FЯДИCO BДTTIДTO – Feяяo Bдttuto (Columbia)

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Dell’austerità esibita in copertina Feяяo Bдttuto ha in realtà poco e niente. Si tratta di uno dei dischi peggiori della discografia di Battiato, inconcludente e poco definito, con irritanti interventi esterni di Jim Kerr, ormai da tempo siciliano d’adozione, e Natacha Atlas che, come i gatti, cercano di arrampicarsi in qualche modo su brani con pochissimi appigli, scivolosi come una lastra di specchio. Un album che si trascina per i tre quarti d’ora che sono i tempi minimi da garantire nell’era del compact disc, senza nessun brivido e nessun passaggio memorabile, investendo sull’ormai premiata ditta Battiato/Sgalambro senza più regalare una canzone da mandare a memoria, fatta forse eccezione per qualche barra di Bist du bei mir e Sarcofagia, giusto per giustificare ai genitori o al coniuge di aver sprecato i soldi per comprare un Battiato di Serie B.    

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro 

THE UGLY DUCKLINGS – Somewhere Outside (Yorktown) 

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Immaginate un gruppo di amici che, folgorati dall’ascolto del primo album dei Rolling Stones, decidono di mettere in piedi una cover-band degli Stones medesimi. E immaginate che invece quella band si trovi un paio d’anni dopo ad aprire proprio per i loro idoli, scelta da Jagger in persona, folgorato sulla via per Toronto dall’ascolto della loro Nothin’, per la loro data canadese al Maple Leaf Gardens del 29 giugno del ’66, beccandosi anche i plateali complimenti di Jagger che li elegge a sua band canadese preferita.

Sembra la storia di una sit-com per adolescenti e invece è la storia (vera-falsa-leggendaria? Cosa importa? Il rock ‘n’ roll non ha bisogno di prove, ma di racconti memorabili, NdLYS) degli Ugly Ducklings, eroi canadesi del garage-punk che in piena egemonia dei 45giri pubblicano nel ’66 un intero album di robaccia malefica che a causa di una trattativa con la RCA condotta in maniera arrogante e presuntuosa dal loro manager non approderà mai “lì fuori da qualche parte” se non dentro i confini comunque ampissimi del Canada. Registrano una dozzina di cover che grazie alle band inglesi sono già diventate patrimonio dell’umanità (I Can Tell, I’m a Man, I Wish You Would, Somebody Help Me, Out of Sight, ecc.) di cui solo due (Mama, Keep Your Big Mouth Shut e la Ain’t Gonna Eat Out My Heart Anymore che in Italia diventa un successone per opera dei Primitives di Mal) finiscono miscelate alle canzoni che il gruppo ha scritto per l’occasione e che pur pagando qualche tributo all’influenza stonesiana regalano alla storia del punk inzuppato nel fuzz almeno due classicissimi come Nothin’ e Just in Case You Wonder. Il resto, come da tradizione del periodo, si muove tra liane rhythm and blues e cespugli folk, urinando di qua e di là come un hobo man che ha in spregio il mondo e che “non ha bisogno di nulla”.   

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

THE RED HOT CHILI PEPPERS – The Uplift Mofo Party Plan (EMI America)

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Se i due dischi precedenti avevano “suggerito” delle soluzioni all’eterna diatriba su musica bianca e musica black, The Uplift Mofo Party Plan canonizza ufficialmente il genere ibrido nato dalla fusione fra rap, hard-rock e funky che sta già facendo proseliti fra musicisti e pubblico, con l’ascesa vertiginosa di band come Faith No More e Living Colour (ma anche dei Beastie Boys ormai convertitisi dal punk delle origini al mash-up fra hip-hop e metal). Le chitarre di Hillel Slovak si fanno più perentorie, rifugiandosi nei riff di stampo proto-metal di Fight Like a Brave, Backwoods, No Chump Love Sucker, Skinny Sweaty Man, Organic Anti-Beat Box Band.

Siamo dunque già al nastro di partenza del suono acceso che farà di Blood Sugar Sex Magik uno dei dischi più acclamati del decennio seguente e dentro cui canzoni come Special Secret Song Inside, Me and My Friends, Funky Crime, Backwoods o Behind the Sun si sarebbero potute tranquillamente mascherare con agevole mimetismo. La mascolinità testosteronica si impossessa dei Red Hot Chili Peppers e ne irrigidisce oltre che i membri, l’ossatura stilistica. I Gang of Four e anche i Funkadelic sono già un ricordo lontano.         

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

LOS YORK‘S – El Viaje: 1966-1974 (Munster)

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Era uso comune, nei paesi “satellite” (Spagna, Italia, Germania, i paesi del Sol Levante o, appunto, le periferie sudamericane) alle orbite planetarie dei giganti del beat, “sfruttare” le idee altrui e passarle per proprie, rivendendole al proprio pubblico.
Gli York‘s erano in questo senso delle vere e e proprie canaglie, emuli degli emuli (con tanto di show televisivo realizzato sulla falsariga di quello allestito in America per i Monkees) e con un repertorio autoctono del tutto falso (Abràzame, uno dei loro maggiori successi, non era altro che una versione latina di Mercy, Mercy degli Stones, così come Solo estoy era un riadattamento di Steppin’ Stone, e così via NdLYS). Una band il cui peso specifico reale non regge il fardello della storia ma verso la quale da anni serpeggia un culto impermeabile al tempo e al quale questa collezione della Munster offre il proprio tributo con ventuno pezzi che si snodano lungo tutta la loro carriera.

 
                                                                                Franco “Lys” Dimauro

PEARL JAM – Riot Act (Epic)  

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Riot Act è un disco sull’agonia di una nazione e sul crollo dei pilastri virtuosi su cui non solo la loro nazione ma l’intero pianeta dovrebbe reggersi. Ed è un disco che rivela, senza volerlo, l’agonia di una band la cui ispirazione sta affondando nelle sabbie mobili da lei stesso create. La band si muove come impacciata fra i propri fantasmi, tardivi quanto inutili rimorsi per la tragedia di Roskilde, confusi rancori politici, goffi gospel da requiem e citazioni beatlesiane sull’amore che tutti sazia, lasciandoci invece tutti affamati. Un lavoro greve sin dalla copertina, infarcito di morte e debilitato dalla spossatezza e dall’uggia.

Si, siamo dopo l’11 settembre.

Però come atto di sommossa mi pare un po’ inadeguato.      

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE RESIDENTS – Eskimo (Ralph)  

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Se una delle caratteristiche del post-punk sintetico degli anni Settanta era stata la glacialità e l’ibernazione deumanizzante del calore tipico del rock attraverso l’abbattimento termico artificiale, i Residents furono i primi a spingersi leggermente oltre e ad utilizzare un’algida ambientazione del tutto naturale per un disco di elettronica sostituendo i synth con un autentico soffio di vento gelido.

Vuole la leggenda, perché nulla può esser vero e provato quando si parla dei Residents, che i venti che soffiano impetuosi su Eskimo siano infatti delle autentiche registrazioni effettuate al circolo polare artico da un altrettanto leggendario collaboratore del gruppo nella metà degli anni Settanta, in un allontanamento volontario alla scoperta della civiltà eschimese che sarebbe tra le cause del definitivo naufragio del progetto Vileness Fats.

Il risultato è un disco di antropologia fine a sé stessa, elevato a capolavoro più per l’aura di mistero e di intellettualismo che avvolge i Residents che per il suo reale valore musicale, di fatto nullo. A meno che non siate abbonati al National Geographic e che ascoltare il rumore dei blocchi di ghiaccio o spiare la vita dal buco di un igloo non provochi in voi davvero qualche brivido che non sia dovuto al freddo.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

BRIAN ENO – Discreet Music (Obscure)  

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Discreet Music rappresenta un punto di rottura e al contempo un nuovo punto di partenza per l’approccio musicale di Brian Eno.

L’ortodossia aleatoria che aveva ispirato la creazione di Another Green World, viene adesso applicata ad un algoritmo matematico con l’obiettivo di annientare del tutto o quantomeno ridurre al minimo l’intervento umano nell’atto creativo. Non è un fatto del tutto nuovo visto che il primo esperimento, completamente artigianale, era già stato tentato da Mozart nell’Ottocento nel Musikalisches Würfelspiel l’ausilio di due dadi (ne esiste una versione online se volete cimentarvi nel vostro “minuetto casuale” a questo link: http://sunsite.univie.ac.at/Mozart/dice/collaborate.cgi?tables=yes, NdLYS) ma è certamente il primo tentativo di applicazione elettronica e di commercializzazione seriale del risultato battezzato come musica generativa.  

Stilisticamente siamo ai prodromi della musica ambient, affidati a onde sonore (generate da un sequencer della EMS) che si sovrappongono tramite l’uso di nastri in maniera fortuita creando un senso motorio appena percettibile, carezzevole ai sensi e capace di scavare l’io interiore per ristabilire quell’equilibrio rigenerante che sarà poi adottato dalla filosofia new-age, diventando il tormento di Buddha e anche un po’ il nostro.

Una quiete mesmerica e “discreta” (appunto) si propaga dalla lunga suite analogica della prima facciata così come dalle divagazioni sul Canone sinfonico di Johann Pachelbel che occupano la seconda parte dell’album, una dilatazione terapeutica delle frequenze di archi e violini con alterazioni del tempo creata “campionando” manualmente alcune parti del canovaccio musicale del compositore tedesco.

Brian Eno diventa lentamente un medium trascendentale in grado di metterci in comunicazione col nostro strato primordiale assopendo il raziocinio che ne inibisce la percezione sensoriale e il suo godimento extracorporeo, restaurando una forma primigenia di piacere tattile con noi stessi e con la musica, diventata adesso oltre che generativa anche rigenerante.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

HUGO RACE – Stations of the Cross (Bang!) 

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Stampato all’epoca esclusivamente solo su cd ed in sole 2000 copie, Stations of the Cross è uno dei capisaldi della discografia di Hugo Race, all’epoca ancora in pianta stabile nei Bad Seeds di Nick Cave. Il disco documenta un’esibizione modenese in solitario e in acustico del musicista australiano a simboleggiare da un lato un legame con la nostra terra che negli anni Race sceglierà come patria adottiva e campo per innesti da cui raccogliere altri frutti cattivi e dall’altro una riappropriazione dei canoni elementari della musica americana che in quel medesimo periodo attrae personaggi come Jeffrey Lee Pierce, Mark Lanegan, Kurt Cobain.  

Il repertorio è quello dei suoi dischi dei True Spirit e qualche cover blues.  

Roba semplice e schietta suonata con tocco da amanuense del blues, come la Send Me Your Pillow di John Lee Hooker sistemata a metà scaletta o la versione rurale, primitiva di J-Wray Day che sboccia ferrigna e spinosa quasi in chiusura.

L’Hugo Race ancora trentenne e bellissimo che viene ad abbracciarci, col suo pezzo di legno appeso al collo come il tronco di un patibolo.    

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE TELESCOPES – Infinite Suns (Textile)

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Il Metal Machine Music dei Telescopes. Pubblicate nel 2008 dalla francese Textile Records, le cinque tracce di Infinite Suns sono immense mole di pietra che schiacciano come chicchi di frumento il nostro apparato uditivo.

Masse informi di rumore che ci assaltano i timpani a volumi altissimi, i Telescopes mettono in atto un’autentica azione terroristica di devastazione sonora, un’abominevole sequenza di fondali elettrici dalla furia disumana. Chitarre e viola elettrica (quella della violoncellista Bridget Hayden della Vibracathedral Orchestra) vengono amplificate, microfonate e ritrattate aggiungendo volumi di distorsione su volumi di distorsione, all’infinito. Deformando lo spettro audio fino all’assurdo cacofonico.

Un paesaggio di devastazione assoluta, Infinite Suns spinge il suono dei Telescopes oltre le soglie dell’udibile e dell’umanamente accettabile.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

ANDRE WILLIAMS – Silky (In the Red) 

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Una risata da vecchio porco.

Quindi dei tamburi riverberati così tanto da creare un effetto Doppler da cerimonia voodoo.

Poi entra un riff che è praticamente quello di Destination Lonely degli Huns rattoppato con il nastro da carrozziere.

Sembrano i Gories.

Anzi, SONO i Gories.

Mick Collins e Dan Kroha rabberciano il doppiopetto gessato di Mr. Andre Williams e gli fanno il nodo alla cravatta.

E poi lui parte, con una delle sue classiche poesie d’amore: Tutti cercano il modo per mettere il piede sulla luna, io quello per mettere qualcos’altro nel grembo di una donna.

Con Andre Williams e i Gories un mare di altra gente: Joe Greenwald, Phil Carlisi, Ewolf, Lou Gene Phillips, Jim Diamond, Matt Smith, Mary Restrepo, Jeff Meier e ancora altri a pestare i piedi e le nocche delle mani mentre lui parla di fregne che puzzano e minaccia di cavare gli occhi a chi gli ha portato via la macchina (“tieniti pure mia moglie, ma ridammi indietro l’auto, immediatamente”).

Silky è un disco di spettacolare, fumante black ‘n’ roll, pieno di canzoni zozze, turpiloqui da pornazzo, riff lerci e stomp da saloon come Bonin’, Only Black Man in South Dakota, Car with the Star, Let Me Put It In, Agile, Mobile & Hostile, Pussy Stank, Everybody Knew cantanti in ginocchio davanti ad una fica, perché schiuda le sue fauci rosee e ci inghiotta per intero.

Andre Williams è lo zio sporcaccione con le dita più lunghe d’America.

                                                          

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro