BRUCE SPRINGSTEEN – Born in the U.S.A. (CBS)

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Nella sua ostentata rappresentazione della più scontata iconografia statunitense, la copertina di Born in the U.S.A. sembra la perfetta cartolina promozionale per la campagna politica di Donald Trump, in assoluto il Presidente degli Stati Uniti più odiato dal Boss. Ma in realtà l’album più conosciuto di Springsteen venne pensato molto tempo prima come reazione al patriottismo conservatore di Ronald Reagan, mentre Donald Duck inaugurava il Trump Plaza proprio nel cuore del New Jersey. Siamo nel cuore degli anni Ottanta, quelli in cui il kitsch e il trionfalismo sembrano penetrare dappertutto, anche nella musica di Springsteen, tanto che la title-track, al netto del lirismo amaro e sarcastico, sembra una sfarzosa parata pro-americana. L’intero album in realtà suona come un disco da fast-food, al di là delle retoriche protezionistiche che vogliono i nostri miti infallibili.

Se Nebraska fotografava un’America spettrale e vuota come la Parigi delle foto di Atget, il nuovo album sembra disegnarne una sovraffollata e colorata, contagiata da quell’ottimismo sbandierato in televisione e il cui prodotto musicale è questo heartland rock generato per osmosi che sembra una versione da drive in dei Creedence Clearwater Revival (Darlington County) e di Eddie Cochran (Working on the Highway) e che nei momenti più celebri (Dancing in the Dark, Glory Days) apre le cataratte a band come Georgia Satellites o ai Soul Asylum parodistici di Runaway Train. Si salvano, a voler essere magnanimi, la breve I’m on Fire che sa di cappotti col bavero alzato sotto il vento sferzante e due/terzi della grintosa I’m Goin’ Down, ovvero prima che il canto marxista si trasformi in un sing-a-long di cui anche Zucchero Fornaciari avrebbe vergogna. Un po’ pochino per la devozione cui sembra destinato.  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

ADULKT LIFE – Book of Curses (What’s Your Rupture?)

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I Male Bonding erano andati via senza che nessuno se ne accorgesse, nonostante l’hype generato dalla stampa all’epoca del debutto, quello con cui la Sub Pop allungava il collo verso il nuovo millennio con una sintesi di tutto quello che c’era stato negli ultimi venti anni di quello precedente. Roba trascurabile, buona per un ripasso veloce dei nostri ultimi giorni di gioventù.

L’incontro fortuito con Chris Rowley degli Huggy Bear ha però dato inizio all’”età adulta”, la loro e la nostra. Disposti in assetto di guerra, gli Adulkt Life hanno perfezionato, estremizzandolo, il progetto noise-wave dei Girls Against Boys e fatto tesoro dell’esperienza accumulata da John Webb con i suoi PRE creando una musica che riesce a sedurre per l’ostilità che manifesta mischiando strafottenza e calcolo.

Il suono di Book of Curses è una massicciata costruita sul suono peso di chitarra e basso. Nessuna crepa, nonostante l’annuncio di sibili jazz che sembrano voler penetrare a forza tra le rocce impermeabili di Country Pride sottoforma di un sassofono free. Che invece sono così granitiche che ti ci puoi arrampicare mentre una burrasca di chitarre si abbatte su di te e sulla città, fino a che i topi che la abitano non riescano a nuotare come squali.

L’età adulta inizia sempre da una ruga. E da una stretta di mano più forte delle altre.

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

AEROSMITH – Rocks (Columbia)

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Nancy Spungen prepara loro il latte mentre in limousine si spostano da un concerto all’altro e di tanto in tanto l’auto degli Aerosmith si ferma davanti ad uno studio di registrazione.

Per Rocks, si ferma due volte.

La prima davanti al Wherehouse di Wathalm, la seconda davanti ai soliti Power Plant di New York.

Poi, riparte veloce.

Gli Aerosmith corrono al ritmo di un disco l’anno in quel periodo.

E sembrano non sbagliare un colpo.

Dalla soffitta piena di giocattoli, sono scesi rapidamente giù in mezzo ai topi della cantina, saltando per le scale cinque gradini alla volta: Rats in the Cellar e Nobody’s Fault, zeppeliniana sin dal titolo, accrescono il consenso del pubblico metallaro ma la musica di Rocks è fondamentalmente un concentrato di musiche stradaiole che sembrano portare nelle downtown americane il pub-rock dei bassifondi inglesi (Last Child anticipa di un anno buono il passo ed il riff portante di Sex and Drugs and Rock and Roll di Ian Dury, così come lo strumming di Sick as a Dog o Get the Lead Out sembrano ricordare il graffio di Wilko dei Dr. Feelgood, NdLYS), Sex Pistols compresi (Lick and a Promise è il perfetto normo-tipo dei riff di Steve Jones).

Un’altra fermata, un altro trionfo.

Nancy sputa il latte dal finestrino.

Poi l’auto riparte, sgommando.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

SMASHING PUMPKINS – Cyr (Sumerian)

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Il senso della misura non è certamente fra le doti di Billy Corgan, questo è chiaro da almeno un quarto di secolo.

A Mr. Palla da Bowling (perchè è lui a firmare, produrre, arrangiare, cantare e suonare gran parte degli strumenti) piace fare le cose in grande. E così, pur salvandoci da un inutile Vol. 2 del disco precedente, non ci risparmia un viaggio lungo quanto il primo trailer di Ambiancè in quella che è la nuova dimensione degli Smashing Pumpkins.

Settantadue minuti che chiudono in maniera coerente questo secondo decennio degli anni Zero in cui l’unica vera cosa nuova, che piaccia o meno, è stata la musica trap e che si è per il resto distinto come uno stagnante periodo di reflusso creativo in cui, oltre al consueto riciclo storico e/o fanatico di quanto già detto nei decenni precedenti, non ha prodotto artisticamente nulla di rilevante se non un inutile calpestio di artisti, grandi e piccoli, costretti a camminare avanti e indietro sulle molliche lasciate lungo il tragitto percorso da loro stessi o da chi li ha preceduti.

Cyr, ma questo lo saprete già, è un disco di synth-pop. Un disco synth-pop realizzato da quella che negli anni Novanta fu una delle formazioni più emblematiche dell’alternative rock americano e che ormai da anni pattina su una pista di ghiaccio cercando di non rovinare a terra aggrappandosi a qualsiasi cosa. Stavolta sono delle macchine sintetiche che lo fanno suonare come fosse “lost in the Weeknd”, volendo intendere con questo un ermafrodita incrocio fra la piccola, bellissima hit di Cesare Cremonini e il revival anni Ottanta del canadese Abel Makkonen Tesfaye.

Che ne avessimo bisogno, anche no. Soprattutto perché il risultato non è ne’ commestibile come qualsiasi produzione pop, ne’ ispirato come si chiederebbe ad un artista/gruppo di tale levatura, ne’ scomponibile in diversi livelli di lettura per essere storicizzato come lavoro miliare. Alcune canzoni sono di una pochezza disarmante (TelegenixPurple BloodAdrennalynne solo per dirne tre) e rischiano di farti cadere il telecomando dalle mani come quando ti addormenti davanti ad una serie tv. Qualcosa si lascia masticare come una chewing-gum, salvo poi esplodere come i palloncini delle Big Babol. E io non vorrei trovarmi col culo appiccicato ad un disco degli Smashing Pumpkins, quando Dio o i marziani decideranno che è il momento di venirmi a prendere.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

COMPULSIVE GAMBLERS – Bluff City (Sympathy for the Record Industry)

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Bluff City ci riconsegna 2/3 degli Oblivians.

Greg e Jack non sono vestiti meglio, però così sembra, ad ascoltare questo disco in cui il piccolo mondo di sesso e junk food della band di Memphis diventa una umida metropoli del Sud degli anni Cinquanta. Quelle dove i bianchi e i neri fanno le stesse cose, ma separatamente. Un disco dove soul e rock ‘n’ roll si appiccicano uno all’altro, come in certi dischi degli Stones.

Ma ovviamente il disco di debutto dei Compulsive Gamblers è anche infiorettato dalla retrocultura garage rock, psychobilly e proto-punk cara ai due musicisti americani. Mystery Girl ad esempio, soprattutto nel bridge centrale, è innegabilmente influenzata da Gloria dei Them e You’re Gonna Miss Me degli Elevators. Percorsa dalla stessa bava elettrica di quei pezzi lì. E la finale Don’t Haunt Me è invece una spooky song che guarda torva a Night of the Sadist di Larry and The Blue Notes. Pepper Spray Boogie è un rockabilly scosso dalle epilessie dei Cramps, I Call You Mine una sorta di sporca demo dei Chesterfield Kings quando suonavano pensando alla Chocolate Watch Band.

La seconda facciata è però legata mani e piedi alla tradizione della classica canzone cantautoriale americana, con cinque ballate dalle chiare filigrane country/folk. Roba che è più facile immaginare suonata da seduti, e non in piedi come quando i cowboy fanno la pipì.
A Memphis come in tutto il resto del mondo.
 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

SKY “SUNLIGHT” SAXON / FIRE WALL – Destiny’s Children (PVC)

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Mars Bonfire degli Steppenwolf, Shelley Ganz degli Unclaimed, Steve Wynn dei Dream Syndicate, Ric Albin e David Provost dei Droogs, Lee Joseph degli Yard Trauma, Rich Cooffee dei Fourgiven, Johnette Napolitano dei Concrete Blonde, Roy McDonald dei Redd Kross, Peter Case dei Plimsouls, Marc Platt dei Real Impossibles, Ethan James dei Blue Cheer.  

Il fior fiore della scena californiana con le teste piegate come enormi girasoli sotto la luce abbagliante di Sky “Sunlight” Saxon.

Potremmo chiudere qui e tornarcene alle nostre faccende casalinghe.

Oppure scegliere, con un po’ di raziocinio, di inoltrarci in questo campo fiorito a sfogliare i petali di m’ama non m’ama di Saxon, qui davanti al suo miglior lavoro post-Seeds.

Il suono è straordinariamente simile, oltre che a quello dei Seeds medesimi, a quello degli Unclaimed, band devotissima ai Seeds oltre che ai Music Machine e ai Count Five. Lo è soprattutto quando esce fuori dai binari classici dello stile amato da Saxon, ovvero quello che con ostinazione rifiuta ogni sorta di compromesso col ritornello e che lavora in maniera concentrica attorno ad un’unica idea base (un esempio di “emancipazione” da questa tecnica è quella del brano di apertura Starving for Your Love che prevede un insolito, per gli standard di Saxon, bridge). Destiny’s Children mostra dunque uno Sky Saxon che riapre gli occhi e si ritrova al centro di un culto che non avrebbe mai immaginato. Uno Sky Saxon in gran spolvero, pronto ad inossare il mantello di re di quel revival che suo malgrado ha contribuito ad ispirare.  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE BARBARIANS – The Barbarians (Laurie)

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Vi ricordate di Jerry Lee?

E di John Lennon?

Dei T. Rex?

E del vecchio Moulty?

Al quarto e ultimo interrogativo, prima del rush conclusivo di Do You Remember Rock’n’Roll Radio, sull’album più squisitamente sixties-oriented dei Ramones (ma più in là negli anni realizzeranno un album quasi garage-punk come Acid Eaters) molti strenui tenaci dei “fratellini” newyorkesi si guardarono vicendevolmente cercando negli occhi dell’altro la risposta che non riuscivano a trovare in cuor proprio: chi cazzo era il vecchio Moulty?

A quel punto qualcuno più bravo degli altri, o solamente più fortunato, tira fuori Nuggets. Ed ecco che il nome Moulty salta fuori: è il titolo di una canzone di tali Barbarians, che le note di copertina ricordano aver partecipato al T.A.M.I. Show del ’64 accanto a niente-poco-di-meno-che James Brown, Chuck Berry, Beach Boys, Rolling Stones e Supremes e che sul disco raccontano della malasorte del loro batterista a cui sette anni prima una bomba ha voluto stringere la mano un po’ troppo forte.  

Ed è a allora che a qualche fratello maggiore di quei quindicenni che stanno ascoltando i Ramones sovviene di aver visto in tv quel cazzo di batterista con un uncino al posto della mano sinistra e con la scritta The Barbarians messa nera su bianco, proprio sulla pelle anteriore della grancassa. Oh cazzo…ecco chi era il vecchio Moulty!  

A quello spettacolo i Barbarians parteciperanno coi sandali ai piedi e, quando dopo due anni da quell’infruttuoso singolo (Hey Little Bird) che è uno dei più vecchi e anche più rozzi e volgari reperti garage punk della storia riscoperto anni dopo da band come Miracle Workers, Cannibals e Chesterfield Kings, si tratterà di tirar su un intero album i Barbarians, sulla foto di copertina quei sandali li hanno ancora ai piedi. Il disco non è quell’orgia punk anti-litteram che Hey Little Bird prometteva: è più orientato verso il folk, verso il rock & roll basico o addirittura verso gli strumentali di marca Champs (Linguica, Maria Elena) ma due cose ignorantone come Are You a Boy or Are You a Girl (erroneamente citata impropriamente come titolo dell’album) e What the New Breed Say ma anche la cover capellona di I’ve Got a Woman meritano il prezzo del biglietto.

Moulty e il suo uncino il suo posto accanto a Jerry Lee, a John Lennon e ai Ramones.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE SOLARFLARES – Can Satisfy You (Own-Up)  

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Stampato in proprio con l’obiettivo di venderlo direttamente ai loro concerti, Can Satisfy You è il più ruspante disco della discografia dei Solarflares, registrato con voluta approssimazione per replicare l’effetto sala-prove. Che in effetti è il posto dove, fatta eccezione per qualche registrazione live dove le voci del pubblico coprono quasi il volume degli amplificatori, viene registrato. La veste semi-ufficiale e quasi clandestina del progetto abbandonato peraltro a metà relegherà Can Satisfy You a un prodotto di nicchia. Ma chi ne ha una copia a casa o avrà modo di procurarselo successivamente (gli invenduti verranno rimessi in circolazione molti anni dopo sul sito dei Galileo 7 mentre la Damaged Goods ne stamperà una versione su vinile nell’estate del 2017, NdLYS) godrà di una spettacolare doccia emozionale nel miglior Medway-sound e di una fantastica vista sui campi del freakbeat inglese, con cover assolutamente pervasive di piccoli classici come Hold On dei Rupert’s People, Save My Soul dei Wimple Winch o Father’s Name Is Dad dei Fire.

Tutti gli altri trovino il modo di comprarne una copia, se non stanno già pagando le rate per la poltrona alzapersona reclinabile.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DENOVO – Persuasione (Kindergarten)

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Era, abbreviando, la new-wave del buonumore. Una sorta di antidoto al suono cupo che aveva attecchito in Italia sull’onda lunga del post-punk inglese e che faceva dei Denovo l’alternativa all’alternativa.

Era musica aggraziata, quella dei Denovo. Raffinata senza mai risultare snob. Popolare ma in qualche modo esclusiva. Musica d’evasione, la si poteva catalogare nella tassonomia della soft-wave dell’epoca, infatuata dei ritmi in levare del reggae e del funk, della soffice carezza del jazz e dell’accattivante e solare pastosità della buona pop music che dai Beatles fino ad Elvis Costello, agli Scritti Politti e agli XTC aveva penetrato le perenni nuvole grigie dell’Inghilterra.

Lo scatto propulsivo di Non c’è nessuno fa da aratro per il secondo album della formazione etnea aprendo il varco della grande kermesse sanremese, pur nel “ghetto” rock in cui era stata relegata la truppa che comprendeva fra gli altri Joe Perrino and The Mellowtones, Viridanse, Moda, Neon, Violet Eves, Incontrollabili Serpenti, Avion Travel e i compaesani Boppin’ Kids, e che regalerà loro un dignitosissimo terzo posto e l’accesso al palco dei big l’anno successivo.

L’album ricalca quanto già espresso sul debutto, con la simbiosi perfetta fra i pezzi scritti da Mario Venuti e quelli firmati da Luca Madonia e l’attenta produzione di Fabrizio Federighi attento a non sporcare troppo la naturalezza del suono dei Denovo, pur forzando un po’ la mano su Se vai via, unico pezzo dal sound troppo “gonfio” rispetto ai canoni del gruppo (fatte salve le due bonus track della versione cd, davvero troppo artefatte per meritare di finire sulla scaletta sanguigna della versione su vinile, NdLYS), sempre prodigo di canzoni dall’immediatezza ricercata e dal calore confortante. Persuasiva nel senso migliore del termine, la musica dei Denovo contagia di good vibes tutto lo stivale restituendoci il piacere della spensierata giovinezza.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

KING KHAN – Il Re è (semi)nudo

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Canada, metà anni Novanta.

Quello che sarebbe diventato King Khan si fa ancora chiamare Blacksnake e colui che diventerà Mark Sultan invece suona col viso completamente coperto, sotto il nomignolo di Creepy. Suonano un punk innestato su vaghe influenze sixties e con devozione assoluta per gente come Bo Diddley, Chuck Berry, Joey Ramone e Johnny Thunders. Un classico blend che non può sfuggire alla Sympathy for the Record Industry che su quelle polveri ha costruito la sua santabarbara.  

Il debutto della band canadese esce infatti per l’etichetta di Long Beach. Titolo e grafica di copertina sono rubate al famoso tour invernale di Big Bopper, Ritchie Valens e Buddy Holly durante il quale i tre eroi del rock ‘n’ roll persero le loro vite e noi la loro musica. È tuttavia un’eredità che si consuma solo nella scelta iconografica, perché Winter Dance Party è per il resto una sequenza interminabili di riff a manetta.

15 colpi tutti a segno, guardando il bersaglio per non più di due minuti alla volta. Spesso per molto meno.

Nessuno sparo a salve.   

Nessun tentennamento.  

I canadesi hanno mira buona.

 

Se il disco di esordio era tutto sommato un classico album punk-rock, Misbehavin’ volge lo sguardo degli Spaceshits verso gli anni Sessanta e Cinquanta in maniera più netta e decisa, utilizzando alcuni cliché tipici del periodo, seppur tutto venga sempre suonato ad alta velocità. Come dentro una decapottabile che dal Canada corre veloce verso la California.

Un disco deragliante dove ancora una volta la band di Mark Sultan e King Khan non sbagliano un solo pezzo, nonostante la mira volutamente imprecisa e i bersagli scelti in maniera arbitraria. Tra cui sicuramente quelli di Bo Diddley, dei Generation X, dei Ramones, dei Gruesomes. Canzoni funamboliche come She’s a Bad Luck Charm, Tell Me Your Name, We Know Where the Girls Are, Won’t Bring You Back, Turn Off Your Radio meriterebbero sorte migliore di quella cui sembrano destinate a schiantarsi contro.

Porn Losers.   

 

Sul fare del nuovo secolo, il punkettone dalla pelle ambrata si converte al soul. Così, per tutti coloro che si trovano a lagnarsi per aver sprecato i soldi comprando l’ultimo Jon Spancer, è d’obbligo asciugarsi le lacrime rubando Three Hairs and You‘re Mine di Mr. King Khan and His Shrines. Lo sporco meticcio di Re Khan tira fuori un party-album capace di mangiarsi ogni disco di Spencer da 5 anni a questa parte e di provocare movimenti al basso ventre degni di un live-set di James Brown. Merda, questa è soul music col pepe al culo (Kukamonga Boogaloo, Don’t Walk Around Mad, Live Fast Die Young, The Mashed Potato Itch, Tell Me….provate a resistergli e, se così fosse, fatevi controllare dal vostro urologo, NdLYS) capace di quelle classiche pause pomicione (Fool Like Me, Shivers Down My Spine) che ti fanno rallentare il culo per tentare l’operazione-rimorchio classica di ogni festa.

Il debutto degli Shrines diventa il mio disco del mese.

Di tutti e dodici.

 

Allo scoccare dei due anni, riecco il Papa Nero del moderno boogaloo, lo scimmione nato dall’incesto tra Screamin’ Jay Hawkins e Joe Bataan, il figlio svitato di Andre Williams e Mick Collins che ci concede un’altra ora di delirio soul. Appena un po’ meno debosciato rispetto al Three Hairs and You’re Mine di tre anni fa che godeva dell’Imprimatur di Liam Watson, Mr. Supernatural è comunque il campionario di stomps affogati nell’orgia ritmica di fiati e tastiere che era lecito attendersi. Il miglior party-album che possa capitarvi sotto le unghie, una valvola metrale che vi pompa sangue alle natiche e che può incrementare la produzione di ormoni riproduttivi nelle vostre feste, farcito di opportune pause pomicione per tentare l’operazione-rimorchio. Pezzi come la title track, Destroyer, Pickin’ Up, Lovetruck o Burnin’ Inside sono in grado di regalarti gli stessi sussulti al basso ventre del James Brown all’Apollo. E ditemi voi se è poco.

Ma l’anno non si è ancora concluso, che ecco un altro candidato a diventare disco dell’anno. 

Lo “scontro” è infatti quello tra due delle formazioni più cazzute del momento e tra due personaggi tutto sommato non molto dissimili nell’approccio verso il rock ‘n’ roll e inclini alle collaborazioni e ai progetti paralleli. Categorie cui questo Billiards at Nine Thirty tuttavia non appartiene, in quanto le band stanno chiuse nel loro recinto e mostrano ognuno dal loro lato del tavolo verde, i loro attributi metaforicamente rappresentati in copertina dalle stecche e dalle palle del biliardo.

Sei tiri per uno attorno al tavolo verde.

Ogni tiro, una buca.

Con i Dirtbombs che giocano spesso di sponda, affinando la tecnica dei tiri ad effetto (I Had to Chew My Own Leg Off, The House as a Giant Bong) sperimentata sul recente Dangerous Magical Noise ma che non rinunciano a mirare direttamente in buca, come nella strepitosa The Size of Ottawa. Che se ti attardi un attimo per bere un sorso di birra ti perdi il colpo.

Ma è un quarto d’ora dopo le 9:30, quando il gioco passa a King Khan e ai suoi Shrines che nel locale scatta l’afterhour alcolico. Agli inizi di Sweet Tooth si sente già il tintinnio dei bicchieri. Poi il gioco al biliardo si fa puro spettacolo alticcio e acrobatico, come se James Brown in persona fosse salito sul tavolo a bucare il tappeto strisciando e battendo il suo tacco cubano come ai tempi dell’Apollo.

Burnin Inside è un tripudio, un baccanale funky/soul che trascina giù anche le colonne del locale. 40 uccelli cercano scampo, prima di finire travolti anche loro dalle macerie. Take a Trip è il boogaloo tarantiniano ballato dai superstiti sulle rovine di questo tempio pagano.

Sono a malapena scattate le dieci.   

 

Un re e un sultano. Diventati sovrani dopo un’adolescenza da balordi in quel di Montréal e ora ritrovati quasi per caso ad Amburgo.

E così l’ex serpente nero e l’ex ago degli Spaceshits, che sono avvezzi agli espedienti, pensano di mettere insieme per strada il loro spettacolo di lo-fi rock.

Sull’insegna di cartone campeggiano i loro nuovi nomi: The King Khan & BBQ Show.

Due chitarre, un paio di tamburi e un microfono davanti al quale il Re indiano e il sultano italiano, canadesi di nascita e ora tedeschi di adozione si alternano cantando canzoni sguaiate come Love You So, Get Down, Got It Made, Pig Pig Pig, Shake Real Low, Am I the One, Outta My Mind che sono in percentuali variabili figlie di Buddy Holly, degli Stooges, dei Gruesomes, di Gene Vincent. La festa è meno ricca, meno colorata, meno prorompente di quelle organizzate da Khan con gli Shrines ma è giusto sia così. Questa è roba da buskers alticci, punti sul sedere dal forcone del diavolo per intonare qualche canzone sulle donne e sui vizi a cui non viene concesso di replicarne alcuna ma di usare il trucco diabolico di camuffarle sotto decine di maschere diverse, per poterle suonare infinite volte a noi pubblico sbalordito.  

 

Dopo il primo pasto del 2005 la cena viene servita l’anno successivo. Per l’occasione King Khan si è vestito da drag-queen e BBQ, ovviamente, da sultano. Sono gli avanzi del pranzo, che era già un pasto di avanzi. Panni soul sciolti nella varichina, stracci rock & roll logori e consunti. Qualche lentaccio da struscio (ricordate i Creeps di Darlin’? Ecco, quel genere di cose lì) e tanto rock and roll sornione e beffardo che cerca di sconfinare nel punk da garage in almeno un paio di occasioni. Nel country da galera in almeno un altro paio.

L’unica regola di What’s for Dinner? è non avere regole. O perlomeno attenersi a quelle sommarie dettate dall’amore per le frattaglie del rock, gli avanzi dei pasti ricchi con cui le rockstar sono diventate obese o cocainomani.

Uno spettacolo di viscere e liquidi corporali. Ecco cosa c’è per cena.   

 

Three Hairs and You’re Mine fu uno dei miei dischi dell’anno nelle playlists del 2002. Non serve ve ne ricordiate, ma è invece importante che serbiate memoria di quel disco. Un autentico R&B della giungla capace di ribaltare ogni festa e trasformarla in un vaso voodoo traboccante di sudore e liquidi vaginali.

Il tiro di quel disco si è via via smorzato, e non poteva forse essere diversamente. Ma King Khan continua a fare dischi che spaccano il culo e a tirar fuori le zanne, quando è necessario. Qui succede ad esempio mentre i primati ballano lo ye-ye su Land of the Freak. Ma What Is?! apre il mondo del Re ad altre influenze, molto più inquietanti: la trance angosciosa dei Velvet (vi dice qualcosa un titolo come The Ballad of Lady Godiva?) e certo free-jazz che da Sun Ra (Cosmic Serenade) arriva fino agli Stooges malati di L.A. Blues (Fear & Love è un bug che può perforarvi la mente, ai volumi opportuni, NdLYS). Meno ballabile, certo. Ma cazzo, anche stavolta lascerete la festa con la pelle solcata da lividi viola.

 

Una bestia nera. Un cuore indiano trapiantato a Montreal. Altro che banghra-pop e brimfuls of Asha. King Khan è la soul music del nostro tempo: sporca, corrotta e peccaminosa. Una creampie lattiginosa che schiuma dalla carne rosa di Tina Turner e delle Ikettes le cui gocce più dense vengono raccolte su una coppiera pubblicata dalla Vice col titolo di The Supreme Genius. Si va dal primissimo singolo del 2000 fino all’ultimo, eccellente What Is?!, tutto senza un momento di stanca. Convulso e psicotico voodoo-funky annegato nei fiati, deformato da una eccitazione sessuale nevrastenica, tesa e malata (come nel baccanale di Sweet Tooth) o rotondo e bavoso come le natiche di una chica (Live Fast, Die Strong dal primo inarrivabile album), figlio bastardo di James Brown (Tell Me), Sun Ra, Question Mark (Land of the Freak), Screamin’ Jay Hawkins (Shivers Down My Spine) e Ike Turner (Welfare Bread).

Pochi degni di rubarle il trono, Re Khan. Il regno è Suo!

 

Continua il viaggio antropologico-musicale di King Khan e Mark Sultan attraverso le condotte fognarie che li/ci riportano al frat-rock, al boogaloo e al doo-wop degli anni ’50 e ’60. Nel loro viaggio incontrano creature e mostri immaginifici.

Perché quello di Invisible Girl è pure l’ennesimo tuffo nel mondo della science fiction, dei mondo-movies, delle buffe gag dei Three Stooges. Un mondo che è parallelo a quello ordinario e grigio del quotidiano. Un mondo invisibile al pari della protagonista dell’album e dei mostri che lo abitano, che tuttavia possono liberarci dai nostri, almeno per mezz’ora. Canzoni come Tastebuds, Anala, Crystal Ball, Do the Chop, I’ll Be Loving You, Truth or Dare hanno esattamente questo potere.  

Molto meglio di quello che i vostri supereroi riescano a fare.  

 

Il termine “supergruppo” mal si adatta, per definizione, al rock ‘n’ roll di basso profilo. Non ci sono virtuosismi da esibire o innesti miracolosi. Il più delle volte sono collaborazioni “chiassose”, omaggi collettivi o condivisi alla musica amata, flirt consumati sotto l’ombrello del r&r spesso senza alcuna volontà o necessità di svelare al mondo con chi si è stati sotto le coperte.

Silky di Andre Williams era un disco così. The Get-Down Imperative del King Sound Quartet era un disco così. Tasty dei Demolition Doll Rods era parimenti un disco così. Gli album degli Heavy Trash erano dei dischi così.  

Esce ora questo The Almighty Defenders che è, come quelli, un album dove si consuma un atto d’amore collettivo, sotto le stelle cadenti del rock and roll. I protagonisti di questa ennesima copula sono interessanti tanto quanto gli antefatti: i Black Lips si trovano in tour in India quando pensano bene, durante uno show a Chennai, di lasciarsi andare sul palco a qualche bacio gay e a una parziale seppur palese denudazione pubblica.

Il pubblico va in delirio. Ma non tutto. Qualcuno, a spettacolo concluso, avvicina la band nei camerini e suggerisce loro di lasciare il Paese il prima possibile, perché l’oltraggio al pudore in India è un reato punito con la galera. E loro rischiano grosso. I Black Lips non aspettano neppure di smaltire l’adrenalina che hanno ancora in circolo: saltano sull’auto che hanno noleggiato e in aeroporto prendono il primo volo disponibile. Che è un volo che parte dalle terre delle vacche sacre e atterra in Germania. I Black Lips salgono con i pantaloni ancora slacciati: in Germania hanno un paio di amici pronti ad andarli a prendere in aeroporto e ospitarli per tutto il tempo che serve.

I due amici si chiamano Mark Sultan e King Khan, stranieri in terra straniera come loro. Musicisti, come loro.

Ecco, l’estemporaneo progetto Almighty Defenders parte da qui. Come uno spy-movie che si incastra con una scheggia di vetro dello specchio infranto del sogno rock and roll. Ed è già bello così.

Una “superstoria” prima che un “supergruppo”. Il disco che documenta quell’incontro, consumato tra casse di birra e la voglia di un souvenir che celebri quella storia.

Potrebbero scegliere di farsi un tatuaggio.

Invece scelgono di fare un disco.  

Un disco “di fortuna”, un disco di scalcinato rock ‘n’ roll, di soul sbiancato, un disco dove convivono a qualche solco di distanza vaghi echi gospel e tremebonde atmosfere sinistre da scary-movie, canzoni d’amore e canzoni sui fantasmi. Canzoni che vanno bene per chi ama i Black Lips e per chi ama King Khan & BBQ Show.

E a chi crede che il rock ‘n’ roll val bene un oltraggio.

E una fuga nottetempo.  

E un disco.

  

Circolato solo in versione promo qualche anno prima, documentando alcune vecchie sedute di registrazione effettuate tra Berlino (dove vive tuttora) e Bordeaux durante i soggiorni europei del Re Nero del Canada, Turkey Ride esce ufficialmente a nome King Khan Experience nel 2011.

Gli Spaceshits si sono sciolti da pochissimo e King Khan si reinventa totalmente come cerimoniere di un’orgia soul-funk trascinante, folle e colorata. Siamo agli albori di quella che sarà la musica degli Shrines ma l’energia dirompente di quel gruppo è già tutta qui: ascoltate I Got Love, Knock Me Off My Feet o Hey Rudi e ditemi se riuscite a restare fermi. Folate di organo che ti spettinano come un soffio di bora, lampi psichedelici di chitarre wah-wah, pattern di batteria che sembrano scivolati via da un disco di James Brown e un groove funkedelico da branco animale. Il boogaloo di King Khan, quello che produrrà capolavori come Three Hairs and You’re Mine, Mr. Supernatural e Idle No More è già tutto qui.

L’estate pure.    

 

Dio Khan!

L’estate è finita e il disco dell’estate arriva adesso che le donne cominciano di nuovo a coprirsi.

Idle No More, ispirato dal movimento per i diritti civili nato in Canada lo scorso dicembre, Mr. King Khan (che Canadese è di nascita) rimette in piedi in fretta e furia i suoi Shrines lasciati a marcire per un intero lustro e assembla un nuovo, straordinario disco.

Un album che più di ogni precedente profuma di aromi sixties, nel consueto narghilè dal sapore boogaloo. Meno tossico rispetto a certi fumi che uscivano fuori dalle feritoie di What Is?! che lasciavano immaginare gli Shrines come una moderna versione della band di Sun Ra.

Qui sembra di stare con un piede ficcato nei dischi dei Love e il sedere infilato dentro il juke box che passa Nino Ferrer.

Un disco festoso, finchè non arriva il buco in gola di Darkness. Un atto di dolore che inaugura lo spazio dedicato al ricordo di Bobby Ubangi (Bad Boy), Jay Reatard e Jay Montour (So Wild). Due ultime pacche sulle spalle degli amici andati a far baldoria altrove.

Of Madness I Dream, inizialmente pensata per intitolare l’intero disco, è la ballata scivolata giù da un disco degli Stones (Beggars Banquet? Sticky Fingers? Let It Bleed?) che ci sorprende quarantenni bisognosi di un sogno per cui poter ancora sanguinare.

Un giorno farò una festa e inviterò tutti gli amici che mi sono rimasti.

Mi basteranno due metri quadrati e un disco di King Khan.

Non ci sono più gli Shrines a coprire le nudità del Re Khan su Murderburgers.

A porgergli il mantello e dividere con lui gli hamburger sono Greg Ashley e Oscar Michel, ovvero due/quarti di quelli che furono i Gris Gris. E il risultato, ahimè, si sente. L’energia positiva e travolgente dei dischi con gli Shrines è quasi del tutto dissipata, soffocata da una rilassatezza che non concede al ritmo che pochissimi Joule di energia (il tiro garage scriteriato di Teeth Are Shite, il suono dei Saints replicato quasi alla perfezione su Born in 77).

Murderburgers non ha insomma la stessa spettacolarità dei dischi con gli Shrines, preferendo adagiarsi su un folk rock che tenta addirittura l’assalto alle fortezze di Dylan (It’s Just Begun) e di Beck (Too Hard Too Fast), scivolando in realtà molto prima di aver raggiunto la salda certezza di una balaustra. Anche la carica esplosiva di Born to Die soccombe alla psichedelia sgraziata di Greg Ashley.

Un diversivo che concediamo con piacere a King Khan, per tutto quello che ci ha regalato in quindici anni di dischi.

Ma adesso ridateci gli Shrines, per favore.

E qualcuno dica al Re che è nudo.

 

Ci mettono più del solito, King Khan e Mark Sultan, a far confluire i loro impegni e mettere su un nuovo disco. Ben sei anni separano infatti Bad News Boys dal precedente Invisible Girl. Nel frattempo anche King Khan, seguendo l’esempio dell’amico fraterno, ha messo in piedi un’etichetta personale anche se per la vecchia sigla comune hanno scelto ancora una volta le garanzie della In the Red.

Di veramente nuovo ci sono i costumi di scena disegnati dalla moglie di Khan, due tute nere come la notte forate sui capezzoli e due mascheroni a coprire metà del viso con cui i due hanno dato il via al Nipples ‘n Bits tour e posato per le foto promozionali di rito. Per il resto, le canzoni scollacciate del duo non conoscono margini di miglioramento, e se per qualcuno questo può voler dire una “cattiva notizia” per altri, me compreso, non lo è. Nonostante continui a preferire le canzoni meglio rifinite degli Shrines, lo spettacolo che i due riescono ad allestire grattugiando solo due chitarre ha del prodigioso, riuscendo ancora una volta a riempire il foglio di schizzi rock ‘n’ roll, doo-wop e frat-rock (e anche qualche numero di punk schizoide come Zen Machines e D.F.O.) senza stare attenti ai margini. Anzi, imbrattando più quelli che le rigorose e composte righe a centro pagina. Avercene, di ultimi della classe così.   

 

L’acronimo relativamente anonimo nasconde in realtà King Khan e Fredovitch dei mai dimenticati Shrines più Looch Vibrato e Aggy Sonora dei francesi Magnetix, il che vi dà già la misura di un disco come “Stop und Fick Dich!”.  

Larry Hardy della In the Red, dal canto suo, garantisce e mette la firma sul registro dei testimoni in quest’ennesimo matrimonio artistico del Re Khan, il cui vizio di mescolare il proprio sperma a quello altrui supera di gran lunga le perversioni di qualsiasi caserma militare e di qualsiasi college universitario e pareggia le zozzerie di Mick Collins.

Nonostante qui (a casa mia, intendo. E nella mia auto, dove un loro album qualunque non manca mai, NdLYS) la nostalgia per i dischi degli Shrines rimanga a livelli altissimi, questo ritorno alle radici fracassone dei suoi venti anni quando, sotto il nome di Blacksnake, suonava il basso negli Spaceshits. Se però quel gruppo lì guardava verso il garage rock degli anni Sessanta, pur se attraverso l’oblò del punk, i Louder Than Death quell’oblò lo lasciano ben chiuso e, opportunamente coperto di vapore, ci scrivono sopra con le dita proprio la parola punk, scrivendo canzoni in classicissimo ’77-style come la bellissima ABC’s in Old Berlin, che è anche l’unico vero motivo per portarsi a casa questo disco. Non perché sia brutto, affatto, ma solo perché in realtà l’intero repertorio è prelevato in toto dai dischi dei Black Jaspers, in versione ancora più deragliante. Però se non avete quello e in ultima analisi anche se ce l’avete ma non lo ascoltate da dieci anni, potete tranquillamente sentirvi ancora teppisti ascoltando la musica del Dio Khan e dei suoi compari.

Messo in piedi in piena pandemia, il Global Solidarity Forever è un collettivo artistico fondato da King Khan assieme al leader delle Pantere Nere Malik Rahim con l’obiettivo di “sfruttare” i proventi artistici delle varie discipline artistiche degli affiliati per sostenere diverse iniziative che vanno dal sostegno dei lavoratori immigrati alla riforestazione delle zone colpite dagli uragani, dalla messa al bando della carta igienica e altri derivati del legno alla creazione di una “banca dell’insulina” per la comunità di New Orleans.

Soul Eruption è il primo album vero e proprio pubblicato sotto l’egida della GSF e il primo lavoro che King Khan si intesta a suo nome, continuando la sua circumnavigazione di tutte le musiche possibili e atterrando stavolta in territori hip-hop ispirati al funky primigenio di James Brown e George Clinton e alle gesta degli Invaders di Memphis raccontate nell’omonimo lungometraggio di Prichard Smith del quale Khan ha curato la colonna sonora assieme a Jack Oblivian. Il risultato non è da buttare ma a dispetto dei nomi detti prima, è un po’ arido di sudore e di groove. Esercizi riusciti neppure malaccio (See You in Hell, Get Up Off Yo’ Thang, The Plague of Putin) ma che sembrano costruiti un po’ a tavolino (sul desk forse suona più fico e rende meglio l’idea di quel che voglio dire) dando l’impressione che Khan si stia lentamente trasformando dal Dio della caciara nel Dio del cacio.

Dopo Barrence Whitfield anche King Khan cede all’infatuazione per lo space-jazz di Sun Ra e Pharoah Sanders pubblicando un disco di arcano, sfilacciato, schizoide e disarticolato jazz suonato da una tribù aliena nascosta dietro delle identità terrene che rispondono ai nomi di John Convertino, Brontez Purnell, Knoel Scott, Maureen Buscareno, Marshall Allen, Davide Zolli, Florent Mannant, Gillian Rivers, Allesandro Piretti, Daniel Allen, Max Weissenfeldt, Ben Ra e Martin Wenk oltre che l’onnipotente Dio Khan. The Infinite Ones è una deriva tortoisiana di ottoni, bastoni della pioggia, languidi fraseggi di chitarre e organi che alterna brani burrascosi, stemperate pause di jazz liquido e un paio di episodi che non avrebbero sfigurato su qualche disco dei Tuxedomoon come Xango Rising o Follow the Mantis. Non quello che vi immaginereste da King Khan, nonostante neppure lui sappia più cosa aspettarsi da sé stesso. “L’artista conosciuto come Blacksnake” è diventato una viscida tenia che vi abita nell’intestino. Pensateci, ogni volta che vi prude il culo.

Shrines per due/quarti e Magnetix per i restanti due, la King Khan Unlimited saluta il 2021 con un album che riporta il Re Khan dentro i territori del rock ‘n’ roll dopo la sbandata free jazz di The Infinite Ones.

Opiate Them Asses putroppo non va molto oltre il simpatico gioco di parole del titolo. Pur non essendo affatto un brutto disco, è uno di quei dischi di cui io e molti altri hanno già gli scaffali pieni e dunque faticherà a trovare spazio. E di certo non aiuteranno i video low-budget che ne hanno distillato il contenuto su YouTube, francamente brutti. Certo, non mancano canzonacce da canticchiare come Modern Frankenstein, Narcissist, Crime Don’t Pay o Al Capone’s Syphallytic Fever Dream però i bei tempi degli Shrines sembrano davvero definitivamente andati e la battaglia intrapresa da King Khan contro Ty Segall su chi riesce a pubblicare più dischi in un anno, finisce per dare la meglio all’uomo dalla pelle perlacea.

Il regno traballa.

Ci sono nuovamente John Convertino e Davide Zolli fra i musicisti coinvolti nel nuovo progetto di King Khan legato al jazz e alla musica etnica inaugurato con The Infinite Ones e ispirato stavolta all’omonimo programma di divulgazione scientifica canadese condotto da David Suzuki e che è il corrispettivo del nostro Quark. 

I nove pezzi di The Nature of Things non sono affatto malvagi (con una splendida e free Snarlin’ Lil Malcolm piazzata proprio in mezzo) ma la questione a questo punto è comprendere quale sia il pubblico che King Khan cerca o pretende di abbracciare avendo abiurato in parte o forse in maniera definitiva dal suo potentissimo R&B scegliendo uno stato di musicista apolide che tocca infinite terre senza mai approdare ad una. 

Agosto del 2023 vede la pubblicazione integrale della colonna sonora del documentario sulla storia degli Invaders, il gruppo per i diritti civili di Memphis, uscito nel 2015 e di cui King Khan si occupò della scrittura dell’intera parte musicale, con echi di soul music, spruzzi hendrixiani e funky “nebbioso”.

Siamo insomma ancora dentro i confini musicali del Re, poi abbondantemente superati negli anni successivi in molteplici e non sempre concrete direzioni. The Invaders invece, nonostante l’ambizione del progetto e l’altissimo orizzonte di attesa che ne è derivato, ha superato brillantemente la prova acquisendo credibilità anche al di là del suo compito primario di musica per film anche se alcune tracce sono ovviamente quasi del tutto simbiotiche a quelle delle immagini e dunque qui sembrano sdrucciolare un po’ fuori dalla carreggiata. King Khan porta a casa un gran bel risultato, anche se di fatto The Invaders resta testimonianza tardiva di un King Khan che quelle strade sembra averle abbandonate già da un po’, sterzando verso percorsi sempre più difficili da seguire.

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro              

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