“I commenti a questo post sono chiusi”. Recita una scritta sotto il mio precedente post “Punto e virgola”. Non so chi abbia tirato la saracinesca. Io, no di certo. Mi spiace. Mi spiace per chi mi ha scritto anche da altre parti (compreso un post-it che ho trovato sul frigo stamattina) per volermi dare il suo parere su quel pezzo.
Per una come me che non chiude nemmeno la porta di casa e non chiude nemmeno con le persone, a meno che non le abbiano fatto grossi torti, è una piccola offesa. Soprattutto perché, al di là del post in sé, dà un’immagine di me che non mi corrisponde proprio. Chiudere la bocca a qualcuno è una cosa che nella vita non farei mai (baci a parte). Forse, potrei rispolverare il mio inglese per chiedere a wordpress il motivo di tutto ciò, forse qualcuno di voi mi potrebbe dire dove ciacciare per risolvere il problema (un po’ ho guardato in giro, ma niente). Forse vi sembrerò esosa, ma la testarda capra montanina che è in me ha trovato una soluzione molto semplice: riposto il post! Chi vuole, faccia come fosse quello vecchio, insomma, come fosse a casa sua.
Non so mettere le virgole. Magari non è neppure vero ma questa è la sensazione che ho. Quando scrivo un pezzo, leggo e rileggo e ogni volta sposto quella virgola come fosse un cursore perché non trovo mai quale sia il posto giusto. Alla fine la metto dove mi sembra più accettabile. Per mettere la virgola non ci sono regole precise, a meno che non si voglia fare un inciso, e questa anarchia già mi crea confusione. Lo so, la virgola va messa per fare una pausa, ma è come quando cammini, non c’è un posto preciso e giusto per fermarti. Lo fai dove senti il bisogno di farlo. Così leggo e mi documento sul web e in un sito sulla grammatica italiana trovo questo esempio lampante sull’importanza di mettere bene le virgole: “ Tu sei un grande, cazzo!” Non è come dire:” Tu sei un grande cazzo!” Un esempio alquanto originale ma calzante. A parte riderci su, non mi chiarisce i dubbi.
E’ già più facile mettere un punto. E’ come chiudere una porta. Senti il ‘chioc’ che ti fa capire che la serratura è entrata nel battente. Insomma, hai qualche prova tangibile. Sono dell’idea comunque che la lettera maiuscola non andrebbe scritta solo all’inizio della frase ma messa anche alla fine, prima del punto. Cominciare bene è opportuno, talvolta viene proprio naturale, ma anche finire in bellezza lo è e non sempre accade, bisogna impegnarsi fin dove si può. Anche quando sarebbe più facile fare andare le parole, ehm…le cose, a rotoli. Non è solo il finire. Conta il come. E penso che davvero dodici anni di vita insieme sono finiti, ma sono finiti bene se scendi da un palcoscenico nell’intervallo di un concerto per venirmi incontro e salutarmi perché è tanto che non ci vediamo. E penso a Folco, il figlio di Tiziano Terzani che disse che gli amici indiani del padre, saputa della sua morte, lo chiamarono chiedendo: “Com’è morto? com’è morto?” S’interessavano al come.
Non sono d’accordo invece sulla regola della lingua spagnola che vuole si metta il punto di domanda, oppure quello esclamativo, capovolti all’inizio di una frase per far capire al lettore quale intonazione darle. E’ vero, molte volte leggendo una lunga domanda si arriva nel finale dando un colpo di reni alla voce per fare l’impennata interrogativa. Ma in fondo, non è così nella vita? Le domande arrivano improvvise, per le risposte spesso ci vuole più tempo. Per esempio, l’altro giorno un’amica mi ha chiesto “…Ma tu ora come stai?” Sono sempre qui che ci penso. Le esclamazioni d’altro canto non gironzolano nell’aria. Arrivano di botto, spalancano la bocca, fanno battere i pugni sul tavolo.
Certe volte dispiace mettere un punto, come se fosse un chiodo che non si può togliere, allora si opta per i tre puntini di sospensione che rimangono lì, appesi, come un ponte tibetano tra due montagne. Ancora non sai se starai da una parte o dall’altra del ponte, ma soprattutto, non sai cosa ci sia in mezzo. Sono come le nuvolette dei fumetti, rimangono nell’aria e aspettano.
I due punti sono decisamente all’opposto. Loro sì che sanno bene cosa viene dopo: un elenco, una precisazione, un discorso compiuto. Se avessi la pazienza di guardare nei vecchi post scoprirei che di due punti ne ho messi davvero ben pochi.
Mi stavo dimenticando del punto e virgola. Forse perché non lo uso quasi mai. Sempre se avessi voglia di scartabellare nei vecchi post, di punto e virgola sono convinta non ne troverei nemmeno uno. Il punto e virgola mi confonde più della virgola. Davvero non so quale sia il suo posto, però potrei provarci magari mi alleno con la scrittura a vivere le classiche e ragionevoli vie di mezzo perché nella vita mi riesce male. Una discreta simpatia ce l’ho invece per le parentesi. Mi sembra di sussurrare quello che ci scrivo dentro, di dirlo in un orecchio soltanto ad un interlocutore privilegiato, a chi voglio io. Non me le vivo come portatrici di qualcosa di poco rilevante o di superfluo all’interno del discorso, anzi. Mi sembrano parole importanti messe dentro una nicchia protettiva, come una pietra preziosa tenuta tra le mani congiunte. Non so cosa capirete, perché può starci attaccato tutto ma nelle mie, oggi, ci scriverei: (tanto).


