THE SUICIDE COMMANDOS – Make a Record (Blank)

0

Prima che Minneapolis si incendiasse per davvero, c’era già chi aveva già appiccato il fuoco: Steve Almaas, Dave Ahl e Chris Osgood, nel ’74 avevano allestito i Suicide Commandos, autori quattro anni dopo di uno dei più grandi album di tutto il punk-rock a stelle e strisce.

Make a Record contiene quindici pezzi che, sin dall’iniziale, travolgente, anthemica Shock Appeal, ti tengono per le palle, canzoni in grado di polverizzare la concorrenza, ancora agguerrita, che col punk si sta sporcando le mani ed imbrattando i muri delle città americane. Il suono del terzetto, a volte si “meccanizza”, ricordando i Devo dei primissimi singoli (Kidnapped, You Can’t) o si compatta in una sorta di versione punk del truce suono degli ZZ Top (Real Cool, Semi-Smart), conservando sempre un piglio fottutamente teppista e un mostruoso campionario di lerciume musicale cui oggi tutti dovrebbero genuflettersi, prima di cianciare a vanvera di ciò che hanno visto solo sulle copertine di Vogue.  

                                                                             Franco “Lys” Dimauro

ALTERNATIVE TV – The Image Has Cracked (Deptford Fun City)

0

Il passaggio, simbolico, è significativo: nei nove minuti che introducono l’album di debutto degli Alternative TV, Mark Perry invita e poi incita il gruppo a prendere il microfono, a dire qualcosa di veramente punk, per tastare il polso a quel movimento che anche grazie a lui è nato, sicuramente grazie a lui è cresciuto e che lui stesso ha seppellito l’estate prima. Il “dopo” riparte proprio da qui, in attesa che altri reduci, come Johnny che proprio in quei giorni mette insieme i Public Image, si allineino.

The Image Has Cracked è figlio del punk ma è un figlio che rinnega i genitori, ai quali preferisce magari i nonni, rendendo omaggio alle Mothers of Invention e mostrare ai punk quanto Zappa fosse più punk di loro. E nessuno si sente di dargli torto: Why Don’t You Do Me Right? è l’ultimo, forse il migliore inno punk di fine stagione. Pezzi come Still Life o Red, rumorosissime elegie di riverberi chitarristici, e la lunga Nasty Little Lonely che deve tutto all’Alice Cooper di Love It to Death e dal cui testo è rubata la frase che battezza l’album, sono già altrove. Un passo avanti, due passi indietro, ma altrove. Perché alla fine è proprio l’immobilismo quello che Perry rimbrotta al punk e ai suoi seminaristi, tradotti in chiesa da infiltrati e adesso comodamente seduti sugli scranni a leggere e rileggere le stesse omelie ogni domenica. O forse era ogni venerdì sera? E cosa volete che cambi?

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

SOLID SENDERS – Solid Senders (Virgin)

0

La linea che separa i “suoi” Dr. Feelgood dalla “sua” band, porta per Wilko Johnson il nome di Solid Senders. Un quartetto formato con Steve Lewins dei Count Bishops, John Potter e Alan Platt che fa ovviamente tesoro del “carattere” chitarristico di Wilko ma li ricontestualizza cercando una formula più accattivante che da un lato strizza l’occhio a certo blues vellutato (First Thing in the Morning sembra un incrocio fra gli Steely Dan e i Dire Straits che stanno cominciando a muovere i primi passi proprio in quel periodo, NdLYS), dall’altro ai ritmi del reggae (Dr. Dupree) e della novelty-song in stile Pharaohs (Shop Around, con lo stesso passo a molla di Wooly Bully) e cercando comunque di rendere “frizzante” ciò che prima era solo un concentrato di vitamine rock and roll (Everybody’s Carrying a Gun, Blazing Fountains).

Giusto il tempo di strizzare l’occhio al mainstream di lusso. Con gusto ma poca efficacia.

E subito dopo Wilko è già altrove.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE BOYS – Alternative Chartbusters (NEMS)

0

Il passaggio dal punk al power pop è repentino ma indolore: per i Boys si tratta, nella pratica, di forare la corazza e lasciar uscire quel gusto pop che spuntava dalle feritoie della loro armatura.

Le caratteristiche strutturali del gruppo, che può contare su ben quattro componenti dalle ottime capacità canore, rendono il passaggio ancora più semplice anche perché il passato prossimo resta ancora vivo, seppur mediato, in tracce come Not Ready, Neighbourhood Brats, Talking, Do the Contract.

A fare la differenza stavolta è però il suono, compatto ma armonioso di pezzi come Brickfield Nights, U.S.I., Backstage Pass, Classified Susie, la ramonesiana T.C.P. o della cover degli Hollies Stop Stop Stop.

Discorso a parte merita Heroine, lento composto da Casino Steel che apre al glam rock a lui tanto caro partendo da certe scale pianistiche dei tardi Beatles. É il modo più semplice per la band londinese di potersi svincolare dai cliché (che si divertiranno loro per primi a dissacrare nello spin-off sotto la sigla Yobs) da cui si allontaneranno col disco successivo, spostandosi ancora altrove fino a che nessuno li troverà più.

 

                                                                                           Franco “Lys” Dimauro

THE LURKERS – Fulham Fallout (Beggars Banquet)

0

Più che i Ramones inglesi, come vennero prontamente definiti dalla stampa alternativa locale, dei Ramones di seconda scelta.

Amatissimi allora come oggi da Stuart “Psycho” Pearce, l’icona del calcio inglese in fissa col punk fin da giovanissimo, e osannati anche da Henry Rollins, i Lurkers venivano dalla periferia sud di Londra e prontamente caricati a bordo dalla neonata Beggars Banquet (della quale proprio i Lurkers inaugureranno il catalogo dei singoli con le 15.000 copie della loro Shadow, NdLYS) per un album che intercettava sicuramente il punk rock dei Ramones (Jenny e I’m on Heat sono, in tutto e per tutto, dei brani dei “fratellini”) ma allo stesso tempo mancavano di quella leggerezza cartoonistica anni ’50 tipica del gruppo newyorkese e assumevano il piglio tipico dei ragazzi dei sobborghi inglesi e quel muro di suono da pub-band che caratterizzerà la seconda generazione punk d’oltremanica e che diventa incontenibile nella scorribanda di Go Go Go, quattro minuti implacabili di chitarre su cui si staglia il loro personale Gabba Gabba Hey.

Tutto questo non fa di Fulham Fallout un disco imprescindibile e nemmeno un atto fondativo di qualsiasi cosa vogliate. Però ne fa un album da pogo come pochi altri, anche se c’erano già stati i Ramones e tutti gli altri. E anche a dispetto di tanti che verranno nel nome di quelli, e anche nel loro nome.

                                                                        Franco “Lys” Dimauro

SHAM 69 – Tell Us the Truth (Polydor)

0

Se potete andare ad un concerto punk e urlare come foste degli hooligan durante la partita decisiva della vostra squadra del cuore, lo dovete a loro: gli Sham 69 furono gli eroi della seconda generazione punk britannica. A loro si deve anche molta della retorica working class tipica del movimento post-’77 e la diffusione di quel senso di appartenenza che, in contrasto col nichilismo della prima ondata, sarebbe stato uno dei valori fondativi dell’hardcore americano, che agli Sham 69 avrebbero guardato, così come gli accoliti alla setta Oi! locale, con grandissimo rispetto.

Grezzo e ribelle, il punk della band di Hersham portava con sé un carico di grettezza proletaria che farà da calamita anche per il pubblico skinhead che, fraintendendone il messaggio, li sentirà affini alla loro lotta politica, con tutto il casino che potete immaginare quando, davanti al palco, qualcuno rimproverava loro a suon di schiaffoni di aver sbagliato orinatoio e, da sopra il palco, Pursey minacciava di tagliarsi la gola pur di sedare gli animi.

L’album è frutto di una session di registrazione presso gli studi Polydor di Oxford Street durante la quale un gruppo di loro fan fece razzia di dischi presso gli uffici dell’etichetta e la centralinista della label viene costretta a “recitare” il ruolo di mamma su Family Life, ma documenta anche l’esibizione al Marquee con cui Dave Tregunna debuttò come bassista del gruppo e, al di là delle etichette appiccicate al gruppo (street-punk, Oi!, real punk, working class rock, agit-punk, ecc.) mostra il carisma di un Jimmy Pursey che ha in sé qualcosa di profetico, uno le cui parole vengono intese o fraintese, ma comunque prese sul serio. Sempre. Allora, nel loro sogno premonitore dell’hardcore che verrà, e dopo di allora.

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

VASCO ROSSI – “…ma cosa vuoi che sia una canzone…“ (Lotus)

1

Nel 1977 la premiata Edizione Discografica Borgatti tiene a battesimo Vasco Rossi.

E lo battezza due volte. Col suo vero nome e sotto le mentite spoglie di Wasto, voce guida di un improvvisato combo di musica elettronica chiamato Mandrillo in cui Gaetano Curreri, anche lui sotto falso nome, da sfoggio della sua passione per il moog. Il primo brano di Vasco e l’unica canzone dei Mandrillo arriveranno nelle radio locali su un unico supporto, un 12” fatto apposta per i dj che hanno il compito di spingere entrambi i prodotti.

È l’inizio di una folgorante e lunghissima carriera che porterà un timido cantautore della pianura emiliana a diventare l’ambasciatore della musica italiana dei decenni successivi, fino ad entrare nel guinness dei primati soppiantando Tina Turner, Paul McCartney e gli Stones per pubblico pagante e adorante.

L’album viene tirato su in maniera quasi amatoriale, con gli amici musicisti che Vasco Rossi frequenta in radio o che incontra nei locali del suo paesino e delle città vicine. Sono fondamentalmente canzoni d’amore, ritratti di donne e di rapporti tormentati, romanticherie appena appena coperte di veleno, ancora appesantite dalla coda lunga del prog (con ampio uso di mini-moog, mellotron, flauti, violini sintetici, Fender Rhodes e tutto l’ambaradan di ordinanza) che sta per spegnersi proprio in quel periodo, estinta dal ghiaccio secco del punk. Il “Vasco” revisionista fatica a venire fuori, se non per la sghemba filastrocca a rime libere di Ambarabaciccicoccò e per il delirio gucciniano di Ed il tempo crea eroi, profetica quanto involontaria dissertazione autobiografica su quel ruolo che lo stesso Rossi si troverà a dover gestire nel giro di pochi anni.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

IVAN GRAZIANI – Pigro (Numero Uno)

0

Avrebbe potuto essere una copertina di Gong. Invece Mario Convertino, il grafico della storica rivista milanese, la disegnò su esplicita richiesta di Ivan Graziani per rendere ancora più iconico il più iconico dei suoi album, Pigro: otto ritratti sferzanti registrati presso lo studio di Mogol e che dosano pungente ironia e un abile e dissacrante uso della ritrattistica narrativa, sagaci critiche al perbenismo (il celeberrimo profilo dello sciatto intellettuale di sinistra alla Oblomov tratteggiato su Pigro che lo escluderà per sempre proprio dalle simpatie della “categoria”, relegandolo inspiegabilmente ai margini) e alla falsa cultura alternativa (Al festival slow folk di b-Milano, con una tessitura folk-rock da manuale byrdsiano usata come parete divisoria fra le strofe) a riletture dissacranti e racconti grotteschi di eventi di cronaca (il furto della Monna Lisa ad opera di Vincenzo Peruggia che apre mirabilmente l’album su una ritmica rockabilly dalla cifra personalissima).

E soprattutto, un disco che ci racconta i mille volti della pigrizia (quella provinciale di Sabbia nel deserto, ad esempio, oppure quella di Paolina “amara come il sale” e che a trent’anni non si è ancora concessa alle lusinghe dell’amore e preferisce nutrire la sua indecisione spalmata nelle ultime file di un cinema qualunque) e la disillusione “in maniera esemplare”, come sul minuetto Scappo di casa in cui la fuga volontaria del protagonista non viene rivendicata neppure dalla madre biologica, figurarsi dal resto del mondo e nella tragica, bellissima, brutale, annichilente Fango (“È solo un colpo ed è finita /poi un salto di dieci metri sull’asfalto […] /la ruota gira con le seggioline appese /giù alla festa del paese la pietà /ha preso il volo prego, prego circolare) che andrebbe esposta come un quadro. Più in alto e più in vista della Monna Lisa.

Un disco sanguigno e feroce, registrato stavolta con un nucleo risicato di musicisti in modo da costruire l’intelaiatura perfetta per la sintesi cromatica tra cantautorato e rock and roll che Graziani vuole ottenere dal suo sesto album. Pigro è uno sputo lanciato in cielo, in attesa che noi si passi sotto e si possa accertare che, si, finalmente piove.  

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

GORILLAS – Message to the World (Raw)

0

Fra le tante cose fuori posto cui potete imbattervi rigirando fra le mani i dischi degli anni Settanta, ci sono i Gorillas di Jesse Hector. Uno stranissimo ibrido fra glam rock e pub-rock ma con in mente i gruppi mod e beat amatissimi da Jesse: Who, Small Faces, Troggs e Kinks in primis.

Autori di un solo album, questo, che è un’epifania di guitar rock aperta da una Foxy Lady in cui la band riserva al classico di Hendrix lo stesso trattamento riservato alla Summertime Blues dei Blue Cheer una decina di anni prima e in cui il primo brano autoctono, I’m a Liar, sembra una versione corrotta e deviata di Venus, i Gorillas si sarebbero consegnati al culto di pochi ma strenui sostenitori scomparendo dalle scene da un giorno all’altro.

L’amore per gli Who e i Kinks affiora nei due pezzi successivi: I Need Her e Going Fishing che ci consegnano, ormai prigionieri, a quel capolavoro di ibridazione che è New York Groover, con la faccia Jekyll dei T. Rex e il corpo Hyde dei Dr. Feelgood. Pub-rock e rockabilly trinciato forte sono quelli di No Way In e Last Train, i pezzi che ci portano, correndo, al sofisticato finale dove hard rock, progressive e folk surreale si susseguono come in un ultimo, definitivo, flash freakbeat.

Il messaggio al mondo, chiuso in una bottiglia di vetro opalescente, continua a solcare i mari del pianeta.     

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

TRB – Power in the Darkness (EMI)

0

Dopo aver cacciato i Sex Pistols, la EMI tira sul proprio carrozzone la Tom Robinson Band, la cui rabbia è meno anarchica e più focalizzata su temi precisi, primo fra tutti i diritti degli omosessuali e che si concede morbidezze ignote al gruppo di ragazzacci punk che avevano spernacchiato sul nome dell’etichetta sul loro album di debutto, come la Too Good to Be True scopiazzata sulla Moondance di Van Morrison (ma anche nella falsariga della sua hit Glad to Be Gay). Inoltre, Robinson e compari sapevano suonare eccome: al confronto con i Pistols sembravano gli Steely Dan, il che conferisce al loro disco una dinamica prorompente ed esclusiva. La Tom Robinson Band è l’archetipo, più unico che raro, di quello che i Clash definiranno come il “professionalismo punk” cui loro stessi mireranno dal secondo album in poi, dopo essere stati al suo fianco sul palco del Rock Against Racism del ’78.

Il nocciolo dell’album, quello di Up Against the Wall, Ain’t Gonna Take It, Man You Never Saw, Grey Cortina, Long Hot Summer, You Gotta Survive, è fatto di un suono abrasivo che deve in egual misura al punk, al pub-rock, all’hard rock e a certo cantautorato new wave come quello di Elvis Costello.

Lo scarto con le produzioni raffazzonate del punk è dunque evidente ma lo spirito con cui la band affronta il suo repertorio è il medesimo, privo di mediazioni, orgoglioso ed irruento. Fiero del suo pugno alzato al cielo, Tom Robinson si legittima come uno dei migliori autori ed intellettuali della nuova ondata britannica.

 

                                                                           Franco “Lys” Dimauro