GORE GORE GIRLS – Get the Gore (Bloodshot)    

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La Motorcity continua a dettare legge in ambito garage e roots-punk.

Un groviglio di situazioni, bands e sortite più o meno estemporanee e in mezzo delle autentiche istituzioni del sottobosco della musica che guarda ai sixties come riferimento immediato. Tra queste, il gruppo di Amy Gore spicca per l’adesione ai canoni dei tipici gruppi all-female dei ‘60 come Shirelles, Ronettes e Shangri-Las giù giù fino a Belles, Bittersweets, Pussycats o Pleasure Seekers: giovani minorenni ai primi cicli mestruali e scosse dalle prime turbe sessuali dopo aver visto Ringo Starr maneggiare le bacchette su A Hard Day‘s Night. Get the Gore ti risucchia esattamente in un gorgo di libido beat agli estrogeni e riesce a divertire, anche se la ripetitività della formula grava sulla seconda parte del disco e sugli sforzi per superare i propri limiti (Sweet Potato l’esempio più lampante). Comunque molto meglio che l’ultimo, fiacco Detroit Cobras, questo è certo.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

EDDIE AND THE HOT RODS – The Singles Collection (Captain Oi!)

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Il suono è spesso pericolosamente vicino a quello di Chuck Berry (Get Out of Denver) e a quello dei fratelli delle strade newyorkesi, Dictators in primis.

E non c’è da stupirsi, avendo radici e obiettivi comuni: riportare il rock ‘n’ roll alla sua essenzialità. È il messaggio che spianerà la strada al punk rock, da un lato e dall’altro dell’Atlantico.

In Inghilterra lo chiameranno pub-rock. In America proto-punk.

Ma è la stessa cosa: è il rock che torna in mano ai ragazzi, come era stato per le beat-bands degli anni Sessanta e, prima ancora, per i teddy boys degli anni ’50. Gli Hot Rods sono tra i migliori. Hanno un suono scattante, una buona scelta di covers e sanno scrivere pezzi animati da una rabbia misurata, buona per i lavoratori e i disoccupati che affollano i pub dopo le cinque di pomeriggio.

Teenage Depression e Do Anything You Wanna Do  sono gli anthem, sin dai titoli. Qui li trovate accatastati in ordine assieme alle altre facciate A dei 13 singoli della loro carriera.   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

MAKIN’ TIME – No Lumps of Fat or Gristle Guaranteed plus demos (Big Beat)

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Martin Blunt credo lo conosciate tutti. È un patito di mod-culture e suona il basso per i Charlatans, sin da quando hanno messo i loro caschetti nella storia a colori  del brit-pop. Fay Hallam la ricordate forse un po’ meno anche se ve ne ho parlato spesso, su queste o su altre colonne: è stata per anni compagna di Graham Day e musicalmente attiva nei Prime Movers e nei Phaze prima di lanciare il suo ennesimo progetto Hammond-groove oriented del Fay Hallam Trinity.

Bene, Martin e Fay condividevano nei mid-80s il medesimo gruppo ovvero i Makin’ Time: un primo LP uscito per la Countdown e questo secondo album allora autofinanziato e oggi per la prima volta ristampato in digitale con l’aggiunta delle bonus di circostanza e che gli fu artisticamente superiore, sicuramente influenzato dall’assidua frequentazione con i Prisoners (Graham Day regalerà al gruppo Two Coins for Ferryman, NdLYS) così come dalle tonnellate di Northern Soul e funky-jazz trangugiate dalla band. Il risultato era un suono scoppiettante, intriso di musica nera ma con un beat martellante e un appeal da dancefloor. I Makin’ Time avevano più di ogni altra band le carte in regole per sdoganare la scena neo-mod e farne un affare da milioni di sterline. Un sogno mai realizzato e naufragato invece nel disinteresse quasi totale. Pagate pegno, ora.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

TWIN GUNS – The Last Picture Show (Hound Gawd!)  

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L’inizio fu chitarra e batteria. E una voce che veniva dall’oltretomba.

Ma l’arrivo di Kristin ha reso ancora più erotica la musica del gruppo italo-newyorkese che vede ai tamburi “Jungle” Jim, il batterista che fu dietro le chiappe di Poison Ivy per il tour di Fiends of Dope Island quando voi facevate ancora merenda detonando il cellophane delle brioscine industriali e, ancora oggi che si sono zittite sia le merendine che loro, nei Makers.

Dei Cramps, ma non solo da loro, i Twin Guns hanno assorbito molta della cultura trash-a-billy che si traduce in un suono riverberato e truculento (un esempio fra tutte la bella The First Time che raccorda la giungla crampsiana ai deliri metropolitani dei Suicide) che fa ovvio riferimento a loro così come a quello di altri maestri del genere come Screaming Jay Hawkins, Raymen e Beasts of Bourbon così come è chiara (perdonate l’ossimoro che sta per piovere giù…NdLYS) l’influenza ci certo surf scuro e sinistro (nelle tante tracce in cui il ritmo rallenta come nella bellissima versione zombie dello standard Harlem Nocturne e poi ancora su Maniac, Temperature Rise, The Last Picture Show, Trigger Jack).

Uscire con un disco così necrofilo e bastardo, intestato a una band che di “gemelli” sfoggia i suoi fucili, su vinile rosso (con la solita card per il download che a me non serve a un cazzo ma magari a voi si), a New York, l’11 settembre può apparire mossa di cattivo gusto. E lo è. Non più di quanto lo sia certa indignazione selettiva o il business mercenario che si nasconde dietro ogni scontro fra civiltà, in ogni caso. O magari il bisogno di riadattare la nostra realtà di serie Z ad un più rassicurante, sebbene spaventevole, mondo fumettistico di serie B. Scacciando via i fantasmi che hanno la consistenza carnale dei nostri simili per lasciarne solo penzolare le loro lenzuola.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ELLIOTT MURPHY – Murph the Surf (Courtisane)

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A metà strada tra l’artista di culto e il cantautore di successo, il biondo Murphy è una delle tante mine inesplose del rock americano degli anni Settanta.

Nonostante le simpatie che il circuito pre-punk newyorkese gli riserva (Lou Reed e  Patti Smith tra gli amici che contano), qualche provino con Fellini che produrrà solo una particina da comparsa su Roma e qualche interesse dimostrato dalle majors durante i primi anni di carriera (Polydor, RCA e Columbia i logo stampigliati sui suoi primi quattro album), all’alba degli anni Ottanta Elliott Murphy si ritrova praticamente col culo scoperto, lasciando il campo libero a Tom Petty che proprio di quel “buco” temporale approfitta per pubblicare dischi come You‘re Gonna Get It! e Damn the Torpedoes.

Ma Elliott ha ancora qualche buona carta da giocare.

Le migliori le mette sul tavolo verde nel 1982, su Murph the Surf, il secondo album ad essere pubblicato per la sua etichetta personale tirata su facendo di necessità virtù.

Murph the Surf è quanto di più vicino al disco-capolavoro che il cantautore newyorkese abbia mai inciso. Un album che elabora le sue simpatie dylaniane e springsteeniane in una serie di moderati anthem rock ‘n’ roll elettrici ed urbani come Garden City, Baby I’ve Been Thinkin’, Calling on Cathleen, Continental Kinda Girl, You Got It Made (lo Steve Wynn del dopo-sbronza è già tutto qui dentro).  

Un classico da strade deserte.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

ROCKET FROM THE TOMBS – Black Record (Fire)

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Il nome è di quelli che da sempre incutono riverenza e timore. Un po’ per la loro storia. Un po’ perché…provate a dirlo voi a uno come David Thomas che non sapete chi erano (sono) i RftT. Per riassumere in due righe: una band che suonava punk prima che nascesse il punk e che ha inciso il primo disco quando i vecchi punk accompagnavano a scuola i nipoti. 

Perduto per strada anche Cheetah Chrome all’indomani dell’ultimo (e primo) album in studio, sul missile di Cleveland sono rimasti solo David e Craig Bell. Con loro ci sono le chitarre di Gary Siperko dei Whiskey Daredevils e di Buddy Akita dei This Moment in Black History e le stesse bacchette di Steve Mehlman dei Pere Ubu che erano già state usate per Barfly.  

Il missile stavolta atterra in un pianeta più buio del solito. Molto presumibilmente il nostro. Copertina e titoli non lasciano spazio al colore.

Sono dieci originali (tra cui due riletture a carta carbone di Sonic Reducer e Read It and Weep) e, nonostante l’avversione dichiarata di David per le cover-version che causò la prima frattura con Peter Laughner, una cover dei Sonics.

Nessuna di loro salverà il pianeta, ovviamente. E nessuno permetterà a David Thomas di scrivere nuovi classici. Anche se canzoni come Nugefinger o Coopy ci vanno davvero vicino.

Il suono sfilacciato degli esordi è adesso rivestito della pelle dura che gli anni ci concedono come scudo all’avanzare del tempo e questo non piacerà ai punk.

Ma Thomas continua ad essere, assieme a Mark E. Smith, Jello Biafra e John Lydon, l’unico in grado di cantare su un disco rock come se stesse presentando una sfilata di mascherine in ludoteca. O come un maiale sotto castrazione, come ebbe a dire un collega più ricco e famoso. E questo non piacerà ai metallari.

Ha più di sessant’anni. E questo non piacerà ai ragazzini.

Ha la faccia da orco. E questo non piacerà alle mamme.

Non veste cool. E questo non piacerà alle agenzie pubblicitarie.

E odia le interviste. E questo non piacerà ai giornalisti.

Un gruppo scomodo che fa dischi che scontentano tutti.
Gente senza nessuna divisa.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

RAY DAYTONA AND GOOGOOBOMBOS – One Eyed Jack (66Sixties)    

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Vinile blu intenso. Già di per se una figata. Se poi dentro quei solchi scorre la musica di Ray Daytona e dei suoi GooGooBombos, ancora meglio. One Eyed Jack segna il ritorno per una delle poche realtà esportabili della musica italiana (e infatti, una delle poche menzionate anche su blog stranieri “di settore” come Trustar Vibrations o Twilight Zone, NdLYS) e il battesimo per la neonata etichetta toscana 66Sixties, nome trafugato dalla lista di efferatezze dei Throbbing Gristle ma ottimamente riadattato a marcare il territorio in cui la label (e la sua ben più lunga appendice radiofonica) si muove.

Ogni nuovo disco dei Ray Daytona, e anche questo non sfugge alla regola, è perfettamente simile e perfettamente dissimile da quelli che lo hanno preceduto. Analoghe le atmosfere, sia che i Bombos si rotolino nel fango (come succede ad esempio quando tirano fuori il loro lato più crudo nella reprise assolutamente rovinosa di Sick & Tired dei Continentals, A.D. 1966, o sulla sporchissima It‘s Not That I Don‘t Like, efferato e spiritato garage come quello dei primi GreenHornet), nella polvere del deserto (le movenze western della title track o il ruzzolare hoe-down di Buttero Square), che si lancino come sonde nello spazio (Dr. Phibes Clockwork e i suoi sibili elettronici) o come surfisti sull’onda perfetta. Diverse, perché ogni volta ancora più intense, vigorose, suggestive, le emozioni che ci riserva. La band è ancora cresciuta, mostruosamente cresciuta. Proprio come uno di quei mostri da B-movie che fanno parte del loro bagaglio estetico e culturale.

Confermo senza riserve quanto scrissi tre anni fa per Fasten Seat Belt: i Ray Daytona suonano egregiamente. Salvo poi sporcare tutto con la lordura necessari. E migliorano di uscita in uscita, inesorabilmente. Allargando costantemente il gap che li separa dal resto della flotta.

                       

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

SIMON AND GARFUNKEL – Bridge Over Troubled Water (CBS)  

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L’ingresso di Simon & Garfunkel nel nuovo decennio è sottolineato dalle note di un pianoforte che non è ne’ dell’uno, ne’ dell’altro. È Larry Kenchtel, il bassista aggiunto dei Doors oltre che pregiatissimo session man aggiunto per un nugolo di artisti, dai Byrds (sarà lui assieme alla sua Wrecking Crew a suonare quasi per intero sul primo album della formazione di Los Angeles, NdLYS) ai Beach Boys passando per Chet Baker ed Elvis, ad aprire quello che diventerà l’ultimo lavoro discografico del duo americano. Il disco che li consegna definitivamente alla storia della musica moderna non come folksingers ma come autori di raffinatissimo pop. Bridge Over Troubled Water , il pezzo che intitola e apre il loro quinto album, è una struggente ballata gospel che simula speranza ed ottimismo ma lascia intuire che qualcosa ha intorbidito le acque su cui Paul e Art scivolavano veloci fino a pochi mesi prima.

Il segno dissimulato che qualcosa quel treno della metro che passava veloce sulla copertina di Wednesday Morning, 3 A.M. sia arrivato alla fine della sua corsa.

Nessuno tuttavia, a parte le persone coinvolte in quelle sparute ma pesanti sedute di registrazione, sembra averne la reale percezione. Perché Bridge Over Troubled Water, nella sua complessità che non è più artigianale, è un disco che porta a compimento le ambizioni creative che Simon & Garfunkel hanno già manifestato sul precedente Bookends. Un album che si riaffaccia sul passato remoto (lo skiffle di Why Don‘t You Write Me, la cover dei sempiterni Everly Brothers) e prossimo (il folk autunnale di The Boxer) dei due ma che si apre anche alle contaminazioni con la musica etnica (la reinterpretazione del classico andino El Condor Pasa con il supporto dei Los Incas, i pattern ritmici di Cecilia) che faranno la fortuna, anni dopo, di un disco come Graceland. Un album che nella sua complessità risulta molto più confidenziale e diretto rispetto all’introverso Bookends.        

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE DADDS – Idées Choc & Propos Chic (Groovie)

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La Francia non ha mai avuto una tradizione gloriosa in ambito garage.

In piena epoca revival aveva poche cartucce da sparare, e anche un po’ bagnaticce.

La cosa non è cambiata di molto nel ventennio successivo malgrado l’avvicendarsi di bands come Gloomies (i miei preferiti, NdLYS), Slow Slushy Boys, Linkers, Cryptones e, in tempi recenti, Terribles e Weissmuller. Onestamente non credo toccherà ai Dadds cambiare le sorti di questa tradizione di un beat un po’ incolore e dai modi spesso troppo gentili.

Se French Kiss un paio di anni fa scorreva pur senza scossoni ma aiutato da una durata breve che rendeva agile l’ascolto, stavolta le idee (che di scioccante hanno davvero poco) sono invece spalmate su dieci tracce di Farfisa-sound dalla struttura piuttosto banale e dall’appeal blando e misurato come uno sciroppo per bambini.  

                                                                             Franco “Lys” Dimauro

THE FLAMING SIDEBURNS – Flowers (Bad Afro) / AA. VV. – Balling the Jack (Ocho)

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Tirato fuori da Hallelujah Rock ‘n ‘RollahFlowers è il tipico pezzo power pop perfetto, così ben misurato in ogni ingrediente che sarebbe impossibile alterarne anche solo uno. Una di quelle robe che ti chiedi come sia possibile non l’abbiano già scritta almeno altre 25 o 30 volte. Ma forse è proprio così. Flowers è uno di quei pezzi che ti suonano familiari come se l’avessi sempre avuto dentro: chitarre scivolose, voce piena e sicura, ritmo asciutto e deciso. Gli Stones dei ’70 ci sono tutti, messi in fila indiana, pronti a ricevere una sberla per ogni minchiata scritta da lì in avanti.

Il nuovo mixaggio rende giustizia al contributo degli ospiti Ian Persson e Ebbot Lundberg (Soundtrack of Our Lives) penalizzato nell’originale versione su album. A tenerle compagnia due live tracks registrate al Gearfest di due anni fa: Testify R ‘n’ R Boogaloo vivono del consueto trambusto MC5/Stooges accentuato dalla potenza catartica di un’esibizione live. Seducente.

Se invece vi piace infilare i piedi nelle fetide paludi in cui il blues è andato ad impantanarsi da quando ha lasciato i campi di cotone per la ferraglia delle metropoli americane, vi diletterà sentire quello che Joe Crushley ha messo dentro Balling the Jack.

A qualcuno potrebbe sembrare un’eresia vedere RL Burnside mano nella mano con Moby. Ma cos’è il blues se non l’ultima e la più longeva delle eresie?

Da supereroi come Capt. Beefheart, Tom Waits, Nick Cave fino alla strega Diamanda Galas passando per gli obliqui Soft Boys, l’epilettico Bob Log III, il mostro transgenico Chris Thomas King o un duro e puro come Billy Childish, queste sono ventuno facce della stessa medaglia.

Roba da far dannare l’anima a Eric Clapton e Zucchero.

E tanto basta e avanza per farcela amare.

                    Franco “Lys” Dimauro

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