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Thursday, November 29, 2012

Una ignobile marchetta al mondo arabo

Un'altra brutta, ignobile pagina di politica estera (dopo l'incredibile vicenda dei due marò, da ben 288 giorni prigionieri e sotto processo in India, con il nostro governo incapace di muovere un dito!) è quella che ci regalano il presidente Napolitano, il premier Monti, e il ministro degli esteri Terzi schierando l'Italia a favore della risoluzione che riconosce alla Palestina, o meglio all'Anp, lo status di «stato non membro osservatore permanente» all'Onu.

Una posizione che lungi dal favorire il processo di pace, lo indebolisce, aumentando le tensioni diplomatiche e ponendo le premesse per ulteriori rivendicazioni che alimenteranno gli estremismi. Questo voto, infatti, rappresenta - e così lo presenteranno i palestinesi e i paesi arabi - una "validazione" de facto da parte della comunità internazionale dei confini pre-1967. Riconoscendo all'Anp lo status di "Stato", seppure non membro, l'Onu ne riconosce implicitamente il territorio, quindi i confini, su iniziativa unilaterale dei palestinesi. Il che rende praticamente carta straccia gli accordi di Oslo (quelli che Hamas disconosce e che il nuovo Egitto dei Fratelli musulmani non vede l'ora di poter disconoscere), secondo cui uno Stato di Palestina sarebbe dovuto nascere a seguito di negoziati bilaterali.

Attenzione, questo è un punto fondamentale: perché il territorio, i confini, la statualità, sono le uniche merci di scambio che Israele può offrire in cambio di pace, della fine delle minacce alla sua esistenza. Se la questione dello Stato palestinese e del suo territorio viene risolta prima, o quanto meno "pregiudicata", al di fuori di un negoziato bilaterale, si toglie a Israele l'unica arma negoziale per ottenere la pace. Ecco perché si tratta di un voto profondamente anti-israeliano e chi ai vertici delle nostre istituzioni non lo capisce è o incompetente o in malafede.

Inoltre, un governo che volesse rilanciare il processo di pace non premierebbe con un tale riconoscimento i palestinesi, che per quattro anni si sono rifiutati di riaprire i negoziati con Israele. Per non parlare, poi, delle iniziative che potrebbe avviare l'Anp presso l'Onu grazie al nuovo status, tanto che lo stesso governo Monti ha chiesto ad Abbas di «astenersi dall'utilizzare l'odierno voto dell'Assemblea generale per ottenere l'accesso ad altre agenzie specializzate delle Nazioni Unite, per adire la Corte penale internazionale o per farne un uso retroattivo». Raccomandazione indicativa di come i palestinesi tenteranno di strumentalizzare il voto di oggi.

«Siamo molto delusi dalla decisione dell'Italia», è stata la reazione dell'ambasciata israeliana a Roma. Nel comunicato del governo naturalmente si spiega la decisione con la volontà di «rilanciare il processo di pace», la soluzione "due stati per due popoli", ma la geografia del voto rivela le motivazioni reali. L'Italia ha votato sì insieme agli altri paesi europei del Mediterraneo, mentre contro si sono schierati Usa, Canada, Gran Bretagna e Germania. E' evidente, quindi, che il vero scopo è accattivarsi le simpatie dei paesi arabi, vicini dell'altra sponda del Mediterraneo, contro il diritto di Israele all'autodifesa, contro la pace, la giustizia e i diritti umani degli stessi palestinesi e degli altri cittadini del mondo arabo.

Non meno grave, dal punto di vista istituzionale, che un governo tecnico, nato per far fronte ad un'emergenza finanziaria, ribalti la politica mediorientale italiana senza il pronunciamento del Parlamento che l'ha espressa non dieci anni fa, ma in questa stessa legislatura.

Thursday, December 10, 2009

Se la guerra serve al Nobel per la Pace

Il presidente Obama ha disinnescato nel migliore dei modi la possibile contraddizione tra un premio Nobel per la Pace e un presidente che ha appena deciso un'escalation militare di 30 mila uomini. Bando ai buoni sentimenti e alla retorica pacifista a buon mercato, dunque. E a Oslo con sincerità ha ammesso di non avere nulla da obiettare a chi ritiene che vi fossero «uomini e donne, noti o sconosciuti» più meritevoli di lui a ricevere questo premio. Non si è nascosto dietro un dito, affrontando di petto il fatto di essere «il comandante in capo dell'esercito di una nazione impegnata in due guerre».
«Dobbiamo iniziare col riconoscere la dura verità: non estirperemo la piaga dei conflitti nell'arco della nostra vita. Ci saranno momenti in cui le nazioni, agendo individualmente o di concerto, riterranno che l'utilizzo della forza non è solo necessario, ma anche moralmente giustificato... So che non c'è nulla di debole, nulla di passivo, nulla di naive, nel credo e nella vita di Gandhi e di King. Ma come capo di stato, avendo giurato di proteggere e difendere la mia nazione, non posso farmi guidare solo dal loro esempio. Devo affrontare il mondo così com'è, e non posso stare immobile davanti a tutto quanto minaccia il popolo americano. Perché non dobbiamo illuderci: il male nel mondo esiste. Un movimento non violento non avrebbe potuto fermare le armi di Hitler. I negoziati non possono convincere i capi di al Qaida a deporre le armi. Dire che la forza a volte può essere necessaria non significa essere cinici; significa comprendere la storia, le imperfezioni dell'uomo e i limiti della ragione...»
Forse per la prima volta, così esplicitamente, Obama si è detto «fiero dell'eredità» ideale e morale del suo Paese e delle sue scelte, anche delle guerre che ha combattuto, e ha rigettato il «sospetto» che grava sull'America:
«Il mondo deve ricordare che non sono stati le sole istituzioni internazionali, i trattati e le dichiarazioni a portare stabilità nel mondo dopo la Seconda guerra mondiale. Nonostante tutti gli errori commessi, i fatti, puri e semplici, sono questi: gli Stati Uniti d'America da oltre sessant'anni contribuiscono a sostenere la sicurezza mondiale con il sangue dei loro cittadini e la forza delle loro armi. Lo spirito di servizio e di sacrificio dei nostri uomini e delle nostre donne in uniforme ha promosso la pace e la prosperità dalla Germania alla Corea e ha permesso che la democrazia prendesse piede in luoghi come i Balcani. Ci siamo accollati quest'onere non perché vogliamo imporre la nostra volontà. L'abbiamo fatto in nome di un nostro interesse illuminato, perché desideriamo un futuro migliore per i nostri figli e nipoti, e perché crediamo che le loro vite saranno migliori se i figli e i nipoti degli altri potranno vivere in libertà e prosperità. E allora sì, gli strumenti della guerra hanno un loro ruolo nel mantenere la pace.
(...)
Parte della nostra sfida quindi è conciliare queste due verità apparentemente inconciliabili: che la guerra è talvolta necessaria e che la guerra è, a un qualche livello, espressione della follia umana. Concretamente, dobbiamo dirigere i nostri sforzi a compiere quanto ci chiese tempo fa il presidente Kennedy. "Concentriamoci su di una pace più pratica, più raggiungibile, fondata non su un'improvvisa rivoluzione della natura umana, ma su un'evoluzione graduale delle istituzioni umane".
(...)
Capisco che la guerra non è popolare, ma so anche questo; la convinzione che la pace è desiderabile raramente basta a raggiungerla. La pace richiede responsabilità. La pace chiede sacrifici. Ecco perché la Nato continua a essere indispensabile.
(...)
La pace non è solo l'assenza di un conflitto visibile. Solo una pace giusta, basata sui diritti innati e la dignità per ogni individuo, può essere veramente duratura».
Nel tentativo di superare l'antitesi realisti vs. idealisti, Obama sembra da una parte tendere verso l'idealismo...
«Ritengo che la pace sia instabile ovunque sia negato ai cittadini il diritto di esprimersi liberamente o pregare come credono, di scegliere i propri leader o di riunirsi senza timore... L'America non ha mai combattuto una guerra contro una democrazia, e i nostri alleati più vicini sono quei governi che tutelano i diritti dei loro cittadini».
... ma poi arriva il colpo alla botte:
«Lasciatemi anche dire che la promozione dei diritti umani non si può limitare alle sole esortazioni. A volte deve procedere a fianco di una diplomazia laboriosa. So che dialogare con regimi repressivi equivale a fare a meno della purezza appagante dell'indignazione. Ma so anche che le sanzioni senza l'offerta di dialogo - la condanna senza la discussione - possono riportare soltanto a un rovinoso status quo. Nessun regime repressivo può imboccare una strada differente a meno che non abbia la possibilità di scegliere una porta che gli si apre davanti».

Friday, October 09, 2009

Un Nobel alle buone intenzioni

Se bastassero le buone intenzioni...

Dopo lo schiaffo della bocciatura di Chicago come sede dei Giochi olimpici 2016, il presidente Obama ha un buon motivo per consolarsi: nove mesi di presidenza sono bastati per vedersi attribuire il Premio Nobel per la Pace. A Gandhi non bastarono cinque nomination. La notizia ha colto tutti di sorpresa. Al di là del consenso e delle grandi aspettative suscitati, anche ai più benevoli e ottimisti la decisione del Comitato per il Nobel è apparsa prematura, se non «ridicola». In Rete le battute si sprecano: «Santo subito!», il primo Nobel «preventivo», «di incoraggiamento», «sulla fiducia» o «sulla parola». Scetticismo anche tra i commentatori: un Nobel «alla speranza», al «grande comunicatore». «Più che un premio, un augurio», una «cambiale in bianco».

L'impressione è che con questa scelta il Comitato abbia toccato la vetta della demagogia a cui pure ci aveva già abituati da tempo. Dopo il terrorista Arafat e l'ambientalista Al Gore, l'ennesimo colpo di teatro, grottesco e patetico, frutto del pregiudizio ideologico. Obama non ha ancora fatto nulla, non foss'altro perché è in carica da nove mesi scarsi. Non ha chiuso Guantanamo; non ha ritirato un sol uomo dall'Iraq; ha raddoppiato il contingente Usa in Afghanistan e sta considerando l'invio di altri 40 mila soldati; nel frattempo, ha intensificato i bombardamenti con i droni al confine con il Pakistan. Sta muovendo i primi passi di un dialogo con l'Iran dall'esito del tutto incerto. Magari i nordcoreani rinunceranno all'atomica e i generali birmani libereranno Aung San Suu Kyi, chi vivrà vedrà. Il processo di pace tra israeliani e palestinesi è ancora impantanato.

Obama non è il primo presidente americano ad essere insignito del Nobel per la Pace, ma è il primo a vincerlo senza aver fatto ancora nulla. Il presidente Theodore Roosevelt ricevette il premio nel 1906, dopo cinque anni di mandato, e aver contribuito alla pace tra Russia e Giappone. Nel 1919, Woodrow Wilson, da sei anni in carica, per la pace e la nuova architettura mondiale uscita dalla Conferenza di Versailles, dopo la I Guerra Mondiale. Più controverso il Nobel all'ex presidente Jimmy Carter, nel 2002, che però era pur sempre stato l'artefice degli accordi di Camp David che portarono alla pace tra Israele ed Egitto. Obama è stato premiato solo per aver «catturato l'attenzione del mondo e dato alla sua gente la speranza per un futuro migliore» – qualcosa che potrebbe rivendicare anche Ahmadinejad – e «per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la collaborazione tra i popoli». E' vero che non sempre il premio è arrivato come riconoscimento di un risultato conseguito. Ma quando si sono voluti premiare gli «sforzi», si è trattato di personalità che da anni, se non per tutta una vita, si erano battuti per la causa della pace e dei diritti umani.

Tra i 205 candidati non mancava chi avesse le carte in regola: il medico congolese Denis Mukwege, fondatore dell'ospedale Panzi, che durante 12 anni di guerra ha salvato oltre 20mila donne dalle violenze delle milizie; la dottoressa Sima Samar, che difende i diritti umani in Afghanistan; il dissidente cinese Hu Jia; il primo ministro dello Zimbabwe Morgan Tsvangirai; il monaco e dissidente vietnamita Tchich Quang Do; l'avvocatessa cecena Lidia Iussupova. Per statuto il Nobel non può essere concesso a persone decedute, il che esclude purtroppo Anna Politkovskaja. Le candidature, inoltre, devono essere presentate entro febbraio, quindi niente da fare per l'Onda verde dei manifestanti di Teheran, né per la presidente del Congresso mondiale degli uiguri, Rebiya Kadeer, che da una vita, come il Dalai Lama, cerca di instaurare il dialogo con Pechino. Speriamo che a Oslo se ne ricordino per il prossimo anno, anche se per il 2009 si sono scordati dei monaci buddisti che lo scorso anno manifestarono pacificamente in Birmania, venendo brutalmente repressi, o dei promotori di Charta '08, il manifesto per la democrazia e il rispetto dei diritti umani in Cina.

Tra qualche anno, o mese, quando il presidente Usa (e il mondo) sarà di nuovo assalito dalla realtà, il Nobel si potrebbe ritorcere contro lo stesso Obama, suscitando delusione e ironie per scelte che potrebbero contraddire le attese. Forse avrebbe fatto miglior figura declinando e chiedendo di essere riconsiderato fra tre o quattro anni.

UPDATE: anche stampa e commentatori Usa di sinistra "stupiti"

Una decisione «assurda», e «motivo di imbarazzo per il presidente stesso», avverte il britannico The Times nella pagina dei commenti. E infatti è lo stesso presidente Obama a reagire con evidente imbarazzo alla notizia. Si dice «onorato», anche se, confessa, «ad essere onesto non sono sicuro di meritarlo». E dichiara di accettare il premio «come invito all'azione», «non per i risultati ma per gli ideali». «Non è il primo di aprile, vero?», si lascia scappare un membro dello staff della Casa Bianca. L'annuncio, scrive anche il New York Times, ha «stupito», tutti dalla Norvegia alla Casa Bianca. Anche tra i commentatori di sinistra e tra i simpatizzanti di Obama c'è incredulità e non manca chi ritiene la decisione di insignire il presidente Usa del Nobel per la Pace prematura, se non «ridicola».

Come Ruth Marcus, editorialista del Washington Post: «Ridicolo, persino imbarazzante», scrive. «Ammiro il presidente Obama, mi piace, l'ho votato. Ma non è mancanza di rispetto far notare che non ha ancora fatto molto. Certamente non abbastanza da giustificare il premio». Così David Ignatius, anch'egli autorevole editorialista del WP, che definisce la decisione «goffa»: «Anche se sei un fan di Obama, devi ammettere che non ha fatto molto come peacemaker». «Ha vinto, ma per che cosa?», si chiede Jennifer Loven, capo corrispondente dell'AP alla Casa Bianca. Anche su The Huffington Post, uno dei blog di sinistra più celebri e seguiti, c'è chi, come Michael Russnow, reagisce con incredulità e disappunto. «Mi piace Obama, ma questa è una farsa. Non ha fatto nulla per meritarsi il premio», riconosce Peter Beinart, editorialista di The New Republic e studioso del Council on Foreign Relations. Per Mickey Kaus, su Slate, Obama dovrebbe «cortesemente declinare» e spiegare che «è onorato ma che non ha avuto ancora il tempo di realizzare ciò che vorrebbe». Per il blogger di sinistra Glenn Greenwald, su Salon, il Nobel a Obama è «incredibilmente e di tutta evidenza ridicolo».

Prevale il sarcasmo invece tra i commentatori conservatori, che da tempo hanno smesso di prendere sul serio questo tipo di premi. «Il nuovo re del pop accetta il premio Nobel», scrive Greg Hengler. Hugh Hewitt si congratula con il presidente, ma «adesso - gli chiede - usi il momento per salvare il popolo afghano dai talebani e il mondo dai fanatici iraniani». Bill Kristol, direttore del Weekly Standards, si chiede se Obama non sia il «Gorbachev del Liberalismo»: «Non intendo comparare Obama a Gorbachev, che fu, nonostante i suoi fallimenti, una figura davvero storica e coraggiosa». Ma poniamo, ipotizza Kristol, che «tra un anno i Democratici subiscano una dura sconfitta elettorale, e che il Nuovo Liberalismo prenda la via del riformismo comunista. E che, all'inizio del 2013, Obama si ritrovi molto tempo a disposizione per intrattenersi con Gorbachev nel circuito delle celebrità internazionali».

Friday, December 14, 2007

I radicali, la provvidenza europea e il messianismo kantiano

Al Partito Radicale va il merito di dare voce ai dissidenti e ai democratici di tutto il mondo in quel convegno, che si svolge annualmente a Bruxelles, ormai diventato una sorta di congresso mondiale dei popoli oppressi. Quest'anno l'obiettivo era il rilancio nel 2008 del "Primo Satyagraha Mondiale per la Pace". Tuttavia, perché questo appuntamento non si riduca a mera passerella – comunque importante – di dissidenti, i radicali dovrebbero sforzarsi di approfondire le loro analisi e le loro proposte per le aree di crisi del pianeta, laddove manca la democrazia e i diritti umani vengono calpestati. La mozione generale approvata non aiuta. L'approccio è suggestivo, ma generico, non calato nelle diverse realtà. Il direttore di Radio Radicale, Massimo Bordin, è stato forse l'unico a prendere di petto le ambiguità.

Innanzitutto, la mozione definisce la nonviolenza «come l'unico strumento politico» di affermazione dei diritti umani e di alternativa alla guerra. La si presenta come "terza via" tra il pacifismo (insufficiente, spesso nociva invocazione della pace) e l'uso dello strumento militare, che «congiuntamente» perpetuano oppressione e conflitti. Autorevoli studi dimostrano in effetti come la nonviolenza sia particolarmente efficace nel promuovere la democrazia in presenza di determinati contesti e condizioni. Tuttavia, mi sembra illusorio evocare "terze vie". Continuo a vedere la solita bipartizione: da una parte i nemici della democrazia (più o meno dichiarati, o inconsapevoli, come i genuini pacifisti); dall'altra chi si batte per la democrazia, cercando di volta in volta di calibrare il giusto mix di strumenti, violenti e nonviolenti (hard e soft power). Prima bisogna scegliere chiaramente il campo in cui si gioca, poi discutere la strategia.

Il riferimento a Kant rende i radicali più figli di "questa" Europa. Gli europei, condizionati dal lungo periodo di pace e benessere coinciso con il processo di integrazione, si sentono in "un paradiso post-storico", sembrano proiettare sul mondo l'immagine della "pace perpetua" kantiana, credono, confondendo desideri e realtà, che la storia porti inevitabilmente non solo loro, ma tutto il mondo, in quella direzione. Una sorta di disegno della provvidenza europea, di messianismo kantiano. Gli Stati Uniti, invece, rimangono "impantanati nella storia", si muovono secondo una concezione hobbesiana delle relazioni internazionali, quella dell'"homo homini lupus", in cui la sicurezza, la difesa e la promozione dei valori liberali dipendono ancora in modo preponderante dal possesso e dall'uso della forza militare.

Ma quanto quella europea sia solo un'illusione ottica, lo dimostra il fatto, del tutto trascurato, che questo lungo periodo di pace e benessere è stato ed è ancora oggi possibile grazie all'"ombrello protettivo" della potenza economica, tecnologica, militare degli Stati Uniti. Se osserviamo i comportamenti degli stati, molti non rispettano le leggi internazionali, né la dichiarazione dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite, di cui pure sono membri. Se la democrazia ha trionfato all'interno, dimostrando la possibilità di un'organizzazione statuale diversa dal modello autoritario del Leviatano hobbesiano, sulla scena internazionale ci troviamo ancora in uno stato di natura in cui vale l'"homo homini lupus". La legge della giungla non è certo la premessa inevitabile della convivenza umana, neanche tra gli stati. Lo è, però, ad oggi. Da questa diversa visione del mondo scaturiscono quelle differenze che Robert Kagan riassumeva definendo l'Europa simile a Venere e l'America a Marte. Su questo approccio di fondo non bisogna illudersi troppo sulle distinzioni tra le diverse amministrazioni Usa.

Un'altra impostazione di fondo dei radicali è la convinzione che il carattere nazionale e il principio della sovranità assoluta degli stati siano «cause strutturali» delle guerre e della violazione dei diritti umani. Come alternativa politica e istituzionale allo Stato-nazione propongono quindi «una strutturale Riforma democratica e federalista dei Territori, delle Regioni, degli Stati nazionali devastati da guerre, da fame, da dittature».

E' vero: spesso lo Stato nazionale realizza l'aberrazione di consolidare, anziché rimuovere, la negazione dei diritti individuali e della democrazia. Per molti versi la soluzione "due popoli, due Stati" al conflitto israelo-palestinese appare anti-storica. Anche se bisognerebbe riconoscere che con la presidenza Bush si è cominciata a specificare la condizione, cara ai radicali, "due democrazie".

Ma nella loro lettura di superamento dello Stato-nazione i radicali non sembrano fare differenza tra Europa, Medio Oriente e Asia, né sforzarsi di adattare il loro modello a realtà molto diverse tra loro. Sono convinto che l'ingresso della Turchia nell'Ue sia una necessità strategica, ma non altrettanto che gli europei che chiedono di affrontare il discorso dei confini geografici dell'Europa siano dei nazionalisti. Proprio perché l'Unione europea nasce per dare al continente non una patria, ma un futuro di pace, democrazia, godimento dei diritti individuali, prosperità, non avremo mai una «patria europea», ma qualcosa di diverso. Le identità nazionali continueranno ad essere avvertite, semmai l'urgenza federalista si avverte a livello istituzionale, per dotare l'Unione della necessaria legittimità democratica, oggi carente. Per questo i federalisti, di fronte al prevalere del modello inter-governativo anche tra gli esponenti politici più europeisti, dovrebbero piuttosto collocarsi nel campo degli euroscettici.

Non m'interessa qui tracciare confini, ma l'adesione all'Ue non può essere il naturale sbocco di qualsiasi popolo per il solo fatto di scegliere per sé un futuro democratico. A questo scopo servirebbe una "Lega delle democrazie". Dell'Europa fanno parte molte nazioni. Non è certo un "club cristiano", ma è un "club" di democrazie e un mercato libero. Condizioni necessarie ma non sufficienti per poter entrare in Europa. Esiste una storia comune, di cui fa parte anche la Turchia. Più discutibile che ne facciano parte il vicino Oriente e il Nord Africa.

Qualunque sia il confine geografico dove si ritenga di attestare l'Europa, la sua forza di attrazione democratica può essere esercitata non solo a colpi di allargamento. Non è detto che per continuare a incoraggiare processi democratici l'Ue debba estendere a dismisura i suoi confini e spalancare a chiunque le sue porte. Può anche rappresentare un modello per altri processi di integrazione: ad esempio, per l'Africa. Le proposte di Israele nell'Ue e di una confederazione tra Egitto, Giordania, Libano, Palestina e Israele, che i radicali presentano come un'unica soluzione, a me sembrano due soluzioni, entrambe fondate, ma che seguono logiche differenti, se non antitetiche.

Ai radicali sfugge che l'idea di nazione è da tempo in declino nel mondo arabo, dopo i fallimenti di Nasser, Mubarak, Saddam, Gheddafi e Assad. Il loro nazionalismo non ha prodotto i risultati sperati in termini di modernizzazione, tali da porre in essere una sfida all'Occidente, né ha risvegliato una nazione panaraba. Sottovalutano il fatto che il virus più aggressivo oggi circolante nella regione non è il nazionalismo, ma è quello dell'islamizzazione delle masse e del progetto "transnazionale" di umma musulmana. Il problema è che gli arabi e gli iraniani più che combattere per uno Stato nazionale palestinese combattono in nome di una ideologia politica fondata sulla loro identità religiosa.

La diffidenza "spinelliana" nei confronti dello Stato-nazione era giustificata dal fatto che proprio l'idea di nazione fosse alla base di quel fenomeno, che lo storico George L. Mosse chiamò nazionalizzazione delle masse, che offrì il contesto socio-culturale e ideologico ideale per l'ascesa dei movimenti nazisti e fascisti in Europa. La funzione che ebbe in Europa la nazionalizzazione delle masse negli anni '10, '20 e '30 del '900, rischia di averla nel mondo musulmano l'islamizzazione delle masse.

Si potrebbe anche discutere a lungo del legame positivo - purtroppo per lo più trascurato nell'elaborazione e nella realizzazione di molti esperimenti sovranazionali - che c'è tra democrazia rappresentativa e nazione. La democrazia è tanto più funzionante quanto più riconosciuta, praticata, "controllata" dal basso, scelta da individui che hanno consapevolezza del proprio essere comunità in un territorio geograficamente delimitato e in un dato momento storico, e che riconoscono se stessi nei propri rappresentanti. Maggiore la corrispondenza, l'identificazione con gli eletti come propri simili (al di là delle differenze politiche), più salda è la democrazia. Gli esempi storici ci dimostrano che spesso, rotto quel legame, ci si allontana dagli standard democratici.

Infine, promuovendo democrazia e diritti umani, i radicali non possono far finta di non essere al governo. Il ministro Bonino che accetta supinamente la posizione della Farnesina, volta a negare valore politico a qualsiasi incontro con il Dalai Lama, o il suo silenzio assordante, durante la visita in Cina, quando Prodi si disse a favore della revoca dell'embargo europeo sulle armi (al convegno di Bruxelles il cinese Wei Jingsheng e la uigura Rebiya Kadeer hanno scongiurato di non revocarlo), pongono un problema. Non è vero, come dice Pannella, che «nessuno può imputare alcunché ai radicali», perché hanno «tutte le credenziali». Quelle credenziali vanno rinnovate di giorno in giorno, mentre la loro presenza al governo, e il modo di interpretarla, hanno messo in crisi la loro credibilità. Nel '94 convinsero Berlusconi a incontrare il Dalai Lama. Il guaio, oggi, non è tanto non esserci riusciti con Prodi, quanto il non aver nemmeno tentato.