Avevo fatto bene a lasciare una tasca vuota nel mio zaino. Quante belle cose ho trovato da metterci durante l’anno appena trascorso. Sono sufficientemente pigra, la pizza la mangerei tutte le sere e le cose belle non mi vengono mai a noia e quindi anche per l’anno a venire il mio zaino lo preparerei così. Parliamo del tempo, invece. Quello non si comanda, né si prepara con anticipo. Si prende come viene. Quando si va a camminare il tempo è determinante. E non basta dire solo: bello. Se ripenso a tante camminate fatte nelle più svariate condizioni metereologiche so che dire bello è riduttivo. Come sarà? Sole d’agosto che ci scalda la testa e le mani, giornate lunghe e camminare, camminare, camminare, come se il bel tempo non finisse mai. Sole d’inverno. Ti sembra quasi un miracolo. Cielo terso, limpido, azzurro. Aria che pizzica e ti risveglia. Camminare sulla neve con le ciaspole. Sulla neve senza ciaspole. Camminare nella bufera. Camminare al buio con una lucina sulla fronte come fosse un terzo occhio che ti guida nella notte. Camminare nella nebbia e intuire che sotto i tuoi piedi c’è un sentiero che ti riporterà a casa. Camminare nella nebbia e avere fiducia in chi davanti a te ti riporterà a casa. Partire, camminare e dopo poco tornare indietro. Non è vero che la montagna insegna a non arrendersi mai. La montagna insegna a capire quando bisogna arrendersi. Camminare sul crinale. In equilibrio tra due vallate. In equilibrio dentro di te. Camminare e ogni tanto voltarsi, guardarsi negli occhi, capire se ci siamo, se ci sei, se ci siamo persi, se ti sei perso, se hai preso un altro sentiero ma ci incontreremo lo stesso al rifugio. Guardarsi in cima alla vetta e dirsi “bello” ma solo con gli occhi, per pudore, per amore. Camminare e sentire cosa ci rende sereni, cosa ci fa stare bene e seguirlo, anche se il sentiero non è dei più facili oppure è quello meno battuto. Camminare. Questo è il mio augurio per il duemilaquattordici. Perché la vita è movimento e tutto ciò che è stagnante, fisso, rigido, prima o poi muore. Camminare.
Archivi
Temporali estivi
Arriva all’improvviso. Una, due, tre gocce che picchiettano rumorosamente ma sembrano innocue. Saresti quasi tentato di non farci caso. Ma poi tutto precipita velocemente, come uno spartito che diventa andante maestoso dopo che le prime battute sono state eseguite da un triangolo. Arriva così adesso la pioggia in estate. L’hanno definita tropicale. E’ sì che me la ricordo ancora bene anche se il timbro sul passaporto mi dice che era il 1996. Me li ricordo bene quei tre mesi passati a Cuba dove alla pioggia tropicale, insieme alla horita, tempo indefinito che per il cubano può variare da cinque minuti ad un paio di ore, avevo piano, piano e con mia sorpresa imparato a convivere. Questa cosa all’inizio mi sconvolgeva. Uscire con il sole e poi ritrovarti a scappare in un fuggi, fuggi generale. Trovare rifugio sotto un portico, un cornicione, un terrazzo. A volte sotto una palma. Ma quando c’erano i fulmini no, la palma era meglio scartarla. Me lo ricordo quel gelato di Coppella, solo due gusti, fragola e cioccolato, che si squagliava portato via dalla pioggia torrenziale e noi a ridere e a baciarsi che tanto ormai eravamo bagnati fradici.
La fortuna delle piogge improvvise cubane è che nella maggioranza dei casi poi torna subito il sole. Un sole caldo che ristora. A volte puoi vedere perfino l’arcobaleno. Io una volta a Cuba ne ho visti due. Uno accanto all’altro come fosse un ponte a due campate. Era il giorno che partivo e che tornavo in Italia e stavo andando all’aeroporto. E benché avessi gli occhi gonfi di lacrime, quel ponte colorato è stato capace di farmi uscire un sorriso.
“ Corri, scappiamo in macchina che comincia a piovere. Sento i tuoni in lontananza” “Ma come? Se fino a poco tempo fa c’erano le stelle”. Non so se correndo abbia percorso quel ponte colorato in un giorno, un mese, un anno oppure in una vita intera. Basterebbe dire una horita e sarei ad oggi. Il rumore della pioggia ticchetta sulla carrozzeria. Siamo due spettatori privilegiati dentro una nicchia protettiva. Fuori uno spettacolo potente e antico. Lampi che fanno giorno e noi abbracciati. Il collo che si ritrae come se dovesse prepararsi ad attutire il colpo del tuono. E ridere e dirsi accipicchia com’era vicino. Non c’è più un attimo di tregua ormai. Solo il buio a volte prende il sopravvento ma la pioggia no, quella non si ferma. E mani che s’intrecciano oltre le mani. E dirsi “bello, bello, bello” ma solo con gli occhi, quasi per pudore. Dirlo a quest’acquazzone improvviso, alla notte, all’estate e a noi che ne siamo diventati misteriosamente parte.
Elogio dei sogni
Ho sempre avuto un debole per i sogni. Quelli che si fanno di notte. Mi è sempre piaciuto il loro fregarsene di regole e bisogni, moralità e logica, tempi e spazi. Mi ha sempre incuriosito vivere questa vita parallela dove niente è a comando. A volte mi piacerebbe poter ordinare un sogno. Non dico la trama, mi basterebbe i protagonisti, le comparse. Perché lo sappiamo tutti: mentre si sogna sembra tutto vero e non esiste altra vita. Nessuno di noi pensa che in quel momento stia sognando. E quindi, è un regalo bellissimo ritrovarsi e interagire con persone che per un motivo o l’altro non ci sono più nella tua vita. Quando questo accade, ed è stato un bel sogno, la giornata seguente parte meglio. A me piace anche raccontarli, i sogni. Forse perché penso che tutti abbiano il mio stesso stupore ma, in verità, forse non è così. Ricordo un mio vecchio amore. Aveva trovato un modo per scappare signorilmente dal mio:“Sai cosa ho sognato stanotte?” Non facevo in tempo a terminare al frase che mi baciava appassionatamente e poi completava la fuga davanti al mio mondo onirico con: “Preparo la colazione?” Per essere più carino.
Se fossi economicamente più in carne andrei da un un analista. Come si vede nei film. Bella luce, una chaise longue e qualcuno che ti chiede: “Prego, mi racconti i suoi sogni”. Sarebbe un sogno. Per rimanere in tema.
Una volta in un sogno ho guidato un trattore, un’altra ho curato le ferite ad un gatto delle foreste norvegesi che aveva lottato contro una iena. Un’altra volta eravamo in tanti intorno ad un tavolo, all’aperto, abbiamo riso così tanto che per il rumore l’uva che era nel pergolato è caduta sulla tavola. Un’altra ancora, ho dovuto convincere un cavallino che era con me a passare dentro una galleria dove sfrecciavano auto e lui aveva paura. Così gli ho messo una maglia sugli occhi e mentre gli sussurravo di stare tranquillo, piano, piano, siamo arrivati dall’altra parte. Una volta ho sognato una persona alla quale non pensavo più da tempo, un’altra volta amoreggiavo con uno che a fatica saluto. In un altro sogno quasi piangevo dal dolore perché cercavo di scansare i pezzi di vetro che c’erano intorno alla piscina ed io volevo andare a fare il bagno. Una volta, infine, mi sono presa una gran paura perché nel sogno ero dentro ad una bara ma ero ancora viva.
“Perché questa passione per i sogni? Pensi che nella realtà non ci siano posti da sogno? Te li sei scordati? ” Mi dici sempre. “Hai presente il colore dell’acqua nella spiaggia di Berchida dove per chilometri e chilometri eravamo soli? Il Maleecon dell’Habana con le pareti multicolori che si affacciano sul mare? La luce dorata del Sinai? Le sfumature dell’alba che abbiamo aspettato in silenzio sul crinale del Lago?”
E’ vero. E’ vero. Ma un pinguino rosa io l’ho incontrato solo in sogno, però.
Fortune
Son fortune. Questo pensavo l’altra mattina mentre me ne andavo a lavoro a piedi. Due o tre minuti di cammino. Con la neve o con il sole. Passo da una viuzza che ha perfino un nome. Si chiama: “via ombrosa” ma se la vedeste ha più la forma di un sentiero che quello di una strada. Durante il tragitto incontro quasi sempre Sirio. Il mio orario di ingresso coincide con il suo scendere al negozio per prendere il pane oppure, di questi tempi, nel fare l’orto che si trova lungo la via. I nostri discorsi di pochi minuti variano a seconda degli eventi ma come gli inglesi, spesso virano sul tempo. Mi dice che non ne può più di tutta questa pioggia perché l’orto è indietro. Ha seminato poco e niente. Sirio ha quasi novant’anni, un cuore rattoppato più volte ma una voglia di vivere e un sorriso che mi contagiano positivamente. Così, quelle volte che per caso non lo incontro, sento che mi manca qualcosa. Di questi tempi mentre percorro la via ombrosa, ci sono pure i merli che con il loro cinguettio mi mettono allegria. Starei a sentirli per ore. Anzi, se potessi imparerei il merliano per poterli rispondere.
Questo pensavo oggi mentre stavo tornando a casa in treno. Un treno stipato di pendolari. Secondo me, a chi prende il treno per andare a lavoro dovrebbero abbonare almeno un’ora, oppure dare un contributo. Per fortuna, per quanto mi riguarda è solo una volta alla settimana. Oggi, per esempio, la mia dirimpettaia di sedile ha masticato ininterrottamente come un lama tibetano una gomma facendo un rumore fastidiosissimo. Ho cercato più volte attraverso lo sguardo e con la trasmissione del pensiero di farla ammutolire ma niente. L’altro giorno si è seduta accanto a me un signora di mezza età completamente impestata di profumo. Per un po’ ho resistito poi, il mio naso già messo a dura prova dall’allergia ha dato i primi segnali di insofferenza ed ho cambiato posto. Poverina! Magari avrà pensato che stava facendo cattivo odore e così la prossima volta rincarerà la dose di quell’orrendo profumo chimico.
Per non parlare di coloro che occupano il sedile con borse e borsette e malgrado il treno stia collassando di persone, appena chiedi: “scusi, è libero?” ti guardano come se facessi alzare la loro nonna novantenne.
Senza dimenticare chi, ascoltando musica con le cuffiette, deve tenerle ad volume così alto che potresti benissimo fare il contro canto.
Un capitolo a parte lo meritano le innumerevoli telefonate alle quali si assiste durante un viaggio in treno. Voci, idiomi e volumi diversi che si sormontano e s’intrecciano in una babilonia di parole. Telefonate sul nulla che durano delle mezz’ore. “Ciao Leo, ti disturbo?” Ha detto a gran voce il mio dirimpettaio di sedile l’altro giorno, dopo che da quasi un’ora stava facendo telefonate come fosse l’addetto di un call center. “Lui non lo so, ma a me hai proprio rotto i santissimi zebedei”. Questo ho pensato. Ma devo averlo pensato intensamente perché mi ha guardata con antipatia. Lo so, lo so, cosa state pensando voi. Che invecchio male come una zitella acida o per i più carini, come una single snob. Di sicuro un fidanzato sul treno non lo troverò mai per come sono ghignosa. Nemmeno se si butta nell’impresa prendendo la rincorsa.
Ma dov’è, dico io, dov’è finita quella bella littorina in legno sulla quale sono salita la prima volta che ho preso un treno lungo la porrettana fatta di gallerie e ponti? Dove sono finiti gli scambi che ho visto da piccola, quando mamma ci ha portati a Firenze e che prima di arrivare in stazione guardavo ammirata scomparire sotto il treno come fosse il gioco delle tre carte? Dove sono finiti quelli scompartimenti che chiudevi con gli amici e facevi una specie di isola felice? Dov’è finito l’interail che ci consumò scarpe e zaino? Dov’è? Dov’è finito il mio sogno nel cassetto che si chiama Orient Express?
Quando al voce metallica annuncia “Pistoia stazione di Pistoia” il secondino del potenziale criminale che è in me tira un sospiro di sollievo. A passo svelto arrivo al parcheggio, salgo in macchina e parto.
Alla prima rotonda impreco contro un signore distratto che non mi stava dando la precedenza, poi suono il clacson innervosita quando un furgoncino accosta lasciando poco spazio per passare. Il brutto mi ha contagiata. Forse sono io che assorbo tutto. Forse è il mio sistema immunitario che non ha corazze. Forse non ci sono abituata e l’abitudine nel bene e nel male aiuta. Non lo so. So soltanto che ho dovuto iniziare a salire i tornanti, a sentire l’aria fresca accarezzarmi la mano fuori dal finestrino, a vedere il verde che ormai dilaga sui monti, a pensare alle belle persone che conosco per accennare un sorriso.
Dlin Dlon… Comunicazione di servizio
Allora, cari amici wordpressiani, chi di voi è sufficientemente curioso ed energico da spostare le proprie dolci membra verso l’Appennino? Quello che accennai per il compleanno di ‘penna bianca’ sta diventando realtà. Con la mia collaboratrice Edp siamo giunte alla conclusione che le date del raduno saranno l’8 e il 9 giugno.
Sì, sì, ma dove? Direte voi. Effettivamente Appennino tosco-emiliano è un po’ troppo vago…Il paese che dovrete impostare sul navigatore è: Cutigliano. Lì c’è il ristorantino di mia sorella, “il nonno Cianco”, dove ceneremo sabato sera. Nel paese ci sono anche diverse possibilità per alloggiare e così le auto resteranno ferme, con buona pace degli alcoltest. Il giorno dopo, mi garberebbe portarvi a fare una giratina in montagna, al Lago Scaffaiolo (1 ora di cammino perché saliremo in quota con la funivia che parte dal ristorante) oppure, possiamo restare in paese (tra l’altro in quei giorni ci sarà una bella iniziativa che si chiama Montagnarte). Decideremo insieme. Il ritrovo potrebbe essere sabato primo pomeriggio. Se vi organizzate da Milano, per esempio, potreste essere più di uno. L’autostrada arriva fino a Pistoia poi c’è la statale con un po’ di curve. Da queste parti arriva anche il treno della linea ferroviaria porrettana. I più avventurieri possono venire a anche in bici.
Questa è la mia mail: sandrastru@interfree.it
Con piacere fornirò a chi verrà: indirizzi, chiarimenti, nonché il mio segretissimo numero di telefono.
Vi aspetto tutti! Nessuno escluso! Anche chi fosse passato di qui per caso solo oggi.
(Si può rispondere: sì, no, ci penserò, perfino decidere all’ultimo minuto. Casomai portandosi un sacco a pelo… :-)
A parte l’herpes che di sicuro mi verrà sono felicissima. Baci a tutti.
Naturalmente

Sono arrivata in tempo. Questa volta. In tempo per cacciarla via prima che ne facesse uno scempio. L’avevo vista dalla finestra. La gatta se ne stava accucciata e immobile come una sfinge. Soltanto la coda si muoveva nervosamente. Lo sguardo ipnotizzato dal quel saltabeccare frenetico e gioioso tra la ciotola con l’acqua e il vaso. Un uccellino (lo chiamerò genericamente così, poiché le mie conoscenze ornitologiche non me lo fanno attribuire ad una specie precisa), stava saltellando qua e là riempiendosi il becco con i ciuffi di pelo lasciati in giardino dalla gatta, che di questi tempi ne perde copiosamente.
Aveva il becco così pieno di quella lanugine che sembrava avesse due bei baffoni. Chissà com’era contento. Aver trovato tutto quel ben di Dio per il suo nido in così poco spazio.
“La natura avverte sempre del pericolo con colori sgargianti”. Diceva l’altro giorno Simone nella sua lezione naturalistica. “Pensate al rosso scarlatto dell’amanita falloide, fungo velenosissimo e mortale, oppure ai colori appariscenti della salamandra che sembrano dire all’eventuale predatore: attento, se mi mangi ti irriti lo stomaco!”.
Lo so che mi hai vista. Mi hai vista ma hai fatto finta di non vedermi usando gli scaffali di un supermarket come fossero paraventi. L’hai fatto per orgoglio, per non riaprire vecchie ferite, per rassegnazione o perché davvero mi hai dimenticata? Un tempo ci avrei dedicato un po’ della mia energia per interpretare questo comportamento.
Secondo me, comunque, quando qualcuno decide di dimenticarti dovrebbe dirtelo prima e non metterti di fronte al fatto compiuto. Così, per carineria. Perché io ci credo alle belle cose che si dicono quando va tutto bene. E forse di questa malattia mica guarirò mai. Poi penso che c’è gente che ha bisogno di giurarsele davanti ad un prete oppure ad una autorità quelle belle cose e non le mantiene, allora penso che la mia malattia è solo cronica ma non mortale.
Questo rimuginavo nella mia testa prima di varcare il cancello del giardino e di trovare quel piccolo uccellino, di cui ignoro la specie ma che ho amato profondamente, a gambe ritte e tutto spennacchiato.
Dentro il becco nessun ciuffo di pelo. Chissà a che punto sarà stato il suo nido…
Mi siedo sulla panca mentre la gatta eccitata e miagolante si struscia alle mie gambe. Ma andate affanculo tutti, oggi. Tu, la gatta, i ricordi e il grigio che qualcuno indossa per sembrare meno pericoloso.
Storia di un letto tondo e del coraggio
Chissà se te ne saresti andata via prima da questo mondo e non dopo tre anni di coma irreversibile, se invece di un anonimo letto d’ospedale fossi stata nel tuo. Devo dire che quando vidi per la prima volta il tuo letto rimasi a bocca aperta. Avevo undici anni. Ricordo bene l’età perché ero in quinta e come premio finale di cinque anni passati insieme, decidesti di organizzare una merenda per i tuoi alunni a casa tua. Una casa proprio bella. Una casa particolare, con il tetto a punta, rivestita di pietre e legno ma soprattutto, una casa che ti eri interamente costruita da sola. Già… Avevi le mani d’oro.
Nella camera da letto di una casa particolare non c’era un letto normale: c’era un letto rotondo.
Quando sei bimbo non ti poni tante domande su dove potessi trovare lenzuola e coperte di quella forma, non esiste la praticità, quanto la bellezza di ciò che ti colpisce. E quel letto era proprio simpatico. Se penso poi che non avevi un marito, oggi che guardo indietro mi sembra ancora più simpatico quel letto. Anche se ho saputo che un amore ce l’avevi. Un marito no ma un amore sì. E a lungo.
“Ci vuole coraggio per finire, ci vuole coraggio per iniziare”. Mi diceva proprio ieri Pietro mentre camminavamo insieme nel bosco. Credo che il coraggio sia una delle qualità che più ammiro nelle persone. E non parlo solo del coraggio fisico. Parlo del coraggio di superare le prove con noi stessi, di guardare nel profondo, di girare intorno ad un letto senza spigoli e cascarci dentro. Il coraggio di dire ” meno male che ci sei” senza sentirsi deboli.
Fate largo ai coraggiosi! Io vorrei che guidassero il mondo. Sono quasi certa che nella loro testa parole come: sogno, speranza, futuro, non echeggiano a vuoto e che non loro cuore c’è un battito anche per gli altri, perché spesso chi è coraggioso è anche generoso.
Non so perché sono partita da un letto rotondo per arrivare al coraggio. A parte il fatto che un letto rotondo rotola per sua natura. Torna su se stesso. Chiude un cerchio. Ma non lo so. Sarà come per tutti i coraggiosi che ammiro. Anche loro in fin dei conti quando partono mossi dall’entusiasmo non sanno mica come andrà a finire. Dove andranno a finire. Ma partono.
Un anno
Tranquilli, gliel’ho detto. Il primo anno si festeggia per bene poi il prossimo ti mando solo un messaggino. Anche perché sembra che passi il tempo a guardare le ricorrenze. Ma questa è troppo bella: il mio blog compie un anno!
E’ nato il 25 febbraio 2012 e come tutte le più belle cose è nato per caso. Cosa fosse un blog proprio non lo sapevo, forse ne avevo una vaga idea ma non sapevo che fosse questo. Questo scrivere di noi ma nello stesso tempo condividere. Passavo il mio tempo sul “Club dei poeti”. Un posto bello. Dove sono stata bene e ho conosciuto bella gente. Un sito dove si parla di poesia. Si mettono poesie e si commentano poesie. Una specie di laboratorio. Ci sono stata sei anni e poi questo nuovo impegnopiacere mi ha allontanata. Forse era qualcosa di finito che trascinavo, sicuramente è stata una fine indolore. Non ho chiuso con uno strappo. E’ finita con naturalezza, come vorrei fossero tutte le fini. E poi chiaramente è solo il mio punto di vista perché a loro manco, ogni tanto qualcuno si fa vivo e allora penso che sono un po’ egoista perché è finita bene ma solo per me. E’ che le fini perfette sono rare.
Mi fa tenerezza rileggere i primi scritti. Scritti timidi e insicuri come per certi versi lo sono anch’io. Post che ballavano da soli. Sembravano messi in una bottiglia e gettati in mare in attesa che dalla rete qualcuno se ne accorgesse. Però ballavano felici e questo era già qualcosa. Io ho un ego molto piccolo, un eghino e se avevo aperto un blog era solo in piccolissima parte per gratificarlo, il resto era voglia di condividere, scambio, curiosità, voglia di conoscere altro.
“E adesso come si fa a far venire gente? Mica posso invitarla a prendere un caffè?” Questa fu la prima domanda. Ricordo il piacere e la sorpresa dei primi commenti, come fossero stati la risposta ad un messaggio telegrafato dall’antartide. Poi qualcuno è arrivato, perché ha letto di là, ha visto di qua, lo sapete come funzionano questi intrecci di fili. Qualcuno è arrivato ed è rimasto da subito. E questo è molto bello perché significa che si è trovato bene (a loro sono particolarmente affezionata). Qualcuno è arrivato da poco ma è come se fosse qui da sempre, qualcuno va e viene, qualcuno mi legge da lontano. Vorrei fare i nomi ma ho paura di scordarmi qualcuno. Ma soprattutto vorrei fare i nomi perché, anche se di molti conosco solo il nick, per me siete persone. Persone vere in care ed ossa con le quali ho passato del tempo, del tempo prezioso e molto bello. Del tempo fatto di riflessioni. Fatto di risate, tristezza, incazzature, nostalgia, bellezza, sogni. Fatto di passione. Nei tag le parole che ho più usato sono amicizia e amore. Due parole importantissime ma che per me vanno spesso di pari passo e si compenetrano.
Allora, miei cari amici, ho un sogno che potrebbe diventare realtà. Vivo sui monti e questo lo sapete ma per arrivarci non servono corda e piccozza, c’è la famosa route 66 del Brennero e dell’ Abetone. Perfino il treno arriva nelle vicinanze. Mia sorella ha un ristorantino dove si mangia benissimo e dopo aver fatto una bella camminata sul crinale (perché la bellezza va vista in faccia e non potete esimervi), questo potrebbe permettere un buon gozzovigliamento. Con la bella stagione vi ci vedo. Insomma, secondo me sarebbe proprio bello vedersi da vicino. Negli occhi.
Allora, più che gli auguri al primo anno di penna bianca vorrei il vostro parere su questo: è una bella idea o me la smontate subito?
Prima che ci sia lo spoglio di numeri ben più importanti di questi, voglio dirvi grazie. Grazie di cuore alle 78 persone che seguono il blog, che lo commentano, che lo rendono vivo, che ricambiano le mie parole. Grazie a chi va e viene. A chi mi fa un cenno da lontano. Grazie alle 13.521 persone che sono passate di qui anche solo per caso. Ho visto nella memoria di ricerca come molti sono capitati qui e mi sono piegata dalle risate. Passi per “montagna”, “banco di falegname”, “bosco di notte” tutte stringhe plausibili, qualche curiosità in più invece ce l’avrei per “tisana rumena per chiudere ferite” e “ dove posso comprare una piuma bianca” ma soprattutto, come hai fatto ad arrivare al mio blog cercando “piccolaindiana cerca grandecazzo”? Questi sono misteri del web.
La maggioranza c’è arrivata cercando “cielo stellato”. Mi sembra di ricordare quale sia il post ad esso correlato. Mi piace che uno arrivi qui guardando una stella, magari guardando proprio la sua buona stella. La parola desiderio contiene nella sua etimologia questo. E cos’è una vita senza desideri, senza un vorrei da coltivare, senza una stella lassù in alto che ci faccia alzare lo sguardo anche solo per un minuto?
Sant’Antonio, gli animali e le umane contraddizioni
“Sono a suonare alla Piastra. C’è la festa di Sant’Antonio! Perché non vieni? Ricordo che ti piaceva tanto…” Se vi dovesse capitare di lasciarvi dopo dodici anni di convivenza vi auguro di farlo così. Rimanendo buoni amici. Due amici che si sentono ogni tanto, che quando si rivedono si abbracciano, che si ricordano le cose che piacevano, che puoi contarci. La festa di Sant’Antonio, protettore degli animali, è uno splendido intreccio di sacro e profano. Si parte con la benedizione degli animali e delle loro cibarie per proseguire con canti, balli, laute bevute e grasse mangiate. Gli animali di solito restano fuori, all’aperto. Ci sono cavalli, caprette, vitelli, maialini e poi, cani, gatti, conigli. Oggi c’è perfino un asinello con un bel fiocco rosso alla coda. E’ la loro festa. Bisogna tenerseli cari, gli animali, averne cura. Molte delle persone che sono qui lo fanno di mestiere.
Mette allegria vedere quest’allegra brigata, il suono della fisarmonica e Gosta e Meo che tutti gli anni si cimentano nella loro mazurka preferita, non senza aver messo prima il borotalco sul pavimento che così si scivola meglio. Io rido ma per poco. Fin quando Ugo non mi trascina in un forsennato valzer che insieme al vino e al borotalco mette a dura prova la mia stabilità. Che poi, a guardarla bene fino in fondo nel mio piatto c’è una buona grigliata mista. Allora penso che l’essere umano è pieno di contraddizioni. Dovrei essere vegetariana. Di principio, o magari anche solo oggi che è la loro festa e invece no. Siamo pieni di contraddizioni. Sono piena di contraddizioni. Anche di animali dentro di me. Allora Sant’Antonio benedici il cavallino che mi porta a fare belle passeggiate, la ghiandaia che vola libera nell’aria, il gatto che si acciambella dopo che qualcuno gli ha fatto una carezza. Benedici il cane che scodinzola festoso forse anche quando non dovrebbe e la tartaruga che quando ha paura si chiude nel guscio. Ma più di tutti Sant’Antonio dai una benedizione speciale a quegli animali un po’ nascosti, sopiti e che magari dovrebbero riprendere un po’ di vigore. Per esempio, c’è un toro che è se ne sta bello pacifico in un angolo ma quando si arrabbia mette paura, un ariete che prende a cornate chi si approfitta di lui, uno scorpione che punge con sottile precisione. Andrei avanti con lo zodiaco ma per rimanere in tema di contraddizione ci metto pure un sagittario. Mezzo uomo e mezzo animale. Io con le persone del sagittario vado sempre d’accordo e non solo perché anche loro sono una contraddizione vivente. Forse è la loro freccia che punta verso il cielo che mi dà fiducia. Forse perché con coraggio provano a lanciarla lontano. Forse perché, con mia grande sorpresa, una volta quella freccia è arrivata fino a qui.
Dal blog a Torino

“Vieni a Torino? Macché albergo, siete ospiti a casa mia! Forse però non ci sarò…Casomai ti lascio le chiavi dalla vicina”. “Di casa tua?” ma se nemmeno ci conosciamo se non attraverso le parole dei nostri blog. A me questa fiducia così immediata, data sulla parola, sulla sensazione di aver sentito una persona attraverso di esse, di aver sentito una voce e da questa aver capito qualcosa mi ha riempita di gioia. Perché forse solo a Cuba o in Nicaragua ho percepito quel sentimento verso uno sconosciuto, quel sentimento misto a fiducia, solidarietà umana e fraterna che loro declinano con un entusiastico “tu eres mi amiga!” Come puoi meravigliarti, è tutto così naturale. Ma poi torni un giorno prima perché mi vuoi conoscere, anche se per te non è un bel periodo, anche se io non so ancora se due sconosciute che si fiondano in casa tua e nella tua vita possono portare un raggio di sole o solo una rottura di scatole, quando per te non è un bel periodo.
A Torino i questi giorni il cielo è azzurro, c’è il sole e non è nemmeno freddo e dici che è strano, che siamo state fortunate. A Torino c’ero stata una vita fa quando facevo la tesi di laurea. Una tesi sull’interpretazione gestaltica del mito egizio di Iside e di Osiride che mi portò al Museo Egizio. Un’operazione topo di biblioteca. Della città ricordo poco. L’immagine della dea Maat, la dea della giustizia, mentre pesa il cuore del defunto sulla bilancia. Su di un piatto il cuore, sull’altro una piuma. Il cuore non può essere più pesante. E mi sembra di sentirlo il tuo cuore. Un cuore generoso, pulsante, un cuore che sa aprirsi.
A Torino è tutto regale. C’è la regia farmacia, il regio orfanotrofio, la regia biblioteca, il regio marciapiede, la regia cacca di cane sul marciapiede. “Dove lavori?” ti chiedo. All’ospedale, pronto soccorso. Ecco perché ti sento, malgrado tutto, così calma, con i piedi per terra, sei allenata a gestire le emergenze. Una regia dottoressa. E io che sono bischera di natura comincio un tormentone abbinando al parola regio a qualsiasi cosa, persino ad una regia pernacchia fatta da lontano a chi non tiene fede alla parola data.
Come sono vicine le Alpi. Belle, imponenti, bianche, si ergono come un scenario dietro la Mole Antonelliana. Entriamo nel museo del cinema. La bimba, la curiosa e la sognatrice che convivono pacificamente in me insieme a un altro centinaio di sfaccettature sono felici. Si divertono a guardare dentro la prime macchine magiche, nei precursori del cinematografico a fare gli esperimenti visivi, le illusioni ottiche a guarda re come l’uomo si è ingegnato e nel giro di vent’anni, è passato dalla fotografia immobile a quella in movimento di un film. Il museo Egizio è bello ma è molto tradizionale. A parte la sala con gli specchi dove sono posizionate le enormi statue in granito e l’allestimento della tomba di Kha ritrovata ancora intatta ai primi del novecento, il resto è concepito secondo una visione tradizionale del museo mentre qui siamo più vicina a quella anglosassone, interattiva. Passano tre ore e nemmeno te ne accorgi. Se non quando ti rilassi nella sala al centro della Mole dove una cinquantina di chaise longue rosso porpora ti permettono di vedere un sequenza di spezzoni di film intramontabili. Penso a quanto mi piaceva andare la cinema quando abitavo in città . Quando volevo vedere un film, che come genere sapevo già sarebbe piaciuto a me soltanto, me ne andavo allo spettacolo delle sei per tornare a casa in tempo per preparare cena. Mi sa che ho ereditato quest’amore da mia madre che adorava il cinema. Mi raccontava sempre di quando aveva lavorato da giovane presso quella facoltosa famiglia romana come baby sitter, di chi aveva visto. Conosceva tutti i film degli anni 50 ma anche adesso, quando ne rivedeva qualcuno i tv, rimaneva sempre a bocca aperta. Aveva un debole per Gregory Peck quello di “vacanze romane” e secondo me un po’ attrice mancata lo è stata. Un po’ perché quando guardo quella foto a vent’anni, di mezzo profilo, con il rossetto e lo sguardo sfuggente, una diva lo sembra proprio, un po’ perché aveva un innato senso al melodramma anche nella vita di tutti i giorni.
“Vi porto a prendere qualcosa al Fiorio, uno dei caffè storici di Torino” mi dici. “Qui vengo spesso quando voglio rilassarmi, quando ho un po’ di tempo libero. Sai quante cose ho scritto in quell’angolino là in fondo!” E m’immagino che se entrassi in un bel caffè come questo, di quelli eleganti ma non snob e vedessi una bella donna con la faccia che assomiglia vagamente a Isabella Rossellini intenta a scrivere, ecco, se fossi un uomo ne rimarrei incantato. Ma anche se sono una donna perché la bellezza non fa distinzione.
Certo che tre donne insieme parlano di tante cose, parlano di tutto, parlano tanto ma alla fine parlano sempre di amore. Farlo però mangiando un gelato alla crema con cioccolata calda sopra e uno zabaione con la panna è tutta un’altra cosa. Mi piace quando le giornate hanno questo sapore. Caldo. Intenso. Dolce. Riappacificatore.
Torino città regale, città operaia, città di arte e di efficienza. Città di portici. Città cortese ma un po’ diffidente, mi dici. Riparto soddisfatta, contenta di averti conosciuta, di aver visitato la tua città. Racconti che Torino è anche un a città magica, alchemica, una città di misteri e forse è vero. Infatti me torno a casa con paio di irrisolti: Per esempio: cosa ci fa in Piazza Castello una bicicletta incatena ad un lampione così in alto? Perché dite “è di turno” per chiedere chi è l’ultimo della fila? Ma soprattutto, Badev, perché tieni il pacchetto con la polvere di caffè in frigo?







