THE AINTS! – The Church of Simultaneous Existence (ABC Music)

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È il 1990 quando Ed Kuepper decide di sfidare a viso aperto l’ex-compagno Chris Bailey e riappropriarsi del suo materiale e di 5/6 del nome dei Saints.

Canzoni come This Perfect Day, (I’m) Stranded, Nights in Venice, Know Your Product, Erotic Neurotic tornano dunque ad essere servite al pubblico, in un catering che vede in veste di aiuto-cuoco pure Kent Steedman dei Celibate Rifles.

Una concorrenza spietata che tuttavia non va oltre il delirio da cult-band.

Oggi, quasi trent’anni dopo, Ed Kuepper e gli Aints! (ovvero, in questa nuova incarnazione, Eamon Dilworth, Alister Spenc, Paul Larsen dei New Christs e Peter Oxley dei Sunnyboys) tornano con un disco progettato un po’ meglio, contenente (così giura Kuepper) del materiale inedito pensato per il suo vecchio gruppo e che, se le cose non fossero andate come sono andate, avremmo probabilmente ascoltato in una forma simile su un disco accreditato ai Saints.

Al di là della cieca fiducia nei propri eroi non viene difficile credergli, visto che lo stile di The Church of Simultaneous Existence sembra una filiazione diretta di quello di Prehistoric Sounds. Un disco che non alimenterà grosse nostalgie, visto che dei Saints nessuno ne ha, eccezion fatta per il loro disco di debutto con cui questo ha nulla a che spartire ma un lavoro ben fatto, in cui convivono l’ossessione quasi maniacale di Kuepper per gli ottoni e quella nostra per il rock trainato dalle chitarre. Una prestazione non da poco.

The Aints go marchin’ in.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro 

STIFF RICHARDS – DIG (Legless)

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Nel punk si può ancora dire qualcosa, nonostante tutto. Anzi, urlarlo. Una volta e una volta ancora, come fanno gli Stiff Richards su DIG.

Approdata al gradino successivo a quello dell’autoproduzione, la formazione australiana tiene acceso il miglior spirito punk in sette canzoni (fra cui una cover della mitica No Fun on the Beaches dei Chosen Few) che versano sangue come fossero stimmate e un’intro strumentale che però scivola alla fine del disco, avendo trovato le rocce, fra cui le monumentali Ostentasious e DIG e la scoscesa, pericolosissima Do It Right Now, coperte di muschio.  

Attenti anche voi a dove mettere i piedi se siete poco abituati a questi pendii.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE FAIRIES – Get Yourself Home (Think Pink 50th) 

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Una delle prime uscite della giovanissima Think Pink 50th, label dedicata a ristampare il materiale del prodigioso batterista Twink (Pretty Things, Tomorrow e Pink Fairies tre delle band su cui ha orgogliosamente picchiato le sue bacchette) è questa preziosa collezione riguardante i Fairies, primo ingaggio professionale dell’allora ventenne John Adler che possono rivendicare la paternità dell’appellativo con cui John passerà alla storia, avendolo ribattezzato Twink in virtù dell’abbondante lozione per capelli che loro stessi erano soliti regalargli.

Il loro lascito musicale, sebbene poverissimo per quantità (solo tre singoli), è immenso per attitudine. Un po’ come lo fu quello dei Birds di Ron Wood con cui peraltro le affinità sono incredibili anche sul piano stilistico: armonica blues (Anytime at All), un diluvio di maracas e cembali (Get Yourself Home), una selva di chitarre arrugginite (I’ll Dance) e omaggi devoti al soul (Don’t Mind, Baby Don’t) o a Bo Diddley (Boot Black, l’inedito che chiude la scaletta) che infiammano ancora l’aria come fosse grisù.

Disco d’oro.

Non per le copie che venderà, ovviamente.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE SOUND EXPLOSION – The Explosive Sounds of… (Lost in Tyme)

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Le urla di John Alexopoulos non sono più le stesse di cinque lustri fa. E scommetto neppure le vostre. Le mie no di sicuro. Quindi mal comune, mezzo gaudio. L’altra metà di gaudio è però assicurata dal suono “ancora” esplosivo dei Sound Explosion, band-meraviglia inabissatasi alla fine degli anni Novanta e che adesso torna ad “accendere il fuzz” con queste nuove quattordici canzoni di cui almeno la metà reggono il passo con quelle del vecchio Teen Trash, pur se appesantite appunto dal canto di John che cerca di sgolarsi come ai vecchi tempi e che invece farebbe meglio a limitarsi a cantare, magari azzannandole pure, le canzoni del disco. Pur con qualche riserva, il ritorno dei Sound Explosion è cosa graditissima da chi come me restò con l’acquolina in bocca aspettando un seguito al loro grande album di debutto. Che nel frattempo la bocca si sia un po’ seccata nell’attesa, conta poco. Loro riaccendono il fuzz, voi riaccendete lo stereo.    

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE GRUESOMES – Someone Told a Lie/Make Up Your Mind (Calico Wally/KOTJ) / THE CHESTERFIELD KINGS – I Think I’m Down/I Can Only Give You Everything (Mean Disposition) / WILD EVEL & THE TRASHBONES – Outlaw/Leave Me Alone (Chaputa!) / STRENGSBREW – I Don’t Need Myself/Be Myself Again (Chaputa!) / LES GRYS-GRYS – Milk Cow Blues/So Long (State)

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Sventola bandiera spagnola il nuovo singolo dei Gruesomes pubblicato nel ventennale di Cave-In! grazie allo sforzo condiviso di due piccole label e del team grafico Palmeras & Puros che si occupa della bellissima storia a fumetti che rende questo minuscolo dischetto veramente prezioso. I due pezzi suonati dalla band canadese, tra cui una cover della Make Up Your Mind dei Mockers non alterano lo stile cui sono rimasti fedeli in questi 55 anni durante i quali i Gruesomes sembrano aver beffato il tempo restando ragazzini per sempre.

Bandiera giallorossa pure per Greg Prevost che per la Mean Disposition di Barcellona inaugura la sua collana Vintage Series con due registrazioni (la prima delle quali poco più che una “ripresa” amatoriale in sala prove) del novembre 1978 e dell’aprile dell’anno successivo. Sono dei Chesterfield Kings inediti che non hanno ancora adottato il look alla Stones che caratterizzerà i loro primi due album ufficiali ma con il cuore e gli strumenti già immersi in quel microcosmo delle garage band degli anni Sessanta. Rick Cona è ancora il bassista della band, occupando il ruolo che verrà poi assunto egregiamente da Andy Babiuk. Alle chitarre si alternano invece Bob Ames e Gary Trainer mentre alla batteria è già saldamente seduto il compianto Doug Meech. Non c’è ancora un organista in formazione ma il suono delinea già quello che Greg ha in mente una volta chiusa l’esperienza punk dei Distorted Levels, pur non essendo fedele e rigoroso come diventerà nel giro di un paio d’anni. Per i feticisti dell’ibernata band di Rochester, un must assoluto.

Un po’ più a ovest, in Portogallo, troviamo invece la Chaputa! Records che mette il sigillo sul nuovo singolo degli svizzeri Trashbones di Wild Evel con un inedito assoluto sul lato A e una cover di Leave Me Alone sull’altro, a ricordare ai minchioni di quanto i Mɘtɘors fossero anche, prima e meglio di tanti altri, un’ottima garage band. Anche solo per passatempo. La band è sempre in gran forma e questo ci lascia ben sperare per il terzo imminente album. Coronavirus permettendo.

E a proposito di Coronavirus e mascherine, sempre per la stessa label esce il primo parto del progetto annunciato da Måns P. Månsson sulle pagine di Born Losers e che lo vede a fianco di Keith Streng dei Fleshtones, Jim Heneghan dei Solution e Robert Eriksson degli Hellacopters con Mike Mariconda in sala regia. Pubblicato in edizione limitata in tre panetti di pasta vinilica di diverso colore, il singoletto non è niente male: l’abilità di Streng nello scrivere canzoni rock ‘n’ roll immediate è risaputa e Be Myself Again e I Don’t Need Myself non sfuggono alla regola con un tiro eccezionale e le chitarre di Måns e Keith a creare una doppietta micidiale che spara in aria petardi come in un ininterrotto capodanno rock & roll.

Il nuovo singolo dei Grys-Grys viene pubblicato invece dalla State Records di Mole. Ed è il singolo che conferma la band francese come la vera tenutaria del miglior 60’s-sound europeo di questi ultimi anni: un inedito LETALE come So Long fa da contrappeso allo standard mod/punk Milk Cow Blues. Due pezzoni urticanti che vi costringeranno a rigirare il disco più e più volte sul vostro piatto, fino ad ustionarvi i polpastrelli. Preparatevi adeguatamente alla quarantena.  

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro  

THE BROOMS – Here They Come!… (Chaputa!)  

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Il quartetto di Barreira giunge finalmente alla prima uscita importante, dopo un esordio autoprodotto di due anni fa che onestamente non mi aveva convinto molto. Meglio questo nuovo Here They Come!… in cui la band ha messo più a fuoco il suo stile, che è adesso il classico orbitale garage-sound chitarra/organo Vox di chiara impronta anni ’80 (Leftlovers, Blast of Colours, Here Comes the Nightmare, Dr. Pepper) con più di un’inclinazione verso l’immaginario sinistro dei B-movies. Nonostante sull’argomento si sia già detto e ascoltato a iosa, il disco dei Brooms, periferia estrema dell’Europa occidentale, riesce nell’impresa di diventare un piccolo classic-cult del genere pur senza essere un capolavoro assoluto. Ma andandogli molto vicino.                      

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

RADIO ZERO – Onda magnetica (Curaro Dischi)  

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Non conoscevo i Radio Zero. Motivo per cui, per tenere fede alla mia etica, ho dovuto ripassarmi tutta la loro storia. Scoprendo così che quella del cantato in italiano è una scelta abbastanza recente, anche se perseguita con tenacia. E scoprendo pure che nel corso degli anni la loro musica si è adeguata alla scelta linguistica mantenendo alcuni tratti e perdendone altri. Insomma, tra Get Out of My Life Woman del 2002 e questo Onda magnetica ci sono di mezzo tre lustri buoni e si sentono tutti. L’acido punk di pezzi come B Song o Surfin Zero è completamente evaporato e i Radio Zero sono progressivamente diventati un gruppo nuovo, con un suono più controllato, meno corrosivo ma anche più compatto e con un’attenzione al dettaglio (anche nella dinamica vocale) che ha ormai raggiunto ottimi livelli. Che tutto questo sia punk, ne dubito. Ma del resto non sono qui a dirvi che i Radio Zero sono un gruppo punk. Però su di loro il punk è passato, ed è passato davvero. Soprattutto quello degli anni Ottanta di gruppi americani come Squirrel Bait o i primi Lemonheads o quello australiano degli Eastern Dark o dei Celibate Rifles.

E quando il punk ti passa sopra, qualche cicatrice la lascia. E qui qualche segno evidente c’è. Ma è un segno tra i tanti nell’epidermide coriacea dei Radio Zero, il cui processo di emancipazione dalle origini e le cui scelte di approdo mi ricordano molto quelle dei genovesi Meganoidi che si sfilarono di dosso le tutte da Supereroi dello ska.

Registrate le analogie e fatti i dovuti distinguo, Onda magnetica si esprime in prevalenza attraverso un combat-rock che mostra rispetto ma non certo fedeltà a certo hardcore italiano (Come quando, la migliore del lotto, Venale realtà, Manca l’aria, Cade, Onda magnetica) spurgato di ogni eccesso metallaro con cui spesso amava sporcarsi mani e piedi quanto al rock classico aborrito da quelli, gettando le lenze addirittura tra i dischi degli Area e di CSNY.

Ed è un disco che potrebbe piacere ad un pubblico davvero ampissimo e trasversale, se solo i Radio Zero decidessero di calpestare la loro etica e calarsi le braghe davanti ai baratti delle radio di regime. Ma dubito lo faranno. E io brinderò al loro onore.    

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE FADEAWAYS – “Transworld 60’s Punk Nuggets!” (Soundflat)

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I Fadeaways sono i Guitar Wolf del garage-punk.

Tre fanatici di Tokyo diventati adulti senza mai tradire la fissa per il  garage-punk più degenere che li ha allevati sin da piccini, in giro ormai da un decennio buono ma “adottati” dal Vecchio Continente solo da un paio d’anni. Dischi pieni di oscure gemme degli anni Sessanta e dei successivi, periodici revival e copertine e titoli che rimandano all’universo delle compilation di settore come Teenage Shutdown (il primo Diggin’ Out), Searching in the Wilderness (Teenage Hitsville!!), Be a Caveman (Lost Sounds), ecc. ecc.

Ogni disco perfettamente uguale a quello che lo precede, con una torrenziale pioggia di cover-versions che vi si rovescia addosso. Ben quattordici in questo nuovo disco, che vanno dagli Easybeats ai conterranei Mops passando per Jay-Jays, In Crowd, Tages, Primitives, Thor’s Hammer, Mouse and The Traps, Ugly Ducklings cercando a loro modo di toccare più paesi possibili, il che spiega il titolo del disco.

Lacrimoni di garage-punk depravato. Zanne fameliche che addentano la carne viva del teen-punk più abrasivo della storia.

Cartoline spedite dal Giappone, dopo aver lasciato uno sputo di bava sul dorso di francobolli raccolti in tutto il mondo.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

RICHARD AND THE YOUNG LIONS – Volume 1 / Volume 2 (Wicked Cool)

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Tre singoletti su etichetta Philips tra il 1966 e il ’67 e un mini-tour a fianco agli Yardbirds, poi un lunghissimo oblio mitigato dallo stato di cult-band conseguito grazie alla tardiva e inconsapevole partecipazione ad alcune compilation di classico e deragliante sixties-punk come Pebbles, Boulders, What a Way to Die e quella Open Up Yer Door che rubava il titolo proprio al più noto tra i loro minor-hit. Questa in breve la storia altrettanto breve degli Young Lions del New Jersey.

Fino a l’altro ieri.

Perché oggi (anzi ieri, perché le registrazioni sono state effettuate con “Richard” Tepp ancora vivo e vegeto all’indomani della reunion organizzata in occasione del Cavestomp Festival del 2001, NdLYS) Townes Van Zandt convince la band a tornare in studio. A dare man forte al gruppo lo stesso Steve Van Zandt alla chitarra e una nutrita serie di turnisti sicché dentro questi due tardivi album degli Young Lions ci sono più musicisti che in una squadra di calcio, panchine incluse.

Il risultato?

Non ci crederete: FANTASTICO.

Le incisioni d’epoca vengono aggiunte in fondo alle due scalette, e sono quelle che già conosciamo. Ma sono le registrazioni nuove a stupire per una freschezza che era comodo pensare inevitabilmente sfiorita e per un’adesione stilistica ai canoni d’epoca: canzoni come Don’t Waste My Time, One Kiss, I Ain’t Missing You e le cover di Action Woman degli Electras e Warning degli Humans (su Volume 1), la nuova versione di You Can Make It, Make Me Lonely, Why, Honor to Be e le cover di It’s a Cryin’ Shame dei Gentlemen e di Get Me to the World on Time delle Prugne Elettriche (su Volume 2) sono roba talmente fatta bene da sfiorare il miracolo e da dare il benservito a tanti giovanotti ben disposti.

Non più giovani, questo è sicuro. Ma ancora leoni.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

TIEDBELLY AND MORTANGA – Satan Built a House (Goodfellas)  

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E così anche l’Ospedale Cannizzaro di Catania ha ora il suo blues. Probabilmente frutto dolceamaro di una degenza o di un parto avvenuto nel rinomato nosocomio siciliano.

A scriverlo e a farcirlo di risate sinistre sono TiedBelly e Mortanga, anime blues sputate fuori dallo zolfo dell’Etna, buskers nomadi armati di chitarra e tamburo che adesso scavano qualche solco su una lastra di vinile per documentare come il diavolo metta lo zampino ovunque, quando gliene si da occasione. E che è pronto a metter su casa dove cazzo gli pare.

Ecco dunque Satan Built a Home, il disco che offre ospitalità prima e condono edilizio poi alla nuova dimora di Satana da parte di TiedBelly e Mortanga.

Ma, al di là della fin troppo facile retorica sui luoghi comuni del blues che siamo capaci di tirar fuori quando si tratta di descrivere la musica del diavolo, Satan Built a House va lodato per sapersi appropriare di uno stile usando una calligrafia credibile ma non scolastica, sviscerando del blues non un’anima univoca ma le sue anime molteplici. Che anche il Diavolo si incazza, e pure spesso. E a volte anche lui si ammala di malinconia, più di quanto siamo abituati a pensare.

E tante altre volte sghignazza pensando a quante volte si uccida in nome del suo rivale tacendo il nome del vero mandante: il suo.     

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro