PRINCE – Sign “☮︎” the Times (Paisley Park)

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La storia dei Revolution era terminata con un disco di pochissimo spessore, giusto un anno prima, incenerita dentro una “parata” di funky senza sangue e senza grosse idee. Occorreva un salto di qualità per piazzare nuovamente il trono sotto il culo di Prince ed evitare di passare alla storia come il linotipista di Kiss, tormentone del 1986 e calco per quell’altro funky afasico di Need You Tonight degli INXS che avrebbe invaso radio e tv proprio mentre Prince pubblicava Sign “☮︎” the Times, il doppio disco della sua riabilitazione, il progetto che si fa carico di risignificare funky, soul, electro, disco-music ed R&B nell’era della produzione e della creazione digitale e di fatto segnando, assieme a Bad di Michael Jackson, l’ultimo snodo fra la black music degli anni Ottanta e la rivoluzione hip-hop, la pietra d’ingombro che separa due stagioni che si stanno toccando il culo e che torneranno a toccarselo dopo che il radicalismo della prima scena rap scoprirà la furba commistione con le musiche di consumo per arrembare le classifiche.

Sign “☮︎” the Times è il disco dove morte e vita coabitano, l’album-manifesto dell’epoca dell’AIDS (“la grande malattia dal piccolo nome” che ci viene spiattellata in faccia proprio in apertura dell’opera), il disco che precorre il concetto di gender-fluid e che fonde il concetto di bianco e nero e ne sintetizza la formula, con l’occhio di Prince che resta vigile e ricettivo anche sulle musiche bianche, da sempre un suo pallino, su pezzi come The Cross e soprattutto I Could Never Take the Place of Your Man che è già l’avvio di Lenny Kravitz, senza che nessuno lo sappia.

Come se la fine del mondo fosse imminente e gli archeologi del futuro dovessero in qualche modo trovarci abbracciati come gli amanti gay di Pompei. Stringendo fra le mani stavolta anche una copia di Sign “☮︎” the Times, per indicare ai posteri a che punto della nostra storia siamo stati cancellati da essa.

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

SIGUE SIGUE SPUTNIK – Flaunt It (Parlophone)

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Il synth-pop aggiornato all’era dei cartoons e dei videogiochi arcade: è la trovata con cui Tony James cerca di vendicarsi, bissandola, della popolarità dell’ex compagno di merende Billy Idol presentandosi con una buffa immagine shock che è una pittoresca rivisitazione del look glam delle New York Dolls aggiornata ai tempi dei robot giapponesi. Insomma, il cyberpunk pronto per i grandi canali televisivi.

Un prodotto di consumo che innesta fondamentalmente l’electro pulsante dei Suicide con delle banali schitarrate punk, il tutto rielaborato in studio da Giorgio Moroder lavorando sul fuori sincrono e sulle amplificazioni panoramiche delle due batterie. Il risultato, al netto del sensazionalismo posticcio e kitsch di cui è rivestito, ricorda gli esperimenti avviati da Mick Jones coi suoi Big Audio Dynamite (She’s My Man, Massive Retaliation, Sex Bomb Boogie) e che i due riprenderanno difatti assieme nei Carbon/Silicon una ventina di anni dopo. Con le sue canzoni dal peso specifico quasi nullo, Flaunt It era un po’ l’equivalente sonoro di un pomeriggio passato davanti al flipper del bar di quartiere. Che poi si giocasse coperti di latex e in equilibrio su due tacchi a spillo, era un puro fattore estetico. Come quello dei Sigue Sigue Sputnik.                                                 

                                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

NEW ORDER – Power, Corruption & Lies (Factory)

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Dopo aver drenato le ultime scorie Joy Division con Movement, i New Order si abbandonano alle frivolezze. L’impatto della musica disco e della electro, di Giorgio Moroder, delle scalette del Danceteria, del Funhouse e del Roxy così come dei mastemix di Shep Pettibone trasmessi da KISS FM si trasforma da subito in nuova via di fuga dalle titubanze espressive del disco d’esordio. E così se la batteria di Age of Consent ha il compito di mitigare lo shock riciclando pari pari il passo di batteria di Love Will Tear Us Apart e ravvivandone il giro di tastiera, spetta soprattutto a The Village, 5 8 6, Your Silent Face, Ultraviolence ed Ecstasy con le loro sincopi elettroniche e le loro macchine sintetiche il compito di farsi ambasciatrici del “nuovo ordine” e della volontà di liberarsi dall’ingombrante passato. Operazione riuscita solo parzialmente visto che quanto in quel periodo funziona, soprattutto in pista, su singolo (Everything’s Gone Green, Temptation), non riesce a forare la troposfera dell’entusiasmo per raggiungere i livelli più alti dell’euforia soltanto intravista quando si tratta di spalmare l’entusiasmo su un prodotto meno immediato lasciandoci con la sensazione di aver colto un frutto ancora acerbo e di una torta che affoga nel maraschino.   

                                                                                Franco “Lys” Dimauro 

DEUTSCH AMERIKANISCHE FREUNDSCHAFT – Alles ist Gut (Virgin)

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I primitivi palpiti elettronici dei Suicide, antesignani del synth-pop che sarebbe esploso sul far della notte degli anni Settanta e l’alba degli Ottanta, sarebbero stati in larga parte disertati dalla nuova schiera di gruppi anglo-americani dal cuore sintetico, con pochissime e rare eccezioni (vedi i Soft Cell e i primissimi Human League). Il polo di attrazione ispirativa era piuttosto la Mitteleuropa, Vienna e Berlino in particolare, baluardi dell’anti-America e, dunque, dell’anti-rock. Paradossalmente furono invece i D.A.F. di Düsseldorf a costruire sui prototipi di Alan Vega e Martin Rev la loro “alleanza” tedesco-americana e il suono di Alles ist Gut, il disco che spostava il loro orizzonte dal proto-industrial degli esordi a quell’elettronica austera che avrebbe generato l’Electronic Body Music e che anni dopo avrebbe ispirato la musica techno di Detroit oltre che quella germanica.

L’impronta è fortemente ritmica, con la batteria acustica come unico elemento visivo a presidiare un palcoscenico disadorno e i sintetizzatori spostati a bordo palco se non addirittura dietro le quinte, in contrapposizione alla normale disposizione schierata dalle pop-band inglesi con i sintetizzatori in posizione d’avamposto (addirittura tre nel primo tour dei Depeche Mode, in quello degli Ultravox di Vienna o negli Human League di Travelogue). Le sequenze preregistrate sulle macchine Korg predilette dal duo hanno variazioni quasi nulle, contribuendo all’alienante senso di oppressione e di claustrofobica ipoventilazione che sono tipiche del suono dei Deutsch Amerikanische Freundschaft alimentato dall’uso dell’idioma teutonico, così perentorio, così carico di funeste memorie che il duo tedesco cavalca con ambigua provocazione fino a titolare la traccia più famosa dell’album, una battente disco-music ariana completamente epurata da ogni sinuosità black, Der Mussolini. I veri capolavori di Alles ist Gut sono però la singhiozzante Mein Herz macht Bum, la cavalcata a passo di marcia militare di Alle gegen Alle, la moroderiana Als wär’s das letzte Mal, il carillon per macchine idrifughe Der Räuber und der Prinz, il soffio gelido che spira su Ich und die Wirklichkeit e l’inquietante euro-dance infestata dagli spiriti di Sato-Sato

Mentre i D.A.F. giurano che va tutto bene, sotto l’inesorabile pioggia battente della loro musica.

Di qua e di là dal muro l’Europa è persa e in trance. 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

HERBIE HANCOCK – Future Shock (Columbia)  

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Un’insistente pulsazione di batteria elettronica e un giradischi che va in sincrono prima di iniziare il suo singhiozzo di graffi e introdurre il giro di basso enorme approntato da Bill Laswell attorniato da piccole percussioni latine. Poi è il turno di un altrettanto giro freddo e meccanico di sintetizzatore, graffiato anch’esso dal sampling di un vecchio scarto dei Led Zeppelin. Chi mette sul piatto il suo Future Shock si trova imbrigliato in Rockit e faticherà ad uscirne fino alla notte dei tempi. 

Qualche sprovveduto che invita Herbie Hancock a qualche festival jazz quell’anno, si ritrova sul palco un’orchestra bionica a metà fra i Kraftwerk e Grandmaster Flash che anticipa il crossover fra i generi che poi farà la fortuna di Prince, Run DMC e tanti altri. Hip-hop ed elettronica che invadono il terreno, come un’edera parassita nel campo dei cantalupi. Ne escono fuori frutti contaminati dove spicchi di funk, fusion e disco-music si innestano senza tuttavia dare succo se non per una spremuta di stagione. Perché Future Shock, profetizzando i tempi futuri, resta tuttavia prigioniero del suo. Il jazz si infratta e, come noi, resta aggiogato da questa babele sperimentale che tutto sommato ha già detto e dato tutto in quei travolgenti cinque minuti e mezzo iniziali. Che tuttavia valgono il prezzo del biglietto.

Vengano signori, vengano. Si avvicinino al binocolo e potranno ammirare uno scorcio di futuro. E rimettano il prosciutto sulla fetta del melone e lo tolgano dagli occhi, prima di tutto.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

HEAVEN 17 – Play to Win (Demon)

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Il 31 marzo del 1981 era stata pubblicata l’edizione in vinile del nastro d’esordio dei B.E.F., acronimo dietro cui si celavano due musicisti appena fuoriusciti dagli Human League. Sette tracce interamente strumentali, spalmate su una Penthouse Side e una Pavement Side: quel disco era il manifesto programmatico di quello che sarebbe diventato Penthouse and Pavement, il disco di debutto degli Heaven 17 che sponsorizzava ancora, in copertina, la sigla B.E.F. e che, analogamente, era diviso tra una Penthouse Side e una Pavement Side. Medesime erano, in entrambi i progetti, le mani di Ian Craig Marsh e Martyn Ware e una ricerca elettronica che voleva offrire una versione sintetica e moderna del funk. Quel che differiva era il risultato: laddove la musica strumentale dei B.E.F. non distraeva dall’ascolto e dal puro piacere meccanico del ritmo, negli Heaven 17 la fruizione, almeno quella del pubblico madrelingua, veniva in qualche modo “avvelenata” da testi dai forti connotati politici. Per tutti gli altri il problema non sussisteva: bastava una musica adeguata ai tempi. E quella del gruppo di Sheffield, tutta incentrata sull’uso massivo delle macchine sintetiche e con un impattante groove ritmico, lo era.

Quel che ne veniva fuori era un R&B privato di ogni calore soul (che poco più tardi un Terence Trent D’Arby proverà a sprigionare nuovamente con una Dance Little Sister che non era altro che una versione calda del pezzo che intitolava l’esordio degli Heaven 17, senza che nessuno ne avesse a male, neppure Martyn Ware che anzi accetterà di produrre l’intero album d’esordio del cantante di New York), modellato sugli scatti ritmici del funky (Fascist Groove Thang, Play to Win, Soul Warfare) ma terribilmente attratto dalle nuove opportunità offerte dai sintetizzatori (The Height of the Fighting, Geisha Boys and Temple Girls, Let’s All Make a Bomb) fino a venirne inghiottito quasi completamente quando si tratterà di mettere mano al secondo album, quello con dentro una hit colossale come Let Me Go, biondona siliconata che esibisce i suoi seni rifatti dentro The Luxury Gap, che esce a meno di un anno di distanza ed è già girone infernale dei peccati capitali degli anni Ottanta: batterie pulsanti e tastiere ovunque, controcanti femminili e hook melodici, anche se l’arrivo prepotente della sezione fiati in Key to the World, seppur pacchiana e sopra le righe come l’epoca richiedeva, riesce ad infondere un po’ di follia umana in questo circo bionico.  

Lo spettro della guerra nucleare incombe su How Men Are, tanto che parte delle royalties saranno devolute dalla band alla Campagna per il disarmo nucleare (l’organizzazione britannica il cui logo è poi stato adottato universalmente come “simbolo della pace”, NdLYS). Pur indugiando fondamentalmente sullo stesso funky elettronico del disco precedente, gli Heaven 17 cercano pure di uscire fuori dall’acquario del synth-pop ballabile con la conclusiva, lunghissima And That’s No Lie che promette una fuga che in realtà riesce solo a metà.

La fuga vera avviene invece col successivo Pleasure One, dove basso e batteria vengono impugnati da musicisti in carne ed ossa e le chitarre affidate ad assi dello strumento come Tim Cansfield, Ray Russell e John McGeoch. Il suono si avvicina pericolosamente a quello dei Level 42, un salto di 25 cifre che però artisticamente produce un fisco commerciale e una pesante perdita di identità cui cerca di porre rimedio il successivo Teddy Bear, Duke and Psycho che torna ai suoni modulari dei sintetizzatori e dell’effettistica MIDI anche se il meglio del disco è quella Don’t Stop for No One dove all’elettronica di chiaro marchio Heaven 17 si aggiungono una sezione d’archi e un pianoforte che di sintetico ha nulla se non la durata del suo intervento. Siamo però dentro, e lo siamo ormai da tanto, un easy-listening senza alcun nerbo, un si salvi chi può da cui è meglio fuggire se non lo si è fatto quando i brutti presagi dei dischi precedenti suggerivano di farlo.

Sulla scena del crimine torna la Demon assemblando, in maniera asciutta per quanto riguarda la versione in vinile e con un cospicuo numero di bonus per la più voluminosa e impegnativa versione in cd, questo Play to Win (The Virgin Years). Voi decidete un po’ cosa fare, che nessuno vi obbliga.            

                                   

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE BLOODY BEETROOTS – The Great Electronic Swindle (Last Gang)  

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Sono passati ben quattro anni dall’ultimo lavoro dell’eroe mascherato della musica elettronica. Nel frattempo di cose nella sua vita pubblica e privata ne sono successe assai, da un’apparizione sanremese a fianco di Raphael Gualazzi a un rapporto andato in fumo con un’artista calatina più famosa come giudice da talent che come talento essa stessa, a dire il vero. E ovviamente tanti club, tante serate, tanti concerti, tante occasioni d’incontro con artisti da cui può sbocciare se non una simpatia, almeno un alberello dal quale raccogliere, a tempo debito, i frutti.  

Una ventina di quei frutti riempiono la cesta di questo terzo album dell’artista italiano d’origine ma cittadino del mondo.

Un disco meno intransigente rispetto a quelli passati, più incline a farsi trascinare nel giro della prostituzione per vendere il proprio corpo. Un disco che, in teoria, potrebbe piacere a chiunque per poi piombare presto nel pozzo nero della nostra memoria. Che, come una sgualdrina, ti presenta un piatto con cui ingozzarti con voracità e di cui però ti sazi altrettanto velocemente, in attesa la bocca torni a schiumar bava per qualche altra leccornia.  

E del resto il richiamo del titolo è fin troppo chiaro. Equivocarlo è da idioti. Categoria di cui tuttavia l’Italia è piena, certamente più che dei famosi navigatori di cui favoleggiava l’Innominabile. E senza ombra di dubbio alcuno, molto più che dei santi del medesimo discorso del 2 ottobre del ’35.  

Il nuovo disco di Bloody Beetroots ha dunque il medesimo scopo di smascherare, come nel film di McLaren, l’inganno che si nasconde oggi dietro la musica elettronica come quarant’anni fa dietro il punk dei Sex Pistols. Senza smascherare lui, ovviamente. E lo fa proprio mettendosi in gioco da puttana e non da bigotta, tirando fuori tutto il peggio della sua e delle altrui perversioni, proprio come in un bordello. Dalla parodia hair-metal di My Name Is Thunder giù giù fino agli abusi di  vocoder di Mr. Talkbox.

Chi cercasse elettronica concettuale, raffinata e underground si ritenga esonerato dall’ascolto, visto che Bloody Beetroots ha una passione smaniosa per i ritmi grassi, pressanti, fumettistici e pure un po’ tamarri ed è ormai risaputo quanto gli piaccia simulare esplosioni simili a quelli di Unabomber, gettando le sue munizioni nella mischia. Il nuovo disco non dissimula questa tendenza, anzi. Sir Bob Cornelius Rifo ha cercato i giusti complici che ne potessero amplificare l’onda d’urto, aumentando il potenziale di devastazione e allo stesso tempo radunando un numero di vittime ancora più ampio, attratte dai richiami di imbonitori come Perry Farrell, Wade MacNeil e Nic Cester. Non sappiamo a che volume lo abbia registrato, ma è sicuro che quando hanno iniziato a riversarlo su disco, ogni banda di frequenza era posizionata al massimo.

Talmente forte che i solchi si sono incisi da soli.

Talmente forte che dovrete cercare di domare i cursori di volume, se volete tentare un ascolto domestico.

O che dovrete lasciare il vostro bunker per cercare un posto più adeguato, indossando anche voi la vostra maschera da mostrare alla gente.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DAVID BOWIE – EART HL I NG (Virgin)

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A metà del guado degli anni Novanta, la jungle, il drum ‘n bass, il breakbeat sono la “nuova cosa” che sta rivoluzionando la musica mondiale, ridando prestigio alla musica elettronica e conquistando il mondo del rock. Fin troppo ovvio che Bowie, da sempre permeabile alle novità e desideroso di percorrere strade inesplorate e riadattarle alla sua bisogna, ne rimanga affascinato. EART HL ING, frantumato sin dal titolo, è il disco con cui Bowie piega la sua musica alle sincopi frenetiche delle nuove frontiere della musica elettronica.

Buona parte del lavoro (Telling Lies, il “prodigyoso” singolo Little Wonder, Battle for Britain) è intessuto su queste meccaniche di ritmi cibernetici e distorsioni che sembrano frenare o sbuffare come locomotive su questo tappeto ritmico franoso, oppure si dischiude su improvvisi riff di chitarra che spuntano come massi mentre tutto il resto scorre liquido come un fiume ingrossato dalle piogge, ricordando volutamente le rocciose slavine dei Pixies (che erano una fisima per Bowie già ai tempi dei Tin Machine e tale resteranno fino ad Heathen, NdLYS), come succede nella bella Seven Years in Tibet o sulla The Last Thing You Should Do percorsa da un vibrante duello tra batteria e synth con Bowie intento a imbucare la sua voce dentro una bottiglia d’acqua per poterla trasformare in quella di un crooner luciferino e sinistro.

Gli eccessi climatici da coma di 1.Outside sono spazzati via da una bella giornata di sole. Bowie guarda il cielo quasi sgombro di nuvole, impavido e statuario, avvolto nella sua Union Jack.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

LLOYD COLE – 1D Electronics 2012-2014 (Bureau B)

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Lloyd Cole c’è. Ma non si vede. Ne’ si sente, così come vorreste (vorrei?) sentirlo.

Musica modulare, secondo le istruzioni di Mr. Allen Strange e costruita dopo nottate insonni sul sito di Muffwiggler. Mattoncini Lego di musica elettronica, per capirci.

Spinotti e manopole, secondo la sensibilità sempre più bionica del musicista scozzese. Sono esperimenti di elettronica di uno studente nemmeno troppo brillante. E noi, che ne sappiamo ancor meno di lui, dovremmo valutarlo.

Non lo farò.

Non sarò spietato con te, caro Lloyd. Perché anche io, tanti anni fa, ho finito di fare musica con la chitarra per provare a farla con un sequencer QWERTY. Anche la mia musica, come la tua, non arriva a tutti. Quella che hai messo su disco, stavolta, non arriva a me. Quella che io ho messo su word, non arriverà a te.

Spesso si parla vicendevolmente e non ci si comprende.

O ci si scambiano silenzi. Che vengono interpretati come si vuole, finché si vuole.

O ci si comprende con un ritardo estremo, quando i ponti di comunicazione sono già crollati ed ognuno è chiuso nel proprio fortino, su sponde opposte.

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

DAFT PUNK – Random Access Memories (Columbia)

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La musica dei Daft Punk è il punto di intersezione tra la coolness e la tamarraggine.

Tra la voglia di fuga e la voglia di figa.

Nel senso che ciò che è mascherato da invito al cyberspazio è in realtà un invito a ballare. I Daft Punk abitano in quel punto da anni, seduti nella loro astronave che punta allo spazio ma con gli occhi incollati allo specchietto retrovisore.

Come se ti dovessero portare chissà in quali mondi e rimanendo invece sempre nel medesimo punto da dove si era partiti. Come quelle giostre in 3D che si scuotono come tori di un rodeo nei luna park di tutto il mondo.

Quello che Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homen-Christo vendono è in fondo la stessa illusione.

L’illusione di un viaggio intergalattico che, se viaggio è, non è altro che un viaggio all’indietro nella memoria. La loro, la nostra.

Synth-pop, funky, disco, house, techno, ambient.

Con la novità, stavolta, che la musica biologica ha preso il sopravvento su quella creata in laboratorio.

Il singolo Get Lucky, in tutta la sua demenziale essenzialità funky, è di quelli che funzionano. Lo dimostrano le statistiche di Spotify e non solo.

Un pezzo costruito (e destinato a) per diventare un tormentone. O un tormento.

Dipende da che livello di contagio riuscite a sopportare. Però, al di là delle valutazioni critiche che si possono fare su un pezzo costruito su un unico, insistente riff (suonato da Nile Rodgers) e uno scioglilingua da movida estiva, Get Lucky è l’unico brano del nuovo Daft Punk in grado di brillare della luce della storica Music Sounds Better with You. Per il resto Random Access Memories non mantiene quello che sembrerebbe promettere o che potrebbe giustificare l’hype che si è nuovamente cementificato attorno al duo parigino. Mi chiedo ad esempio a chi potrebbe interessare qualcosa di sorbirsi un’intervista a Giorgio Moroder su una base electro lunga nove minuti che ci fa rimpiangere Sandy Marton, di un triste musical pinkfloydiano come Touch o di un Einaudi stuprato dal vocoder come Within. E del resto, essendo in giro (vi piaccia o meno) il nuovo Strokes, anche qualche numero come Instant Crush o Beyond ha pochi motivi per esistere così come del resto avendo in casa C’est Chic, TNT o Aja diventano del tutto superflue Give Life Back to Music, Motherboard e Fragments of Time.

E chi ha rughe abbastanza profonde per ricordarsi dei dischi di Alan Parsons Project, Yellow Magic Orchestra, Jean Michel Jarre o addirittura Christopher Cross troverà inutile tutto il resto. Ma Random Access Memories è un disco destinato ai Supergiovani. Quelli, per intenderci, che non sanno neppure cos’era Discoring ma a volte rimangono affascinati da certi pantaloni a zampa d’elefante e dalle palle a specchio che passano sui canali di Vintage.  

Non è un disco per figli di puttana.

È un disco per figli e basta.

La modernità di cui si fascia, la robotica cartoonesca ostentata a livello estetico, il tessuto misto-sintetico con cui viene avvolto, noi lo abbiamo già bazzicato più e più volte, anche quando erano loro stessi a riproporlo ai tempi di Da Funk.

Ed è una miccia stilistica ormai disinnescata.

Random Access Memories è quindi, al di là della saporita lista di ospiti e della produzione sontuosa e curata (cosa ormai quasi alla portata di tutti, il che non dovrebbe più essere una notizia, NdLYS) un album modaiolo (il vecchio che fa trendy) ma sgombro di idee.

Uno di quelli in cui i riempitivi durano più delle due/tre canzoni necessarie.

Un disco che, porzionato, può andare bene per l’estate appena iniziata. Ma che, tutto intero, è un interminabile inverno.

My name is Franco Lys Dimauro, but everybody calls me Lys.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro