U.K. SUBS – Another Kind of Blues (GEM)

0

All’epoca, nel 1979, non si sapeva ancora, ma gli U.K. Subs si erano già messi in testa di stare sulle scene un bel po’, tanto da immaginare una discografia (lunghissima, come si sarebbe rivelata) organizzata in rigoroso ordine alfabetico.

La stagione delle band da un disco e via era evidentemente già passata, e gli U.K. Subs erano arrivati, subito dopo il punk, a suonare punk per sempre. Rendendolo in qualche modo immortale: “un altro tipo di blues”. E il blues c’era davvero, oltretutto, nascosto fra le ance dell’armonica di Charlie Harper, che l’armonica la portava un po’ anche nel cognome. E ogni tanto (World War, I Couldn’t Be You) cacciarla fuori per aggiungere una spezia al suono legnoso e squadrato della sua band che raramente si concede qualche distrazione. Another Kind of Blues procede veloce verso lo schianto, sfiorandolo di un soffio su Crash Course ma centrandolo in pieno cento metri più avanti, nella folle giravolta hardcore di Disease.

Poi, i quattro teppisti londinesi stappano la loro cassa di birra doppio malto e saltano sul cofano di quel che resta, intonando Stranglehold, l’ultimo inno punk inglese degli anni Settanta. Noi, saltiamo con loro.

 

                                                                               Franco “Lys” Dimauro

COCKNEY REJECTS – Greatest Hits Vol. 1 (EMI)

0

Le pernacchie non piacciono a nessuno. Figurarsi poi se te le fanno in pubblico.

Alla EMI ad esempio quella fatta platealmente dai Sex Pistols al suo indirizzo non era piaciuta per niente, soprattutto perchè era stata premiata con una barca di quattrini che gli erano stati soffiati da sotto il naso.

La vendetta, il riscatto, chiamatelo come volete, passò per caso dentro gli uffici della EMI sotto la raccomandazione di Jimmy Pursey. I doppipetto dell’etichetta non vollero neppure conoscerli. Gli bastava che suonassero punk e che accettassero di realizzare il disco dentro una copertina che ricordava quella dei Sex Pistols che aveva portato grano e ancora grano alla Virgin. Che in realtà si fossero messi in casa dei teppisti veri, dei fanatici ultrà facili alla rissa, dei pugili non professionisti che parlavano in stretto dialetto cockney tanto da deformare l’accento di un semplice hey in quell’oi che a loro insaputa avrebbe battezzato un intero sottogenere, non potevano saperlo. Non era scritto sul curriculum vitae. Lo avrebbero appreso dopo, dalle cronache dei giornali che puntualmente dopo ogni loro concerto finivano per parlare di musica in prima pagina anzichè sull’ultima, con un elenco di reati e foto di risse a corredo.

La musica del quartetto era un rabbioso punk da manovali da dare in pasto a quella generazione senza futuro e senza neppure un presente, a dirla tutta. Roba per sbandati provenienti dalle fasce meno istruite dell’Inghilterra, quella che abbraccia con facilità ogni forma di estremismo, che ama riunirsi in tribù per pisciare tutti assieme su qualcosa o su qualcuno. Era il punk ad oltranza, quello che rispetto al rifugio isolazionista della new-wave contrapponeva con arroganza la legge del branco e quella suprema della strada. Musicalmente il livello è ancora più elementare e rozzo di quello dei Pistols, quasi pretestuoso. Un po’ come gli hooligan che vanno allo stadio solo per fare a botte, insomma. E che scambiano una fede relativa in una fede assoluta. Eppure Police Car, East End, Shitter, Headbanger, Fighting in the Street fanno breccia proprio come un sanpietrino lanciato su una vetrina di Gucci. Diventano, come profetizzato, dei “grandi successi”. Il primo volume dei grandi successi dei Cockney Rejects.

Che le classifiche le vedono da lontano ma arrivano a Top of the Pops perculando tutti, dalla produzione ai fans.

Con un ghigno che ti fa salire il sangue al cervello. E che poi te lo fa colare dal setto nasale.

                                                                                            Franco “Lys” Dimauro

 

THE 4-SKINS – The Good, the Bad & the 4-Skins (Secret)  

0

Gary Hitchcock aveva già lasciato bacchette e sgabello ma Plastic Gangsters, il pezzo che aveva scritto quando prima di diventarne il manager e raccattare qualche data per la band stava saldamente alla batteria dei 4-Skins, aveva voluto cantarlo lui, senza fare deleghe a nessuno.

The Good, the Bad & the 4-Skins si apre proprio con quella che è una versione da rude boys del bluebeat dei Madness, unico pezzo rocksteady in una scaletta che sia nella sua facciata in studio che in quella dal vivo era invece piena di tutti quei bassi legnosi, di quelle chitarre rozze e di quei cori da curva ultrà che grazie ai Cockney Rejects passerà alla storia come Oi! e dentro cui scorre tutta l’epica del sottoproletariato inglese. Quello che non andrà in paradiso ma non si accontenta neppure di finire all’inferno e preferisce stare sulla strada, il posto dove è stato sin da piccolo e che conosce meglio. Nessuna sottigliezza, niente buone maniere in strada. Niente sottigliezze, nessuna buona maniera dentro la musica dei quattro skinhead. In realtà l’album che consacra l’Oi! esce quando il genere è già stato delegittimato ed etichettato a torto come filo-nazista, a valle degli spiacevoli episodi del 4 luglio del 1981 presso Southall, poi “manipolati” ad arte per soffocare l’intero movimento che in ogni caso sull’ambiguità politica, sulla provocazione e sugli estremismi giocava in maniera sfacciata fino a dichiarare apertamente All Coppers Are Bastards, in una delle tracce più feroci del disco, mescolata a manifesti d’intenti chiarissimi come Chaos, One Law for Them, Evil, Sorry, inviti al disordine e allo scontro hooligan travestiti da lotta di classe.

I 4-Skins sono i punk dello scompiglio. Una sassaiola di pietre lanciate con le bretelle a mo’ di fionda dentro lo stagno degli anni Ottanta.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

BOMBSHELL ROCKS – Underground Radio (Sidekicks) / GUTTERSNIPE – Never Surrender Never Give In (Sidekicks) / AA. VV. – Screams from the Gutter (Sidekicks)

0

Si rifà viva con tre nuove produzioni la Sidekicks Records, filiazione agguerrita di casa Burning Heart e avamposto bellico delle truppe Oi!/Ska dell’esercito svedese.

Assai bello il mini firmato Bombshell Rocks, sei tracce che ci riportano agli esordi fulminanti dei Rancid meno compromessi col reggae (quelli dei primi due album, per intenderci), un tiro esplosivo e pezzi che si infilano in testa come una endovenosa di anfetamina.

Stesso numero di brani per il nuovo lavoro dei Guttersnipe di Umea e orgoglio della scena Oi! svedese.

Il nuovo lavoro del terzetto nordeuropeo ci cattura con una bella versione di The Harder They Come di Mr. Jimmy Cliff trasformata in un violento e riottoso inno proletario di bianchi figli della working class di un qualunque sobborgo di una qualsiasi città d’Europa e con la bella e fiera Pride & Dignity.

Lo stesso logo dello S.H.A.R.P. (Skin Heads Against Racial Prejudices) campeggia sulla sleeve di Screams from the Gutter.

Nove fra le trante bands di fede skin che ciondolano per le metropolitane svedesi chiamate a raccolta con un paio di songs a testa.

Oltre ai già citati Bombshell Rocks e Guttersnipe troviamo i sempre grandi Voice of a Generation in realtà un po’ sottotono rispetto ai loro standard, la Clockwork Crew, la Boot Squad, i Bullshit, i Franks Bootboys, gli Agent Bulldod e i Pöblers United.

Al di là della discutibilità di qualche lirica che mi pare off-topic rispetto al codice etico della stessa S.H.A.R.P. (Smack the Hippies dei Pöblers United, ad esempio) e all’eccessiva legnosità tecnica ostentata da qualche protagonista, i numerosi kids italiani figli della lotta di classe e del malessere metropolitano troveranno di certo nuovi, rabbiosi slogans da sputare in faccia ai soliti nazi di turno.

                                        Franco “Lys” Dimauro

DROPKICK MURPHYS – Do or Die (Hellcat)  

0

Nei paesi celtici le vittime degli upskirt sono gli uomini. A Boston, periferia dell’impero irlandese in terra americana (il sangue irlandese scorre praticamente in un quarto della sua popolazione), pure. Sotto il kilt dei Dropkick Murphys si vede un’erezione perenne da fare invidia ai re del porno.

Ve ne accorgerete anche senza curiosare sotto le loro gonnelle. Basta prestare ascolto al loro disco di debutto.

Basso/chitarra/batteria e cornamuse. E tanta voglia di scazzottare, come il loro idolo John E. Murphy.

Do or Die, con la sua fierezza sbandierata, ostentata ed urlata, è il disco che ci fa sentire tutti appartenenti ad una comunità che neppure conosciamo.

Ci fa sentire skin, operai, irlandesi, carcerati, celtici, Bostoniani, marinai, emigranti, devoti di San Patrizio.

Con sedici canzoni sporche di sudore e di asfalto. Canzoni come Do or Die, Get Up, Road of the Righteous, Caught in a Jar, Noble che ti obbligano ad imparare l’inglese per poterle strillare a squarciagola sopra quella parata di strumenti potente come una randellata sui denti.

