I GIGANTI – I Giganti (Ri-Fi)

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Ciò che differenziava i Giganti dagli altri protagonisti della febbre beat che imperversò in Italia nel biennio ‘65/’66 era il fatto che i quattro milanesi, oltre che musicisti coi fiocchi già ben addestrati a fare i sidemen per gli artisti che gravitavano attorno al Santa Tecla, erano quattro vocalist dotati ognuno di una personalità timbrica ben definita. Era questa alchimia polifonica che garantiva ai Giganti di poter giocare a loro piacimento con le strutture delle loro canzoni (registrate alla SIAE con dei “prestanome”), costruite ad hoc per esaltare da un lato la narrazione comunitaria tipica della musica beat e allo stesso tempo rimarcare l’individualità all’interno delle dinamiche “di gruppo”.

Peculiari di questo stile che li legittima si come protagonisti di punta della scena beat ma anche come eredi della “vecchia” tradizione doo-wop sono certamente la disillusione amorosa narrata su Tema e La bomba atomica che la affiancava su singolo, entrambe poi incluse nel raffazzonato album omonimo pubblicato dalla Rifi e il cui scheletro si reggeva però su una lunghissima lista di cover, secondo il vezzo dell’epoca (e assecondato con grande entusiasmo dai “parolieri” nostrani in virtù del fatto che gli accordi sul diritto d’autore prevedevano introiti indiretti anche dai passaggi radiofonici delle versioni originali, NdLYS).

Il peso specifico complessivo dell’album, come è tipico di questi anni, non equivale a quello solo apparentemente più leggero dei 45 giri, stiracchiando all’inverosimile quanto invece funziona alla perfezione nei tre minuti del “formato-canzone” ma i Giganti si impongono come una delle formazioni meno stereotipate e più riconoscibili del circuito cui hanno deciso, per un paio di stagioni, di aderire.

 

                                                                                         Franco “Lys” Dimauro

EQUIPE 84 – Io ho in mente te (Dischi Ricordi)

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Nella primavera del ’66, nonostante i negozi di dischi continuassero ad addobbare le vetrine coi suoi dischi, l’Equipe 84 scompare dalla circolazione. Vandelli e Ceccarelli vivono asserragliati in un albergo di Milano e si incontrano come un nucleo carbonaro con Lucio Salvini della Ricordi per trovare il modo di recidere il contratto con la Vedette e per farla franca all’incombente visita di leva.

Chiameranno in giudizio Armando Sciascia (il “Pantros” che aveva tradotto dall’inglese tutti i loro primi successi, da Time Is on My Side a Tired of Waiting for You, da Don’t Worry Baby a Farmer John, operazione replicata anche con i Pooh per i quali firmerà il successo clamoroso di Piccola Katy, NdLYS) e si nutriranno di riso e chicchi di mais per un paio di mesi, in modo da venire riformati per denutrizione.

Sono le strategie vincenti che permettono al gruppo di Modena di poter primeggiare nei cieli beat italiani sotto l’egida della Dischi Ricordi, spiccando un salto ineguagliabile per tutti gli altri pretendenti al nido delle aquile, anche per chi aveva scelto dei nomi da pennuti. Usciranno dal loro rifugio a giugno, per salire sulla carovana del Cantagiro e tagliare per primi il traguardo. In volata, come dicevo.

Vandelli nel frattempo ha affinato tecnica e gusto ed è perennemente insoddisfatto di quanto la band registra quando, alticcia, si trova in studio. Così, di notte e in solitaria, ci torna, in quello studio. E reincide da solo quello che non lo convince: imperfezioni della linea di basso, accordi ed arpeggi imperfetti, qualche incertezza vocale. Aggiunge piccoli orpelli (banjo, sitar, flauto, organo elettrico) e se ne torna a letto. Il mattino seguente, ad un ascolto sobrio, tutti sono soddisfatti di quanto il giorno prima avevano registrato malamente.

Nasce così Io ho in mente te, il secondo album del complesso lombardo-emiliano, con i testi tradotti direttamente da Vandelli (Bang Bang, I Need Somebody Groovy) o da Mogol (You Were on My Mind, Stay) ed una bellissima Auschwitz regalata loro per due lire da un giovane Francesco Guccini che se ne sarebbe riappropriato l’anno seguente. Registrato su un misero quattro piste, il risultato è sbalorditivo per ricchezza ed “ampiezza” di suono ed estremamente elaborato, per l’ambito cui pertiene e di cui è manifesto.

Dopo mesi di clausura, Vandelli affitta una villa in Via Bodoni e lascia la porta aperta giorno e notte: ci passeranno un po’ tutti, da Jimi Hendrix a Andy Warhol, da Keith Richards ad Anita Pallenberg, da Allen Ginsberg a Gerard Malanga.

L’Italia diventa il centro del mondo.

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

I CORVI – Un ragazzo di strada (Ariston)

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C’era la famiglia Salerno al gran completo (Nicola, in arte Nisa, già paroliere per Carosone, Aurelio Fierro e Adamo + i suoi figli Alberto e Massimo), oltre che a Franco Califano, Piero Umiliani, Herbert Pagani e Stelvio Cipriani a rendere i loro servigi come parolieri e compositori per il debutto in grande formato de I Corvi, la band più impattante ed iconica del beat italiano.

L’attenzione dei quattro musicisti parmensi tanto per i nuovi suoni psichedelici e folk-rock americani quanto per il ruvido fuzz appena sdoganato dagli Stones si sposa, e non è sempre un matrimonio felice, con la forza del team di autori messi al loro servizio. 

I Corvi pigliano un po’ da tutti, come è prassi di quel periodo, da Donovan a James Brown, dai Brogues ai Kinks, da Sonny & Cher e, appena dopo, dagli Electric Prunes mentre Quando quell’uomo ritornerà e Si prega sempre quando è tardi si inseriscono in quell’interstizio culturale che, sebbene non sia mai stato indagato fino in fondo, esemplifica come la nuova idea di comunità beat sia in qualche modo ancillare a quella ben radicata nel tessuto sociale italiano, di associazionismo cattolico.

Vezzi e vizi sono pertanto quelli comuni praticamente a tutte le produzioni coeve di matrice “bitt” e più in generale di tutta la musica popular, non ancora pronta ad affrontare la prova dell’album e a replicare l’efficacia messaggistica del singolo. Anche per i Corvi, l’appuntamento è un appuntamento mancato. E i tardivi rammarichi, come quello della Ricetta antirughe non basteranno a recuperare l’occasione perduta.  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro 

THE MONKEES – The Monkees (Colgems)

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Un tempismo perfetto e un successo clamoroso: i Monkees sbarcano in tv esattamente due settimane dopo l’ultima data americana dei Beatles. Che sarà l’ultima per tutti. Sebbene la serie tv della NBC fosse stata progettata già da tempo, l’arrivo sullo schermo quel 12 settembre del ’66 raccolse chiaramente tutta l’euforia isterica della Beatlemania che aveva ormai sommerso la gioventù americana e investito tutta la cultura mondiale fino ad invadere anche il campo della sit-com, con un’ironia tutta nuova e frizzante, disimpegnata e colorata. Il successo immediato delle prime puntate del telefilm impone di sfruttare il fenomeno Monkees fino a farne una vera e propria band, con tanto di produzione discografica curata dalle migliori nuove penne del giro beat e folk-rock e degli autori “su commissione” del Brill Building come Gerry Goffin, Carole King, Tommy Boyce, Bobby Hart, Neil Diamond.

I pezzi sono cesellati come tele di ragno adatte a catturare il pubblico teen affascinato dalle zazzere di Beatles, Byrds e Beach Boys: Last Train to Clarksville, Let’s Dance On, Tomorrow’s Gonna Be Another Day, (Theme from) The Monkees, Take a Giant Step e Saturday’s Child sono gli assi nella manica di The Monkees, primo di una lunga serie di dischi fatti di instant-hits che resteranno, a dispetto della contingenza con cui sono stati pensati, a lungo nella memoria collettiva e per otto mesi costantemente in testa alla hit-parade americana.

Le “scimmie” da laboratorio erano pronte a schiacciare gli scarafaggi e, prodigio della scienza, ci riuscirono pure.

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

DOWNLINERS SECT – The Rock Sect’s In (Columbia)

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Dopo l’infelice parentesi country & western di The Country Sect, i Downliners Sect cercano di recuperare il vecchio stile e il vecchio pubblico con The Rock Sect’s In, ormai orfani dei due armonicisti che si erano avvicendati fra le loro fila e ridotti dunque nuovamente a quartetto.

È un vuoto che contribuisce alla riuscita solo parziale dell’album, che dopo un inizio promettente (e con i due ultimi classici della band come Outside e Everything I’ve Got to Give) si sfilaccia progressivamente perdendo di mordente e avviandosi verso un ultima porzione di disco abbastanza ingloriosa, nonostante le belle versioni di Why Don’t You Smile Now, di I’m Looking for a Woman e dello standard jazz Comin’ Home Baby che si assestano fra le cose migliori del gruppo, ormai cosciente che le cose intorno a loro stanno cambiando in maniera così rapida che lo spazio per il loro R&B si è fatto sempre più piccolo.

Fuori esplode la Beatlemania, la più grande religione pop di sempre che annienta tutte le sette, compresa quella dei Downliners.  

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro 

THEM – Them Again (Decca)  

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Si viaggiava veloce, negli anni Sessanta.

Erano gli anni del boom.

Le case discografiche, aziende come le altre, spremevano i loro artisti costringendoli a produrre in maniera serrata. E gli artisti dal canto loro erano nel pieno di una creatività straripante, che a fatica poteva essere contenuta su un disco.

Il secondo album dei Them esce ad esempio appena sei mesi dopo il disco di debutto. Stakanovisti come e forse più delle altre band dell’”invasione britannica”. E capaci, con la medesima ricetta e gli stessi ingredienti, di tirare su un altro piatto di portata eccellente. Cover e pezzi originali ancora una volta. Fra le prime spiccano una Turn On Your Love Light quasi gospel, una I Put a Spell on You che riesce a sedurre pure un elefante tanto da farlo barrire nascosto dentro il sax di Van Morrison, una bellissima It’s All Over Now, Baby Blue (con un’intro che strizza l’occhio a Stand by Me) firmata Dylan appena un anno prima ma già patrimonio dell’umanità e ancora delle febbricitanti I Got a Woman e Out of Sight rubate ai neri.

Tra i secondi a fare la figura del leone è il produttore e song-writer Tommy Scott: sono sue quell’autentica punk-song ante litteram che è I Can Only Give You Everything tutta scorticata dal fuzz, la bellissima ballata condotta dall’organo di McAuley How Long Baby, la Don’t You Know che farebbe la gioia di tutti i Michael Bublè del mondo (che comunque a Morrison ha versato un bel po’ di royalties da quel giorno in cui decise che Moondance sarebbe finita nel suo repertorio, NdLYS) e la celebre Call My Name. I pezzi scritti da Morrison, My Lonely Sad Eyes ed Hey Girl (con un arrangiamento di flauti) in particolare, sono già precursori di quel salto di guado che lo porterà verso quella particolare forma di canzone d’autore dal fortissimo bland irlandese che verrà fuori sul suo capolavoro Astral Weeks.  

Them Again conferma i Them come grandissimi protagonisti della musica inglese della metà degli anni Sessanta. Passati troppo, troppo in fretta.

Perché, come dicevo, in quegli anni si viaggiava davvero veloce.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

WILSON PICKETT – The Exciting Wilson Pickett (Atlantic)

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C’è un formidabile video che gira sulle piattaforme e che è un trionfo di negritudine.

Nero è l’uomo sudato che si agita sul palco e nera è la sua divisa.

Neri sono i musicisti, schierati alla sua destra e alla sua sinistra come gli Apostoli nell’Ultima Cena di Leonardo. Nero è l’intero pubblico, dalle prime alle ultime file. Neri i fans che invadono il palco per improvvisare una delle “mille danze” profetizzate dal quel diavolo nero che si agita al microfono, nero l’intero corpo di polizia chiamato a garantire l’ordine e che invece si ritrova spesso coinvolto a seguire quello tsunami di ballo che invade il Ghana quella notte e ne fa una terra più felice, finalmente indipendente e decolonizzata.  

Siamo nel 1966, l’anno in cui Wilson Pickett sfonda la porta del grande successo grazie a The Exciting, il disco che contiene In the Midnight Hour, Ninety-Nine and a Half (Won’t Do), Land of 1000 Dances, 634-5789, I’m Drifting, Something You Got, She’s So Good to Me, Mercy, Mercy e Barefootin’, ovvero il distillato della soul music fatta per dipingere il sorriso sulle facce rigate dal pianto per la morte di Sam Cooke. Quella soul music spiegata da Pickett proprio su quello stesso video, così come l’ha raccontata, dice, a Ringo Starr. E con cui ha cosparso di nero l’Inghilterra già l’anno precedente.

The Exciting Wilson Pickett è una sequenza mozzafiato di musica positiva, sfrenata, carica di un’aggressività per niente aggressiva ma coinvolgente, catartica, unitaria senza esibire spiritualità o fervore politico. Puntando tutto sulla fisicità, Wilson Pickett conquista il mondo e si autoproclama re mostrando le sue scarpe lucidate di fresco.

Famous and dandy (just like Amos & Andy).

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

JAY-JAYS – Jay-Jays (Philips)

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Del nome usato fino all’anno precedente avrebbero mantenuto solo le iniziali gli svedesi Jay-Jays quando arrivano sul mercato col loro fenomenale album, tutto pieno di sussulti kinksiani e di beat-music truce e spettinata. Dal catalogo di Ray Davies prenderanno in prestito entrambi i pezzi del singolo con cui debuttano alla fine del 1965 col nuovo nome, offrendo ai beat olandesi quello che i beat olandesi cercano: una musica pelvica e feroce, bianchissima come la loro pelle ma con un’anima nera che si agita dentro: So Mystifing e la cover di Bald Headed Woman verranno poi imbarcate assieme ad altre dieci tracce per il loro album omonimo che riconferma il contratto già attivo con la Philips sin dai tempi dei Jumping Jewels e dove a risplendere è soprattutto la trilogia I Keep Tryin’To-day I’m GayCome Back If You Dare, tutti pezzi che passeranno di mano in mano tra i fanatici del garage-rock per più di mezzo secolo dopo e forse anche oltre. Ma i Jay-Jays sembrano divertirsi un po’ con tutto, dal surf indiavolato di Cruncher alle ballate un po’ melense, dall’R&B col pepe al culo alla Yardbirds al rock and roll di Little Richard del quale qui fanno una versione tutta scomposta e irsuta di All Around the World che è tra le cose più fenomenali del disco. Che è musica per capelloni, badate bene, e se ci cercate dentro chissà quali rifugi per l’anima ve ne tornerete a casa senza neppure un cerotto. Se invece avete ancora un residuo di lanugine sulla pelata, qui potrete provare a fare lo shake ai pidocchi.      

           

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE BARBARIANS – The Barbarians (Laurie)

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Vi ricordate di Jerry Lee?

E di John Lennon?

Dei T. Rex?

E del vecchio Moulty?

Al quarto e ultimo interrogativo, prima del rush conclusivo di Do You Remember Rock’n’Roll Radio, sull’album più squisitamente sixties-oriented dei Ramones (ma più in là negli anni realizzeranno un album quasi garage-punk come Acid Eaters) molti strenui tenaci dei “fratellini” newyorkesi si guardarono vicendevolmente cercando negli occhi dell’altro la risposta che non riuscivano a trovare in cuor proprio: chi cazzo era il vecchio Moulty?

A quel punto qualcuno più bravo degli altri, o solamente più fortunato, tira fuori Nuggets. Ed ecco che il nome Moulty salta fuori: è il titolo di una canzone di tali Barbarians, che le note di copertina ricordano aver partecipato al T.A.M.I. Show del ’64 accanto a niente-poco-di-meno-che James Brown, Chuck Berry, Beach Boys, Rolling Stones e Supremes e che sul disco raccontano della malasorte del loro batterista a cui sette anni prima una bomba ha voluto stringere la mano un po’ troppo forte.  

Ed è a allora che a qualche fratello maggiore di quei quindicenni che stanno ascoltando i Ramones sovviene di aver visto in tv quel cazzo di batterista con un uncino al posto della mano sinistra e con la scritta The Barbarians messa nera su bianco, proprio sulla pelle anteriore della grancassa. Oh cazzo…ecco chi era il vecchio Moulty!  

A quello spettacolo i Barbarians parteciperanno coi sandali ai piedi e, quando dopo due anni da quell’infruttuoso singolo (Hey Little Bird) che è uno dei più vecchi e anche più rozzi e volgari reperti garage punk della storia riscoperto anni dopo da band come Miracle Workers, Cannibals e Chesterfield Kings, si tratterà di tirar su un intero album i Barbarians, sulla foto di copertina quei sandali li hanno ancora ai piedi. Il disco non è quell’orgia punk anti-litteram che Hey Little Bird prometteva: è più orientato verso il folk, verso il rock & roll basico o addirittura verso gli strumentali di marca Champs (Linguica, Maria Elena) ma due cose ignorantone come Are You a Boy or Are You a Girl (erroneamente citata impropriamente come titolo dell’album) e What the New Breed Say ma anche la cover capellona di I’ve Got a Woman meritano il prezzo del biglietto.

Moulty e il suo uncino il suo posto accanto a Jerry Lee, a John Lennon e ai Ramones.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE BLUE THINGS – The Blue Things (RCA Victor)

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Nel loro territorio, il Kansas, il miglior branco di folk-rocker dei mid-Sixties. 

Messi da parte i vestiti blu e gli strumenti analoghi con cui girano nei club sotto il nome di Blue Boys, arrivano alla RCA con un outfit più in sintonia con la beatlesmania che nel frattempo è esplosa dappertutto, pur senza tradire la loro natura di ragazzacci del Midwest. Nel frattempo, il suono si è raffinato ulteriormente attorno a quel folk che Val Stoecklein frequenta già prima di entrare nel gruppo per diventarne il cantante.

Per Val il folk non è solo un vezzo di moda ma resta, come da tradizione, un veicolo per cantare di sé stesso e della società che lo circonda. E così sarà anche dopo aver lasciato il gruppo e fino al suo suicidio nel Maggio del ’93 quando di storie da cantare ne aveva ancora tante ma la voglia di farlo era passata da un pezzo.

Anche per questo The Blue Things è un disco motivatissimo, oltre che luccicante di perle preziose imbastite con ottimo gusto e un’abilità manuale invidiabilissima. A parte un paio di scivoloni nel barattolo della marmellata, i pioli della scaletta approntata dalla band americana tengono saldamente. I beatnik possono avventurarsi sul tetto a guardare la ferrovia spaccare in due i campi di frumento e pannocchie che coprono il cuore dell’America.  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro