AA. VV. – Still Primitive! #1: The Legacy! (Chaputa!)

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Eureka! Cento candeline sulla torta della Chaputa!.

Tante sono le pubblicazioni dell’etichetta con base in Portogallo.

E, per celebrare l’evento, una grandissima idea: rendere omaggio alla storica Get Primitive!, la “raccolta delle raccolte” con la quale l’Europa, nel 1986, “importava” il meglio delle Pebbles e, a sua volta, contribuiva a diffondere il verbo del miglior sixties-punk.

Su decisione dell’etichetta, nessuna anticipazione è stata data ad alcuno, stampa compresa. Ma ora, finalmente, eccoci qui a battere i tacchi (perché le zazzerone sono finite da un pezzo) su quello che è, ancora una volta, il miglior concentrato beat-punk di sempre, da Born Loser a Five Years Ahead of My Time, da Hey Little Bird a Be a Caveman, da Action Woman a Good Times, da No Friend of Mine a Primitive, ora affidati ai nuovi assi del genere, Loons, Wyld Gooms, Fadeaways e i nuovi fenomeni Knight Shades di New York su tutti. Tutta gente che ha tenuto fede all’imperativo lanciato dagli Avengers sessant’anni fa.

La vostra fede è stata altrettanto tenace?  

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

SHIVA BURLESQUE – Shiva Burlesque (Nate Starkman & Son)

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Il trance-rock fu una sorta di deviazione post-punk del desert-rock di gruppi come i Thin White Rope che dalla medesima area californiana provenivano. Gruppi come Savage Republic, 17 Pygmies, Red Temple Spirits e Shiva Burlesque erano artefici di questo suono evocativo ma allo stesso tempo opprimente e affardellato. Nel caso del gruppo dei futuri Grant Lee Buffalo, il suono ricorda in particolare il sound dei Bunnymen (The Black Ship il caso più eclatante) e, più in generale, il solenne ma funereo post-punk inglese (Train Mystery o le ballate alla Sound di Water Lillies e Marysupermarket).

Gli Shiva Burlesque si configurano come la deriva doorsiana del sotto-movimento californiano, meno tribali rispetto ad altri e più inclini ad una sorta di spiritualità panteista. Risolta, c’è da dire, in una maniera abbastanza banale la cui colpa il gruppo attribuirà alle striminzite risorse dello studio Radio Tokyo (e, confrontando ad esempio l’omonimo disco dei Jane’s Addiction uscito proprio in quei giorni e la maestosità dell’album successivo, potremmo anche dargli credito, NdLYS) ma che tuttavia possiede un suo fascino che equivale a quello abbastanza raro di guardare Los Angeles da dietro dei vetri appannati, su un’auto che cammina lentissima, trasformando la sua skyline in uno straniante miraggio gotico:

Your friends
go uptown nothing there makes a sound
We walk through
leaves talking about the sea
Bells ring up high no one
remembers why.

Then all the birds will fly
Into
another sky
Where do the birds all fly?

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

CIRCLE X – Prehistory (Index)

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Come per i Factrix nel litorale opposto degli Stati Uniti, i Circle X, transfughi da Louisville, riempiono di fosche nebbie l’orizzonte di New York. Nastri e percussioni hanno preso il posto delle chitarre massacranti dell’EP di debutto di quattro anni prima, adesso ridotte ad una bava elettrica disturbante o ad una pioggia di grumi fuzz che somigliano ad api che depongono il polline nell’alveare.

Prehistory è il disco che incarna l’anima perversa dalla civiltà industriale, la mansueta obbedienza dell’uomo moderno irretito dalla politica, sedotto dalla religione, ipnotizzato dallo schermo tv, circuito dai giornali. Culture Progress ne rappresenta l’epitaffio sonoro, la sua protesi musicale, tanto quanto Underworld può rappresentarne il delirante requiem.

Dub, kraut-rock, tamburi nord-africani, elettronica, industrial, musica concreta, noise girano dentro la x cerchiata come se il suo perimetro fosse la ruota di un criceto. Noi, i criceti.

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

BIZARROS – Bizarros (Mercury)

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Rispetto allo split con i Rubber City Rebels di due anni prima, l’album d’esordio dei Bizarros mostra qualche ruga in più ma non meno fantasia.

Se già nel ’77 il loro suono decideva di affrancarsi in maniera autonoma dal punk propriamente detto, in questo album la forbice si divarica ulteriormente già dal riff tipico del decadentismo metropolitano di Lou Reed che lo apre e andando pure a recuperare una sorta di essenza Love, un po’ come avrebbero fatto anni dopo i Dead Moon e si cui è intrisa distintamente Quiana Girls, qualche solco più in basso.

Con After the Snow la band di Akron approccia anche una ballata, con tanto di tastiera dardeggiante. Lady Doubonette è una versione ancora più rallentata del singolo di debutto, che dirada ulteriormente le trame alle Tom Verlaine tipiche del pezzo e che qui tagliano anche la bella The Waves Cry, decadente e bellissima canzone che andrebbe inserita nel canzoniere essenziale della new-wave americana, come tutto l’intero catalogo dei Bizarros, anche quello di molto successivo alle prime imprese.  

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE JOHNNYS – Grown Up Wrong (Mushroom)

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Il secondo album dei Johnnys splende soprattutto per Ten Outlaws, uno dei pezzi migliori di tutto l’Aussie-sound degli anni Ottanta e, anche, uno dei pezzi più esplosivi del cow-punk mondiale.

Il secondo album splende soprattutto per Ten Outlaws, uno dei pezzi migliori di tutto l’Aussie-sound degli anni Ottanta e, anche, uno dei pezzi più esplosivi del cow-punk mondiale. La millesima storia di sceriffi e fuorilegge, come ai tempi di Pat Garrett e Billy Kid, ma sorretta da un lick chitarristico fiammeggiante come pochi altri. L’ennesimo pezzo scritto per la band da quel genio di Radalj, sebbene li abbia abbandonati a pochi mesi dalla nascita nel lontano 1983 e cantata con prestanza da Spencer P. Jones.  

Rispetto a questo capolavoro, ma anche rispetto allo strepitoso esordio, il resto del disco perde un po’ di mordente e anche molte di quelle sfumature (come le veloci virate verso il rockabilly) che avevano reso tale Highlights of a Dangerous Life. Se quel disco era una sorta di capriccioso incrocio tra i Long Ryders e gli Hoodoo Gurus, questo è una sorta di sofismo Del Fuegos.

I suoni sono certamente meglio definiti, come una canna di fucile tirata a lucido ma che puzza ancora di polvere da sparo e Middle Sized Johnny, Shameless Girl, Bounty Hunter e la luminosa cover di Anything Could Happen dei Clean contribuiscono a fare di Grown Up Wrong (titolo rubato agli implumi Stones di 12×5, di cui i Johnnys eseguono una cover senza infamia e senza lode) una cartucciera degna di tale nome, nell’arsenale del roots-rock mondiale.  

                                                                            Franco “Lys” Dimauro

THE RAYBEATS – Guitar Beat (Don’t Fall Off the Mountain)

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Il giro era quello dell’avanguardia newyorkese: Contortions, Bush Tetras, 8 Eyed Spy, Golden Palominos, Teenage Jesus & The Jerks. Da quel sottobosco di predatori venne fuori una delle migliori band di retro-rock di New York, fra le prime a recuperare il vibrante assalto sonoro delle surf-band degli anni Sessanta.

Guitar Beat esce infatti nel 1981 ed è uno dei dischi pioneristici del recupero delle frattaglie degli anni Sessanta, con pezzi clamorosi come Piranha Salad, Guitar Beat, Holiday in Spain, The Backstroke, scritti ed eseguiti emulando i Ventures. La chitarra, opportunamente effettata, è la protagonista assoluta dell’album, supportata da un organetto e da un sassofono che si scambiano il ruolo di “spalla”, alimentando l’onomatopea vintade del disco anche quando questa pare voler soffocare sotto il peso delle nuove, moderne nevrosi, come nella sinistra Tone Zone.

I Raybeats consegnano ai posteri l’arte di riciclare il ricordo di un’epoca lontana che potrebbe tornare. Senza tuttavia mai essere lucente ed ingenua come allora.  

 

                                                                            Franco “Lys” Dimauro

THE MOLOTOVS – Wasted on Youth (Marshall)

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Senza dubbio uno dei debutti più attesi del 2026, quello dei fratelli Cartlidge, custodi giovanissimi della gloriosa tradizione mod inglese e Wasted on Youth non tradisce le aspettative, con i suoi richiami a Costello, ai Jam, ai Buzzcocks e ai Chords ma anche a Billy Bragg (Nothing Keeps Her Away) e a chi quella tradizione la introiettò all’interno del brit-pop degli anni Novanta, come Blur e Oasis (Daydreaming).

Pezzi come Rhythm of Yourself, Popstar e Get a Life funzionano al primo ascolto, anzi alla prima frazione di esso. Per altri dovrete attendere, ma non più del secondo passaggio, per trovarveli attaccati alla vostra carcassa come balani sul dorso dei cetacei. Altre, onestamente, stufano già al terzo, come Come on Now.

Un po’ com’era stato per gli Strypes lo scorso decennio, un esordio esuberante come l’età dei protagonisti lasciava supporre.

Per ora, l’hype eguaglia il risultato. Sperando reggano entrambi.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

ACTUEL – Monuments (Actuel)

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I Television, ma come se a suonare fossero i Chameleons.

Monuments è l’unica testimonianza del passaggio sul pianeta degli Actuel di San Francisco e delle loro miniature new-wave fatte di chitarre pizzicate e di fratture funk alla stregua di XTC e Talking Heads. Il merito è in gran parte, anche se non esclusivamente, di Steven Anderson, futuro apprezzato jazzista e che qui si produce in magnifiche tessiture chitarristiche, coloriture di percussioni e pianoforte, oltre che cantare in maniera convincente e toni confidenziali ma inquieti come i tempi della new wave, “attuali” direbbero loro, richiedono.

La band si produce in uno dei più sofisticati tappeti di morbido guitar-rock, capace di sfidare sul ring, in pezzi come East to West e Just Imagine, che sfruttano lo stesso profilo melodico, il genio di Tom Verlaine, con gli spalti vuoti.  

 

                                                                                             Franco “Lys” Dimauro

SS-20 – Dream Life (Voxx)

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Madeline Ridley era, assieme a Dave Alvin, Chris D. e tanti altri, una delle artiste coinvolte nel progetto The Voice of Angels e ancora, un paio di anni dopo, su Neighborhood Rhythms a fianco di Henry Rollins, Exene Cervenka, Phast Phreddie, Jeffrey Lee Pierce, Kid Congo, John Doe, D. Boon, Chuck Dukowsi, Mike Watt e altri intellettuali della scena punk di Los Angeles.

Gli SS-20, messi in piedi assieme a Bruce Wagner, rappresentano il coronamento del suo sogno rock and roll, omaggio ai suoi eroi di gioventù, Jefferson Airplane e Doors in primis. Ma anche Stooges e i primissimi Blondie. Dream Life glielo produce Brett Gurewitz e glielo finanzia Greg Shaw e mette insieme tutte queste influenze che, se non trovano grandissimo senso compiuto nelle cover, riescono a dare forma a pezzi come Parade e You’re All Alone, i due brani di apertura che sono ricchi di promesse non sempre mantenute durante lo scorrere di Dream Life, se non a sprazzi, come nell’incredibile buco nero psichedelico della title-track, stella morente dove l’acid-rock sceglie di andare a morire in un ultimo trip. Il resto, compreso il tentativo di dare medesima morte alla Penetration degli Stooges, non è all’altezza delle premesse, sfioccando in una neopsichedelia che cannibalizza se stessa fino a divorarsi del tutto.

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE DARTS – Halloween Love Songs (Adrenalin Fix)

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Le regine dello spooky garage tornano con un nuovo album, diviso idealmente in due parti, una più energica e l’altra ammantata da ombre notturne, anche se le sfumature fra l’uno e l’altro lato del disco sono impercettibili visto che le canzoni delle Darts viaggiano su un binario unico che procede affacciandosi su entrambi i paesaggi. Tuttavia, lo shake di Blood Runs Cold e l’avvolgente Haunt Me possono essere prese a paradigmi delle due facce speculari del loro sound, quello più scalmanato e quello che invece ama mescere nel lugubre.

Una moneta che, se lanciata in aria, svela tutto il suo fascino arcano anche quando, come in questo Halloween Love Songs, il gioco sembra farsi un po’ noioso.

In pezzi come Zombies on the Metro e Every Night Is Halloween le Darts sembrano infatti voler rifare quel che da noi i Not Moving facevano, con molta più cattiveria e molto più veleno, decenni fa.

Ma la sensazione complessiva è quella che a suonare siano dei cartoni animati, vestiti con abiti adatti alla festa. E ci si aspetta che da un momento all’altro, invece che vedere qualche cadavere affiorare dal pavimento, entri la mamma con i popcorn.   

 

                                                                                                         Franco “Lys” Dimauro