Forte, sempre più forte, finchè Tim Finnegan non resusciti dal suo sepolcro di mattoni rossi.

E noi saremo lì a servirgli la sua pinta di birra scura.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

COCK SPARRER – The Decca Years (Captain Oi!)  

0

Archetipo perfetto dello street-rock albionico, i Cock Sparrer furono una band pre-punk con un amore sconfinato per il football, il rock e la birra doppio malto.

Non una band, in realtà, come fieramente ammettono ancora oggi, ma una ballotta di ragazzi di periferia diventati musicisti loro malgrado emulando i propri idoli. Che erano in primo luogo bands come Who, Small Faces, Stones da cui il gruppo dell’Essex mutuava l’amore per un “primitivismo” sonoro che avrebbe fatto proprio e infilato nelle maglie del suo suono boogie (a volte anche abbastanza standardizzato, come in Platinum Blonde o Sunday Stripper). Bruciata l’occasione di finire nel giro di McLaren (pare per un giro di birre non pagate da Malcolm in quel di Soho, NdLYS) e ceduti dalla Decca dopo il flop dei loro primi 45, il giro di fanatici dell’Oi! music li avrebbe eletti a modello di integrità e coerenza. La loro Runnin’ Riot è ancora una delle migliori pub-songs di sempre.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

U.K. SUBS – Complete Punk Singles Collection (Captain Oi!)

0

Una band in cui sono passate una settantina di persone, comprese Lars Frederiksen dei Rancid, Flea dei RHCP, Andy McCoy degli Hanoi Rocks e Tezz dei Discharge e che ha infilato 4 album e 7 singoli in classifica.

Un’istituzione del punk rock britannico, insomma.

Arrivati per raccogliere i frutti di quanto seminato da altri.

Dozzinali e tarri agli esordi tanto da ergersi ad emblema dell’hooligan-punk e poi, una volta passati dalla birra a triplo malto al whisky doppio, sempre più vicini a sbrodolature heavy metal e hardcore (Jodie Foster/War on the Pentagon/666 Yeah) tenute a bada dalla voce proletaria di Charlie Harper.

Mark Brennan della Captain Oi! si occupa, e non per la prima volta, di raccontarci la loro storia attraverso tutti i loro singoli, dalla C.I.D. del 1978 alla Warhead corretta al botulino di trent’anni dopo. Alla band l’onere di farci riascoltare ogni facciata A della loro discografia “minore”.

Non sono mai stata la mia punk-band del cuore. E la conferma arriva dal fatto che tra tutti, il mio pezzo preferito rimane Betrayal, il più insolito del lotto.

Voi scegliete il vostro.  

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

RANCID – …and Out Come the Wolves (Epitaph)

2

Nel 1994 il contenitore punk incontra il gusto del pubblico alternativo e si impone come genere di successo. Dapprima è Dookie dei Green Day, poi Smash degli Offspring quindi Punk in Drublic dei NOFX e Stranger Than Fiction dei Bad Religion a conquistare le masse facendo scendere gli eroi del grunge dal podio e insediandosi al loro posto.

…and Out Come the Wolves, terzo album dei californiani Rancid, arriva un po’ più tardi, nell’estate del 1995 ed impone definitivamente la Epitaph come l’etichetta più figa del momento sancendo il momento d’oro del punk-rock. Rispetto agli altri “eroi” della nuova onda i Rancid sembrano i più vicini ad un concetto e ad una iconografia punk old-style. Dalla copertina che è un omaggio “crestato” ai Minor Threat al suono devoto a quello degli amatissimi Clash e, al pari di quello e della band da cui hanno preso origine (gli Operation Ivy del chitarrista Tim Armstrong e del bassista Matt Freeman), fortemente influenzato dallo ska e dal reggae giamaicani. Dei quaranta pezzi che i Rancid portano in studio, diciannove finiscono dentro …and Out Come the Wolves che riecheggia di accordi rubati a Clash City Rockers e Career Opportunities, agli Stiff Little Fingers e alla vecchia scuola punk/Oi! inglese fatte salve le pause skankin’ di Time Bomb, Daly City Train e Old Friend.

Puro revival, ma con la giusta dose di rabbia e l’abilità non comune di saper scrivere degli anthem immediati.

Chi si è fermato a questo, vedendo nei Rancid l’ennesimo furbo tentativo di plagio, buca clamorosamente l’appuntamento con uno dei migliori dischi punk del decennio e con una scaletta che non ha neppure un gradino traballante.

I Clash non torneranno. Ed è meglio così.

Ora smettetela di rodervi il fegato e tornate a divertirvi. 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro