ROBERT GORDON with LINK WRAY – Robert Gordon with Link Wray (Private Stock)

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Nel 1976, quando il ciclone punk che loro stessi hanno contribuito ad alimentare si abbatte sui grattacieli di New York, Robert Gordon lascia i Tuff Darts!. Va per la prima volta dal parrucchiere ed esce col ciuffo impomatato. Poi va in una cabina sulla 54ma e telefona a Link Wray dicendogli che vuole fare un disco in stile Sun. Lui sarà Elvis. A Link propone il ruolo che fu di Scotty Moore.

Link Wray accetta.

Di dischi ne faranno due, con Gordon che ha la faccia gentile dell’Elvis giovane e Link Wray che invece veste in quel periodo come un Presley teppista, inguainato in completi di pelle nera e con occhialoni che coprono metà del viso.

Il primo album arriva nel 1977 ed è il primo disco rockabilly che si vede in città da venti anni a quella parte. Dentro ci sono cose come Boppin’ the Blues, Red Hot, Summertime Blues, Flying Saucers Rock & Roll e anche qualche nuovo pezzo di Wray come la ballata amara di It’s in the Bottle e la Woman (You’re My Woman) dove torna a giocare coi fuochi d’artificio che tutti gli riconoscono saper maneggiare con grande perizia.

Sembra una cartolina spedita da Memphis nel ’54 e arrivata in grandissimo ritardo. Calligrafia perfetta, da mettere in crisi i periti di parte. Che da parte si faranno davvero, relegando per sempre Gordon al ruolo di faccendiere del rock ‘n’ roll. Senza accorgersi di quanto forte fosse quell’amore e di quanto quel fuoco avrebbe continuato a bruciare, ai margini della storia.   

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

NO STRANGE – No Strange (Toast) 

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Una sorta di Lennon in acido: erano i No Strange di The New World, brano onirico e deforme buttato dentro il calderone di Eighties Colours della Electric Eye Records che nella primavera del 1985 si era presa la briga di presentare al mondo la scena neo-psichedelica italiana, che di fatto non esisteva ma che Claudio Sorge di Rockerilla si immaginava esistesse. Lo immaginava talmente tanto e talmente bene che la mise su disco e quella, la scena dico, nacque davvero. Nacque pure, in quel preciso momento, la Toast Records di Giulio Tedeschi che decise di inaugurare il proprio catalogo proprio con un disco dei No Strange, folletti psichedelici che pare di notte si aggirassero sotto la Mole Antonelliana.

Copertina serigrafata, vinile trasparente: Tedeschi investe ben più di quanto chiunque altro si arrischierebbe a fare con degli esordienti assoluti, soprattutto quando a tirare il mercato indipendente non è certo la musica freak di qualche musicista che cita nomi che sembrano quelli dell’equipaggio della corazzata Potëmkin.

Quando arriva sui piatti l’omonimo album dei No Strange sembra un po’ come se sia atterrata l’astronave dei Gong. Nulla a che vedere con la neo-psichedelia americana che odora di sterco e che con un gioco di specchi ci rimanda i fasci di luce di Neil Young, Velvet Underground, Doors, Television o che, nelle più temerarie derive garage ci voleva ingannare rubando canzoni e suoni ai dischi di Music Machine o Electric Prunes: la musica dei No Strange ha corpo di cartilagine.

Sembra un’ostia eucaristica inzuppata nell’LSD.

Si muove a metà tra spiritualità ed elevazione psichedelica. E si muove con estrema e saggia lentezza, senza alcuna fretta, senza impaccio, senza dover mascherare con i volumi la sua fragilità di mollusco cui piace nascondersi dentro una conchiglia.

E tu appoggiando l’orecchio ci puoi sentire la risacca delle acque del Gange. Provaci, dico sul serio.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

TEX AND THE HORSEHEADS – Tex and The Horseheads (Bemisbrain)  

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L’esordio era stato nel 1982, su un flexi disc dove stavano infilati loro (assieme a Jeffrey Lee Pierce), i Meat Puppets ed i Flesh Eaters. Appiccicati l’uno all’altro, su una singola facciata.

Poi Texacala Jones avrebbe ricevuto la corona di reginetta del cow-punk. In versione gotica. Bella da mettere soggezione. E, freschi di un nuovo contratto di distribuzione con la Enigma, in soli tre giorni avrebbero tirato fuori un album intero, con una copertina tra le più belle dell’epoca.

È il disco con dentro Clean the Dirt.

Ricordate?

Sitting here drinking, trying to wallow in my troubles

You come around my drinks they turn to doubles

You say you love me at least 50 times a day

But if you really loved me there’s nothing to say

So, leave me to be here by my little old lonesome

I need the company of no one

Just pack your bags close the door behind you

’Cause if you really loved me you’d just go away

No, certo che no, non la ricordate.

Allora andate a risentirla, magari rivedendo I ragazzi della porta accanto dove verrà inclusa assieme a pezzi dei Cramps, di zio Iggy e dei Code Blue: tutto il country/punk o una buona parte di esso sta chiuso qui dentro.

Semplice come una primizia dell’albero di Dylan raccolta troppo in anticipo e andata a male in fretta. Una mela diventata un semplice nido per i vermi.  

Il resto non è ovviamente solo di contorno a quel pasto indigesto. Come ad esempio Guitar Obsession, che ha la stessa essenza dei Cramps ma con i camperos ai piedi anziché il tacco cubano e la décolleté stilettata. E pure il resto è tutto uno sbrodolare di liquami di blues in decomposizione, una marcescenza del punk gotico dei Banshees, una California che prende vita di notte e nella notte muore di nuovo, infinite volte.

Vampiri a cavallo, nella lunga notte americana.

              Franco “Lys” Dimauro

 

THE FADEAWAYS – “Transworld 60’s Punk Nuggets!” (Soundflat)

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I Fadeaways sono i Guitar Wolf del garage-punk.

Tre fanatici di Tokyo diventati adulti senza mai tradire la fissa per il  garage-punk più degenere che li ha allevati sin da piccini, in giro ormai da un decennio buono ma “adottati” dal Vecchio Continente solo da un paio d’anni. Dischi pieni di oscure gemme degli anni Sessanta e dei successivi, periodici revival e copertine e titoli che rimandano all’universo delle compilation di settore come Teenage Shutdown (il primo Diggin’ Out), Searching in the Wilderness (Teenage Hitsville!!), Be a Caveman (Lost Sounds), ecc. ecc.

Ogni disco perfettamente uguale a quello che lo precede, con una torrenziale pioggia di cover-versions che vi si rovescia addosso. Ben quattordici in questo nuovo disco, che vanno dagli Easybeats ai conterranei Mops passando per Jay-Jays, In Crowd, Tages, Primitives, Thor’s Hammer, Mouse and The Traps, Ugly Ducklings cercando a loro modo di toccare più paesi possibili, il che spiega il titolo del disco.

Lacrimoni di garage-punk depravato. Zanne fameliche che addentano la carne viva del teen-punk più abrasivo della storia.

Cartoline spedite dal Giappone, dopo aver lasciato uno sputo di bava sul dorso di francobolli raccolti in tutto il mondo.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

THE SPACESHITS – Misbehavin’ (Sympathy for the Record Industry)

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Se il disco di esordio era tutto sommato un classico album punk-rock, Misbehavin’ volge lo sguardo agli anni Sessanta e Cinquanta in maniera più netta e decisa, utilizzando alcuni cliché tipici del periodo, seppur tutto venga sempre suonato ad alta velocità. Come dentro una decapottabile che dal Canada corre veloce verso la California.

Un disco deragliante dove ancora una volta la band di Mark Sultan e King Khan non sbagliano un solo pezzo, nonostante la mira volutamente imprecisa e i bersagli scelti in maniera arbitraria. Tra cui sicuramente quelli di Bo Diddley, dei Generation X, dei Ramones, dei Gruesomes. Canzoni funamboliche come She’s a Bad Luck Charm, Tell Me Your Name, We Know Where the Girls Are, Won’t Bring You Back, Turn Off Your Radio meriterebbero sorte migliore di quella cui sembrano destinate a schiantarsi contro.

Porn Losers.   

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

THE MASTER PLAN – Colossus of Destiny (Demolition Derby)

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Che ci sia un piano di Dio dietro il progetto Master Plan ne dubito fortemente, ma potrebbe pure essere. È però verosimile che Andy Shernoff dei Dictators e Keith Streng dei Fleshtones si annusassero il culo già da un po’, nella New York che entrambi contribuirono a svegliare negli anni Settanta. Alla fine, assieme a Paul Peppermint Johnson e Bill Milhizer sono riusciti a concretizzare il progetto che adesso stringiamo fra le mani col titolo di Colossus of Destiny, disco peraltro bellissimo che non deluderà chi ha amato la musica dei “gruppi madre”.

Il suono di pezzi come You’re Mine, Better Get Better, Loves You, What’s Up with That?, Find Something Beautiful è ancora fiammante, nonostante le lune che tutti loro si portano addosso, così come è vigorosa la resa della Walking degli Eastern Dark che chiude il disco. C’è voglia di far caciara, proprio come nei dischi dei Fleshtones. Una missione cui Streng non si è mai sottratto, una vocazione autentica nel tenere accesa la fiamma del rock ‘n’ roll che meriterebbe una beatificazione in vita, scongiurando inutili e tardive consacrazioni post-mortem.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

SUNNYBOYS – Sunnyboys (Mushroom)  

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Una storia di fratelli e di surf, di sole e di ragazzi. Sembrerebbe la storia dei Beach Boys invece siamo sulla costa australiana, nei primissimi anni Ottanta: Peter e Jeremy Oxley sono due ragazzini che praticano surf agonistico, almeno fino a che la schizofrenia di quest’ultimo non raggiungerà livelli patologici che lo costringeranno ad abbandonare lo sport. Ma sono anche due appassionati di musica che ancora abbondantemente minorenni mettono su diverse band con cui girare per i college: i Wooden Horse, Jerry and The Jets, i Golden Syrup, i 4Play, i Charley, gli Shy Impostors, i Kamikaze Kids sono la scala a pioli con cui i due possono acquistare dimestichezza con gli strumenti e trasformarsi da semplici performer in autori di grandissimo prestigio, tanto che quando escono allo scoperto con Sunnyboys, l’album che porta lo stesso nome della loro nuova band, i fratelli Oxley entrano di diritto nella storia della musica australiana come il perfetto anello di congiunzione tra la gloriosa tradizione di Vanda/Young a quella degli Stems e Hoodoo Gurus che esploderà da lì a breve.

Jeremy Oxley non ha ancora venti anni ed è in grado di scrivere, cantare e suonare pezzi eccezionali. Tanto che anche Rob Younger, ingaggiato come cantante, decide di farsi da parte, lasciando campo libero a quel ragazzo che sta uscendo dall’adolescenza per entrare nella storia del rock australiano.

Il disco di debutto dei Sunnyboys è una delle VETTE PIU’ ALTE del rock australiano di tutti i tempi. Dodici canzoni una più bella dell’altra, ognuna migliore di quella precedente. Power-pop elevato a potenza, con dei solo di chitarra micidiali e una voce, quella di Jeremy, capace di bussare fino alla porta di Dio invitarlo a scendere sulla terra e melodie mai banali, mai scontate, mai ordinarie e che però non ti riesci a schiodare dalla testa già dopo il primo ascolto. Come fossero sempre state lì, in agguato. Smorfiose e ingannevoli meretrici cui piace giocare coi ragazzini, lasciando una striscia di fard sul cuscino.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

FERRETTI – SPARAGNA – Litania (Finisterre/Baracca & Burattini)  

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Un disco di preghiere.

Un disco di fede.

Un disco per chiedere perdono.

Messe a tacere da un po’ le macchine elettroniche del suo debutto in proprio, Giovanni Ferretti cerca un rifugio più consono alla sua condizione di nomade stanziale in perenne ricerca della propria storia e delle sue radici.

Non più la Russia, non più la Mongolia. Ma l’Irpinia, gli appennini.

Non più i soviet, i berberi e i mandarini buddisti ma la riscoperta del cristianesimo.

Alle “canzoni, preghiere, danze del II millennio, sezione Europa” si sostituiscono le preghiere e le danze del I millennio, sezione bacino del Mediterraneo. Canti liturgici riconosciuti come tali dalla dottrina cristiana (Ave Maria, Padre Nostro, Santo, Magnificat, Miserere, Te Deum, Davide Re) e canti “apocrifi” del repertorio mistico dello stesso Ferretti (Madre, Paxo de Jerusalem, Intimisto, Occitania) si susseguono senza sosta, accompagnati da un coro polifonico e dall’organetto di Sparagna che cerca di costruire i ponti per riportare il Celeste ad una sua dimensione terrena, campestre, popolare.  

Chi ancora rimpiange il Ferretti punk che cantava le paranoie berlinesi e quelle emiliane avrà di che dolersi. Peccato che qui dentro è severamente proibito bestemmiare.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

POWERSOLO/THE COURETTES – Glædelig jul allesammen/Christmas (I Can’t Hardly Wait) (Crunchy Frog) / THE EMPTY HEARTS – “It’s Christmastime”/”Joyful Noise” (autoproduzione) / THE HI-RISERS – Christmas with The Hi-Risers (Hi-Tide)  

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Il Natale contagia tutti, inutile nasconderlo. Anche i musoni come me.

Ispirati dalla sua tradizione cristiana o dal folklore pagano fatto di Babbi Natale, renne e slitte, in pochi si sottraggono al momento più magico dell’anno. Anche nel mondo già di per sé grasso e colorato del rock ‘n’ roll, le campanelline della slitta di Santa Claus diventano una suppellettile dal fascino irresistibile. Anche quest’anno, il calendario dell’avvento si arricchisce di nuove “perle” natalizie. Qui ne vediamo qualcuna, giusto quelle che le mie tasche permettono e quello che è sotto le tasche sopporta: la Crunchy Frog celebra la natività con uno split tra l’acclamatissimo Powersolo e i gettonati Courettes. Un lento stop per voce da orco su un lato e un rumoroso singolo che è una versione “smart” del wall-of-sound spectoriano sull’altro.

Ancora più campanelle dondolano sulla A-side del nuovo singolo degli Empty Hearts dell’ex Chesterfield King Andy Babiuk anche se preferisco di gran lunga lo spettacolare numero alla Diddley che occupa il retro, forse la cosa migliore finora incisa dal gruppo di Rochester.

La Hi-Tide, piccola etichetta del New Jersey, di singoletti natalizi quest’anno ne ha pubblicati tre, ma il migliore del lotto è questo degli Hi-Risers, storica band che proviene dalla medesima area geografica degli Empty Hearts. Per loro meno campanelle e due canzoni piene dello “scampanellante” beat inglese di marchio Hollies. Nulla di fantasmagorico ma tutto suonato con classe e stile ineccepibili. Santa Claus ne sarebbe orgoglioso.  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

RICHARD AND THE YOUNG LIONS – Volume 1 / Volume 2 (Wicked Cool)

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Tre singoletti su etichetta Philips tra il 1966 e il ’67 e un mini-tour a fianco agli Yardbirds, poi un lunghissimo oblio mitigato dallo stato di cult-band conseguito grazie alla tardiva e inconsapevole partecipazione ad alcune compilation di classico e deragliante sixties-punk come Pebbles, Boulders, What a Way to Die e quella Open Up Yer Door che rubava il titolo proprio al più noto tra i loro minor-hit. Questa in breve la storia altrettanto breve degli Young Lions del New Jersey.

Fino a l’altro ieri.

Perché oggi (anzi ieri, perché le registrazioni sono state effettuate con “Richard” Tepp ancora vivo e vegeto all’indomani della reunion organizzata in occasione del Cavestomp Festival del 2001, NdLYS) Townes Van Zandt convince la band a tornare in studio. A dare man forte al gruppo lo stesso Steve Van Zandt alla chitarra e una nutrita serie di turnisti sicché dentro questi due tardivi album degli Young Lions ci sono più musicisti che in una squadra di calcio, panchine incluse.

Il risultato?

Non ci crederete: FANTASTICO.

Le incisioni d’epoca vengono aggiunte in fondo alle due scalette, e sono quelle che già conosciamo. Ma sono le registrazioni nuove a stupire per una freschezza che era comodo pensare inevitabilmente sfiorita e per un’adesione stilistica ai canoni d’epoca: canzoni come Don’t Waste My Time, One Kiss, I Ain’t Missing You e le cover di Action Woman degli Electras e Warning degli Humans (su Volume 1), la nuova versione di You Can Make It, Make Me Lonely, Why, Honor to Be e le cover di It’s a Cryin’ Shame dei Gentlemen e di Get Me to the World on Time delle Prugne Elettriche (su Volume 2) sono roba talmente fatta bene da sfiorare il miracolo e da dare il benservito a tanti giovanotti ben disposti.

Non più giovani, questo è sicuro. Ma ancora leoni.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro