THE JOHNNYS – Grown Up Wrong (Mushroom)

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Il secondo album dei Johnnys splende soprattutto per Ten Outlaws, uno dei pezzi migliori di tutto l’Aussie-sound degli anni Ottanta e, anche, uno dei pezzi più esplosivi del cow-punk mondiale.

Il secondo album splende soprattutto per Ten Outlaws, uno dei pezzi migliori di tutto l’Aussie-sound degli anni Ottanta e, anche, uno dei pezzi più esplosivi del cow-punk mondiale. La millesima storia di sceriffi e fuorilegge, come ai tempi di Pat Garrett e Billy Kid, ma sorretta da un lick chitarristico fiammeggiante come pochi altri. L’ennesimo pezzo scritto per la band da quel genio di Radalj, sebbene li abbia abbandonati a pochi mesi dalla nascita nel lontano 1983 e cantata con prestanza da Spencer P. Jones.  

Rispetto a questo capolavoro, ma anche rispetto allo strepitoso esordio, il resto del disco perde un po’ di mordente e anche molte di quelle sfumature (come le veloci virate verso il rockabilly) che avevano reso tale Highlights of a Dangerous Life. Se quel disco era una sorta di capriccioso incrocio tra i Long Ryders e gli Hoodoo Gurus, questo è una sorta di sofismo Del Fuegos.

I suoni sono certamente meglio definiti, come una canna di fucile tirata a lucido ma che puzza ancora di polvere da sparo e Middle Sized Johnny, Shameless Girl, Bounty Hunter e la luminosa cover di Anything Could Happen dei Clean contribuiscono a fare di Grown Up Wrong (titolo rubato agli implumi Stones di 12×5, di cui i Johnnys eseguono una cover senza infamia e senza lode) una cartucciera degna di tale nome, nell’arsenale del roots-rock mondiale.  

                                                                            Franco “Lys” Dimauro

THE SPIKES – 6 Sharp Cuts (Greasy Pop)

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Sei pezzi molto differenti fra loro mostrano le diverse abilità degli Spikes di Adelaide, affiliati a quella che è l’etichetta indipendente per antonomasia della cittadina australiana, che del resto è proprietà di Doug Thomas, chitarrista del gruppo.

Quando Thomas parla di “acid pop duro e paludoso” per la sua band, non va molto lontano dalla verità, perché quello è ciò che fanno gli Spikes, pur muovendosi in un perimetro molto ampio in cui swamp rock (Flashback to Acid Beach), sulfureo punk del Michigan (il riff minimale reiterato all’infinito di Bloodmud), garage punk (la bella cover di No Friend of Mine), road-songs epiche e decadenti (Romance), cow-punk divorato da distorsioni glam post-industriali (Scars and Angels) e gothic sound ferroso alla Bauhaus (Hollywood) sono trattati alla stessa maniera e si ritagliano ognuna un suo spicchio in questa torta nera come la china che conferma le intenzioni e i risultati raggiunti dall’aussie-sound degli anni Ottanta.

O comprate, o morite.

Ma, forse, entrambe le cose.

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE JOHNNYS – Highlights of a Dangerous Life (Mushroom)

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Formati da Roddy Radalj degli Hoodoo Gurus (sue, fra l’altro, alcune delle più belle canzoni di Stoneage Romeos, lasciate in eredità al gruppo quando ha già formato i Johnnys, NdLYS), i Johnnys furono la band cow-punk australiana per antonomasia, una sorta di costola down-under dei Long Ryders.

Il suono di Highlights of a Dangerous Life però, soprattutto quando la band decide di scriversi le canzoni da sé, è imbevuto della stessa luce dei dischi dei Gurus: Injun Joe, per esempio, è uno di quei classicissimi che non avrebbe sfigurato nella discografia dei “fratelli” ma anche quel pow-wow di Slip Slap Fishin’, totalmente fuori di testa, avrebbe fatto gola ai Gurus degli esordi.  

Col medesimo spirito sono trattate le cover, come il R’ n B di Showdown dei Drells o The Day Marty Robbins Die degli amici Beasts of Bourbon che, sgombra del cadavere del countryman, sembra volerlo disperatamente riportare in vita. E noi, ammiriamo il miracolo della resurrezione.

Ai ritmi parossistici del rockabilly si piegano invece Move It e Deadmen from Boot Hill, indiavolati boogie che non sarebbero dispiaciuti ai cool cats col ciuffo a banana, se solo non avessero preferito le pinne delle Coup de Ville agli zoccoli da puledro.

E noi invece, cavalchiamo le dune del deserto australiano su uno splendido purosangue. Al costo, come i Johnnys, di perderci la faccia.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE GNOMES – Introducing…The Gnomes (Dog Meat/Grown Up Wrong!)

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L’Australia ha una grande tradizione in ambito power-pop che affonda le radici nel beat bagnato da sole e salsedine degli Easybeats e che è stato tramandato lungo i decenni da band come Young Modern, Boys, Innocents, Sunnyboys, Mad Turks from Istanbul, Zimmermen e dozzine di altri combo eccellenti.

Gli ultimi ad aggiungerci a questa gloriosa lista sono gli Gnomes di Melbourne per il cui album di debutto si sono mosse due etichette storiche come la Grown Up Wrong! e la Dog Meat.

Ora, è il vostro turno di muovervi.

Gli Gnomes hanno infatti messo in piedi un dischetto delizioso, carico di beat e power-pop fino a scoppiare, con pezzi come Flippin’ Stomp o Play with You che ci riportano alla mente un altro debutto coi fiocchi come quello degli Strypes e altri capolavori di pop intinto nei sixties di Beatles e Kinks e negli anni Settanta dei Big Star come I’m Not the One, Open Your Eyes, Time Will Tell. A tratti folgoranti, a tratti semplicemente adorabilmente ingenui come ragazzini alla prima cotta.

Loro lo chiamano Bayside Beat. Voi limitatevi a battere mani e piedi.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

DOM MARIANI – Apple of Life (Alive Naturalsound)

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Fra una band e l’altra, una collaborazione e quella successiva, Dom Mariani si ritaglia un po’ di tempo per un nuovo album solista, dando sfogo al suo mai sopito amore per i Cheap Trick e per i Byrds e rimettendo i piedi nella sua Jangleland.

Apple of Life ci restituisce un artista in grandissima forma, capace di meraviglie come Sad State of Affairs, World on Its Head, Just Can’t Wait, Apple of Life, ferraglia power-pop che non arrugginisce mai, mela che non va mai a male. Nel mucchio, anche qualche canzone sdolcinata come Where Do Lovers Go e Take It All Back percorse da chitarre slide, come a carezzarci il cuore, ricordandoci di averne uno e che magari necessita ogni tanto di qualche cerotto.

Però, meglio quando Dom ci costringe a medicare il naso, indossando ancora una volta i guantoni da peso massimo del rock raffinato, nonostante le rughe. Le nostre e le sue.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE SAINTS – Long March Through the Jazz Age (Fire)

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A tre anni e mezzo dalla scomparsa di Chris Bailey, la Fire Records pubblica i pezzi cui il leader dei Saints stava lavorando assieme a Pete Wilkinson prima che il cancro alla gola lo divorasse senza più risputarlo. Dodici pezzi, completati con l’apporto di svariati musicisti, finiscono dunque sul piatto a pochi giorni da quello che avrebbe dovuto essere il suo 69simo compleanno, con un campionario di canzoni che pagano il loro tributo al folk-rock (più a quello epico e decadente di Johnny Thunders e Nikki Sudden che a quello canonicamente attribuito a Dylan, a dire il vero) e al country dal cuore corvino di Johnny Cash. Nonostante ciò, nella musica di Long March Through the Jazz Age non c’è compiacimento o autocommiserazione e non evoca presagi di morte, tutt’altro: il passo dell’album è quello di una morbidezza ricercata, di arrangiamenti spaziosi, di una serenità avvolgente, ariosa.

Si assiste dunque ad una sorta di ribaltamento cromatico delle atmosfere care al primo Mark Lanegan solista. Abiti neri che, stesi al sole di Sydney, sono scoloriti rivelando una palette di colori che a certe ore del giorno rivelano addirittura una trama paisley come in quell’azzardo Rain Parade che è Imaginary Fields Forever

Lo struggimento è invece riservato a quella sacca di dolore che è Carnivore, con Bailey che ne avverte la suppurazione mentre si chiede Who is my Judas, who’s my whore /who is waiting to spit the Blues out one more time /who’s been waiting to spit the Blues out one more time. Una prece fra i cespugli che ancora, per un’ultima volta, generano vita.         

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

THE ZIMMERMEN – Rivers of Corn (Au-go-go.)

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Dopo gli Spare Change, gli Young Modern, i Glory Boys e gli Everybody’s So Glad, John Dowler ci riprova con gli Zimmermen perfezionando ulteriormente una scrittura già perfetta, che in ambito power-pop ha pochissimi degni rivali in Australia e che può dirsi erede brillante del vivace beat degli Easybeats, alla cui città natale è “dedicata” Don’t Go to Sydney, campanilistico monito a preferire la loro Melbourne alla metropoli dell’est che apre il loro album d’esordio e con il quale avevano debuttato nell’estate dell’85 accaparrandosi il titolo di singolo dell’anno in molte radio locali.  

Su quel “microclima” di chitarre cristalline è basato l’intero Rivers of Corn, piccolo capolavoro di jangle-pop con le orecchie puntate, più che al Dylan cui il gruppo ha dedicato il nome, ai Big Star dell’amato Alex Chilton.

Pezzi come Push and Shove, I Like to Fight, Ordinary Man, I’m Happy o Shake Down dove la voce di John si fonde a quelle di Steve Connolly e George Gogos costituiscono uno dei migliori portfoli mai approntati in tema di jangle-pop a quelle latitudini. John Dowler può sedere a fianco dei suoi eroi. E condividerne lo scettro.

  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

KIM SALMON & THE SURREALISTS – Sin Factory (Red Eye)

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Il quarto album dei Surrealists si allinea, anche se non del tutto, a certi fragori post-grunge, risultando finalmente in asse con i gusti del pubblico alternative, in parte disorientato dalle precedenti prove del gruppo di Kim Salmon: l’iniziale I Fell, per esempio, è già un virtuoso esercizio di articolazioni a metà fra blaxploitation e quel punk-blues fortemente polarizzato in chiave sessuale che anticipa quello della JSBX di Orange.

Desensitised, con Warren Ellis impegnato a imitare il volo di un pipistrello al violino e Charlie Owen a dare la sua impronta chitarristica, indugia sulle stesse movenze, ma con un passo ancora più sensuale e sincopato. Listen to Your Brother, la vertigine loureediana di Hangin’ Out e Rose Coloured Windscreen sono ancora più cinematografiche e virano verso il racconto, il sussurro narrante che si fa romanzo nella conclusiva The 1st Person.  

Gravity, Come on Baby, le distorsioni hendrixiane di Non Stop Action Groove scelgono invece il rumore e i volumi assordanti come bitume per lanciare in pista lo swamp-blues che Salmon aveva guidato anni prima.

Prima dello schianto.

Provando a schiantarsi di nuovo.

Con noi a bordo.

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro

THE PRIZE – In the Red (ANTI FADE)

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Da Melbourne, un disco di power-pop strepitoso.

Al ritmo di un singolo per anno, i Prize sono arrivati alla fine a completare il progetto per il loro album d’esordio, ripescando da quel piccolo formato le due canzoni contenute sul 7” del 2023, First Sight e Say You’re Mine.

I pezzi dei Prize funzionano tutti a meraviglia: riff e melodie sono di quelle da mandare a memoria seduta stante, senza fatica.

Un amore sconfinato per i re del power-pop emerge da ogni traccia, sin dal primo estratto Had It Made, fulmini e saette che piovono da un cielo che resta azzurrissimo. Le tre chitarre di Carey Paterson, Austin Haire e Joe Imfeld sprigionano un muro di suono che eleva all’ennesima potenza il potenziale di pezzi come Static Love Affair o Down the Street, senza mai eccedere o sconfinare nel cattivo gusto, nella piaggeria fine a sé stessa o nell’onanismo disfunzionale.

Una compattezza che giova alla scaletta di In the Red e al mondo intero.

Non credo che ascolterete un album di power-pop migliore di questo, in quest’anno di dischi senza nerbo.

Dovesse accadere, chiamatemi.

Urlando.

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

CIVIC – Chrome Dipped (ATO)

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Alla fine, i CIVIC hanno dato una spallata a Rob Younger, prima musa ispiratrice del disco di debutto e poi produttore del secondo. Con Chrome Dipped, la band cerca di trovare una via autonoma e una fisionomia propria, che in questo caso sembra una smorfia del post-core anni ’90, una sorta di versione incattivita dei Constantines con le chitarre che deragliano (come su Trick Pony) o che riflettono la luce glam dei Bauhaus (Fragrant Rice), distorcendola come fosse lamiera.

Sono folgori che toccano terra. Elettricità che dopo aver gonfiato il cielo, scarica al suolo, strumenti che diventano parafulmini che ne governano l’apparentemente imprecisa traiettoria, rimanendone a loro volta travolti.

The Fool è il ponte che ci traghetta dai “vecchi” CIVIC a questi, ma è dalla progressione Dinosaur Jr. del secondo brano che si capisce che qualcosa è mutato, nel DNA del gruppo di Melbourne. Un cambiamento cui ci si abitua un po’ alla volta, o cui non ci si abitua affatto. Anche perché, e pure questo potrebbe essere valutato soggettivamente come un pregio o come un difetto, i pezzi che compongono Chrome Dipped differiscono in maniera anche abbastanza decisa l’uno dall’altro: tra una power-ballad “svuotata” come Gulls Way e una The Hogg che suona come se i corpi dei Christian Death e di Rozz Williams fossero stati liberati dai ghiacci perenni, c’è una sostanziale differenza espressiva che ne rende difficile l’assimilazione, così come fra lo swamp blues di Starting All the Dogs, il vero capolavoro del disco, e il punk-rock di Poison o la bieca ma inefficace psichedelia di Kingdome Come.

Chrome Dipped è il manifesto di una band in mutazione.

Forse, in crescita.

Sicuramente, in fuga.  

                                                                             Franco “Lys” Dimauro