli della percezione quotidiana. Sono due le tracce presentate, “Accelerum Megahertz” e “Circuit Krusher”, rispettivamente di 23 e 32 minuti, zeppe di fruscii, distorsioni, dissonanze, pulsazioni, fischi, incerte sintonie e rumorosi disturbi, frutto d’insane modulazioni di frequenza e d’ampiezza. Non mancano naturalmente anche emissioni più musicali, tenute a volume basso e controllato, che a volte si sovrappongono e sono intercalate con frammenti di tipo discorsivo. Sostanza abrasiva o parafrasando Ballard: “rumore, rumore, rumore… il più gran vettore patogeno individuale delle civiltà”.
Un Caddie Renversé dans l’Herbe – Nighturns | Neural
[Letto su Neural]
In Nighturns, ultima fatica discografica a firma Un Caddie Renversé dans l’Herbe, moniker di Bilal Dídac P. Lagarriga, la combinazione di strumenti africani – come il balaphon, la mbira e la kalimba – assieme all’utilizzo di voci trovate e di strumenti tradizionali classici, ottiene il risultato d’un amalgama potente, assai coinvolgente e passionale. L’insieme d’influenze che fanno capolino nel progetto è piuttosto vario ed i suoni vengono mixati ed editati per mezzo di computer e software, con i quali è decisamente più pratico e immediato mettere a confronto catture auditive di qualità differente, che sono frutto della ricognizione in luoghi particolari e facendo esperienza di culture e pratiche sociali decisamente esotiche e circoscritte. Sono field recording casuali oppure cercate in contesti precisi a determinare la grana delle differenti composizioni, che coltivano anche una sapienza strumentale fatta d’accuratezza, sensibilità e amore per un fluire molto vivido e organico. È “una musica fatta da sé” dice il maestro brasiliano che vive a Barcellona, facendoci sovvenire involontariamente la massima burroughsiana, per la quale l’autore è colui “che si trova sul posto”, un luogo – fisico e anche mentale – dove è possibile cambiare l’ordine degli elementi non mutando sostanzialmente l’essenza delle cose, che in questo caso non sono nient’altro che semplici suoni, pura energia vibrazionale che viene catturata e detournata per ascolti più strutturati e coerenti. Lagarriga non è nuovo nell’utilizzo di strumenti etnici e di strutture ritmiche di taglio primitivista che vengono combinati con appena un poco di elettronica, tecniche utilizzate anche in Like A Packed Cupboard But Quite…, album del 2004 pubblicato sempre su Dekorder. La memoria per Lagarriga è allo stesso tempo una dis-memoria, una musica perduta e poi ritrovata, una deriva notturna attraverso le strade sabbiose e poco illuminate dell’Africa occidentale, oppure attuata recuperando vecchie registrazioni, per esempio di poesie devozionali recitate dagli alunni di una scuola coranica o di trasmissioni di una stazione radiofonica araba. L’impressione complessiva che si ricava all’ascolto, con percussioni sicuramente intricate e suggestive, i canti rituali e i suoni organici – tutte espressioni alquanto intense e ridondanti – è quella tuttavia d’un minimalismo decostruente, un po’ magico ma ancora con un’impronta decisamente concettuale e combinatoria.
ProtoU & Oljus – Hall of Serpents feat Chaigidel
Il feretro divino passa tra le dimensioni – il cordoglio sinestetico.

